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Radio Radicale - Il Mondo a pezzi
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Un anno fa il 'Liberation Day': Trump dichiarava l'emergenza nazionale e imponeva dazi promettendo il ritorno in Patria dell'industria americana e la riduzione del deficit commerciale Usa. Ma a distanza di un anno la sua popolarità è nettamente in ribasso proprio a causa della sua politica economica. I dazi si sono trasformati in una tassa pagata dalle imprese e dalle famiglie statunitensi. L'imposizione di tariffe ha colpito le aziende Usa importatrici, che avevano davanti a sé due alternative: comprimere il proprio margine di guadagno o scaricare i costi sui prezzi al consumatore. E nel 95 per cento dei casi è stato inevitabile che crescessero i prezzi per i consumatori americani, come è agile constatare per beni come gli alimentari, le auto o i prodotti per la casa. È al supermercato che il cittadino Usa ha potuto verificare l'aumento dei prezzi. Era inevitabile che accadesse, perché molti beni non sono prodotti negli Usa. È stata la risposta sbagliata ad un problema reale, che è la deindustrializzazione: ma le tariffe non hanno certo riportato le aziende negli Usa, come promesso da Trump. Non c'è stata la crescita del settore manufatturiero e l'occupazione non è cresciuta in questo primo anno di presidenza. Altra promessa mancata: l'arrivo massiccio di investimenti esteri. I dati mostrano che sono inferiori rispetto al totale di quelli che sono stati effettuati tra il 2021 e l'inizio della presidenza Trump. Gli impegni assunti da Paesi stranieri sugli investimenti negli Stati Uniti sono rimasti bassissimi poiché il quadro caotico delle politiche commerciali, il caos di annunci sulla rimodulazione dei dazi, la sentenza della Corte Suprema che ha contestato il potere di Trump di imporli, ha generato un'incertezza tale da imporre prudenza ai potenziali investitori. Il deficit commerciale che il Presidente si riproponeva di ridurre è salito all'annuncio dei dazi, poiché le aziende hanno fatto scorte, temendo che i prezzi dei beni importati salissero per effetto dell'imposizione di tariffe. Nel complesso, però, alla fine del 2025 il deficit commerciale era pressoché uguale a quello dell'inizio della presidenza Trump. E se sono diminuite le importazioni dalla Cina, sono aumentate quelle da Vietnam o Malesia, per effetto di una triangolazione. I Paesi colpiti dai dazi, però, hanno reagito stipulando accordi commerciali alternativi, come è il caso del Mercosur per l'Unione europea
Le analisi e le previsioni di Ocse, Centro Studi Confindustria e Fmi concordano sostanzialmente sulla lettura dei danni e dei costi che la guerra in Medio Oriente sta provocando: il blocco dello Stretto di Hormutz, i danni alle infrastrutture energetiche e alle catene di approvvigionamento hanno già prodotto uno shock sui prezzi, facendo innalzare l'inflazione e imponendo un ridimensionamento delle aspettative di crescita globale. Resta concreto un rischio di stagflazione. Il passaggio di Hormutz è cruciale per l'economia mondiale: non solo sul fronte energia (il barile di petrolio è a 115 dollari e da inizio conflitto il prezzo si è elevato del 60 per cento), ma anche su settori come i fertilizzanti, l'alluminio e le materie plastiche. L'impatto sui mercati finanziari, che inizialmente si sono mostrati ottimisti, scommettendo su una rapida fine del conflitto: ma il blocco di Hormutz ha cambiato lo scenario, poiché quella che sembrava una crisi regionale ha riversato i suoi effetti sull'economia mondiale. Europa e Asia sono le aree più colpite, poiché hanno più elevata dipendenza dai combustibili fossili. La situazione dell'Eurozona dal punto di vista energetico è migliore rispetto all'anno dell'invasione dell'Ucraina, poiché in questi anni il continente ha investito sulle energie rinnovabili. Le previsioni sulla crescita economica nell'Eurozona: se il conflitto proseguirà, potrebbe esserci un forte rallentamento, non una recessione. Ma l'inflazione potrebbe avvicinarsi al 4 per cento. L'Italia resta il Paese più fragile nel confronto europeo: dpendiamo da importazioni energia molto più della media Ue, in particolare dal gas, che usiamo per produrre elettricità. Paesi del Sud dell'Ue come Spagna e Portogallo hanno investito più di noi nelle rinnovabili. Il Pil della Spagna nel 2025 è cersciuto del 2,8 per cento, ovvero quasi il doppio dell'Eurozona. L'Italia è cresciuta dello 0,5 per cento ed è uno dei pochi Paesi che rischia la recessione: se lo shock si protrae e il Pil continuerà a contrarsi, l'inflazione salirà e si passerà dalla stagnazione alla recessione. Noi siamo particolarmente colpiti dal rialzo dei prezzi dei fertilizzanti, che si riverbererà sui settori dell'agricoltura, agroindustriale e manifatturiero, che è già in crisi da tre anni. Il nostro Paese, inoltre, ha margini fiscali minimi, se non inesistenti, anche perché il nostro debito pubbico è rimasto al 137 per cento. Saranno necessari interventi temporanei, mirati, sui settori e le fasce di popolazione più colpiti. Ma resta prioritario raddoppiare gli sforzi per investimenti nelle rinnovabili: non si tratta solo di interventi per preservare l'ambiente, ormai è questione di sicurezza econonomica
Radio Radicale. 23/03/2026 11:37:21
La nuova guerra nel Medio Oriente: Trump l'ha iniziata senza alcuna pianificazione, puntando su un conflitto relativamente breve, da cui avrebbe tratto vantaggio sul piano interno in vista delle elezioni di Midterm. Invece gli Usa si ritrovano ora intrappolati in una guerra non solo militare, ma anche economica, che avrà ripercussioni sui prezzi, le bollette e il costo della vita. Il petrolio si tiene intorno ai 100 dollari. L'amministrazione non ha previsto la reazione dell'Iran, che si trova a combattere per la sopravvivenza ed ha quindi deciso la chiusura dello Stretto di Hormutz a centinaia di petroliere. E la decisione di Trump di colpire l'isola di Kharg potrebbe provocare una reazione ancor più letale Teheran. Al contrario di quanto promesso in campagna elettorale, gli Usa si ritrovano coinvolti in una nuova guerra, i cui costi verranno pagati dai cittadini americani ma anche dalle economie che nel mondo importano energia. Si prevede una ripresa dell'inflazione, un freno alla crescita e ci sono rischi di stagflazione. I sondaggi Usa indicano che i cittadini americani restano in prevalenza contrati a questa guerra che, nell aprima settimana, è costata 11 miliardi di dollari. E il fatto che gli Usa siano ormai autosufficienti dal punto di vista energetico, poco cambia: l'aumento del prezzo del petrolio è mondiale, dunque inevitabilmente si ripercuote su quello della benzina, che è passata da 2 a oltre 3 dollari. Trump ha tutto l'interesse a cercare una via d'uscita dal conflitto, ma è evidente che le sue scelte non coincidono con quelle di Israele: per Tel Aviv non è una crisi da contenere, non si tratta solo di azzerare le capacità militari dell'Iran o di Hezbollah, ma un'occasione storica per ridisegnare gli equilibri regionali. Neanche l'Iran è interessato ad una chiusura rapida della guerra, visto che ha nelle mani uno strumento potente come la chiusura dello Stretto di Hormutz: controllano uno snodo mondiale di energia e potrebbe scegliere di combattere fino alla fine. Per arginare i prezzi del petrolio, Trump ha preso la grave decisione di sospendere per 30 giorni le sanzioni sul petrolio russo: ma questa decisione non ha avuto alcun effetto, poiché i prezzi salgono per effetto dei rischi geopolitici e della chiusura dello Stretto di Hormutz. L'allentamento delle sanzioni alla Russia è uno schiaffo all'Europa, che intende mantenerle e che contrasta questa scelta, poiché risolleva le finanze russe. Ora Trump chiede ai Paesi che ricevono petrolio da Hormutz di farsi carico della protezione dei cargo: minaccia la Nato, chiede persino alla Cina di intervenire. Il Presidente Usa non ha consultato nessuno, eppure ora chiede di creare una coalizione per uscire da una trappola strategica fallimentare. E' importante che l'Unione europea offra una risposta unitaria. L'operazione è stata un fallimento anche perché con la seconda amministrazione Trump c'è stato un azzeramento della classe dirigente a livello diplomatico, militare, strategico. Centinaia di funzionari sono stati licenziati e il Presidente si circonda ora di personalità senza alcuna esperienza, accomunati dall'essere degli 'yes-men'
La chiusura dello Stretto di Hormuz e le ripercussioni sui prezzi dell'energia: se per il petrolio i rischi di un aumento sono connessi soprattutto a quanto sarà circoscritto il conflitto con l'Iran poiché ve n'è in abbondanza, per il gas GNL non c'è eccesso di offerta e tanto l'Ue che il nostro Paese hanno un alto livello di dipendenza da quello in arrivo da luoghi come il Qatar. Emerge la nostra vulnerabilità nella dipendenza dai combustibili fossili. L'Italia, con il ministro Urso, ha chiesto la sospensione del sistema Ets, il mercato europeo delle quote di emissioni, un pilastro della politica europea da venti anni, che ha dimostrato la sua efficienza in termini di riduzioni. Per giunta il nostro Governo, con il Decreto bollette, si ripropone di rimborsare i produttori termolettrici dei costi che hanno sostenuto per acquistare le quote di emissioni. Altri Paesi europei hanno chiesto una modifica del sistema Ets, ma la sospensione è un errore perché genera incertezza nel meccanismo. E se viene meno Ets, cade anche il CBAM (Carbon Border Adjustement Mechanism), introdotto a gennaio, che pone un freno alle delocalizzazioni in Paesi con meno vincoli sulle emissioni. L'Ue ha avuto un ruolo pioneristico sul mercato delle quote di emissioni, che è un incentivo verso la transizione energetica. Perderebbe questa credibilità. Undici Paesi europei hanno chiesto una modifica all'Ets perché garantisca maggiore stabilità dei prezzi, una miglior gestione delle quote gratuite alle imprese per abbassare i costi. L'Ets ha consentito di accumulare risorese economiche ingenti: nel 2024 sono stati raccolti circa 40 miliardi di euro in quote di emissioni. Gli Stati dovrebbero utilizzarli per sussidiare la transizione delle aziende energivore. Ma in realtà incassano e devolvono solo il 5 per cento a questi scopi. Nel nostro Paese il caro energia è un problema fondamentale, poiché il prezzo dell'elettricità è molto più alto che altrove: costa il doppio che in Spagna. Ma non dipende dagli Ets, che per il ministro Urso rappresentano 'una tassa a carico delle imprese': noi abbiamo investito pochissimo nelle rinnovabili, abbiamo una dipendenza eccessiva dal gas. È necessario spostare la produzione di elettricità dagli idrocarburi alle rinnovabili
La Corte Suprema ha bocciato i dazi imposti da Donald Trump, che aveva invocato l'International Emergency Economci Power (IEEPA) del 1977. E il presidente ha risposto con un decreto che impone dazi al 15 per cento sulle importazioni da qualunque Paese. Varranno 150 giorni, poi servirà il voto del Congresso per rinnovarli. La decisione della Corte è di importanza capitale, ma ora si apre una fase di grande incertezza, non solo negli Usa. Trump ha reagito con violenza, denigrando i giudici e denunciando interferenze straniere sulla loro decisione. Nessun presidente prima di lui aveva fatto ricorso all'IEEPA. La sua interpretazione estensiva dell'emergenza non aveva alcun fondamento. E' alla ricerca ossessiva di poteri che la Costituzione non gli conferisce. I dazi sono a tutti gli effetti tasse sui contribuenti americani. E il potere di imporre tasse passa per il Congresso. Ora Trump invoca la sezione 122 del Trade Act del 1972: nessun Presidente lo aveva fatto prima di lui. Comporterà l'applicazione di un dazio uniforme del 15 per cento. Con l'effetto paradossale che a guadagnarci saranno Paesi come la Cina (cui erano stati imposti dazi al 100 per cento) o il Brasile (50 per cento), mentre alleati storici degli Usa come Ue, Regno Unito e Giappone saranno penalizzati. Restano in vigore i dazi su alluminio, acciaio e auto, che colpiscono soprattutto gli europei. L'Ue aveva sottoscritto a luglio in Scozia un accordo al 15 per cento ed ora emergono le prime divisioni, poiché la Francia invita a rimetterlo in discussione. La bocciatura della Corte Suprema apre la strada alle richieste di rimborsi avanzate dagli importatori Usa penalizzati: le stime oscillano tra i 140 e i 200 miliardi sulle entrate tariffarie stimate. A pagare la politica dei dazi di Trump sono stati imprese e cosumatori. Il concorso alle coperture del deficit pubblico che, nelle intenzioni di Trump, avrebbe dovuto esser pagato da Paesi terzi e imprese estere, ammontava ad uno scarso 5 per cento di quel che servirebbe per ripagare il disavanzo pubblico. Crolla la strategia-chiave dei dazi su cui Trump aveva investito, promettendo il ritorno della produzione manufatturiera negli Usa, la diminuzione della dipendenza dall'estero e la riduzione del deficit commerciale. I dati economici raccontano tutt'altro: la produzione e l'oaccupazione manufatturiera non sono cresciute. La dipendenza dalla Cina è diminuita, ma solo grazie ad una triangolazione con Paesi come il Vietnam. Con questi risultati Trump dovrà affrontare le elezioni di Midterm a novembre. Il costo della vita non è diminuito (sono aumentate le spese sanitare e per l'istruzione, così come gli affitti). I repubblicani che dovranno affronatre il voto sono preoccupati e si sentono sollevati dalla decisione della Corte Suprema, poiché tra i penalizzati ci sono gli agricoltori degli Stati rurali, loro elettori.
Al vertice informale Ue con Mario Draghi ed Enrico Letta si è registrata una larga intesa sull'urgenza di recuperare competività e crescita per evitare di essere schiacciati tra Usa e Cina. Urgenza di emanciparsi dalla dipendenza dagli Stati Uniti per difesa e tecnologie e parallelamente da Pechino per materie prime critiche e tecnologie green. La crescita economica è indispensabile per avere le risorse necessarie a realizzare gli obiettivi enunciati al vertice. Positiva è l'enfasi sulla necessità di eliminare barriere interne: se il mercato è unificato sui beni industriali, non si può dire alterttanto del settore servizi, a partire da energia e connessioni Tlc, dove resistono 27 mercati frazionati. In queste condizioni, non si potranno creare quei 'campioni europei' più volte evocati: le tante startup europee devono poter trovare capitali adeguati sul mercato europeo, altrimenti continueranno a trasferirisi negli Usa. Un passo concreto su cui si sta impegnando l'Ue: il 28esimo regime per le imprese, che potranno registrarsi ed operare in qualsiasi Paese Ue senza scontrarsi con una frammentazione amministrativa. Altra decisione positiva del vertice: se non si troverà un accordo sul mercato dei capitali, si procederà con i Paesi disponibili. L'intervento del cancelliere tedesco Merz alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza: 'il vecchio ordine mondiale non esiste più' e l'Europa deve assumersi responsabilità, consolidare il pilastro Ue della Nato, ma riconoscendo che la sicurezza europea non coincide più automaticamente con quella degli Usa. Italia e Germania sollecitano deregulation e semplificazione. Un passo positivo, ma certo non basterà la semplificazione a far ripartire la crescita. Servono risorse che sostengano gli ambiziosi progetti di rilancio di Draghi e Letta sposati dall'Ue. L'enorme quantità di capitali privati che dall'Ue arriva negli Usa possono essere mobilitati solo se ci sono finanziamenti pubblici adeguati. Sorprende la posizione del governo italiano sugli eurobond: il nostro Paese dovrebbe attivarsi per mediare, di fronte all'opposizione tedesca, anche perché ha sempre tratto beneficio dagli investimenti comuni.
Il tonfo delle criptovalute. Un andamento da montagne russe: tetto record nell'ottobre dello scorso anno, la scorsa settimana un dimezzamento del loro valore. Trump ha promesso che avrebbe fatto degli Usa la capitale mondiale delle cripto, ha graziato criminali condannati per reati connessi al riciclaggio, la sua famiglia ha investito in questo settore. I bitcoin Trump e Melania hanno perso il 95 per cento del loro valore in un anno. A differenza delle stable coin, le cripto sono pure operazioni speculative: il loro valore è connesso alla domanda, non è ancorato ad un bene specifico e dunque c'è un'estrema volatilità. Le stable coin sono a tutti gli effetti valute digitali ancorate ad una moneta, mentre le criptovalute non sono legate ad un bene che faccia da ancora: le stable assicurano uno scambio 1 a 1, ad una stable corrisponde un dollari. I loro emettitori, in presenza del crollo, sdrammatizzano e parlano di oscillazioni fisiologiche, coniando l'espressione 'inverno delle criptovalute'. Cresce il timore che questo tonfo delle cripto si riverberi anche sulle stable coin: un effetto già visibile si trova nella richiesta di convertire le stable in dollari. Il mondo delle criptovalute: grandi investitori miliardari, organizzazioni criminali che hanno la garanzia dell'anonimato, ma anche semplici risparmiatori. I contributi alle campagne elettorali degli investitori di bitcoin. E ora gli emettitori chiedono di poter remunerare i guadagni in criptovalute. Lo scontro sulla regolamentazione tra il sistema bancario e gli emettitori di criptovalute
Trump ha nominato Kevin Warsh presidente della Federal Reserve. Subentrerà a Jerome Powell, il cui mandato scade a maggo e che è stato ripetutamente attaccato dal Presidente Usa per non aver abbassato sufficienza i tassi di interesse. Sollievo degli operatori, che temevano la nomina di Kevin Hasset, molto vicino a Trump e favorevole ad un abbassamento dei tassi fino all'1 per cento. ll nuovo presidente erediterà una Fed divisa al suo interno e assediata da Trump. Come si orienterà Warsh? Riuscirà la Fed a proteggere la propri indipendenza? Warsh, negli anni, ha cambiato orientamento: è stato un falco della politica monetaria, secondo l'orientamento tradizionale repubblicano e si contrappose all'amministrazione Obama criticandola per un eccessivo taglio dei tassi di interesse. L'ex presidente Powell è stato criticato per aver difeso l'ancoraggio delle scelte della Fed ai dati, rinunciando ad una visione strategica. I dati parlano di un'economia Usa che continua a crescere, ma l'occupazione scende e l'inflazione non decelera. Warsh è convinto che ci sarà un boom dell'Intelligenza artificiale grazie alle politiche espansive e ai tagli alle imposte di Trump. E che tutto questo si tradurrà in un aumento della produttività, portando alla riduzione dell'inflazione. La forte crescita, secondo Warsh, potrà quindi attutire l'effetto dei tassi di interesse, stimolando l'economia. Ma saranno il mercato e l'economia reale a decidere. Non è scontato che il presidente Fed si allinei totalmente ai voleri di Trump. Nel 2017 fu lui a scegliere Powell, che si è rivelato invece uno strenuo difensore dell'autonomia delle scelte della Fed. Le preoccupazioni sono legate anche al ruolo che la Fed ha sulle regole dei mercati finanziari, di cui rappresenta il supervisore: il rischio è quindi connesso alle spinte che potrebbero arrivare da Trump per una deregolamentazione per stimolare gli investimenti nell'IA. Non è comunque scontato che le pressioni siano accolte: i membri dell'Open Market Committee sono 12 e le decisioni devono ottenere la maggioranza. E' molto importante che il presidente Fed abbia l'autorevolezza necessaria ad un'opera di persuasione degli altri membri. La nomina di Wersh dovrà comunque essere approvata da una commissione del Senato. Thom Tillis, senatore repubblicano, ha fatto sapere che voterà a favore della nomina solo quando si sarà conclusa l'inchiesta avviata su Powell per aver mentito sulla ristrutturazione dell'edificio della Federal Reserve. In commissione i repubblicani hanno un'esigua maggioranza di 2 voti.
Il Presidente Trump moltiplica le iniziative e le prove di forza in campo internazionale, ma sul piano interno questo attivismo non si traduce in consenso. Il tasso di approvazione del suo operato da parte dei cittadini americani è ai minimi storici, oscillando tra il 36 e il 38 per cento. I sondaggi appaiono concordi nel registrare una disapprovazione delle sue politiche, con una media del 56 - 58 per cento. Nessun presidente nel primo anno di mandato ha ottenuto un livello di gradimento così basso. Ed è proprio sui risultati economici, che avrebbero dovuto essere il suo campo di battaglia, quelli su cui aveva promesso di invertire la rotta rispetto a Biden, che Trump arranca: si era impegnato a ridurre il costo della vita, i prezzi dei generi di prima necessità, ma così non è avvenuto e gli americani possono constatarlo al supermercato o quando pagano le bollette e gli affitti, o quando si rendono conto che il potere d'acquisto e i salari in termini reali non sono migliorati. L'inflazione non si è rialzata secondo le peggiori previsioni, ma si mantiene intorno al 2,7-2,8 per cento. Trump ha avviato un tour economico per riaffermare che l'economia sta andando benissimo, ma allo stesso tempo rassicura affermando che la sua amministrazione sta facendo di tutto per ridurre il carovita. Ed immagina misure populiste inefficaci, come la richiesta alle banche di porre un tetto ai tassi di interesse delle carte di credito. Ma gli americani utilizzano più carte di credito, puntando a restituire il credito nel tempo e il rischio è che le banche li riducano proprio per chi ne ha più bisogno. A leggere i sondaggi, gli interpellati ritengono che Trump stia concentrando energie su temi internazionali, che poco interessano all'elettore medio. L'incertezza nella politica dei dazi ha effetti anche sui dati dell'occupazione, che non sono confortanti poiché le aziende, in questo clima, non assumono o si limitano ai part-time. In questo scenario, le elezioni di Midterm, il prossimo 4 novembre, rappresentano un serio pericolo per il Partito repubblicano: Trump rischia di trasformarsi in un'anatra zoppa, perdendo il controllo della Camera. Da non trascurare i timori sullo svolgimento di elezioni libere e corrette, senza contestazioni dei risultati, scongiurando il ricorso ad azioni che, a livello federale o statale, restringano l'accesso al voto o ridisegnino i distretti elettorali a vantaggio dei candidati repubblicani
L'Europa le scelte di Trump: il blitz in Venezuela e le minacce di annessione verso la Groenlandia. Ma la Groenlandia è parte della Danimarca, che è membro della Nato. Non si tratta di iniziative estemporanee, Trump sta dando attuazione alla Strategia di Sicurezza Usa presentata a dicembre. Ed è una strategia neoimperiale e neocoloniale a cui l'Europa deve dare una risposta più forte: bene il comunicato dei sei leader Ue che chiedono il rispetto della sovranità della Groenlandia, ma non è produttivo limitarsi per timore di irritare il presidente Usa e tantomeno blandirlo. L'accordo commerciale Ue-Usa siglato con ad agosto ha segnalato i pericoli di un atteggiamento di vassallaggio che rende l'Europa vulnerabile. E' giunto il momento di adottare un atteggiamento diverso, riconoscendo che si è chiuso, nei rapporti Usa-Ue, un ciclo che è durato circa 80 anni: non possiamo permetterci una rottura poiché dipendiamo ancora dagli Usa dal punto di vista della sicurezza, ma bisogna essere determinati e muoversi in autonomia quando gli interessi divergono. Nel caso della Groenlandia, bisogna alzare il prezzo politico sulle conseguenze delle iniziative di Trump: quel territorio è associato all'Ue e ad un membro della Nato: l'Ue dispone di forze di pronto intervento. Di fronte ad un'invasione di un territorio Ue, servirebbe un voto del Congresso. Parallelamente, l'Ue deve impegnarsi, insieme agli Usa, a rafforzare le difese della Groenlandia, oggetto di un interesse comune. Trump afferma di aver bisogno della Groenlandia per ragioni di sicurezza nazionale, ma questo Paese è già sotto controllo Usa attraverso la Nato. Un altro esempio di conflitto tra gli interessi Usa e Ue è il fronte tecnologico digitale: le Big Tech Usa hanno una posizione pressoché monopolistica e il presidente Trump reclama lo smantellamento della regolamentazione approntata dall'Unione europea. E' necessario resistere e le capacità dell'Ue non mancano, poiché siamo una potenza economica che ha con gli Usa una relazione integrata fortissima, la più importante a livello mondiale.
Il 2026 si è aperto con il raid degli Stati Uniti in Venezuela, con l'arresto del dittatore Nicolas Maduro e l'uccisione della sua scorta. Nella sua rubrica settimanale il professor Paolo Guerrieri, economista e docente a Science Po a Parigi, si concentra sulle ragioni economiche del blitz, sul Il ruolo centrale del petrolio venezuelano e sulle conseguenze geopolitiche del controllo dei relativi giacimenti.
L'economia Usa cresce oltre le aspettative. Ma sulle prospettive restano plausibili tanto uno scenario di consolidamento della crescita che una prospettiva di rallentamento o ristagno della crescita con risalita dell'inflazione. La spinta all'espansione è stata data soprattutto dagli investimenti nell'IA: tanto per le infrastrutture che per la sua utilizzazione. Questo tiene alti i consumi, in un quadro di politiche monetarie e fiscali espansive. Ma resta alto il dato dell'inflazione, intorno al 3 per cento. Le prospettive negative sono connesse soprattutto ad una possibile instabilità finanziaria provocata da una bolla speculativa sul mercatto borsistico legata ai rendimenti dei titoli investiti nell'IA. L'economia K: con questa lettera si indica una biforcazione avvenuta da alcuni anni, che si sta aggravando. Divide gli Usa tra una minoranza di famiglie a reddito elevato, che consuma e vede crescere la propria ricchezza; sull'altro versante si trovano invece milioni di persone che costituiscono la maggioranza del Paese e che beneficiano in minima parte della crescita economica. Per quel che riguarda i consumi, il 10 per cento più ricco delle popolazione è responsabile del 50 per cento delle spese. Trenta anni fa rappresentava il 35 per cento. La Federal reserve segnala l'incremento dei casi di insolvenza nel campo delle carte di credito, dei prestiti agli studenti o di quelli per gli acquisti di nuove auto. Dietro l'espansione si cela un disagio economico che colpisce milioni di persone. Nel mercato del lavoro i salari dei lavoratori a basso reddito non sono cresciuti, mentre sono aumentati quelli di lavoratori ad alta qualifica nel settore delle nuove tecnologie. E' peraltro una crescita senza aumento dell'occupazione. I sondaggi danno conto di un basso indice di gradimento delle scelte economiche dell'amministrazione Trump. Nell'eurozona è molto probabile si confermi una dinamica di crescita modesta, connessa a rigidità strutturali non superate. Fa eccezione il Sud-Europa: Spagna, Portogallo, Grecia. Molto dipenderà dall'andamento dell'economia tedesca: se la massiccia dose di investimenti prevista dal governo Merz porterà alla ripresa, tutto il continente ne risenitrà positivamente. A condizione che si tratti di investimenti e non di aumento della spesa corrente destinata alla conquista di consenso elettorale.
Le decisioni del Consiglio europeo del 19 dicembre. Il prestito di 90 miliardi di euro all'Ucraina per il 2026 e 2027 basato su debito comune garantito dal bilnacio Ue. Una decisione di grande importanza, poiché un fallimento o una non decisione avrebbe dimostrato che Ue non è in grado di proteggere né l'Ucraina né se stessa. Il Consiglio europeo ha scartato l'ipotesi di un prestito di riparazione utilizzando gli asset russi congelati: ma nell'imminenza del vertice l'Ue ha deciso di immobilizzarli a tempo indeterminato. E lo ha deciso con una procedura inaspettata: finora il congelamento dei beni della Banca centrale russa veniva rinnovato ogni sei mesi, con voto all'unanimità. Questa volta, invece, si è deciso di invocare poteri di emergenza facendo riferimento all'articolo 122 del Trattato dell'Ue, con un voto a maggioranza qualificata (ovvero 5 Paesi che rappresentino il 60 per cento della popolazione europea). Significa porre fine al ricatto del veto di Paesi come l'Ungheria. Si tratta di una procedura di cooperazione rafforzata, che potrebbe essere adottata anche in futuro, quando si tratterà di finanziare la difesa. Per quel che riguarda invece la decisione di rinviare la firma dell'accordo di libero scambio del Mercosur, la posticipazione a gennaio è incomprensibile. L'accordo con i 4 Paesi (Brasile, Argentina, Urugay e Paraguay) è stato raggiunto nel dicembre del 2024. Le misure di reciprocità e quelle di tutela fitosanitaria ci sono già. Tanto la Commissione Ue che il Parlamento europeo hanno deliberato garanzie ulteriori e misure di salvaguardia per l'agricoltura europea, oltre ad ingenti fondi di sostegno a compenso degli agricoltori. Anche per il tanto temuto accordo Ceta con il Canada venne istituito un fondo multimiliardario: ma non è mai stato utilizzato, perché ha avuto effetti favorevoli per l'Ue. Ma a cosa serve il rinvio sul Mercosur? La presidente del Consiglio Meloni ha affermato che il tempo verrà usato per spiegare meglio l'accordo al mondo agricolo. La ratifica è stata impedita dalla posizione dell'Italia, che peraltro sarà tra i maggiori beneficiari sul versante manifatturiero e nell'industria agroalimentare. Meloni ha garantito al presidente brasiliano Lula che la firma ci sarà. La Francia manterrà la sua opposizione, quindi il ruolo italiano sarà decisivo, poiché firmando renderà impossibile a Parigi la costruzione di una minoranza di blocco. Ne va della credibilità dell'Europa, in un momento in cui stiamo negoziando nuovi accordi con Paesi come l'India. L'accordo Mercosur, nell'era dei dazi di Trump, ha un enorme valore strategico: significa diversificare i mercati, garantirci l'approvvigionamento di materie prime e terre rare in Paesi come il Brasile, in un momento in cui gli Usa rivendicano una loro preminenza sull'Emisfero occidentale.
La nuova Strategia di Sicurezza Nazionale Usa guarda all'Unione europea come un partner scomodo: l'obiettivo è disgregarla, poiché unita decide e fissa regole sgradite. La difesa del sovranismo nazionale è in realtà un invito al ritorno all'Europa dei Paesi, con cui è più facile trattare mettendoli sotto pressione. Questo prova che l'Ue è un attore che conta. Sui rapporti commerciali c'è un esplicito richiamo affinché l'Unione europea apra i propri mercati a beni e servizi Usa, riservando loro un trattamento equo: ma l'Ue è già una delle areee più aperte al commercio internazionale. Ed ha subito proprio da parte degli Usa un innalzamento delle barriere commerciali, sotto il ricatto si un ritiro del contribuato Usa al sostegno dell'Ucraina. Gli Usa vedono un ostacolo l'esistenza di un blocco che fissa regole comuni su scambi, sicurezza, difesa, concorrenza. Anche sul fronte della competizione tecnologica evocata dall Strategia di Sicurezza Nazionale, va rimaarcato che le imprese Usa dominano il mercato Ue: le loro piattaforme, le infrastrutture, le catene tecnologiche controllano il mercato europeo al 70-80 per cento. La multa di 120 milioni di euro a X è stata vissuta come un affronto politico: non soltanto dall'azienda colpita, ma direttamente dall'Amministrazione Trump. E se è vero che l'Ue è imbrigliata da regole a volte stratificate e che è necessaria una semplificazione, non si può pretendene uno smantellamento. La competizione deve svolgersi nel quadro di regole che l'Europa elabora in piena sovranità. Anche sul terreno dei mercati finanziari, dove gli Usa sono leader mondiali, non si può ignorare che costituiscano una leva fondamentale di potere: il dollaro è un pilastro del sistema mondiale, nello spazio economico europeo le grandi banche d'affari Usa sono predominanti, come gran parte delle carte di credito circolanti nel nostro continente. Inoltre gli Usa stanno investendo sulle monete digitali ed hanno affidato ad un sistema privato le stable coins: si punta ad un uso diffuso di questi 'gettoni digitali' per le transazioni e gli acquisti, con l'obiettivo che il dollaro conservi assoluta centralità: oltre il 99 per cento delle stable coins è in dollari. Ed è anche diventato un modo per finanziare il grande debito Us. L'Ue non può restare a guardare, deve investire sull'Euro digitale, aumentare l'integrazione monetaria e dei capitali, puntare ad un ruolo internazionale per l'Euro. E' necessario riconoscere che esiste ormai una divergenza d'interessi tra Ue e Usa, difendere la nostra sovranità, presentarsi agli Usa come soggetto unico, capace di negoziare, ritrovare una forza politica unitaria anziché tentare di lusingare Trump
Radio Radicale. 8/12/2025 10:59:37
Il cancelliere tedesco Merz invoca flessibilità sul regolamento che imporrebbe l'abbandono dei veicoli a motore endotermico entro il 2035. Si attende una decisione della Commissione europea, prevista per il 10 dicembre. La posta in gioco è alta, poiché il settore trasporto rappresenta il 20 per cento delle emissioni in Europa. Pressioni dei gruppi industriali per rinviare la scadenza del 2035. Il settore automotive in difficoltà: c'è un ritardo nella strategia per il passaggio dai veicoli a combustione all'elettrico; la domanda resta bassa per entrambe le categorie di veicoli; il prezzo dell'energia è salito a seguito della guerra in Ucraina; la concorrenza cinese sull'elettrico è elevatissima, soprattutto sulle utilitarie. Ma il nostro continente è in grave ritardo nelle infrastrutture anche avrebbero dovuto sorreggere il passaggio all'elettrico, a partire dalle cosiddette 'colonnine'. Se i veicoli elettrici resteranno costosi, potranno permetterseli solo i ceti medio-alti, mentre quelli svantaggiati dovranno accontentarsi di un parco macchine usato e con ritardo tecnologico. Un tema che le destre europee, fortemente contrarie al Green Deal, potrebbero agilmente cavalcare. Il rischio è che i costi della transizione ecologica si ripartiscano in modo ineguale. Se però si abbandonasse il target del 2035, si metterebbe a rischio un settore che ha investito nel passaggio all'elettrico, impiegando un milione di lavoratori. E i costi della decarbonizzazione si scaricherebbero su altri settori, come edilizia e industria pesante. Al momento la Germania non chiede di posticipare la scadenza. Ma comunque non potrà essere la sola Commissione a decidere, visto che il regolamento è stato approvato da Consiglio e Parlamento Ue, a seguito di una faticosa trattativa. Se è sconsigliabile un rinvio della data di entrata in vigore del regolamento, è ragionevole trovare una formula di transizione, mantenendo il target ma ampliando la definizione di veicolo a basse o nulle emissioni o includere i veicoli ibridi, come chiede la Germania. Ma intanto è essenziale elaborare una strategia industrialle credibile, investire su infrastrutture, concedere incentivi ai produttori e ai consumatori (alemano a quelli meno abbienti), mettere in piedi una filiera produttiva che sostenga il passaggio all'elettrico. La Cina è riuscita in questo intento ed anche la Corea sta facendo progressi. È necessario rendere conveniente il passaggio all'elettrico. Ed evitare di tenere in vita un'industria ed una tecnologia che diverranno obsolete nel giro di pochi anni, a tutto danno dei consumatori europei
Limiti e successi della Cop30 in Amazzonia. Nella dichiarazione finale, sottoscritta da oltre 190 Paesi, non si fa menzione dell'impegno alla riduzione dell'uso dei combustibili fossili. È il risultato dell'azione di pressione fortissima esercitata dai grandi produttori di energia da fonte fossile come Arabia Saudita e Russia. E tuttavia non si può considerare questa Cop30 un fallimento, se si tiene presente il contesto geopolitico in cui si è svolta e l'assenza degli Stati Uniti, che hanno deciso il ritiro dagli Accordi di Parigi. Il vertice ha dimostrato che il multilateralismo è salvo. Un importante risultato è stato raggiunto con l'impegno alla creazione di un gruppo di cooperazione con i Paesi meno sviluppati per l'implementazione dei loro piani climatici attraverso un supporto tecnico-politico. Altro risultato degno di attenzione è la decisione di triplicare i fondi ai Paesi in via di sviluppo entro il 2035 per sostenere le politiche di adattamento climatico. L'Unione europea ha avuto un ruolo di primo piano alla Cop30, poiché si è battuta perché si arrivasse ad una dichiarazione che fosse sottoscritta dai Paesi partecipanti. Ed ha difeso la tassa europea sul carbonio, la CBAM, che colpisce chi produce all'estero senza rispettare i limiti alle emissioni. Sulla posizione dell'Ue hanno pesato le divisioni, effetto delle pressioni esercitate dalle forze politiche di destra ed estrema destra contrarie alla transizione ecologica e al Green Deal
Un clima di pessimismo aleggia sulla Cop30, ls Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. I segnali di arretramento non mancano: non sono sufficienti i piani dei Paesi parte per la conversione da gas e petrolio verso le energie rinnovabili per raggiungere il livello di 1,5 gradi di riscaldamento; l'altissimo livello di caldo registrato negli ultimi tre anni ha creato molti danni; soltanto un terzo delle revisioni dei piani da aggiornare ogni cinque anni è stato presentato dai Paesi. La situazione geopolitica non è certo favorevole: gli Stati Uniti di Trump hanno abbandonato gli accordi di Parigi, le guerre in corso non facilitano l'opera, il prezzo dei fossili è aumentaro. Si è poi rafforzata la pressione delle lobby delle grandi compagnie produttrici di combustibili fossiIi, tanto che alla Cop30 si sono registrati in circa 1600. Se questa è la tendenza, è pur vero che non si deve sottostimare quel che si è realizzato in questi anni. Non siamo in linea con gli obiettivi di contenimento all'1,5 gradi del riscaldamento, ma prima della conferenza di Parigi il livello raggiunto si attestava sui 4 gradi. Altro dato importante è che le nuove tecnologie per le energie rinnovabili hanno avuto un grande successo: oggi più del 90 per cento della capacità elettrica installata funzionerà con energie rinnovabili e non combustibili fossili, perché le prime sono più convenienti. Un altro esempio positivo è la frenata alla deforestazione del polmone dell'Amazzonia. Ed altri Paesi stanno seguendo l'esempio brasiliano. Gli Usa non partecipano? Forse è meglio, poiché la presenza di Trump sarebbe un ostacolo alla sigla di patti importanti. In Europa è diventata fortissima la contestazione delle destre al Green Deal. La frenata è innegabile: lo dimostrano tanto il rinvio di un anno, al 2028, dell' l’attuazione del sistema ETS 2 sul carbonio che riguarda la combustione di carburanti negli edifici e nei trasporti; passi indietro anche sulla limitazione all'uso dei pesticidi. Ma non si può affermare che l'Europa abbia abbandonato la leadership climatica: l'impegno alla riduzione delle emissioni resta amibizioso, poiché si colloca tra il 66 e il 72 per cento in dieci anni. L'architettura del Green Deal resta in piedi, poiché molte delle norme-chiave su energia e industria sono state adottate o sono in fase di implementazione. È opportuno rimediare agli errori compiuti nella lotta al cambiamento climatico, che ha alimentato l'opposizione di chi ne denuncia i costi sociali e per le imprese europee. Come conciliare l'impegno alla diminuzione delle emissioni con la crescita della competitività, facendosi carico dei costi sociali. Meno regolamentazione, più incentivi, più investimenti in sviluppo delle nuove produzioni
Una sconfitta per Donald Trump il primo test elettorale dopo il suo insediamento alla Casa Bianca: i dem ottengono vittorie nette, da Mamdami sindaco socialista di New York alle centriste Mikie Sherrill e Abigail Spanberger, neogovernatrici rispettivamente di New Jersey e Virginia. Gli americani hanno votato con il portafoglio: in cima alle loro preoccupazioni ci sono i prezzi dei beni di largo consumo, gli alti costi degli affitti, i salari bassi. Tutti temi che i dem hanno affrontato in una campagna elettorale pragmatica. Da mesi il consenso di Trump è in discesa, soprattutto sui temi economici, su cui aveva puntato. Il costo della vita è stato il tema centrale. Trump non è stato in grado di tener fede alle promesse fatte da candidato: sconfiggere l'inflazione, far scendere i prezzi. Ma l'inflazione resta intorno al 3 per cento, i salari non sono cresciuti e il potere d'acquisto non è aumentato. Il costo della vita è troppo alto per milioni di persone e quel che ha fatto perdere Kamala Harris vale ora per Trump. Il presidente ha puntato in questi mesi su immigrazione e politica estera, ma agli americani interessa l'economia. E negare la sconfitta attribuendola all'assenza del suo nome sulla scheda elettorale o continuare ad affermare che l'economia va benissimo e che la politica dei dazi ha portato ingenti entrate nelle casse dello Stato significa negare la realtà. Accadde in qualche modo anche a Biden: l'economia andava bene, ma il costo della vita era aumentato. Tra 12 mesi il test decisivo delle elezioni di Midterm: se i Repubblicani perderanno il controllo della Camera, la politica di Trump troverà un ostacolo che ora non c'è. E potrebbe diventare un'anatra zoppa. È molto probabile che tassi di interesse, mutui, costo del credito, salari, resteranno un tema centrale anche nelle elezioni di Midterm. Anche perché l'economia continua ad avere un andamento poco prevedibile. Non si sono verificati recessione o impennata dell'inflazione, paventati da alcuni. Tuttavia desta preoccupazione l'arrivo di una possibile bolla legata ai titoli delle big tech che hanno investito nell'Intelligenza Artificiale: la sproporzione tra utili e capitali investiti potrebbe rivelarsi fatale



