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Radio Radicale - Il Mondo a pezzi

Author: Radio Radicale

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Podcast "Il Mondo a pezzi", Lunedì alle ore 10.00. Radio Radicale
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Gli incontri di Fmi e Banca mondiale a Bangkok. Le anticipazioni fornite la scorsa settimana dalla direttrice generale del Fmi Kristalina Georgieva: grande attenzione per l'aumento del debito globale. L'economia mondiale alle prese con la forza di fenomeni geopolitici che spingono alla frammentazione (competizione Usa-Cina, guerre in Iran e in Ucraina) e parallelamente con l'impulso agli investimenti in IA. Verso una nuova rivoluzione tecnologica, che muove grandi investimenti, scambi commerciali e consumi, consentendo che l'espansione continui. Cresce il costo del finanziamento del debito pubblico: gli Stati frontegggiano gli eggetti della frammentazione spendendo di più per contarstare l'aumento dei prezzi dell'energia. Nelle previsioni di Georgieva, il debito pubblico globale supererà il 100 per cento del Pil entro il 2030. La direttrice del Fmi ha sollecitato i Paesi ad economia avanzata con alto indebitamento ad elaborare piani credibili di risanamento fiscale a medio termine. Non un ritorno all'austerità, ma un controllo della spesa corrente. La resilienza dell'economia globale: la crescita continua, sarà superiore al 3 per cento. A sostenerla c'è la spinta agli investimenti nell'Ia, che però non è omogenea. In un primo gruppo, tra chi ne beneficia, ci sono Usa, Cina, India, produttori e fornitori di microprocessori, semiconduttori e robotica come Corea, Taiwan, Malesia. L'Europa paga la sua dipendenza dall'energia fossile e rischia di subire i costi della frammentazione geopolitica attraverso il rialzo dei prezzi dell'energia e dell'inflazione, senza beneficiare dell'impulso che all'economia sta dando l'Ia. Restano fuori dai benefici le economie più vulnerabili, poco sviluppate, che dipendono dalle energie fossili, non hanno margini di spazio fiscale e scontano l'aumento del prezzo dei fertilizzanti. La crisi nello Stretto di Hormuz è all'origine dell'aumento dei prezzi dell'energia, sebbene Trump affermi che dipenda dai bombardamenti ucraini alle raffinerie russe.
Il Ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti ha illustrato il Documento Programmatico di Finanza Pubblica e ha invitato ad avere un approccio prudente, in presenza di un contesto che ha definito "complesso", anche per effetto del rialzo di inflazione e tassi di interesse. Una manovra da circa 29 miliardi, con previsione di crescita per l'economia italiana per il 2026 dell'1 per cento, con rallentamento allo 0,8 per cento nel 2027 e dello 0,9 per cento nel 2028. La manovra resta rispettosa delle regole europee: la cautela si impone in presenza di un contesto mondiale difficile. Il debito globale è aumentato, il rialzo dei tassi di interesse si è accentuato dopo l'estate. Governi sempre più indebitati devono finanziare il debito a costi crescenti. I mercati chiedono l'aumento dei tassi di interesse poiché temono che il debito dei governi non possa essere sostenuto: per gli investitori è quello che si definisce un "premio per il rischio". Sarebbe opportuno aumentare le tasse e diminuire le spese, ma un aggiustamento simile è impensabile per ragioni elettorali. In questo momento l'Italia non è al centro del problema rialzo tassi di interesse e spread: è la Francia ad essere il "malato d'Europa": con un deficit che marcia verso il 6 per cento. Parigi affronta enormi spese per interessi e la situazione di incertezza politica non consentirà a breve un aggiustamento dei conti pubblici. Timori di contagio: si vendono titioli di Stato francesi, mentre la Grecia è riuscita in questi anni a ridurre il debito. L'Italia è esposta al contagio. Se è encomiabile la prudenza del governo Meloni, che peraltro utilizzerà la flessibilità concessa dall'Ue in misura inferiore rispetto alle previsioni, è pur vero che il problema del nostro Paese resta la crescita: lo stock del debito continuerà a crescere, attestandosi intorno al 138 per cento sia nel 2026 che nel 2027, per poi scendere nel 2028. Ma la combinazione tra bassa crescita e tassi di interesse molto elevati ci rende vulnerabili. Se il costo del debito, ovvero i tassi di interesse, supereranno la crescita, il debito aumenterà automaticamente. E' importante che l'Italia usi la flessibilità concessa per difesa ed energia non per spese correnti o sussidi, ma per investimenti in questi settori
Il Professor Paolo Guerrieri Paleotti, economista già senatore e Docente alla Paris School of International Affairs Sciences-Po (Parigi) e alla Business School dell'Università di San Diego (California), analizza i risultati del vertice USA - Cina, con particolare riguardo alle ricadurte per l'economia europea
Nel suo discorso sullo Stato dell'Unione, la presidente della Commissione Ue Ursula Von Der Leyen ha ribadito che rilanciare l'economia europea è "la priorità assoluta". Le è stato rimproverato di non aver lanciato nuove iniziative su questo campo. Von Der Leyen ha richiamato i rapporti Draghi e Letta sulla produttività e il completamento del mercato unico. "Un'Europa, un mercato": la presidente ha ricordato che è stato raggiunto un accordo politico su questo obiettivo ed ha sottolineato che ora questa revisione storica del mercato unico va completata. Ma il vero interlocutore del discorso della Von Der Leyen sono gli Stati e i governi nazionali: sono loro a dover realizzare le molteplici proposte avanzate dalla Commissione o implementare quelle ormai condivise tanto dall'esecutivo Ue che dal Consiglio e dal Parlamento europeo (come è il caso della stessa road map "Un'Europa, un mercato", sottoscritta lo scorso aprile). L'analisi dell'istituto Epic (European Policy Innovation Council) sull'implementazione delle misure sollecitate dal rapporto Draghi rileva che, a due anni di distanza, è stato attuato solo il 15 per cento delle raccomandazioni e che il 26 per cento è in fase di attuazione. A leggere quei numeri, diventa lampante che quel che è stato realizzato era di iniziativa o di competenza della Commissione Ue. L'esecutivo ha potuto procedere su difesa, Intelligenza artificiale, materie prime strategiche. Quando invece si tratta di superare le competenze nazionali, è stato difficile avanzare poiché i governi nazionali sono restii a cedere potere. Anziché procedere in direzione di una politica industriale europea, gli Stati hanno investito sul sostegno alla propria. E inevitabilmente si sono create delle disparità, perché possono permetterselo solo alcuni fra i Paesi Ue, come è il caso della Germania. Draghi aveva sollecitato la mobilitazione di 750-800 miliardi di investimenti addizionali pubblici e privati per poter recuperare i ritardi Ue nella crescita, ma molti Paesi Ue si sono opposti alla creazione di debito e finanziamenti comuni. Il rapporto Draghi insisteva poi sulla necessità di fare passi avanti sulla governance: ma i processi decisionali restano impigliati nella frammentazione, la regola dell'unanimità non è stata superata. Al contrario, gli Stati hanno spesso rimproverato alla Commissione di aver preso l'iniziativa su materie in cui le competenze sono nazionali. L'unico ambito in cui i governi sembrano concordare è quello della semplificazione e della sburocratizzazione. Ma la semplificazione non può certo sostituirsi ad una politica di integrazione indispensabile per la crescita della produttività europea.
Continua a crescere il prezzo del petrolio, per effetto della guerra in Medio Oriente. L'attacco degli Houthi alle infrastrutture dell'Arabia saudita e le loro incursioni nello stretto di Beb-el Mandeb mettono a rischio un passaggio alternativo rispetto a quello di Hormuz. L'aumento dei prezzi del petrolio potrebbe attestarsi su livelli elevati, tenendo alta l'inflazione. Le banche centrali dovranno quindi decidere se aumentare i tassi di interesse. Dovrà prendre una decisione mercoledì il board della Federal Reserve: il presidente Kevin Warsh, nel suo primo discorso a Jackson Hole, non aveva escluso un rialzo dei prezzi, ma proprio in questi giorni Donald Trump è tornato a ribadire che 'gli Usa dovrebbero avere i tassi di interesse più bassi a livello globale'. L'inflazione Usa ha superato il 3 per cento. E si teme che gli effetti dello shock energetico si trasmetta all'economia. Quel che questa settimana deciderà la Federal Reserve metterà alla prova la sua credibilità: i mercati ormai si aspettano un rialzo dei tassi. Se Warsh disattendesse a queste indicazioni, ci si chiederebbe se lo ha fatto per effetto di una diversa valutazione degli effetti dell'inflazione o per evitare l'ira di Trump. Warsh si ritrova a dover decidere a meno di due mesi dalle elezioni di Midterm. Potrebbe scaricare le responsabilità sottolineando che è il board della Fed a decidere a maggioranza. Le sue decisioni hanno enorme rilevanza anche per le altre bance centrali. La Bce ha già deciso, la scorsa settimana, l'aumento dei tassi.
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