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Radio Radicale - Il Mondo a pezzi

Author: Radio Radicale

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Podcast "Il Mondo a pezzi", Lunedì alle ore 10.00. Radio Radicale
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Il Presidente Trump moltiplica le iniziative e le prove di forza in campo internazionale, ma sul piano interno questo attivismo non si traduce in consenso. Il tasso di approvazione del suo operato da parte dei cittadini americani è ai minimi storici, oscillando tra il 36 e il 38 per cento. I sondaggi appaiono concordi nel registrare una disapprovazione delle sue politiche, con una media del 56 - 58 per cento. Nessun presidente nel primo anno di mandato ha ottenuto un livello di gradimento così basso. Ed è proprio sui risultati economici, che avrebbero dovuto essere il suo campo di battaglia, quelli su cui aveva promesso di invertire la rotta rispetto a Biden, che Trump arranca: si era impegnato a ridurre il costo della vita, i prezzi dei generi di prima necessità, ma così non è avvenuto e gli americani possono constatarlo al supermercato o quando pagano le bollette e gli affitti, o quando si rendono conto che il potere d'acquisto e i salari in termini reali non sono migliorati. L'inflazione non si è rialzata secondo le peggiori previsioni, ma si mantiene intorno al 2,7-2,8 per cento. Trump ha avviato un tour economico per riaffermare che l'economia sta andando benissimo, ma allo stesso tempo rassicura affermando che la sua amministrazione sta facendo di tutto per ridurre il carovita. Ed immagina misure populiste inefficaci, come la richiesta alle banche di porre un tetto ai tassi di interesse delle carte di credito. Ma gli americani utilizzano più carte di credito, puntando a restituire il credito nel tempo e il rischio è che le banche li riducano proprio per chi ne ha più bisogno. A leggere i sondaggi, gli interpellati ritengono che Trump stia concentrando energie su temi internazionali, che poco interessano all'elettore medio. L'incertezza nella politica dei dazi ha effetti anche sui dati dell'occupazione, che non sono confortanti poiché le aziende, in questo clima, non assumono o si limitano ai part-time. In questo scenario, le elezioni di Midterm, il prossimo 4 novembre, rappresentano un serio pericolo per il Partito repubblicano: Trump rischia di trasformarsi in un'anatra zoppa, perdendo il controllo della Camera. Da non trascurare i timori sullo svolgimento di elezioni libere e corrette, senza contestazioni dei risultati, scongiurando il ricorso ad azioni che, a livello federale o statale, restringano l'accesso al voto o ridisegnino i distretti elettorali a vantaggio dei candidati repubblicani
L'Europa le scelte di Trump: il blitz in Venezuela e le minacce di annessione verso la Groenlandia. Ma la Groenlandia è parte della Danimarca, che è membro della Nato. Non si tratta di iniziative estemporanee, Trump sta dando attuazione alla Strategia di Sicurezza Usa presentata a dicembre. Ed è una strategia neoimperiale e neocoloniale a cui l'Europa deve dare una risposta più forte: bene il comunicato dei sei leader Ue che chiedono il rispetto della sovranità della Groenlandia, ma non è produttivo limitarsi per timore di irritare il presidente Usa e tantomeno blandirlo. L'accordo commerciale Ue-Usa siglato con ad agosto ha segnalato i pericoli di un atteggiamento di vassallaggio che rende l'Europa vulnerabile. E' giunto il momento di adottare un atteggiamento diverso, riconoscendo che si è chiuso, nei rapporti Usa-Ue, un ciclo che è durato circa 80 anni: non possiamo permetterci una rottura poiché dipendiamo ancora dagli Usa dal punto di vista della sicurezza, ma bisogna essere determinati e muoversi in autonomia quando gli interessi divergono. Nel caso della Groenlandia, bisogna alzare il prezzo politico sulle conseguenze delle iniziative di Trump: quel territorio è associato all'Ue e ad un membro della Nato: l'Ue dispone di forze di pronto intervento. Di fronte ad un'invasione di un territorio Ue, servirebbe un voto del Congresso. Parallelamente, l'Ue deve impegnarsi, insieme agli Usa, a rafforzare le difese della Groenlandia, oggetto di un interesse comune. Trump afferma di aver bisogno della Groenlandia per ragioni di sicurezza nazionale, ma questo Paese è già sotto controllo Usa attraverso la Nato. Un altro esempio di conflitto tra gli interessi Usa e Ue è il fronte tecnologico digitale: le Big Tech Usa hanno una posizione pressoché monopolistica e il presidente Trump reclama lo smantellamento della regolamentazione approntata dall'Unione europea. E' necessario resistere e le capacità dell'Ue non mancano, poiché siamo una potenza economica che ha con gli Usa una relazione integrata fortissima, la più importante a livello mondiale.
Il 2026 si è aperto con il raid degli Stati Uniti in Venezuela, con l'arresto del dittatore Nicolas Maduro e l'uccisione della sua scorta. Nella sua rubrica settimanale il professor Paolo Guerrieri, economista e docente a Science Po a Parigi, si concentra sulle ragioni economiche del blitz, sul Il ruolo centrale del petrolio venezuelano e sulle conseguenze geopolitiche del controllo dei relativi giacimenti.
L'economia Usa cresce oltre le aspettative. Ma sulle prospettive restano plausibili tanto uno scenario di consolidamento della crescita che una prospettiva di rallentamento o ristagno della crescita con risalita dell'inflazione. La spinta all'espansione è stata data soprattutto dagli investimenti nell'IA: tanto per le infrastrutture che per la sua utilizzazione. Questo tiene alti i consumi, in un quadro di politiche monetarie e fiscali espansive. Ma resta alto il dato dell'inflazione, intorno al 3 per cento. Le prospettive negative sono connesse soprattutto ad una possibile instabilità finanziaria provocata da una bolla speculativa sul mercatto borsistico legata ai rendimenti dei titoli investiti nell'IA. L'economia K: con questa lettera si indica una biforcazione avvenuta da alcuni anni, che si sta aggravando. Divide gli Usa tra una minoranza di famiglie a reddito elevato, che consuma e vede crescere la propria ricchezza; sull'altro versante si trovano invece milioni di persone che costituiscono la maggioranza del Paese e che beneficiano in minima parte della crescita economica. Per quel che riguarda i consumi, il 10 per cento più ricco delle popolazione è responsabile del 50 per cento delle spese. Trenta anni fa rappresentava il 35 per cento. La Federal reserve segnala l'incremento dei casi di insolvenza nel campo delle carte di credito, dei prestiti agli studenti o di quelli per gli acquisti di nuove auto. Dietro l'espansione si cela un disagio economico che colpisce milioni di persone. Nel mercato del lavoro i salari dei lavoratori a basso reddito non sono cresciuti, mentre sono aumentati quelli di lavoratori ad alta qualifica nel settore delle nuove tecnologie. E' peraltro una crescita senza aumento dell'occupazione. I sondaggi danno conto di un basso indice di gradimento delle scelte economiche dell'amministrazione Trump. Nell'eurozona è molto probabile si confermi una dinamica di crescita modesta, connessa a rigidità strutturali non superate. Fa eccezione il Sud-Europa: Spagna, Portogallo, Grecia. Molto dipenderà dall'andamento dell'economia tedesca: se la massiccia dose di investimenti prevista dal governo Merz porterà alla ripresa, tutto il continente ne risenitrà positivamente. A condizione che si tratti di investimenti e non di aumento della spesa corrente destinata alla conquista di consenso elettorale.
Le decisioni del Consiglio europeo del 19 dicembre. Il prestito di 90 miliardi di euro all'Ucraina per il 2026 e 2027 basato su debito comune garantito dal bilnacio Ue. Una decisione di grande importanza, poiché un fallimento o una non decisione avrebbe dimostrato che Ue non è in grado di proteggere né l'Ucraina né se stessa. Il Consiglio europeo ha scartato l'ipotesi di un prestito di riparazione utilizzando gli asset russi congelati: ma nell'imminenza del vertice l'Ue ha deciso di immobilizzarli a tempo indeterminato. E lo ha deciso con una procedura inaspettata: finora il congelamento dei beni della Banca centrale russa veniva rinnovato ogni sei mesi, con voto all'unanimità. Questa volta, invece, si è deciso di invocare poteri di emergenza facendo riferimento all'articolo 122 del Trattato dell'Ue, con un voto a maggioranza qualificata (ovvero 5 Paesi che rappresentino il 60 per cento della popolazione europea). Significa porre fine al ricatto del veto di Paesi come l'Ungheria. Si tratta di una procedura di cooperazione rafforzata, che potrebbe essere adottata anche in futuro, quando si tratterà di finanziare la difesa. Per quel che riguarda invece la decisione di rinviare la firma dell'accordo di libero scambio del Mercosur, la posticipazione a gennaio è incomprensibile. L'accordo con i 4 Paesi (Brasile, Argentina, Urugay e Paraguay) è stato raggiunto nel dicembre del 2024. Le misure di reciprocità e quelle di tutela fitosanitaria ci sono già. Tanto la Commissione Ue che il Parlamento europeo hanno deliberato garanzie ulteriori e misure di salvaguardia per l'agricoltura europea, oltre ad ingenti fondi di sostegno a compenso degli agricoltori. Anche per il tanto temuto accordo Ceta con il Canada venne istituito un fondo multimiliardario: ma non è mai stato utilizzato, perché ha avuto effetti favorevoli per l'Ue. Ma a cosa serve il rinvio sul Mercosur? La presidente del Consiglio Meloni ha affermato che il tempo verrà usato per spiegare meglio l'accordo al mondo agricolo. La ratifica è stata impedita dalla posizione dell'Italia, che peraltro sarà tra i maggiori beneficiari sul versante manifatturiero e nell'industria agroalimentare. Meloni ha garantito al presidente brasiliano Lula che la firma ci sarà. La Francia manterrà la sua opposizione, quindi il ruolo italiano sarà decisivo, poiché firmando renderà impossibile a Parigi la costruzione di una minoranza di blocco. Ne va della credibilità dell'Europa, in un momento in cui stiamo negoziando nuovi accordi con Paesi come l'India. L'accordo Mercosur, nell'era dei dazi di Trump, ha un enorme valore strategico: significa diversificare i mercati, garantirci l'approvvigionamento di materie prime e terre rare in Paesi come il Brasile, in un momento in cui gli Usa rivendicano una loro preminenza sull'Emisfero occidentale.
La nuova Strategia di Sicurezza Nazionale Usa guarda all'Unione europea come un partner scomodo: l'obiettivo è disgregarla, poiché unita decide e fissa regole sgradite. La difesa del sovranismo nazionale è in realtà un invito al ritorno all'Europa dei Paesi, con cui è più facile trattare mettendoli sotto pressione. Questo prova che l'Ue è un attore che conta. Sui rapporti commerciali c'è un esplicito richiamo affinché l'Unione europea apra i propri mercati a beni e servizi Usa, riservando loro un trattamento equo: ma l'Ue è già una delle areee più aperte al commercio internazionale. Ed ha subito proprio da parte degli Usa un innalzamento delle barriere commerciali, sotto il ricatto si un ritiro del contribuato Usa al sostegno dell'Ucraina. Gli Usa vedono un ostacolo l'esistenza di un blocco che fissa regole comuni su scambi, sicurezza, difesa, concorrenza. Anche sul fronte della competizione tecnologica evocata dall Strategia di Sicurezza Nazionale, va rimaarcato che le imprese Usa dominano il mercato Ue: le loro piattaforme, le infrastrutture, le catene tecnologiche controllano il mercato europeo al 70-80 per cento. La multa di 120 milioni di euro a X è stata vissuta come un affronto politico: non soltanto dall'azienda colpita, ma direttamente dall'Amministrazione Trump. E se è vero che l'Ue è imbrigliata da regole a volte stratificate e che è necessaria una semplificazione, non si può pretendene uno smantellamento. La competizione deve svolgersi nel quadro di regole che l'Europa elabora in piena sovranità. Anche sul terreno dei mercati finanziari, dove gli Usa sono leader mondiali, non si può ignorare che costituiscano una leva fondamentale di potere: il dollaro è un pilastro del sistema mondiale, nello spazio economico europeo le grandi banche d'affari Usa sono predominanti, come gran parte delle carte di credito circolanti nel nostro continente. Inoltre gli Usa stanno investendo sulle monete digitali ed hanno affidato ad un sistema privato le stable coins: si punta ad un uso diffuso di questi 'gettoni digitali' per le transazioni e gli acquisti, con l'obiettivo che il dollaro conservi assoluta centralità: oltre il 99 per cento delle stable coins è in dollari. Ed è anche diventato un modo per finanziare il grande debito Us. L'Ue non può restare a guardare, deve investire sull'Euro digitale, aumentare l'integrazione monetaria e dei capitali, puntare ad un ruolo internazionale per l'Euro. E' necessario riconoscere che esiste ormai una divergenza d'interessi tra Ue e Usa, difendere la nostra sovranità, presentarsi agli Usa come soggetto unico, capace di negoziare, ritrovare una forza politica unitaria anziché tentare di lusingare Trump
Radio Radicale. 8/12/2025 10:59:37
Il cancelliere tedesco Merz invoca flessibilità sul regolamento che imporrebbe l'abbandono dei veicoli a motore endotermico entro il 2035. Si attende una decisione della Commissione europea, prevista per il 10 dicembre. La posta in gioco è alta, poiché il settore trasporto rappresenta il 20 per cento delle emissioni in Europa. Pressioni dei gruppi industriali per rinviare la scadenza del 2035. Il settore automotive in difficoltà: c'è un ritardo nella strategia per il passaggio dai veicoli a combustione all'elettrico; la domanda resta bassa per entrambe le categorie di veicoli; il prezzo dell'energia è salito a seguito della guerra in Ucraina; la concorrenza cinese sull'elettrico è elevatissima, soprattutto sulle utilitarie. Ma il nostro continente è in grave ritardo nelle infrastrutture anche avrebbero dovuto sorreggere il passaggio all'elettrico, a partire dalle cosiddette 'colonnine'. Se i veicoli elettrici resteranno costosi, potranno permetterseli solo i ceti medio-alti, mentre quelli svantaggiati dovranno accontentarsi di un parco macchine usato e con ritardo tecnologico. Un tema che le destre europee, fortemente contrarie al Green Deal, potrebbero agilmente cavalcare. Il rischio è che i costi della transizione ecologica si ripartiscano in modo ineguale. Se però si abbandonasse il target del 2035, si metterebbe a rischio un settore che ha investito nel passaggio all'elettrico, impiegando un milione di lavoratori. E i costi della decarbonizzazione si scaricherebbero su altri settori, come edilizia e industria pesante. Al momento la Germania non chiede di posticipare la scadenza. Ma comunque non potrà essere la sola Commissione a decidere, visto che il regolamento è stato approvato da Consiglio e Parlamento Ue, a seguito di una faticosa trattativa. Se è sconsigliabile un rinvio della data di entrata in vigore del regolamento, è ragionevole trovare una formula di transizione, mantenendo il target ma ampliando la definizione di veicolo a basse o nulle emissioni o includere i veicoli ibridi, come chiede la Germania. Ma intanto è essenziale elaborare una strategia industrialle credibile, investire su infrastrutture, concedere incentivi ai produttori e ai consumatori (alemano a quelli meno abbienti), mettere in piedi una filiera produttiva che sostenga il passaggio all'elettrico. La Cina è riuscita in questo intento ed anche la Corea sta facendo progressi. È necessario rendere conveniente il passaggio all'elettrico. Ed evitare di tenere in vita un'industria ed una tecnologia che diverranno obsolete nel giro di pochi anni, a tutto danno dei consumatori europei
Limiti e successi della Cop30 in Amazzonia. Nella dichiarazione finale, sottoscritta da oltre 190 Paesi, non si fa menzione dell'impegno alla riduzione dell'uso dei combustibili fossili. È il risultato dell'azione di pressione fortissima esercitata dai grandi produttori di energia da fonte fossile come Arabia Saudita e Russia. E tuttavia non si può considerare questa Cop30 un fallimento, se si tiene presente il contesto geopolitico in cui si è svolta e l'assenza degli Stati Uniti, che hanno deciso il ritiro dagli Accordi di Parigi. Il vertice ha dimostrato che il multilateralismo è salvo. Un importante risultato è stato raggiunto con l'impegno alla creazione di un gruppo di cooperazione con i Paesi meno sviluppati per l'implementazione dei loro piani climatici attraverso un supporto tecnico-politico. Altro risultato degno di attenzione è la decisione di triplicare i fondi ai Paesi in via di sviluppo entro il 2035 per sostenere le politiche di adattamento climatico. L'Unione europea ha avuto un ruolo di primo piano alla Cop30, poiché si è battuta perché si arrivasse ad una dichiarazione che fosse sottoscritta dai Paesi partecipanti. Ed ha difeso la tassa europea sul carbonio, la CBAM, che colpisce chi produce all'estero senza rispettare i limiti alle emissioni. Sulla posizione dell'Ue hanno pesato le divisioni, effetto delle pressioni esercitate dalle forze politiche di destra ed estrema destra contrarie alla transizione ecologica e al Green Deal
Un clima di pessimismo aleggia sulla Cop30, ls Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. I segnali di arretramento non mancano: non sono sufficienti i piani dei Paesi parte per la conversione da gas e petrolio verso le energie rinnovabili per raggiungere il livello di 1,5 gradi di riscaldamento; l'altissimo livello di caldo registrato negli ultimi tre anni ha creato molti danni; soltanto un terzo delle revisioni dei piani da aggiornare ogni cinque anni è stato presentato dai Paesi. La situazione geopolitica non è certo favorevole: gli Stati Uniti di Trump hanno abbandonato gli accordi di Parigi, le guerre in corso non facilitano l'opera, il prezzo dei fossili è aumentaro. Si è poi rafforzata la pressione delle lobby delle grandi compagnie produttrici di combustibili fossiIi, tanto che alla Cop30 si sono registrati in circa 1600. Se questa è la tendenza, è pur vero che non si deve sottostimare quel che si è realizzato in questi anni. Non siamo in linea con gli obiettivi di contenimento all'1,5 gradi del riscaldamento, ma prima della conferenza di Parigi il livello raggiunto si attestava sui 4 gradi. Altro dato importante è che le nuove tecnologie per le energie rinnovabili hanno avuto un grande successo: oggi più del 90 per cento della capacità elettrica installata funzionerà con energie rinnovabili e non combustibili fossili, perché le prime sono più convenienti. Un altro esempio positivo è la frenata alla deforestazione del polmone dell'Amazzonia. Ed altri Paesi stanno seguendo l'esempio brasiliano. Gli Usa non partecipano? Forse è meglio, poiché la presenza di Trump sarebbe un ostacolo alla sigla di patti importanti. In Europa è diventata fortissima la contestazione delle destre al Green Deal. La frenata è innegabile: lo dimostrano tanto il rinvio di un anno, al 2028, dell' l’attuazione del sistema ETS 2 sul carbonio che riguarda la combustione di carburanti negli edifici e nei trasporti; passi indietro anche sulla limitazione all'uso dei pesticidi. Ma non si può affermare che l'Europa abbia abbandonato la leadership climatica: l'impegno alla riduzione delle emissioni resta amibizioso, poiché si colloca tra il 66 e il 72 per cento in dieci anni. L'architettura del Green Deal resta in piedi, poiché molte delle norme-chiave su energia e industria sono state adottate o sono in fase di implementazione. È opportuno rimediare agli errori compiuti nella lotta al cambiamento climatico, che ha alimentato l'opposizione di chi ne denuncia i costi sociali e per le imprese europee. Come conciliare l'impegno alla diminuzione delle emissioni con la crescita della competitività, facendosi carico dei costi sociali. Meno regolamentazione, più incentivi, più investimenti in sviluppo delle nuove produzioni
Una sconfitta per Donald Trump il primo test elettorale dopo il suo insediamento alla Casa Bianca: i dem ottengono vittorie nette, da Mamdami sindaco socialista di New York alle centriste Mikie Sherrill e Abigail Spanberger, neogovernatrici rispettivamente di New Jersey e Virginia. Gli americani hanno votato con il portafoglio: in cima alle loro preoccupazioni ci sono i prezzi dei beni di largo consumo, gli alti costi degli affitti, i salari bassi. Tutti temi che i dem hanno affrontato in una campagna elettorale pragmatica. Da mesi il consenso di Trump è in discesa, soprattutto sui temi economici, su cui aveva puntato. Il costo della vita è stato il tema centrale. Trump non è stato in grado di tener fede alle promesse fatte da candidato: sconfiggere l'inflazione, far scendere i prezzi. Ma l'inflazione resta intorno al 3 per cento, i salari non sono cresciuti e il potere d'acquisto non è aumentato. Il costo della vita è troppo alto per milioni di persone e quel che ha fatto perdere Kamala Harris vale ora per Trump. Il presidente ha puntato in questi mesi su immigrazione e politica estera, ma agli americani interessa l'economia. E negare la sconfitta attribuendola all'assenza del suo nome sulla scheda elettorale o continuare ad affermare che l'economia va benissimo e che la politica dei dazi ha portato ingenti entrate nelle casse dello Stato significa negare la realtà. Accadde in qualche modo anche a Biden: l'economia andava bene, ma il costo della vita era aumentato. Tra 12 mesi il test decisivo delle elezioni di Midterm: se i Repubblicani perderanno il controllo della Camera, la politica di Trump troverà un ostacolo che ora non c'è. E potrebbe diventare un'anatra zoppa. È molto probabile che tassi di interesse, mutui, costo del credito, salari, resteranno un tema centrale anche nelle elezioni di Midterm. Anche perché l'economia continua ad avere un andamento poco prevedibile. Non si sono verificati recessione o impennata dell'inflazione, paventati da alcuni. Tuttavia desta preoccupazione l'arrivo di una possibile bolla legata ai titoli delle big tech che hanno investito nell'Intelligenza Artificiale: la sproporzione tra utili e capitali investiti potrebbe rivelarsi fatale
Al vertice in Corea del Sud, Trump e Xi Jinping preannunciano un accordo per una tregua di un anno sulla guerra dei dazi. Scenderanno dal 47 al 45 per cento le tariffe applicate alla Cina. Pechino sospenderà per un anno le restrizioni all'export di terre rare (e il commissario Ue al Commercio Sefcovic fa sapere che varrà anche per l'Unione europea). Xi non ha stravinto: ci sono state reciproche concessioni, per usa e Cina si tratta di una de-escalation tattica. Trump è alla seconda marcia indietro, dopo la prima compiuta su pressione delle grandi catene commerciali. Il decoupling tentato da Cina e Usa non è praticabile. Ma che effetti avrà l'intesa sull'Ue? Le barriere tariffarie imposte dagli Usa alla Cina restano comunque alte, tra il 47 e il 45 per cento: le esportazioni di Pechino incontreranno quindi un ostacolo e potranno riversarsi sull'Unione europea. Il mercato interno cinese non riesce ad assorbire la sovrapproduzione in eccesso: è il risultato di una scelta politica che tiene bassa la domanda e i salari. L'Europa è una delle destinazioni della sovraccapacità cinese: ed è un fenomeno già in atto, poiché il mercato europeo è già la prima destinazione delle auto elettriche di Pechino e la nostra dipendenza per le batterie, le tecnologie legate a solare ed eolico si è consolidata. Le barriere tariffarie Usa resteranno, l'Ue le ha al 15 per cento con la Cina. Va poi considerato il ruolo svolto in una triangolazione delle merci cinesi da Vietnam o Thailandia. L'Ue non può prescindere dalla Cina, ma bisogna costruire un rapporto funzionale che serva anche gli interessi Ue. Un'eccessiva dipendenza dalle terre rare, che ricorda quella che l'Ue aveva con l'energia importata dalla Russia. E' necessario investire sulla costruzione di un'autonomia, conquistare maggiore reciprocità nei rapporti economici con la Cina. Proseguire sulla via già scelta dall'Ue, che ha imposto dazi sulle auto elettriche e mobili cinesi. Fondamentale resta la diversificazione dei mercati. L'Europa deve elaborare una risposta al più presto, senza attendere la fine della tregua di un anno, perché potrebbe ritrovarsi alla fine del percorso ad una intesa Usa-Cina che la stritolerebbe.
I dati macroeconomici dell'area euro restano deludenti, secondo le previsioni di crescita dell'FMI: buoni i dati relativi a Paesi del Sud come Spagna, Portogallo e Grecia. Ma finché non ripartiranno le grandi economie francesi e tedesca, l'Europa non potrà crescere. Segni di ripresa dell'economia tedesca dopo due anni di recessione: l'indice PMI (Purchasing Managers Index) registra un aumento degli ordini delle imprese. E' soprattutto il settore dei servizi nel settore privato a trainare questa ripresa: ristorazione, turismo, costruzioni, servizi alle imprese. Nell'industria manufatturiera, al contrario, non ci sono segni positivi. La situazione resta fragile, ma ci si attende una spinta alla crescita dal piano di spesa di 500 miliardi di euro destinati ad infrastrutture e difesa. La Francia si conferma la malata d'Europa, scossa com'è da turbolenze politiche interne. L'economia europea si confronta con cambiamenti epocali: la fine dell'energia a buon mercato, l'incapacità della Cina di assorbire la nostra produzione e riversa nell'Ue le merci che non riesce a consumare, la rivoluzione digitale. Le grandi imprese manufatturiere si ritrovano con capacità tecnologiche invecchiate: servono investimenti in servizi avanzati ad alta tecnologia. Ma è una rivoluzione che non è possibile effettuare su scala nazionale. Serve integrazione: la via indicata da Mario Draghi nel suo discorso di Oviedo va in questa direzione. Il 'federalismo pragmatico' cui l'ex presidente della BCE ha fatto riferimento può attuarsi attraverso 'coalizioni di volenterosi', ovvero cooperazioni rafforzate su settori strategici: è il caso della difesa o delle infrastrutture. L'Europa non può permettersi di restare ferma, in attesa che si trovi l'accordo a 27. Un'integrazione sta già avvenendo nel settore difesa, campo in cui si possono coinvolgere anche Paesi extra Ue come la Gran Bretagna. Gli ostacoli più resistenti sono opposti da forze e partiti nazionalisti: se è vero che non si battono più per l'uscita dall'Europa, queste forze chiedono che l'Ue faccia poco ed esercitano un'azione di freno nei confronti dei Paesi che potrebbero procedere verso una maggiore integrazione
La legge di bilancio del governo Meloni: 18,7 miliardi di euro, una manovra prudente, che poco effetto avrà sulle prossibilità di crescita. Dopo la fiammata post-Covid, l'economia italiana si è fermata. Positive le misure di equità sociale e l'aumento di fondi per la sanità. Il percorso stretto imposto dai parametri europei, una politica fiscale responsabile e il miglioramento dei conti pubblici che porterà l'Italia fuori dalla procedura d'infrazione per deficit eccessivo. Ma questo aggiustamento è stato pagato anche dai cittadini, con il cosiddetto fiscal drag: per effetto dell'inflazione, i salari nominalmente aumentano, ma il potere d'acquisto no. Eppure si pagano aliquote fiscali maggiori, che garantiscono nuove entrate all'erario.L'inflazione, tassa iniqua. La pressione fiscale rimane alta. Ma soprattutto, la manovra avrà un trascurabile impatto sulla crescita economica. A differenza di altri Paesi dell'area sud d'Europa, come attestato dalle previsioni del FMI: la Spagna con un 3,2 per cento, la Grecia e il Portogallo con un 2 per cento. L'Italia, in quest'area, fa eccezione. Il capovolgimento dei motori di crescita in Europa: quelle che erano le locomotive come Germania e Francia, arrancano; mentre i Paesi dell'area sud, risolta la loro situazione fiscale difficile per via di un forte indebitamento, hanno buone dinamiche di crescita. Cosa manca all'Italia: è la crisi del comparto industriale a frenare la crescita. Rappresenta il 23 per cento del Pil italiano, ma la produzione è diminuita, tornando al livello del 2020. La manovra stanzia per il comparto circa 8 miliardi, ovvero un terzo della richiesta avanzata da Confindustria per un piano di rilancio. Servirebbero risorse adeguate per affrontare la riconversione dell'economia in atto e gli alti costi dell'energia, investimenti per le trasformazioni indotte dall'Ia. La mancata crescita mette a rischio anche i risultati positivi ottenuti con la discesa del deficit. E il debito pubblico continuerà a gravare sulla nostra economia. Spagna e Portogallo offrono un esempio contrario: stock del debito in discesa grazie a crescita economica e investimenti.
Il meeting annuale promosso da FMI e Banca mondiale a Washington tra il 13 e il 18 ottobre presenterà le previsioni sull'economia mondiale. Secondo le anticipazioni già circolate, le due organizzazioni avrebbero constatato una buona resilienza dell'economia mondiale in questa prima metà del 2025: l'andamento è stato migliore di quanto si temesse dopo l'inizio della politica protezionistica dell'amministrazione Trump. Le ragioni della resilienza risiedono nella spinta agli acuisti e alla creazione di scorte da parte di imprese e consumatori, preoccupati dall'innalzamento delle tariffe; nella persistenza di esenzioni dai dazi di circa metà delle importazioni; nelle condizioni finanziarie che si sono ristabilite dopo il terremoto del Liberation day, con vendita di titoli di Stato Usa ed ora tornate positive per effetto del rialzo delle azioni dei mercati borsistici, alimentato dal ciclo di investimenti in tecnologie digitali e Ia. Ma secondo il Fmi le condizioni positive potrebbero gradualmente venir meno, una volta esauriti gli effetti delll'accumulazione delle scorte. E le aziende Usa che hanno importato non potranno continuare a tener ridotti i loro margini per evitare di riversare i costi dei dazi sui consumatori. Gli esperti del Fmi temono anche una sorta di bolla legata all'Ia. E prevedono, per il 2026, un ridimensionamento nelle aspettative di crescita dell'economia. Sia per gli Usa, dove si è scesi già dal 3 per cento pre-Trump e ci si avvia verso un 2 per cento. Soprattutto ci sono timori di una ripresa dell'inflazione, che ha fermato la sua discesa verso il 2 per cento ed ha ripreso a salire. Un dato che potrebbe contare soprattutto al momento delle elezioni di Midterm. Per evitare una fiammata dell'inflazione, servirebbero scelte opposte a quelle che sta compiendo l'amministrazione Trump, ovvero correzione del deficit e contenimento del debito pubblico. In Cina l'andamento dell'economia resta positivo, la crescita si attesta intorno al 5 per cento. Ma il rallentamnento c'è, poiché il modello cinese prevede grandi investimenti ma produce un eccesso di beni che il basso livello dei consumi interni non riesce ad assorbire e che vengono esportati sui mercati esteri. Il vero motore dell'economia resta l'India, che ha un tasso di crescita del 6-7 per cento ed è alimentata dalla domanda interna. L'economia euroopea resta il vaso di coccio che rischia di fare le spese della tensione Usa-Cina. La crescita resterà modesta, meno dell'1 per cento. Ma all'interno del continente europeo si constata un capovolgimento sui motori di crescita: il centro-Nord, ovvero Francia e Germania, arretrano, mentre i Paesi del Sud come Spagna, Portogallo e Grecia registrano un tasso del 2 per cento di crescita. Quanto all'Italia, la crescita resta debole, malgrado la stabilità di governo e gli effetti positivi degli investimenti del Pnrr
Il vertice informale Ue di Copenaghen dedicato alla difesa europea e al sostegno all'Ucraina. Il progetto di costruzione di un muro anti-droni e l'utilizzo delle riserve russe congelate tra i temi discussi: malgrado il vertice si sia chiuso senza decisoni operative - che sono state rinviate al Consiglio Ue del 23 e 24 ottobre - non si può dire che l'Unione europea sia al punto zero sulla difesa. A partire dall'impegno di aumentare le spese militari, come ci avevano chiesto, ben prima dell'arrivo di Trump, altri presidenti Usa. L'istituzione del fondo Save di 150 miliardi: prestiti a disposizione dei Paesi che vorranno usufruire per investire in difesa, con clausole di salvaguardia per consentire flessibilità. Si spenderà di più, ma sarebbe meglio spendere in comune. E' possibile farlo varando progetti comuni come il muro di droni. Si tratta di cosrtuire infrastrutture di difesa aerea, investire in intelligenza satellitare e nuove tecnologie, integrandosi con i sistemi Nato. Costruire in modo da poter proseguire anche nel caso gli Usa decidessero di tirarsi indietro. Sono progetti che andrebbero finanziati attraverso titoli di debito comune. Ma se non fosse possibile per l'opposizione di alcuni, il percorso alternativo è la creazione di un'organizzazione intergovernativa tra Paesi Nato disponibili a muoversi e trovare risorse comuni, sul modello della 'coalizione dei volenterosi'. L'ostacolo costituito dall'articolo 346 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea, che consente agli Stati di effettuare appalti nazionali nel settore difesa, ovvero un'esenzione dalle regole europee che li tiene al riparo dalla concorrenza. Servono invece un mercato europeo unico, standard comuni, appalti congiunti. Una soluzione possibile: un trattato intergovernativo ad hoc, che disegni un quadro giuridico di norme adeguato, siglato dai Paesi che si mostrino disponibili e che potrebbe essere allargato anche al Regno Unito. Un'iniziativa intergovernativa consentirebbe anche di superare le contestazioni alla Commissione europea Von der Leyen, accusata di aver travalicato i propri poteri scavalcando gli Stati nazionali, che rivendicano competenza esclusiva sulla difesa e la politica estera
Imprevista e imprevedibile la sortita di Donald Trump, che ha annunciato l'imposizione di nuovi dazi su farmaci, mobili, autocarri: potrebbero colpire anche l'Ue, che pure ha siglato solo due mesi fa un'intesa su tariffe al 15 per cento? Trump ha comunque minacciato un innalzamento delle tariffe come risposta alla multa che la Commissione Ue ha comminato a Google. L'atteggiamento erratico dell'Amministrazione Usa rende ancora più urgente per l'Ue il percorso di diversificazione dei mercati di sbocco per i nostri prodotti. Un test fondamentale di questo percorso è l'approvazione dell'accordo con i Paesi Mercosur, che potrebbe garantire l'esportazione di macchinari, auto, prodotti farmaceutici, ma anche servizi. Non si tratta solo di un accordo commerciale, ha un valore strategico altissimo, anche perché sono Paesi ricchi di terre rare, indispensabili per la transizione ecologica e digitale, di cui l'Ue si approvvigiona soprattutto in Cina. L'approvazione del Mercosur garantirebbe una sicurezza di approvvigionamento indispensabile in un'area che proprio la Cina sta conquistando importando terre rare ed investendo anche in infrastrutture. La ratifica è urgente, i vantaggi indiscutibili e la Commissione Ue ha risposto alle obiezioni degli agricoltori di Paesi come Francia e Polonia proponendo compensazioni e quote di importazioni limite su carne e prodotti agricoli. Un fondo di compensazione è stato messo a punto, sull'esempio di quello previsto nell'accordo Ceta con il Canada: e da quando quell'accordo è entrato in vigore, non un euro è stato utilizzato, le esportazioni Ue sono aumentate, portando vantaggi reciproci. La Commissione ha ben operato, rompendo gli indugi e inviando per la ratifica l'accordo a Consiglio Ue e Parlamento europeo. La Commissione ha deciso di spacchettare l'accordo: una parte su commerci e servizi verrà proposta all'approvazione di Consiglio Ue e Parlamento europeo e l'altra, più politica, verrà sottoposta al varo dei Parlamenti nazionali. Sulle richieste di reciprocità delle regole di rispetto ambientale il trattato fuga ogni dubbio. Più difficile resta l'accordo nella parte che concerne i diritti dei lavoratori. L'approvazione del Mercosur sarà il primo, fondamentale test per un'Unione europea che si voglia potenza anche regolatoria, in un'era di stravolgimento dei meccanismi internazionali di negoziazione e composizione dei contrasti
La Commissione europea propone il 19° pacchetto di sanzioni contro la Russia. Von Der Leyen prospetta il divieto di importazione di GLN russo entro la fine del 2026: "è ora di chiudere il rubinetto" dei ricavi dai combustibili fossili, con cui la Russia finanzia la guerra. Donald Trump si dice disponibile a sanzioni contro la Russia se i Paesi della Nato (o della Ue) smetteranno di acquistare petrolio russo e se imporranno tariffe tra il 50 e il 100 per cento a India e Cina, che lo acquistano. E' un pretesto del presidente Usa per evitare di nuocere a Putin? O il fallimento di ogni trattativa con la Russia per arrivare ad una tregua lo spingerà davvero ad un cambio di atteggiamento? Cina e India sono due partner da cui l'Ue non può prescindere. Con New Dehli la Commissione europea firmerà un accordo che permetterà una diversificazione indispensabile dopo i dazi imposti da Trump. Un negoziato complesso è necessario con la Cina, partner commercale fondamentale per le nuove tecnologie, che va coinvolto nella strategia di contrasto agli effetti del climate change. Una guerra commerciale con la Cina sarebbe devastante per l'Ue ma anche per gli Usa, come dimostra la retromarcia compiuta sotto la minaccia di interruzione di fornitura di terre rare. Il pacchetto dovrà essere adottato, risolvendo anche l'ostacolo dell'esenzione di cui godono Slovacchia e Ungheria al divieto di acquisto di petrolio russo. Il pacchetto amplia il numero delle navi della flotta ombra che commercia petrolio, ma perché funzioni serve la collaborazione degli Stati Uniti. Il pacchetto proposto dalla Commissione esaudisce peraltro anche molte delle richieste avanzate dall'amministrazione Trump che mirano a colpire i meccanismi di triangolazione con cui alcuni Paesi aggirano le sanzioni che gravano sul trasporto e commercio di petrolio con la Russia. Passi avanti sta facendo la Commissione anche in direzione dell'uso degli asset congelati della Banca Centrale Russa. Si sceglierà probabilmente la formula del prestito di riparazione. Perplessità delle istituzioni finanziarie e della Bce su un sistema di espropri. E' opportuno inasprire le sanzioni al più presto, approfittando dell'attuale debolezza dell'economia russa: se ha retto nei primi due anni dell'invasione grazie agli investimenti nel settore della difesa che l'ha trasformata in economia di guerra, ora non basta più, le entrate derivanti dall'energia sono diminuite, le sanzioni pesano, l'inflazione è risalita e il Paese è entrato in una fase di semirecessione. Bisogna approfittare di questa fase per costringere la Russia al tavolo negoziale
Il discorso sullo Stato dell'Unione di Ursula Von Der Leyen rappresenta un'ottima analisi dei problemi e delle sfide che attendono l'Unione europea: ma non indica con precisione quando e come realizzare gli obiettivi che si propone, poiché la Commissione si regge su una fragile maggioranza. Il filo rosso che lega il suo intervento è costituito dalla consapevolezza che l'Ue debba rendersi indipendente e conquistare una propria capacità politica. Ma molte delle scelte che renderebbero possibile l'indipendenza dell'Ue esigono una maggiore integrazione. E' il caso del settore energia: la frammentazione è causa di un costo in Europa superiore di due, tre volte, rispetto a quello negli Usa. L'aumento dei costi dell'energia causato dalla guerra in Ucraina ha provocato la perdita di centinaia dimigliaia di posti di lavoro. Servirebbero investimenti sulla connessione delle reti di trasmissione, che restano divise per ogni Nazione dell'Ue. Un altro campo fondamentale su cui l'Ue dovrebbe conquistare la sovranità è l'autonomia tecnologica, che è parte fondamentale dell'autonomia strategica. Se Von der Leyen parla di progetti comuni in materia di difesa, l'obiettivo non può essere spendere di più, ma spendere europeo. Lo stimolo dei rapporti Draghi e Letta è stato raccolto, ma finora è stato realizzato soltanto il 10-11 per cento degli obiettivi indicati. I progressi sulla via dell'integrazione sono frenati da divisioni fra Paesi europei, a loro volta divisi al loro interno e da divisioni nella maggioranza che sostiene la Commissione Von Der Leyen. Ma l'Ue, nell'epoca di Trump, rischia il suicidio politico se non si muove unita. La Commissione ha già i poteri e le competenze per compiere nuovi passi in direzione dell'integrazione: è il caso del completamento del mercato unico, verso cui si può procedere anche con maggioranza qualificata. Questa Commissione insegue troppo la ricerca di un minimo comun denominatore, ma è una strategia inefficace. Una prossima tappa in cui si potrà verificare se la Commissione intende fare proposte concrete sarà il summit di ottobre su mercato unico e mercato dei capitali
Conversazione con Paolo Guerrieri Paleotti. La Commissione Ue ha sanzionato Google con una multa di 2,95 miliardi di euro per violazione delle norme antitrust europee. Entro 60 giorni la società dovrà presentare un piano di misure da mettere in atto per eliminare le distorsioni della concorrenza che riguardano il comparto della pubblicità digitale: un settore che frutta 7 miliardi di ricavi e che, secondo la Commissione, presenta conflitti di interesse da sanare. Google sta affrontando anche negli Usa procedimenti analoghi, poiché una corte federale ha sollevato analoghe accuse di abuso di posizione dominante. L'Amministrazione Trump imputa all'Ue di aver agito in modo discriminatorio, minaccia ulteriori dazi e contesta qualsiasi forma di regolamentazione che sia di ostacolo alle Big Tech. All'interno della Commissione Ue si sono sollevate perplessità sull'opportunità di varare le sanzioni per timore di ulteriori ritorsioni da parte Usa: ma la vicepresidente con delega alla Concorrenza Teresa Ribera è riuscita ad opporsi alla proposta di rinvio caldeggiata tanto dal commissario al Commercio Sefcovich che dalla Presidente Von Der Leyen. Si tratta di difendere la sovranità legislativa delll'Unione europea. E' senza dubbio opportuno procedere sulla via delle eliminazione degli eccessi di regolamentazione che caratterizzano l'assetto dell'Unione europea: ma non si può confondere il piano di semplificazione burocratica, amministrativa, con una istanza di smantellamento delle nostre regolamentazioni, che garantiscono trasparenza e proteggono dai rischi cittadini ed imprese. Il freno alla competitività dell'Ue non è rappresentato tanto dall'eccessiva regolamentazione, quanto dalla frammentazione del mercato dei capitali e delle regole nazionali
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