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Voci del Grigioni italiano
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Le Olimpiadi hanno acceso i riflettori su Bormio e Livigno, ma soprattutto sull’intera Valtellina. L’evento si chiude con un giudizio organizzativo ampiamente positivo: istituzioni coordinate, macchina operativa rodata, visibilità internazionale senza precedenti. La sfida ora è capire che cosa resta, oltre le immagini e i numeri.La strategia dichiarata è stata chiara: trasformare la vetrina globale in un volano per il territorio. Portare la Valtellina nel mondo e il mondo in Valtellina. Nuovi mercati si sono affacciati, dagli Stati Uniti al Canada, dall’Australia al Brasile. La scommessa è intercettare una domanda più qualificata, puntare sulla qualità più che sulla quantità.Eppure, i nodi non mancano. L’offerta ricettiva è concentrata e non sempre all’altezza di una domanda internazionale esigente. Il rischio di un rialzo strutturale dei prezzi preoccupa una parte della popolazione, così come la distribuzione della ricchezza generata dal turismo, percepita da alcuni come poco diffusa. Il settore resta trainante, ma non può essere l’unico orizzonte.C’è poi il tema dei servizi: sanità, trasporti, personale qualificato. L’eredità olimpica potrà consolidarsi solo se le infrastrutture attivate per l’evento diventeranno stabili e funzionali alla vita quotidiana, contrastando spopolamento e precarietà occupazionale.Sul piano identitario, la ribalta mediatica ha premiato anche i prodotti locali: i pizzoccheri raccontati come simbolo di una “tribù” alpina, le filiere corte, il legame tra paesaggio e agricoltura. Per alcuni questa è la vera eredità: fare sistema, promuovere insieme territorio e produzioni, rafforzare un’immagine coerente e riconoscibile.Altri, però, invitano alla prudenza. Il modello di sviluppo centrato sull’industria dello sci, con investimenti ingenti in impianti e innevamento artificiale, viene messo in discussione alla luce dei cambiamenti climatici e dei costi pubblici. Ci si chiede se sia sostenibile continuare su questa strada o se non serva una diversificazione più coraggiosa.Tra entusiasmo e scetticismo, la partita del dopo Olimpiadi è aperta. Non si tratta più di organizzare un evento, ma di scegliere una direzione. Restare una cartolina di successo o diventare un territorio capace di coniugare crescita, equilibrio ambientale e coesione sociale. La vera eredità si misurerà nei prossimi anni.Ospiti:Massimo Sertori, Assessore di Regione Lombardia alla montagna e agli enti localiAlessandro Negrini, chef stellato valtellineseAngelo Costanzo , presidente del centro culturale “oltre i muri” di Sondrio
Le Voci del Grigioni italiano tornano ad occuparsi di archeologia alpina, intesa non solo come disciplina di scavo, ma come strumento per leggere il territorio, comprenderne le trasformazioni e restituire memoria alle comunità.Nelle profondità del lago di Sankt Moritz millenari resti lignei conservati in condizioni eccezionali, ci raccontano di variazioni climatiche e mutamenti ambientali di lunga durata. Un archivio naturale che permette di riflettere sulla fragilità degli ecosistemi alpini e sugli equilibri che, nel corso dei secoli, hanno modellato il paesaggio.Accanto a questa dimensione ambientale, trova spazio il lavoro quotidiano di tutela svolto sul territorio: interventi legati a cantieri e infrastrutture, pianificazione preventiva, documentazione sistematica prima delle trasformazioni edilizie. Un’attività spesso silenziosa, che punta a conciliare sviluppo e conservazione, riducendo conflitti e costruendo nel tempo un rapporto di fiducia con la popolazione.Infine, l’attenzione si concentra su un importante sito alpino - Piuro, nella Bregaglia italiana, segnato da un evento catastrofico, oggi riletto attraverso ricerche stratigrafiche, analisi scientifiche e studi sulle reti economiche medievali. Oltre la memoria della tragedia, emerge la ricostruzione di un centro produttivo inserito in circuiti di scambio di ampia portata, con una restituzione dei risultati che guarda anche alla valorizzazione pubblica.Il filo conduttore è l’archeologia come chiave di lettura del presente: una disciplina che collega ambiente e storia, prevenzione e memoria, identità locale e relazioni europee, trasformando ciò che riemerge dal sottosuolo in conoscenza condivisa e patrimonio vivo.Ad accompagnarci in questo affasciante viaggio alla scoperta del nostro passato saranno Patrick Cassitti (responsabile scientifico del Servizio archeologico del Canton Grigioni) e il professor Fabio Saggioro (ordinario di archeologia medievale all’Università di Verona).
A Roveredo la terra ha parlato. E ciò che ha restituito ha il sapore dell’eccezionale. In località Casclasc, nel cuore della Bassa Mesolcina, sono riemerse strutture monumentali che potrebbero appartenere a un insediamento fortificato dell’Età del bronzo, vecchio di 4’000 anni. Muraglioni spessi fino a tre metri e mezzo, visibili per decine di metri, disegnano dall’alto una struttura poderosa, quasi una porta d’accesso a un passato che credevamo sepolto per sempre.Grazie al progetto Interreg ArcheoAlps e alla collaborazione con il Servizio archeologico cantonale, un’indagine georadar e un sondaggio diagnostico hanno portato alla luce strutture in pietra e vasellame domestico riconducibile all’Età del bronzo. Non semplici tracce: ma la concreta ipotesi di un abitato organizzato e difeso, in un punto strategico sulle rotte nord-sud verso il San Bernardino e est-ovest verso il lago di Como.Non è un ritrovamento qualsiasi. È una scoperta che potrebbe cambiare la percezione storica dell’intera regione, rafforzando l’identità culturale e aprendo scenari di valorizzazione turistica senza precedenti. In un territorio oggi sotto pressione edilizia, Casclasc emerge come un baluardo del tempo, un patrimonio da proteggere e raccontare.Roveredo, ancora una volta, si conferma crocevia di civiltà. E forse, proprio sotto i nostri piedi, custodisce una delle pagine più straordinarie della preistoria alpina.
A dieci anni dalla sua nascita, il progetto 100% Valposchiavo è al centro di una puntata di approfondimento dedicata a bilanci e prospettive future. Nato come strategia di sviluppo regionale, il 100% Valposchiavo ha puntato sulla valorizzazione dei prodotti locali, sulle filiere corte e sull’agroalimentare come asset dello sviluppo socio-economico della valle.Nel tempo, il progetto ha ottenuto riconoscimenti importanti e ha contribuito a rafforzare l’identità produttiva del territorio. Ma le voci raccolte raccontano anche un malcontento diffuso nel mondo contadino: i risultati economici non sempre hanno risposto alle aspettative dei produttori.In questa edizione si confrontano enti, agricoltori, ristoratori e membri della commissione marchi, che hanno scelto all’unanimità di alzare l’asticella, introducendo controlli più rigorosi. Una scelta che tutela la credibilità del marchio, ma che pone nuove sfide.Non più un semplice progetto, ma una fase di maturità che impone domande sul futuro: governance, ricadute economiche, equilibrio tra rigore e inclusività. Il 100% Valposchiavo si trova oggi a un vero giro di boa.
In questa edizione delle VGI, Alessandro Tini dialoga con Dante Peduzzi, già ispettore scolastico del Grigioni italiano e profondo conoscitore della Mesolcina, autore del nuovo volume “I toponimi di Cama”. Un’opera frutto di oltre quarant’anni di ricerche tra archivi, cartografie storiche e testimonianze orali raccolte nel villaggio.undefinedPeduzzi spiega come lo studio della toponomastica non sia soltanto un esercizio linguistico, ma un modo per leggere l’evoluzione del territorio e delle sue comunità. L’autostrada A13, ad esempio, ha modificato profondamente l’assetto fondiario, cancellando antichi nomi e costringendo a un lavoro di ricostruzione basato su mappe precedenti agli anni Sessanta. Molti toponimi, specialmente in montagna, resistono invece da secoli e conservano un forte radicamento culturale.undefinedIl volume offre un apparato introduttivo che guida alla lettura dei materiali, mappe suddivise in settori e un QR code con oltre 300 nomi localizzati. Accanto ai documenti più antichi, risalenti al 1340, trovano spazio leggende, microstorie e i racconti degli anziani del paese: un patrimonio che rischia di scomparire.undefinedDante Peduzzi sottolinea l’urgenza di completare la raccolta toponomastica dell’intera valle, prima che gli ultimi depositari della memoria vengano a mancare. Un libro che non parla solo di luoghi, ma del legame profondo tra territorio, storia e identità.
In questa seconda edizione delle Voci del Grigioni italiano dedicata alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, l’attenzione si concentra su uno dei concetti più ricorrenti nel racconto dei grandi eventi sportivi: la “legacy”, ovvero l’eredità che le Olimpiadi promettono di lasciare ai territori che le ospitano. Ma cosa significa davvero, al di là degli slogan, parlare di eredità olimpica? E soprattutto: per chi?La puntata prende le mosse dalle opere realizzate o programmate in vista dei Giochi, con un focus particolare su Livigno, località che ospiterà le gare di freestyle e snowboard, mentre a Bormio sarà di scena lo sci alpino. Infrastrutture per la mobilità, parcheggi interrati, nuovi impianti di risalita, collegamenti tra i versanti sciistici, interventi energetici e investimenti nella sanità locale vengono analizzati nel loro insieme, cercando di capire se rispondano a bisogni strutturali dei territori o se siano stati accelerati – e in parte imposti – dal calendario olimpico.Alla voce istituzionale del sindaco, che rivendica scelte condivise e una visione di lungo periodo, abbiamo affiancato quella di un cittadino, operatore turistico ma anche padre di famiglia. Due testimonianze per due sguardi diversi sul futuro di una località alpina che ha fatto passi da gigante negli ultimi decenni e che grazie alle Olimpiadi ha ricevuto oltre 160 milioni di euro da investire sul territorio. Una bella cifra se si considera che la capacità di investimento del comune - situato a oltre 1800 metri di quota - è di circa 2 milioni l’anno. C’è chi parla di un’occasione storica per colmare ritardi infrastrutturali e migliorare la qualità dei servizi, e chi invece denuncia un impatto ambientale pesante, un consumo crescente di risorse e un modello di sviluppo che rischia di superare i limiti di sostenibilità della montagna. Il tema della mobilità, dell’accesso ai servizi sanitari, della pressione turistica e della qualità della vita per i residenti attraversa l’intero racconto.I forti investimenti in tema di sanità fatti a Bormio e Livigno offrono poi lo spunto per allargare lo sguardo alla sanità valtellinese, tra investimenti legati all’evento olimpico e criticità strutturali che restano irrisolte: liste d’attesa, carenza di personale, ospedali dal glorioso passato e dalle grandi potenzialità ma dal futuro incerto. Un capitolo che mette in luce il divario tra interventi straordinari e problemi quotidiani vissuti dalla popolazione.Non mancano infine le voci critiche del giornalismo indipendente, che mettono in discussione il concetto stesso di “legacy olimpica”: opere non pronte per i Giochi, procedure accelerate, valutazioni ambientali semplificate, extracosti e trasparenza. Il racconto si fa così più ampio e problematico, interrogando il rapporto tra grandi eventi, interessi pubblici e privati, e reale coinvolgimento dei territori.Una puntata che non offre risposte definitive, ma prova a fare ordine in un dibattito complesso, restituendo la pluralità dei punti di vista. Perché l’eredità dei Giochi non è solo fatta di cemento, impianti e investimenti, ma anche di scelte politiche, conseguenze sociali e domande aperte sul futuro delle comunità alpine.
Le Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, che si svolgeranno dal 6 al 21 febbraio, rappresentano una sfida cruciale anche per la Valtellina, chiamata a ospitare gare di sci alpino a Bormio e snowboard e freestyle a Livigno. Con 180’000 biglietti in vendita e 3’500 giornalisti attesi, l’attenzione si concentra soprattutto sulla tenuta del sistema della mobilità, messo alla prova da cantieri aperti, opere incompiute e forti contestazioni locali.undefinedLe VOCI, con l’assessore della Regione Lombardia agli enti locali Massimo Sertori (già vicesindaco di Ponte in Valtellina, presidente della Provincia di Sondrio e presidente dell’Unione delle Province lombarde), fanno il punto sulle infrastrutture previste in vista dei Giochi, tra interventi realizzati, rinviati o stralciati. Al centro del confronto, la Statale 38 dello Stelvio, con i progetti dello svincolo di Sassella e del completamento della tangenziale di Sondrio, entrambi rallentati da iter autorizzativi complessi e opposizioni territoriali. Tra i contrari figura anche Barbara Baldini, già sindaca del Comune Montagne in Valtellina, che spiega le ragioni della contrarietà.undefinedAmpio spazio è dedicato anche al caso di Bormio, dove la contestata tangenzialina della piana dell’Alute è stata esclusa dal pacchetto olimpico dopo due ricorsi al Tribunale amministrativo, ma continua a dividere la comunità locale. L’opposizione è guidata da un Comitato popolare che, come spiegano Stefania Trabucchi e Laura Sala, vuole tutelare la zona agricola e l’identità del luogo.undefinedLa trasmissione affronta poi il tema delle limitazioni al traffico, delle ZTL olimpiche attive solo nei giorni di gara e in fasce orarie definite dal 4 al 21 febbraio che avranno un notevole impatto sulle attività di trasporto merci a causa del divieto parziale di transito per i mezzi commerciali in salita da Tirano, come spiega Paolo Oberti della SoLog che non lesina critiche alla gestione della questione, prevedendo che nei giorni delle Olimpiadi la viabilità in Alta Valtellina “sarà un delirio”. Disservizi sono previsti anche a livello ferroviario, poiché, nonostante il previsto potenziamento delle corse sulla linea Lecco-Tirano, la linea incontra sovente problemi di infrastruttura e gestione. A detta dello stesso assessore Massimo Sertori il servizio attualmente “non raggiunge la sufficienza”.undefinedIn chiusura, uno sguardo oltre confine sul contenzioso tra Regione Lombardia e Canton Grigioni per i costi sostenuti dalla Svizzera nel garantire collegamenti agevoli con Livigno, a conferma di come le Olimpiadi abbiano riacceso il dibattito sul futuro della mobilità alpina e transfrontaliera.
Una scoperta di portata internazionale riporta le Alpi al centro della ricerca paleontologica. Nel settembre scorso, nella Valle di Fraele, all’interno del Parco nazionale dello Stelvio, tra Livigno e Bormio, è stato individuato uno dei più vasti e significativi giacimenti di orme di dinosauri del Triassico Superiore mai documentati in Europa. Migliaia di impronte, lasciate circa 210 milioni di anni fa da grandi dinosauri erbivori bipedi e quadrupedi, raccontano il passaggio di branchi in un ambiente allora tropicale, affacciato sull’oceano Tetide.La scoperta, confermata dal Museo di Storia Naturale di Milano, dal MUSE di Trento e dall’Università degli Studi di Milano, si inserisce in un quadro più ampio di ricerche che interessa l’intero arco alpino, con importanti ritrovamenti anche in Svizzera: dalle impronte fossili del Parco Ela e dell’Engadina, ai grandi giacimenti del Giura, fino ai celebri fossili marini del Monte San Giorgio, patrimonio mondiale UNESCO.Attraverso le voci degli esperti e del fotografo naturalista Elio Della Ferrera che ha individuato il sito, la trasmissione racconta una ricerca che guarda al passato remoto, ma che apre interrogativi sul comportamento dei dinosauri, sull’evoluzione degli ecosistemi alpini e, più in generale, sulla storia profonda del nostro pianeta.
La giovane ricercatrice Elisa Plozza ha dedicato la sua tesi di master in geografia politica all’Università di Zurigo al tema “lombardo oltreconfine: negoziare le identità attraverso la rivitalizzazione linguistica. Una ricerca che parte dal territorio e diventa riflessione sull’identità, sui legami culturali e sulla forza delle lingue “minori” nel definire chi siamo.Attraverso sedici interviste condotte tra Svizzera e Italia, la giovane di Soazza ha esplorato come il lombardo, parlato su entrambi i lati del confine, sia al tempo stesso lingua di appartenenza e spazio di confronto. Nonostante differenze locali e politiche linguistiche diverse, emerge una realtà viva, sostenuta soprattutto da giovani che – spesso controcorrente – scelgono di imparare e usare il dialetto come segno di orgoglio culturale.Se per le generazioni più anziane il confine resta un elemento di separazione, tra i giovani prevale un nuovo senso di unione: il lombardo viene riscoperto come patrimonio condiviso, ma anche come lingua globale, capace di vivere in comunità online dove le distanze si annullano.“Prima della mia ricerca ero pessimista – confessa Elisa Plozza – ma conoscere chi, in Lombardia e nei Grigioni, si batte per rivitalizzare il lombardo mi ha ridato speranza. Finché sono i giovani ad amarlo, questa lingua ha futuro”.
Da Roma a Poschiavo, passando per Coira, Kaspar Howald porta nei Grigioni un’idea di turismo che mette al centro la cultura. Ex direttore di Valposchiavo Turismo, oggi guida Graubünden Cultura, piattaforma cantonale che connette artisti, istituzioni e destinazioni. Nata nel quadro della Nuova politica regionale, l’iniziativa punta a valorizzare il potenziale culturale dei Grigioni, tradizionalmente noti per sci e sentieri, ma ricchissimi di arte, memoria e creatività.L’obiettivo, spiega Howald, non è inventare nuovi format ma “mettere in rete ciò che già esiste”, dando visibilità alle esperienze locali e sostenendo progetti pilota come lo “Zoo di Mesocco” o gli “Atelier aperti” dell’Engadina Bassa. Cultura e turismo, insieme, possono rivitalizzare le periferie, destagionalizzare i flussi e prolungare la permanenza degli ospiti.Tra le iniziative in corso spicca la nascita della rete degli “Alberghi culturali dei Grigioni”, strutture che coniugano ospitalità e programmazione artistica. E mentre si lavora a un’agenda digitale comune per evitare la frammentazione degli eventi, Howald invita a guardare oltre la logica del “tutto in un weekend”: “Meglio piccoli progetti sostenibili durante tutto l’anno che grandi rischi economici”.Il futuro? Continuare a unire bellezza, sapere e comunità. Perché, ricorda il direttore di Graubünden Cultura, “il turismo crea lavoro, ma senza cultura non crea vita”.
Oggi incontriamo Pietro Della Cà, sindaco di Brusio, presidente della Regione Bernina e granconsigliere nel Parlamento retico. Guida un comune periferico e di confine, affacciato sulla Valtellina, dove amministrare significa confrontarsi ogni giorno con la scarsità di risorse e la complessità dei rapporti transfrontalieri. Pietro Della Cà è stato eletto per la prima volta in Gran Consiglio il 6 giugno 2018, poi rieletto nel 2022. In Consiglio comunale è entrato nel 2020 in seguito a un’elezione suppletiva e nel 2023 è stato eletto presidente del Consiglio comunale. Nel marzo 2025 ha annunciato che non porterà a termine il mandato comunale, che lascerà alla scadenza del suo impegno a Coira nel corso del prossimo anno.In questa edizione cerchiamo di capire quali siano state le sfide affrontate in questo triplice incarico da parte di un uomo che alla politica si è avvicinato in età matura e senza alcuna esperienza pregressa. Classe 1948, sposato, due figli, Della Cà ha girato il mondo per lavoro come esperto di apparecchiature nel settore militare e, in anni più recenti, come consulente tecnico-commerciale. Uomo tutto d’un pezzo, è stato segnato dalla carriera militare che lo ha visto raggiungere il grado di maggiore: ha comandato la compagnia aviazione “Dieci”, l’unica compagnia di lingua italiana, dal 1983 al 1987.Nel suo impegno amministrativo ha posto al centro la governance locale e lo sviluppo territoriale, insistendo in particolare sulla necessità di infrastrutture più solide e di un’amministrazione più efficiente sul piano finanziario e operativo. Guidare un comune periferico e di confine, con una popolazione limitata ma un territorio vasto e complesso, ha significato per lui misurarsi quotidianamente con la scarsità di risorse, la gestione dei rapporti transfrontalieri e la rappresentanza di una comunità italofona in un contesto cantonale plurilingue. Con una comunicazione trasparente e un preavviso significativo per le sue dimissioni, Della Cà ha voluto lasciare un’eredità di serietà e rigore istituzionale, chiudendo la sua esperienza pubblica con il senso di responsabilità che ha sempre contraddistinto il suo percorso.
Nel cuore della valle alpina della Val Bregaglia, al confine tra Svizzera e Italia, la figura di Simona Rauch emerge come punto di riferimento per una comunità piccola ma vibrante. Pastora della Chiesa evangelica riformata di Bregaglia, porta avanti da anni un ministero che unisce le radici della tradizione evangelica riformata con le sfide e le opportunità di un territorio montano che vive cambiamenti importanti.Cresciuta in Ticino, Simona Rauch ha intrapreso un percorso formativo e professionale ricco e variegato: dopo gli studi in psicologia ha operato anche come logopedista nei servizi scolastici e successivamente ha intrapreso gli studi in teologia. La sua elezione come pastora della Val Bregaglia risale al 2007.Questa puntata offre uno sguardo sulla Bregaglia attraverso la voce di chi ne vive e condivide le fragilità e la resilienza: un viaggio nel rapporto tra spiritualità, comunità e vita di valle, in un momento dell’anno in cui il significato del Natale invita alla comprensione reciproca e alla riscoperta del significato dell’Attesa.
Nel 1825, quando il Lombardo-Veneto faceva parte dell’Impero Asburgico, veniva inaugurata la Strada dello Stelvio, un’opera audace e armoniosa che collega l’Alta Valtellina alla Val Venosta, offrendo anche uno sbocco verso l’Engadina attraverso il Passo dell’Umbrail. Progettata dall’ingegnere Carlo Donegani, la via alpina si snoda per 46,5 chilometri tra 88 tornanti e 7 gallerie, raggiungendo i 2’758 metri del passo (è il valico più alto d’Italia). In soli cinque anni, Donegani trasformò un confine impervio in una moderna arteria alpina, integrata nel paesaggio e simbolo di equilibrio tra ingegno umano e natura.Nel 2024 nasce a Sondrio l’Associazione Istituto Ricerca e Studi Carlo Donegani, fondata da docenti e studenti del Liceo Scientifico “Donegani”. Da oltre vent’anni, la scuola valorizza l’eredità dell’ingegnere con ricerche, mostre e collaborazioni con istituti e professionisti. Le tavole originali dei progetti dello Stelvio e dello Spluga continuano a ispirare nuove generazioni. Lo Stelvio, oggi, è più di una strada: è un monumento vivente alla capacità dell’uomo di dialogare con la montagna.
Le Alpi non sono mai state una terra incontaminata. Da millenni l’uomo modella questo paesaggio, aprendosi varchi tra le foreste, costruendo insediamenti, scavando miniere, tracciando vie di transito. Ogni sentiero, ogni terrazzo coltivato o pietra eretta racconta una storia di adattamento, di lavoro e di fede che affonda le sue radici nel Neolitico e nell’Età del Rame.La ricerca archeologica ce lo ricorda ogni giorno: il paesaggio alpino non è un fondale immobile, ma un archivio vivente della presenza umana. E dal punto di vista archeologico, le Alpi non hanno nulla da invidiare alle regioni dove “si faceva la storia”: anche qui, nelle valli più remote, si intrecciavano rotte, culture e alleanze che collegavano il nord e il sud dell’Europa. Le montagne, più che confini, sono sempre state corridoi di incontro e di scambio.Oggi quel passato riaffiora grazie al lavoro dei Servizi archeologici, impegnati a proteggere e rendere accessibile un patrimonio fragile e prezioso. Accanto alla tutela cresce la necessità di sensibilizzare la popolazione: dietro ogni ritrovamento non c’è un ostacolo ai cantieri, ma un frammento di memoria collettiva che riemerge dal terreno.Anche i progetti transfrontalieri come ArcheoAlps stanno contribuendo a ricucire la storia comune delle valli di confine, dove nuove campagne di scavo permettono di rileggere il passato romano e medievale delle Alpi centrali. E quando la ricerca incontra la tecnologia, l’archeologia si apre al futuro: droni, rilievi 3D e “gemelli digitali” consentono di documentare e condividere in modo innovativo ciò che il tempo rischierebbe di cancellare.Dalle statue-stele preistoriche ai modelli digitali, un unico filo unisce passato e presente: la volontà di comprendere le montagne non solo come natura, ma come parte della nostra storia più profonda.
In questa edizione delle Voci del Grigione italiano, Alessandro Tini dialoga con lo storico Gionata Pieracci, autore del volume Tra pietre e cielo, tra cielo e pietre, edito da Fontana Edizioni. Un titolo poetico per un’opera che intreccia memoria, ricerca e territorio, raccontando il sistema di fortificazioni militari costruito dall’esercito svizzero nella Val Traversagna di Roveredo tra la Prima e la Seconda guerra mondiale.Gioanata Pieracci, originario di Roveredo e laureato in Storia alla Statale di Milano, spiega come l’idea sia nata quasi per caso: da un semplice pannello informativo per la riattivazione della cosiddetta “strada di Maria Teresa”, è emersa una ricerca durata anni, tra sopralluoghi, archivi militari e testimonianze locali. Il risultato è un affresco storico che unisce geografia, strategia e vita quotidiana dei soldati chiamati a presidiare le montagne in condizioni estreme.Il libro restituisce valore a un patrimonio dimenticato di trincee, casematte e caserme in quota, ma anche alle storie umane che vi si celano, come quella di un soldato svizzero-romando che scriveva alla sua amata dal fronte. Con rigore e passione, Pieracci mostra come la piccola Val Traversagna si inserisca nel più ampio disegno difensivo elvetico, tra timori di invasione e orgoglio di neutralità.Un progetto sostenuto dal Comune di Roveredo, che oggi invita a riscoprire – tra pietre e cielo – le tracce di una storia che non va dimenticata.
La Liquid Factory, fondata dal valtellinese Fabrizio Capobianco – imprenditore con un lungo percorso nella Silicon Valley e già creatore di Funambol e TOK.tv – si conferma un progetto capace di attrarre giovani talenti da tutto il mondo. L’edizione 2025 ha raccolto 545 candidature provenienti da 38 Paesi, un risultato che triplica quello della prima edizione, a testimonianza dell’interesse crescente verso questo modello di “fabbrica di startup” nata tra le Alpi e sostenuta da un istituto di credito locale che ha messo a disposizione 4 milioni di euro che consentiranno ad ogni start up di contare su una dote di 200mila euro.Dieci giovani selezionati svilupperanno in Valtellina quattro nuove startup – Stelvio, Gavia, Mortirolo e Spluga – che nei prossimi mesi seguiranno un percorso di formazione e mentoring tra Sondrio e la Silicon Valley. Un’esperienza che unisce competenze tecnologiche, visione internazionale e radici territoriali, nel tentativo di trasformare idee ad alto potenziale in imprese pronte a crescere.Nell’intervista realizzata per Le Voci del Grigioni Italiano, Fabrizio Capobianco racconta la genesi e la filosofia della Liquid Factory: un laboratorio dove si parte dalle persone prima ancora che dalle idee, per formare una nuova generazione di imprenditori. Si parla anche di talento e formazione, di diversità di genere nel mondo tech, e delle sfide legate al lavoro remoto e alla cultura del rischio, in un dialogo che mette in relazione la Valtellina con i grandi centri dell’innovazione globale.
Da Poschiavo nasce gri.media, piattaforma digitale che mette in rete il Bernina, il Grigione italiano, labregaglia.ch e moesano.ch: 4 media, tre territori, una sola infrastruttura per dare più forza all’informazione in lingua italiana. Sostenuto dal Cantone con oltre 220 mila franchi, il progetto punta a cooperazione, formazione e innovazione tecnologica, lasciando però autonomia editoriale alle redazioni. Ospiti delle Voci del Grigioni italiano, Maurizio Michael (InfoGrigione), Antonio Platz (direttore de il Grigione italiano) e Bruno Raselli (presidente de Il Bernina) spiegano filosofia e obiettivi: competere sui contenuti, collaborare su ciò che sta “dietro le quinte”.La “culla” è InfoGrigione, attiva dal 2007 nella tutela dell’italiano nei media cantonali: oggi cura la piattaforma e ne garantirà la manutenzione, stimata in 30–40 mila franchi l’anno, da reperire con partner pubblici e privati. Niente fondi per le redazioni: l’investimento riguarda la macchina tecnologica che libera tempo e risorse per fare giornalismo. Resta la sfida di condividere contenuti senza appiattire le voci: linee guida comuni, grafica rinnovata e strumenti condivisi, ma pluralità intatta.Tra le priorità: avvicinare i giovani con linguaggi e formati adatti, coordinare un’agenda comune e creare opportunità di lavoro sul territorio. L’equilibrio è sottile: sostenibilità economica, qualità e cooperazione. La rotta, però, è chiara: “Resistere e crescere”, per un’informazione italiana utile, leggibile e indipendente, all’altezza della democrazia locale.
Questa edizione delle “Voci del Grigioni italiano” racconta una Poschiavo in grande forma: Expo 25 porta numeri lusinghieri, pubblico entusiasta e sguardi oltre il Bernina. Il direttore Orlando Lardi già pensa alla prossima edizione: ascoltare espositori e visitatori, limare i dettagli, custodire una formula che funziona.Il tema 2025 ha intrecciato tradizione e intelligenza artificiale. La tecnologia non ruba la scena: i droni della Polizia cantonale velocizzano i rilievi; Repower usa algoritmi per scovare difetti sui tralicci; nelle cucine professionali forni “intelligenti” suggeriscono ricette, ma il tocco resta umano. Innovazione utile, concreta, che semplifica senza snaturare.Accanto al futuro, il fascino della memoria: un Motrack del 1938, restaurato con 600 ore di lavoro, è tornato a rombare come simbolo di passione e radici.Ma Expo 25 è stata anche la cornice ideale per una novità assoluta: gr.media, la piattaforma che riunisce quattro testate digitali – ilbernina.ch, ilgrigioneitaliano.ch, labregaglia.ch e ilmoesano.ch. Un’alleanza che valorizza il giornalismo locale, ottimizza le risorse e rafforza la voce dell’italiano nei Grigioni. Come ha ricordato il direttore RSI Mario Timbal, “è un passo avanti per un’informazione più vicina alle persone”.Expo 25 lascia in dono piccoli gesti – come i mosaici del “ciao” lungo il lago – che diventano inviti all’incontro. È l’anima della Valposchiavo: un luogo dove tecnologia e tradizione camminano insieme.
Quarantacinque anni da sindaco: un traguardo che pochi possono vantare. Attilio Savioni, eletto per la prima volta nel 1980 a soli 35 anni, è da allora la guida instancabile del Comune di Castaneda, in Calanca. Oggi, a ottant’anni, continua a servire la sua comunità con la stessa passione e dedizione di sempre, incarnando un raro esempio di continuità e senso civico.Nella ricca conversazione con Alessandro Tini, Savioni ripercorre mezzo secolo di storia locale, tra sfide, cambiamenti e ricordi indelebili: dalle alluvioni che colpirono il paese negli anni ’70 e ’80, agli investimenti che hanno trasformato strade, scuole e infrastrutture. Parla con orgoglio del lavoro svolto insieme al segretario comunale, definito “il perno del Comune”, e non nasconde le difficoltà di un incarico sempre più complesso, aggravato da burocrazia, regolamenti e aspettative crescenti dei cittadini.Sindaco, imprenditore edile e uomo di grande concretezza, Savioni rivela anche il lato umano di un impegno lungo una vita: il sacrificio della famiglia, la pazienza della moglie, la gratitudine verso chi lo ha accompagnato nel cammino. Guarda al futuro con realismo, sostenendo l’idea di una possibile fusione comunale, ma senza rinunciare al legame profondo con la sua terra.Un ritratto sincero e toccante di un amministratore che ha fatto della fedeltà al proprio paese la sua missione più autentica.
C’è un filo che non si spezza, anche quando il telaio si ferma. È quello che lega la Tessitura Valposchiavo alla sua comunità. Fondata nel 1955, la cooperativa tessile è stata per decenni un punto di riferimento per il lavoro artigianale femminile nelle nella valle. Dopo quasi settant’anni di attività, ha dovuto interrompere la produzione, piegata dai costi e dai mutamenti del mercato. Ma la storia non si è chiusa: dalle sue trame è nata l’associazione Pro Tessitura in Val Poschiavo, un’alleanza di musei, contadini, artigiani e istituzioni che vuole restituire alla valle un patrimonio di saperi e di identità.Il nuovo progetto, coordinato dai Musei Valposchiavo, punta a digitalizzare l’archivio storico dei tessuti, a valorizzare la filiera locale della lana e del lino e a creare percorsi didattici “dalla pecora al tessuto” e “dal campo al lino”, dove la materia prima diventa racconto di sostenibilità. Accanto alle testimonianze delle prime apprendiste, risuonano le voci delle nuove tessitrici e dei giovani designer che reinterpretano i motivi tradizionali in chiave contemporanea, unendo memoria e innovazione.In vista del Forum Tessile “Fili di Futuro”, che celebra i 70 anni della tessitura a mano in Valposchiavo, questa puntata racconta come una valle intera continui a credere nella forza creativa delle proprie radici. Perché ogni filo intrecciato non è solo un gesto antico, ma un atto di fiducia nel domani.























