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Author: BastaBugie

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Siamo sicuri che non sia in corso un'invasione dell'Italia e dell'Europa?
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TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8476UN TERZO DEI DENUNCIATI E' STRANIERO, L'INTEGRAZIONE CHE NON C'E' di Lorenza Formicola Nel 2024, il 34,7% dei soggetti perseguiti penalmente, quindi oltre un terzo delle persone denunciate, è di nazionalità straniera, una quota che tuttavia esplode oltre il 60% quando l'analisi si stringe attorno alla piaga dei reati predatori.Rispetto al 2019, l'anno zero prima della paralisi della emergenza sanitaria, il balzo è netto: un incremento dell'8,1% nelle segnalazioni che segna il superamento della soglia dei 265.869 individui. Ma per leggere il fenomeno serve guardare alla demografia: l'Italia oggi ospita 5,7 milioni di stranieri, il 9% della popolazione totale, e sono circa 321mila gli irregolari. In un'ottica analitica di lungo periodo, una delle ricerche più autorevoli in materia commissionata dal Ministero dell'Interno (Barbagli, Colombo, 2011) - basata sul monitoraggio del ventennio 1988-2009 - evidenziava come ben il 70% dei reati ascrivibili a cittadini stranieri sia stato perpetrato da soggetti in condizione di irregolarità. E la dinamica attuale ci dice che non è cambiato niente. I dati rivelano una specializzazione delittuosa che vede gli stranieri prevalere in termini di arresti nelle fattispecie più "visibili": furti con destrezza 69%; scippi 61%; rapine in pubblica via 60,1%; violenze sessuali al 43%, spaccio di stupefacenti al 39%, furti di autovetture al 24,5%, contrabbando al 29%, omicidi volontari al 23,7%. Si tratta di ordini di grandezza vertiginosi, ancor di più se rapportati all'esigua incidenza statistica che tale gruppo rappresenta sull'intera popolazione nazionale.La geografia del fenomeno vede Prato capolista delle città dove gli stranieri hanno maggior peso tra gli arrestati: nella provincia toscana un residente su quattro è cittadino straniero e il 62% di chi sta dietro le sbarre non è italiano. Seguono Milano e Firenze che guidano la classifica delle aree metropolitane più colpite dalla criminalità di strada: qui l'incidenza degli autori di nazionalità straniera raggiunge soglie critiche, attestandosi rispettivamente al 55,8% e al 56%. Parallelamente, le province di frontiera come Imperia, Bolzano e Trieste - tutti territori con incidenze superiori al 50% - confermano come i varchi d'Europa siano, oggi più che mai, i sismografi di un'integrazione che non esiste.UNA ZONA D'OMBRA CLAMOROSAParallelamente, il sistema sanzionatorio rivela una zona d'ombra speculare. L'«Area Penale Esterna» è il modo in cui in burocratichese si indicano i 140.000 condannati che non sono dietro le sbarre; tra questi, oltre 30.000 sono stranieri. Quindi, in giro per le nostre città, ci sono trentamila immigrati condannati, ma lasciati liberi. Che vanno a sommarsi ai 20.000 in carcere. Si tratta di un bacino alimentato dalla Riforma Cartabia, che impedisce la detenzione per condanne inferiori ai quattro anni, lasciando in circolazione delinquenti di varia natura. I rilievi statistici del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità aggiornati al 15 gennaio 2026 delineano con estrema precisione l'identità di questi "invisibili": un contingente fatto di marocchini, albanesi, tunisini, nigeriani, egiziani, peruviani, ucraini e via così. C'è poi il nodo delle Rems (Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza): il 25% degli ospiti è straniero, con una quota del 30% tra rifugiati e richiedenti asilo affetti da disturbi post-traumatici. Il sovraffollamento di queste strutture genera cortocircuiti pericolosi con soggetti bisognosi di cure e potenzialmente violenti che rimangono liberi per mancanza di posti letto, trasformando il disagio psichico in un allarme di ordine pubblico. Emblematico è il caso del cittadino straniero che nel quartiere San Lorenzo a Roma ha aggredito brutalmente diversi passanti - culminando nell'episodio della madre colpita al volto mentre era in bicicletta con il figlio - la cui posizione giuridica ne ha comunque garantito la permanenza in stato di libertà.Se le tabelle ministeriali sono chirurgiche nel quantificare i flussi in entrata, diventano reticenti sui provvedimenti di revoca. Non esiste un database pubblico sulle misure interrotte e su chi viola le prescrizioni e torna dietro le sbarre. Le cronache locali, tuttavia, suppliscono al silenzio statistico: da Napoli a Bologna, da Agrigento a Ferrara, si moltiplicano gli episodi di semidetenuti che, approfittando della libertà vigilata o dei servizi sociali, tornano a colpire.UNA NUOVA GEOGRAFIA CRIMINALEA complicare il quadro interviene la giurisprudenza della Corte di Cassazione (sentenza n. 15896/2024), la quale stabilisce che un singolo "comportamento deviante" non è più condizione sufficiente per la revoca automatica del beneficio. La pena, dunque, si mimetizza: non è più un confine invalicabile, ma un percorso elastico dove il reato non sempre comporta il ritorno in cella.Questa analisi non può prescindere dal dato più allarmante: la genesi di una nuova geografia criminale che affonda le radici nella criminalità minorile. A marzo 2025 il rapporto Antigone censiva 597 detenuti nei penitenziari per minori; di questi, il 49,9% è composto da stranieri, in prevalenza minori non accompagnati provenienti dal Maghreb.I dati sulla responsabilità penale degli under 17 sono inequivocabili: gli stranieri rappresentano il 59,4% dei fermi per furto, il 59,8% per rapina e il 41,7% per estorsione. Ancora più cupo è il bilancio dei reati di sangue, con una partecipazione del 47,3% nei tentati omicidi.La cronaca recente cristallizza questa emergenza in episodi di brutale nitidezza. Nel gennaio 2026, a La Spezia, il diciottenne Zouhair Atif ha ucciso a coltellate il coetaneo Abanoub Youssef all'istituto "Einaudi Chiodi". Pochi giorni prima, a Roma, un funzionario ministeriale era stato vittima di un feroce pestaggio presso la stazione Termini per mano di una gang di giovani stranieri. Analogamente, a Torino, otto nordafricani tra i 15 e i 20 anni sono stati identificati come i responsabili di una guerriglia urbana, condotta con armi bianche e pistole scacciacani, durante i cortei pro-Pal.L'allarme si estende alla violenza sessuale con l'insorgere della taharrush gamea (aggressione collettiva), importata in Italia dagli immigrati islamici in una sequenza iniziata nel 2022 e che s'è fatta incessante. Per non parlare degli emblematici casi di Padova, dove tre giovani nordafricani - guidati da un leader con precedenti sin dalla minore età - hanno abusato di una ragazza sotto minaccia di coltello, e di Catania, dove sette minori egiziani, ospiti di un centro di accoglienza, sono stati individuati come gli autori dello stupro di una tredicenne nei giardini di Villa Bellini.I dati di cronaca e le evidenze statistiche non costituiscono un mero consuntivo giudiziario, ma rappresentano il principale indicatore predittivo delle future criticità per la sicurezza nazionale. L'esperienza di Londra e Parigi avrebbe dovuto offrire un monito tempestivo; al contrario, dopo aver allo stesso modo importato dinamiche sociali e subculture della violenza estranee al nostro contesto, il sistema fatica oggi a intercettare il fenomeno prima ancora che porsi da argine.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8403DIECI ANNI DI ACCOGLIENZA AL MIGRANTE CHE HA DEVASTATO MALPENSAdi Anna Bono Il cittadino del Mali che ha appiccato il fuoco e preso a martellate un monitor all'aeroporto della Malpensa il 20 agosto è entrato in Italia dalla Francia dieci anni fa, nel 2015. Al suo arrivo ha chiesto protezione internazionale dicendosi profugo e l'ha ottenuta, fino al 2019, quando la Commissione territoriale incaricata di riesaminare il suo caso ha accertato che in realtà gli mancavano i requisiti per ottenere lo status di rifugiato e glielo ha negato.La protezione sussidiariaAllora lui ha presentato ricorso, la Cassazione gli ha dato ragione, la sua richiesta di asilo è stata esaminata nel 2021 dal Tribunale di Milano dove un giudice ha confermato la mancanza dei requisiti necessari per ottenere lo status giuridico di rifugiato, ma gli ha concesso un'altra forma di protezione internazionale, quella sussidiaria.Questo tipo di protezione è stato istituito dall'Unione europea nel 2013 per non respingere chi, pur non avendo diritto allo status di rifugiato, può dimostrare che, se rimpatriato, correrebbe il rischio reale di subire danni gravi, come la pena capitale o essere torturato, e minacce alla vita a causa di situazioni di violenza generalizzata. Il permesso di soggiorno per protezione sussidiaria dura cinque anni, rinnovabili, e permette tra l'altro di andare a scuola, lavorare, chiedere un ricongiungimento familiare. Quello del cittadino maliano scade nel 2027.LE PORTE DELL'ASSISTENZANon sappiamo molto su di lui, su come abbia vissuto in questi dieci anni, ma sappiamo come avrebbe potuto, e dovuto, trascorrerli. Dal momento in cui ha chiesto asilo si sono aperte per lui le porte del sistema assistenziale istituito apposta per le persone che entrano illegalmente nel nostro Paese e cercano di ottenere lo status giuridico di rifugiato.A regola, è stato affidato a un Cpa, Centro di prima accoglienza, o a un Cas, un Centro di accoglienza straordinaria. Sono le strutture allestite per ospitare i richiedenti asilo mentre il loro caso viene esaminato. Attualmente, ci informa il Ministero dell'interno, sul territorio nazionale ce ne sono più di 5.000 con una capacità di oltre 80.000 posti. Gli ospiti ricevono vitto, alloggio, assistenza socio-sanitaria, assistenza legale, corsi di lingua e formazione, attività di socializzazione e orientamento al lavoro e una piccola somma giornaliera a loro disposizione.La richiesta del cittadino maliano è stata esaminata, per due volte: la seconda volta da una Commissione territoriale. Le Commissioni territoriali sono gli organi preposti a valutare le richieste di asilo. Possono concedere lo status di rifugiato, protezione sussidiaria, permesso di soggiorno per motivi umanitari (protezione speciale) o rigettare la richiesta. Sono 20, ognuna composta da un presidente, un funzionario di carriera prefettizia, un funzionario della Polizia di Stato e un esperto in materia di protezione internazionale e tutela dei diritti umani designato dall'Unhcr. Inoltre i richiedenti durante le udienze sono affiancati da interpreti e mediatori culturali.Dopo aver ottenuto protezione internazionale, un cittadino straniero ha diritto di essere inserito nel Sai, il Sistema di accoglienza e integrazione, dove può rimanere per sei mesi rinnovabili e anche oltre, se lo giustificano certe condizioni: ad esempio, terminare un ciclo di studio o di formazione. Anche il maliano arrivato dalla Francia ha potuto usufruirne. Al 31 Luglio 2025 sono 870 i progetti Sai (624 ordinari, 206 per minori non accompagnati, 40 per persone con disagio mentale o disabilità) affidati a 735 enti locali titolari di progetto: 646 comuni, 15 province, 25 Unioni di Comuni, comprese le Comunità Montane e le Unioni Montane di Comuni, e 49 altri enti.PATROCINIO GRATUITOQuando la sua richiesta di asilo è stata respinta nel 2019, il maliano è ricorso con successo in Cassazione, sicuramente usufruendo del gratuito patrocinio che viene concesso agli stranieri, anche irregolari, alle stesse condizioni poste per i cittadini italiani - vale a dire un reddito non superiore a 13.659,64 euro - con la differenza che a uno straniero è consentita l'autocertificazione purché dimostri di aver fatto richiesta di certificazione al proprio consolato senza aver ottenuto risposta.Le spese legali di chi gode di gratuito patrocinio sono sostenute dallo Stato italiano. Nel biennio 2022-2023 i cittadini stranieri residenti in Italia ne hanno goduto per 71 milioni di euro, un quarto circa del totale, in gran parte per ricorsi di richiedenti asilo contro le decisioni delle Commissioni territoriali.Il suo caso è stato affidato al Tribunale di Milano dove è stato giudicato due anni dopo da un magistrato che, pur concordando che non fosse possibile attribuirgli lo status di rifugiato, ha stabilito sulla base di informazioni presumibilmente raccolte da diverse fonti - e chissà con quanto lavoro da parte dei dipendenti del tribunale - che farlo tornare in Mali sarebbe stato troppo pericoloso.Questo in sintesi è l'apparato di organi, strutture, risorse, servizi e opportunità messi a disposizione del cittadino maliano, e di centinaia di migliaia di altri emigranti illegali arrivati in Italia. E lui ha dato fuoco e a preso a martellate un Terminal dell'aeroporto di Malpensa: altri costi per riparare i danni, per tenerlo in detenzione, processarlo e... poi si vedrà.Per inciso, quella della situazione attuale in Mali, Paese del Sahel, è questione controversa. Il nord est del Paese è pericoloso per la presenza di gruppi jihadisti e, specialmente in passato, a causa del movimento indipendentista Tuareg. Due colpi di stato militari a pochi mesi di distanza, nel 2020 e 2021, hanno rovesciato il governo e lo hanno sostituito con una giunta militare. Nei giorni scorsi è stato sventato un nuovo tentativo di golpe. La questione controversa riguarda la sicurezza.La giunta militare guidata dal colonnello Assimi Goita assicura di essere riuscita a ridurre la minaccia jihadista con il valido aiuto in tecnologie, armi e mercenari russi. I dati disponibili non lo confermerebbero e anzi all'esercito maliano e ai russi (ex Wagner, oggi African Corps) si muovono accuse di esecuzioni sommarie, torture e sparizioni di cui sarebbero vittime i Fulani, una etnia che, secondo la giunta militare, collabora con il più temuto gruppo jihadista della regione, il Jnim affiliato ad al Qaeda.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8385HALAL AKBAR, COSI LA MEZZALUNA CONQUISTA IL MERCATO FRANCESE di Lorenza Formicola Nel 2005, quando a Clichy-sous-Bois, nel piccolo comune nel dipartimento della Senna-Saint-Denis, aprì Beurger (Beur è un termine gergale francese per la seconda generazione di nordafricani che vivono in Francia) King Muslim, un fast food dall'estetica americana ma dal menu, gli orari e l'abbigliamento, rigorosamente halal, la notizia fece il giro del mondo. Se ne occuparono persino il Washington Post e il New York Times. La popolazione francese iniziò a farsi qualche domanda. Ma niente di più. Anche perché, nel frattempo, nel comune di Roubaix, al confine con il Belgio, c'erano già otto ristoranti che stavano sperimentando un menu interamente halal. Fu presto chiaro che non si trattava più di un episodio isolato, ma del segnale di una trasformazione profonda.Era l'inizio della normalizzazione del halal come parte integrante dell'economia e della quotidianità francesi. I ristoranti, i fast food, le macellerie e i negozi generici halal si moltiplicavano a dismisura in Francia cambiando definitivamente il paesaggio urbano. E nel 2010 il giro d'affari del settore alimentare halal raggiungeva già i 5,5 miliardi di euro, un miliardo dei quali provenienti dal solo mondo fast food, in un Paese che ospitava, allora, circa 5 milioni di musulmani. Una storia che racconta molto più del cibo che serve. Basti pensare che ad ottobre, sei ristoranti francesi della nota catena americana di hamburger, Five Guys - tra cui quello di Parigi - sono passati alla carne halal e stanno eliminando l'alcool dai loro menu. O che Hmarket, la catena 100% halal, nata nel 2006, con una missione ambiziosa - riposizionare il mercato alimentare islamico offrendo qualità, prezzi accessibili e un dichiarato impegno sociale -, oggi conta 22 negozi tra Francia e Belgio, e serve 33.000 clienti al giorno. Esistono applicazioni che come MyHallal aiutano i musulmani a trovare macellerie, minimarket e ristoranti, identificando persino quelli con uno "spazio di preghiera".VIVERE HALALVivere halal - in arabo permesso - non è un obbligo religioso dell'islam. Nel Corano è una pratica circoscritta alla carne di maiale e il testo islamico autorizza, finanche, i musulmani a mangiare il cibo degli ebrei e dei cristiani, quindi non prevede in alcun modo un sistema di certificazione halal come esiste oggi. La storia delle "etichette etiche" nasce dopo il 1979. Quando l'Iran viene conquistato da Khomeini, e nella foga di islamizzare il Paese dopo il governo occidentale dello Scià, improvvisa una autarchia dei generi alimentari, sfiora una carestia, riapre, poi, al mercato estero, ma a una condizione: il regime invierà delle delegazioni religiose nei mattatoi per controllare la macellazione. L'Iran sciita emette, così, il bollino di cosa è lecito e cosa non lo è. E con i giuristi sciiti inventa ufficialmente l'etichettatura halal.La mossa sconvolge il mercato globale della carne e costringe l'islam sunnita, fino a quel momento, assolutamente disinteressato all'argomento, a reagire per non lasciare agli sciiti il controllo dello standard. Halal adesso deve, allora, riguardare, qualsiasi cosa. S'avvia così  un meccanismo che arriva fino ai giorni nostri e che si manifesta dapprima nelle macellerie improvvisate delle banlieue, per poi estendersi a tutti i prodotti di largo consumo e persino ai beni di lusso. L'immigrazione islamica fa il resto.La Francia, con la sua vasta popolazione, diventa un laboratorio. E l'esigenza di disporre di negozi certificati halal diventa un modo per delimitare uno spazio identitario e territoriale che non deve mischiarsi con quello della République. Oggi quella che appare come una vittoria culturale dell'islam in Francia è sancita da un dato difficilmente contestabile: ogni prodotto di consumo quotidiano esiste in versione islamicamente corretta e nessun grande distributore si sottrae alla corsa a pubblicare il proprio catalogo speciale per il Ramadan.UN AUMENTO DEL 118% IN QUINDICI ANNITrent'anni dopo, l'etichetta halal ha toccato qualsiasi cosa e le moschee ne hanno fatto una bandiera religiosa: hanno lanciato applicazioni che insegnano come l'adesione all'halal consenta di accumulare buone azioni (hasanat) in un personale "conto religioso", destinato a garantire l'accesso al paradiso. Ma, soprattutto, il bipolarismo tra la cultura del capitalismo occidentale e l'islamismo risulta ormai del tutto superato.Quindi ecco che Carrefour, per esempio, ha appena acquisito il 10 per cento del capitale dell'insegna Hmarket con un'operazione da 10 milioni di euro. Non si tratta semplicemente di aver fiutato un buon affare, ma della necessità di rispondere a una legge elementare, quella della domanda e dell'offerta. La Francia è cambiata e, con essa, è cambiato il suo mercato: la presenza ampia e strutturata di una popolazione islamica ha ridefinito i consumi, orientato le strategie della grande distribuzione e inciso in profondità sulle dinamiche dell'economia nazionale.Nel 2020 Parigi ha ospitato la prima Halal Franchise Expo, segno che il settore non è più una nicchia ma un segmento maturo, capace di attrarre investitori e creare reti. Il mercato halal in Francia oggi abbraccia 10 milioni di potenziali consumatori. Secondo un sondaggio Ifop per l'Express, pubblicato a fine 2020, il 67% dei musulmani sceglie carne halal sempre e un altro 15% quasi sempre. Anche il resto del paniere si adegua: dessert, cioccolatini e caramelle halal sono passati dal 40% del 2010 al 68% del 2020, una crescita trainata dalle generazioni più giovani, come osserva il politologo Jérôme Fourquet. Con un'espansione annua del 15%, il comparto halal supera oggi i 7 miliardi di euro di fatturato, il doppio del biologico e le stime raccontano che, entro un anno, si arriverà ai 12 miliardi. Con un aumento del 118% in quindici anni, questo dinamismo colloca la Francia al secondo posto nel mondo, dopo la Malesia.A livello globale il comparto halal vale oltre 2 trilioni di dollari e serve un bacino di 2,2 miliardi di consumatori. Gli analisti prevedono che, entro il 2030, la spesa mondiale possa sfiorare i 10 trilioni, una crescita che non sembra conoscere gravità. Ma ciò che sorprende non è soltanto la curva economica, come dicevamo, ma l'ampiezza dell'universo halal, ormai esteso ben oltre alimenti e bevande. Cosmetici, farmaci, moda, turismo, finanza: un vero e proprio ecosistema transnazionale, che avanza ridefinendo intere filiere produttive e modelli di consumo.Ma non è tutto qui. Il mercato islamico finanzia a sua volta il mondo islamico in Europa. Hmarket in Francia promette, per esempio, di donare 10 euro del prezzo dell'agnello dell'Eid ad una moschea nel Paese. Halal è economia etica islamica. Halal è separazione. Ma il confine ormai è liquido. E silenzioso tra gli scaffali avanza inarrestabile.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8307DELITTO IRYNA ZARUTSKA, QUANDO IL RAZZISMO ALLA ROVESCIA PROVOCA MORTI di Stefano Magni Se chiedete cosa sia il caso del delitto Iryna Zarutska, di cui tutti parlano negli Usa da una settimana, il giornalista collettivo, quasi certamente, vi risponderà che è "la nuova mania dei suprematisti bianchi". Elon Musk ha sborsato 1 milione di dollari di tasca sua per finanziare graffittari e pittori che ritraggano la vittima sui muri d'America. E quindi se c'è dietro l'imprenditore sudafricano (ex) amico di Trump, vuole dire che c'è sotto del razzismo. Ma così, questa ragazza ucraina, rifugiata di guerra 23enne, fuggita dall'invasione russa per trovare la morte in un paese in pace, viene uccisa due volte. Prima dal suo assassino, poi dal perbenismo di una società che si ammanta di anti-razzismo.Iryna Zarutska è stata accoltellata a morte su una metropolitana leggera di Charlotte, Carolina del Nord. Il delitto è avvenuto il 22 agosto, ma la notizia è diventata di dominio pubblico da appena una settimana. E solo grazie alla nuova policy di libertà di espressione di X, voluta da Elon Musk. Altrimenti i media locali e nazionali avevano già relegato la notizia a due righe in cronaca e, soprattutto, per due settimane, nessuno aveva voluto divulgare il video dell'accoltellamento ripreso dalle telecamere di sicurezza. La stessa sindaca di Charlotte ha ringraziato i media che hanno deciso di non pubblicarlo.LA QUESTIONE RAZZIALE AL CONTRARIOMa cosa c'era da nascondere, oltre al rispetto per la vittima e alla crudezza della scena in sé? Il caso Zarutska ha riacceso i riflettori sulla questione razziale, ma stavolta al contrario. Non è un caso da "Black Lives Matter" di un bianco che uccide un nero, ma il contrario. Iryna, una ragazza bionda, è stata accoltellata di sorpresa (mentre leggeva qualcosa sul suo cellulare e aveva cuffie wireless nelle orecchie) dal vicino di posto, un afro-americano, identificato dalla polizia nel 34enne Decarlos Brown. Non erano soli, il vagone era pieno di passeggeri, la maggior parte dei quali neri (tutti, nella zona di vagone in cui è avvenuto il delitto). Nessuno ha provato a difenderla, nessuno l'ha soccorsa nei lunghi minuti di agonia, nessuno di quelli inquadrati nella telecamera di sorveglianza viene visto chiamare la polizia o i soccorsi. Indifferenza assoluta anche mentre il suo assassino barcollava qua e là per il vagone, sgocciolando sangue della vittima, si toglieva la felpa con cappuccio e poi, con calma serafica, scendeva alla prima stazione.Cosa sarebbe successo, invertendo i fattori razziali? Se la donna fosse stata nera e il suo assassino biondo? Se la maggioranza schiacciante dei passeggeri fosse stata composta da bianchi caucasici, come sarebbe stata commentata la loro ignavia e indifferenza? Come avrebbero reagito i media e la politica?La sindaca di Charlotte, Vi Lyles, Democratica e afro-americana, ha emesso un comunicato solo lunedì scorso, 8 settembre, più di due settimane dopo il delitto. Ha speso più parole per descrivere l'assassino come una vittima del sistema che non per la ragazza vittima del delitto: «Si tratta di una situazione tragica che mette in luce i problemi delle reti di sicurezza della società legate all'assistenza sanitaria mentale e dei sistemi che dovrebbero essere in atto», ha scritto la sindaca nel suo primo comunicato.ARRESTATO ALTRE 14 VOLTEL'amministrazione Trump è entrata a gamba tesa nel caso, considerando che l'omicidio di Iryna poteva essere prevenuto. Il suo assassino (ancora presunto, fino a sentenza definitiva) Decarlos Brown era stato arrestato altre 14 volte prima del delitto ed era a piede libero. Per questo il presidente vuole federalizzare il caso, considerando l'inaffidabilità della polizia e del sistema giudiziario locali. Decarlos Brown ha una lunga storia criminale, che risale al 2011 e include condanne per rapina a mano armata, furto aggravato e violazione di domicilio. Secondo i registri dello Stato, ha trascorso più di cinque anni dietro le sbarre per rapina a mano armata.All'inizio di quest'anno, Brown era finito di nuovo nei guai giudiziari perché aveva chiamato a vuoto i soccorsi a seguito di un allarme delirante. A Brown era stata diagnosticata la schizofrenia e soffriva di allucinazioni e paranoia, secondo quanto riferisce sua sorella alla Cnn. L'assassino di Iryna è salito sul treno senza biglietto. Se anche solo quella piccola regola fosse stata fatta rispettare, la ragazza ucraina sarebbe ancora viva.La richiesta di togliere i fondi alla polizia e di ritirare gli agenti dalle strade parte dal presupposto che il sistema dell'ordine pubblico sia "razzista sistemico", cioè congegnato apposta per reprimere i neri. Le strategie di repressione del crimine, come la "tolleranza zero", sono state abolite, Stato dopo Stato, soprattutto dopo l'uccisione di George Floyd da parte di un poliziotto bianco. Era il 2020: quell'anno, Decarlos Brown, futuro assassino di Iryna, veniva rimesso in libertà dopo aver scontato la sua pena carceraria per rapina a mano armata. I manicomi non ci sono più da un pezzo, come in Italia, le carceri sono un "sistema razzista", quindi si cercano pene sostitutive. Uno schizofrenico (così risulterebbe da una diagnosi) pieno di precedenti penali ma a piede libero, ha avuto modo di scegliere la sua vittima e assassinarla.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8199FINALE DI CHAMPIONS LEAGUE: GLI ISLAMICI OLTRAGGIANO GIOVANNA D'ARCO di Roberto de Mattei Il 1° giugno 2025, durante la guerriglia urbana che ha insanguinato la capitale francese, in occasione della finale di Champions League, alcuni giovani islamisti hanno issato una bandiera jahdista sulla statua di santa Giovanna d'Arco, in Place des Pyramides. Santa Giovanna d'Arco è la patrona della Francia, una nazione che è costruita sulle fondamenta della civiltà cristiana. La missione della Pulzella di Orléans fu di riconquistare, prima che un territorio, quella concezione sacrale della sovranità che è alla radice della storia di Francia e di Europa. La profanazione della statua di Giovanna d'Arco è dunque un oltraggio all'identità nazionale del nostro continente e conferma la gravità della minaccia islamista.Il ministro dell'Interno francese Bruno Retaillaus ha minimizzato la portata dei disordini, ma l'ex ministro Gérard Darmanin ha ammesso che le violenze sono state causate da bande di immigrati, e non da una rivolta calcistica. Le sommosse hanno coinvolto varie città, con violenze, saccheggi e scontri con la polizia: 192 feriti (soprattutto agenti), tre morti, 642 arresti. La strategia del governo francese di utilizzare il calcio come uno strumento politico per favorire l'inclusione e l'integrazione degli immigrati si è rivelata fallimentare perché, invece di unire, sta generando divisioni e violenze. Un rapporto governativo di 73 pagine, dal titolo Les Frères musulmans et islamisme politique en France, reso noto da Le Figaro il 20 maggio 2025, ha portato alla luce il progetto di "entrisme", dei Fratelli Musulmani per infiltrare profondamente le istituzioni e la società francese, con l'obiettivo ultimo di imporre la sharia, utilizzando un linguaggio apparentemente democratico. Il rapporto individua 139 luoghi di culto dipendenti dai Fratelli Musulmani oltre ad altri 68 considerati "prossimi", distribuiti in 55 dipartimenti. A questi si aggiungono 280 associazioni attive in settori chiave: educazione, carità, gioventù, imprenditoria e finanza.  PREDICAZIONE ISLAMICA 2.0A preoccupare è anche la "predicazione 2.0", ovvero la diffusione dei principi islamisti attraverso social network come TikTok, Instagram e YouTube. Alcuni influencer religiosi, con centinaia di migliaia di seguaci, riescono a influenzare ampi segmenti di giovani, contribuendo alla trasformazione lenta e pervasivadel tessuto sociale e culturale francese.Il rapporto non si limita alla Francia, ma evidenzia come diverse organizzazioni islamiche europee - tra cui la Federazione delle Organizzazioni Islamiche in Europae il Consiglio Europeo per la Fatwa - sono ispirate ai principi dei Fratelli Musulmani. A queste si aggiungono altri gruppi come Hizb ut-Tahrir, che mira a creare un califfato globale pur rifiutando la violenza, e i movimenti salafiti, spesso conservatori e religiosamente attivisti. Il documento segnala infine il pericolo delle reti jihadiste come Al-Qaeda e ISIS, che hanno sfruttato malcontento e marginalizzazione per reclutare giovani europei nelle loro file. Dal 2014 si contano oltre 30 attentati mortalinel continente.Fin dagli anni Novanta il cardinale Silvio Oddi (1910-2001), che era stato nunzio in Egitto, affermavache il vero grande pericolo che vedeva per il futuro dell'Europa era l'avanzata dell'Islam. E fin dal 1993, il Centro Culturale Lepanto organizzò una grande protesta pubblica contro la costruzione della moschea di Roma, la più grande d'Europa, denunciando il ruolo politico e culturale svolto dalle moschee islamiche. Con il titolo Mosquées, les casernes de l'islamisation è stato pubblicato in questi giorni in Francia dall'associazione Avenir de la Culture un illuminante studio, sotto la direzione di Atilio Faoro. Il libro è un'accurata inchiesta dedicata alle "caserme" dell'Islam, di cui mette in luce il ruolo sovversivo. Le conclusioni sono inconfutabili. Le moschee, stimate in circa 2.600 in Francia, non sono semplicemente luoghi destinati alla preghiera, ma possono essere considerate centri militanti in cui si vive e si diffonde la cultura e lo stile di vita islamico. FRATELLI MUSULMANII Fratelli Musulmani sono una delle tre correnti fondamentaliste che controllano oggi centinaia di moschee francesi. Una galassia fortemente concorrente è quella del salafismo sunnita, un movimento poco strutturato ma che ha una grande influenza tra i giovani musulmani e, come i Fratelli Musulmani, non nasconde il suo odio per l'Occidente. Diverse moschee collegate a questa scuola di pensiero hanno fatto da trampolino verso il jihadismo. Infine, c'è l'Islam turco, sostenuto dal presidente Erdogan, anch'esso in piena espansione sul territorio francese. Sotto la sua egida sono state costruite numerose moschee, come quella di Strasburgo che, una volta terminata, dovrebbe essere la più grande d'Europa. Sotto questo aspetto, il vessillo dell'Islam che il 1° giugno è stato innalzato sulla statua di Giovanna d'Arco appare come in gesto chiaramente simbolico, non privo di collegamento con l'approvazione, il 28 maggio, del suicidio assistito da parte dell'Assemblea Nazionale: un provvedimento che, se venisse adottato in via definitiva, segnerebbe una nuova tappa nel processo di auto-dissoluzione dell'identità cristiana della Francia. Approvando la proposta di legge Falorni sul "diritto all'aiuto a morire", l'Assemblea nazionale ha infatti proclamato ancora una volta il diritto all'omicidio legale, come già aveva fatto il presidente Emmanuel Macron, lo scorso 19 gennaio, chiedendo l'inclusione dell'aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell'Europa.La forza espansiva dell'Islam sta nella debolezza della società secolarizzata che ha di fronte. Gli immigrati della terza e quarta generazione di origine musulmana hanno perso l'identità originaria dei padri e dei nonni e, di fronte allo sfacelo della società occidentale, divengono adepti di un anarchismo distruttore. Per loro, l'alternativa al nichilismo è l'adesione, non necessariamente religiosa, all'islamismo radicale, una religione politica che colma il loro vuoto morale. Alla caricatura ideologica dell'islamismo la Chiesa cattolica dovrebbe rispondere proponendo una visione del mondo integrale, fondata sul Vangelo, nel quale si trova la soluzione di tutti i problemi del mondo contemporaneo. E' infatti la mancanza di fede, ha detto il 9 maggio Leone XIV nella sua prima omelia, «che porta spesso con se' drammi quali la perdita del senso della vita».PAROLE INCORAGGIANTILe parole conclusive dell'opera di Atilio Faoro sono però incoraggianti: «Il 15 aprile 2019, il mondo intero fu testimone, inorridito, delle fiamme che devastavano la più celebre delle nostre cattedrali. Questa terribile prova ci ricorda che, come per Notre-Dame, la vita dei popoli e delle nazioni cristiane passa attraverso la croce. Questo dramma ci invita anche a non perdere mai la fede. Di fronte alla devastazione lasciata dall'incendio, molti dubitavano che l'edificio potesse un giorno ritrovare il suo splendore. L'8 dicembre 2024, Notre-Dame ha tuttavia riaperto le sue porte alla presenza dei capi di Stato di tutto il mondo e di una folla immensa, più bella che mai. Questo restauro è una lezione per tutti noi. Quante volte crediamo che tutto sia perduto, che le rovine siano definitive?»La spettacolare manifestazione che quest'anno, a Pentecoste ha visto 19.000 pellegrini, percorrere a piedi circa 100 km, da Parigi fino alla cattedrale di Chartres è una delle tante luci di speranza che si accendono, come la restaurazione di Notre-Dame e l'aumento in Francia di conversioni dall'Islam. Molti secoli fa, il Signore manifestò il suo amore particolare per la Francia inviandole una piccola pastorella di Lorena che prese le armi e la salvò.  «Gli uomini combatteranno e Dio darà loro la vittoria», diceva Giovanna d'Arco, con parole che costituiscono un programma. All'inizio del XXI secolo, l'esempio della santa guerriera costituisce un modello non solo per i francesi, ma per tutti coloro che, con il pensiero, la preghiera e l'azione, difendono la Civiltà cristiana dai suoi nemici.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8191NERA E FIGLIA D'AFRICA, MA E' CONTRO L'ISLAM E L'IMMIGRAZIONE INCONTROLLATA di Manuela Antonacci Lilas Eurydice Ndong, francese di origine gabonese, membro del partito di Marine Le Pen, candidata per la Vandea alle elezioni legislative francesi del giugno 2022, rappresenta una voce singolare nel dibattito pubblico francese. Nata nel 1982 a Parigi, questa donna di origini africane, figlia dell'illustre giornalista Pierre Célestin Ndong Ondo, sposata con un gendarme, difende gelosamente il patrimonio culturale francese che sente pienamente suo, contro l'immigrazione incontrollata.Lilas si è più volte detta preoccupata per le minacce all'identità e alla coesione nazionale in Francia, appoggiando in tutto e per tutto il pensiero politico di Éric Zemmour, fondatore del partito politico Reconquête, di cui condivide le idee sulla sovranità, l'immigrazione incontrollata e, soprattutto, la certezza che l'islam non sia una religione come un'altra. Come Zemmour, anche Lilas esprime i suoi timori di fronte a una Francia che vede indebolita da due dinamiche preoccupanti: la crescente influenza delle correnti islamiste, che ritiene abbiano una visione rigorista incompatibile con i valori repubblicani e l'immigrazione incontrollata, che, a causa della mancanza di selezione, importerebbe sfide sociali e culturali difficili da affrontare.Una vera e propria patriota che esorta a preservare la Francia come spazio di libertà, chiamandola, a questo scopo ad una vera e propria mobilitazione affinché difenda la sua identità. La sua è una posizione che fa impallidire la sinistra perché dimostra che in Francia si può essere di origine africana e abbracciare il pensiero politico della destra sovranista e identitaria. Sin dai suoi esordi in politica, nel 2022, sin rende conto che «per lo più i politici neri in Francia sono tutti vittime», non riconoscendosi in loro, in quanto «rappresentano un'immigrazione che non smette di lamentarsi e sputare sulla Francia». Questo attivismo le è valso ancora oggi, una valanga di insulti e minacce da parte proprio dei suoi connazionali africani.Ma lei ha le idee chiare e sostiene: «La Francia interventista deve fermarsi, deve cessare il bando di gara per i migranti a prezzi scontati per poi parcheggiarli, come ai tempi della schiavitù. I governi precedenti si sono impegnati nell'alimentare la schiavitù moderna con la complicità dei leader africani. Dobbiamo contribuire a sviluppare in modo massiccio le prospettive future degli africani nel loro paese e non qui. Non c'è più niente di buono per loro qui, perché i francesi ora vogliono salvare prima se stessi».E sostiene anche che le sue non siano solo parole: «Ci penserò io con il mio partito: prima i francesi. Gli africani devono rendersi conto che l'immigrazione illimitata è solo una forza lavoro a basso costo travestita da eldorado, e che porvi fine è fare loro un favore volendo dare loro tutta la dignità per avere successo validamente in patria e non più in patria».Una donna che rappresenta una bella pietra di inciampo sia per la sinistra francese sia per gli immigrati irregolari africani in Francia. Ma lei non ha dubbi: «Il mondo si è evoluto grazie a persone che hanno osato e hanno avuto una visione diversa, e io sono parte di questo processo. Sono convinta di essere venuta al mondo per sensibilizzare l'opinione pubblica in Africa. Gli insulti mi rendono più forte perché sono di fronte a persone che non osano».
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8072UN RAPPORTO ALLARMANTE SUI CRIMINI CONTRO LE CHIESE IN FRANCIA di Paola Belletti È la comunità ebraica il bersaglio più colpito dall'odio antireligioso in Francia, con un preoccupante 62% di atti antisemiti, contro un 7% di quelli contro i musulmani e un allarmante 31% che ha per destinatari i cristiani. Anche se gli atti contro la comunità cristiana sono diminuiti dal 2023 al 2024, si registra un significativo aumento per due anni di fila degli incendi dolosi contro luoghi di culto, cresciuti anche i furti in chiese e edifici religiosi cristiani. «Meno atti anticristiani, - dunque, riporta Europe 1 - ma più chiese prese di mira. Secondo un rapporto dell'intelligence territoriale consultato da Europe 1, la polizia ha registrato un calo degli attacchi anticristiani lo scorso anno (770 incidenti, -10%). (...) per il secondo anno consecutivo, lo scorso anno le chiese sono state nuovamente prese di mira in modo particolare. Nel 2024 sono stati registrati quasi 50 (...) incendi dolosi contro luoghi di culto cristiani. Nel 2023 sono stati 38, con un aumento di oltre il 30%».Un aumento favorito anche dalle rivolte contro il governo di Parigi scoppiate nel maggio del 2024 nella comunità francese della Nuova Caledonia (arcipelago francese in Oceania, Ndr). Numerose le chiese prese di mira dai rivoltosi e date alle fiamme. In Francia sempre nel corso del 2024 due sono stati gli incendi a danno di chiese e comunità cattoliche: il 2 settembre è stata colpita la chiesa di Saint-Omer che ha visto andare distrutti tetto e campanile; il 3 ottobre è toccato alla chiesa di Saint-Hilaire-le-Grand a Poitiers oggetto di due roghi simultanei e di altri danni materiali alle statue presenti nell'edificio sacro.A offrire questo quadro preoccupante è un rapporto dell'intelligence francese che definisce il fenomeno preoccupante anche per il fatto «che si inserisce in un contesto mondiale di degrado e profanazione del patrimonio religioso francese». Il trend purtroppo riguarda anche i furti: si è passati dai già numerosi 270 del 2023 ai 288 dell'anno da poco concluso, un aumento del 7 %, il che ha significato in media 5 furti nelle chiese ogni settimana. «Le regioni più colpite sono Nouvelle-Aquitaine, Île-de-France, Grand Est, Alvernia-Rodano-Alpi e Occitania, dove sono stati segnalati diversi casi di saccheggi e danni». Anche se prevalgono gli attacchi a edifici e oggetti sacri, non sono mancate azioni contro i fedeli, soprattutto con azioni di disturbo durante le celebrazioni, un fenomeno particolarmente intenso durante il periodo del Natale. Così riferisce un'altra testata, Breizh info: «A Bordeaux, due individui ubriachi hanno causato il caos durante la messa. A Saint-Germain-en-Laye, un uomo ha interrotto una funzione gridando “Allah Akbar” prima di salire sull'altare e mostrare il suo posteriore davanti ai fedeli. Lo scorso anno la minaccia contro i cristiani non si è limitata ad atti vandalici. Il 5 marzo 2024, un uomo di 62 anni, islamista, è stato arrestato dalla DGSI mentre pianificava un attacco a una chiesa. Grazie all'intervento dei servizi segreti la tragedia è stata evitata». Con l'apertura dell'Anno Giubilare le preoccupazioni in merito ai rischi per fedeli e patrimonio culturale sono ancora più elevate.Le autorità raccomandano prudenza e misure di prevenzione, ma resta il grande interrogativo sulle cause profonde di questa violenza e sulle misure non estemporanee per arginarla. Come cristiani sappiamo che alla radice di ogni persecuzione contro tutto ciò che è cristiano, dall'insofferenza fino all'odio più implacabile, c'è quello che Cristo stesso ci ha annunciato. La certezza dell'ostilità al Suo nome e la sicura ricompensa nei cieli per chi avrà perseverato. Di sicuro non significa che chi ha responsabilità di governo possa sottrarsi al grave dovere di impedire e limitare questi attacchi, fosse anche solo per amore della propria nazione e dei beni, materiali e non, che custodisce. Ciò che colpisce, infatti, non è tanto l'odio contro i cristiani di chi cristiano non è - e aspetta senza saperlo l'annuncio del Vangelo -, ma quella sorta di malattia tutta occidentale (del laicismo che ha preso a lungo il sopravvento) che ci vede spesso intenti a soffocare le nostre stesse radici.Nota di BastaBugie: Lorenza Formicola nell'articolo seguente dal titolo "Attentato in Austria, il jihadismo è la nuova normalità europea" spiega che non solo in Francia, ma in tutta Europa l'immigrazione ha avuto conseguenze catastrofiche. Per esempio il recente attentato a Monaco di Baviera da parte di un afghano arrivato in Europa con un barcone. Poi un altro attacco c'è stato a Villaco, in Austria, ad opera di un siriano: sempre in nome di Allah. Un grave errore sarebbe quello di sminuire la matrice islamista.Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 12 febbraio 2025:Dopo la Germania, l'Austria. Dopo Monaco di Baviera - dove in conseguenza delle gravi ferite riportate nell'attentato di giovedì 13 febbraio sono morte una mamma e la figlia di due anni, investite al grido di «Allah Akbar» - la scia di sangue è arrivata a Villaco (Villach), dove è morto un quattordicenne. La città della Carinzia, così vicina all'Italia (tanti italiani di confine la frequentano), è stata dunque il proscenio dell'ultimo attentato con coltello che il terrorismo islamico ha regalato all'Europa.È un sabato pomeriggio ancora sonnolento quello del 15 febbraio, sono circa le 16, a pochi passi da Hauptplatz, la piazza principale di Villaco circondata da negozi e caffè all'aperto; mentre il fine settimana ancora non s'è animato, un siriano di 23 anni si lancia sui pochi passanti con un coltellaccio che stringe nella mano sinistra. Trafigge al cuore un quattordicenne: morirà pochi minuti dopo, dissanguato. Cinque i feriti che combattono tra la vita e la morte in ospedale. Poi un venditore ambulante, pare anch'egli siriano, si mette in macchina per mettere fuori gioco il terrorista, investendolo. Un gesto che ha probabilmente evitato una strage.L'aria, al centro di Villaco, s'è fatta immediatamente cupa. E mentre ancora echeggiava il grido di «Allah Akbar», il giovane attentatore si faceva fotografare sorridente non lontano dal luogo dell'attentato. Poco più in là, vicino al ponte sulla Drava, le immagini diffuse su Internet lo presentano a fissare la fotocamera con un ghigno ostentato, per niente scomposto, mentre, seduto su una panchina e senza una scarpa, persa nella tentata fuga, tiene l'indice della mano destra alzato verso il cielo. È il gesto di omaggio ad Allah, la firma dei jihadisti da ormai tanti anni.Villaco è un città blindata. Un paio di elicotteri delle forze dell'ordine solcano il cielo. La squadra speciale della polizia austriaca è convinta che il siriano se ne sia andato in giro accompagnato. L'atmosfera è inquietante. La città è vuota d'un tratto. Qualcosa più di un film dell'orrore. Fino appunto alla notizia del venditore ambulante che ha investito il terrorista.Sembra ieri quando nel 2020, a Vienna, in quattro vennero uccisi dall'Isis, nel più grave degli attentati in Austria dal 1985. Che avrebbe ceduto il primato se, lo scorso agosto, un tentativo di attentato, targato Stato Islamico, ad un concerto di Taylor Swift non fosse stato sventato in tempo.Ma torniamo a Villaco. «In 20 anni di lavoro non ho mai visto una cosa del genere», ha commentato il portavoce della polizia locale. Il siriano aveva con sé un tesserino che lo identificava come un richiedente asilo e pare vivesse nel centro di accoglienza di Langauen. Devoto di Allah, era un assiduo frequentatore di imam su TikTok. Quelli che, dopo la stretta all'islam decisa da Sebastian Kurz nel 2018, sono diventati abbastanza introvabili in Austria. Nell'abitazione dell'attentatore è stata trovata anche una bandiera dell'Isis. Interrogato, ha ammesso di aver agito proprio in nome dello Stato Islamico. Eppure non era tra i 150 islamisti sotto osservazione del governo di Vienna.Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. E pensare che solo la settimana scorsa sono fallite le trattative per un nuovo governo. Il Partito della Libertà (FPÖ, di destra) e il Partito Popolare (OVP, conservatori) non hanno trovato l'accordo per un esecutivo che, comunque, sarà il più a destra dal secondo dopoguerra. Il leader del Partito della Libertà, Herbert Kickl, che ha vinto le elezioni parlamentari a settembre, per la prima volta nella sua storia, ha chiesto «una drastica riduzione del diritto d'asilo».L'Austria ospita una numerosa popolazione di rifugiati siriani, circa 100.000 persone. Dopo la caduta di Bashar al-Assad a dicembre, Vienna ha congelato le domande di asilo pendenti presentate dai siriani, per riesaminare la loro situazione. E ha posto fine ai ricongiungimenti familiari, oltre che inviato almeno 2.400 lettere di revoca dello status di rifugiato. Il Ministero dell'Interno, dal canto suo, ha appena dichiarato che sta preparando «un programma coerente di rimpatrio ed espulsione in Siria».Il governatore della Carinzia, Peter Kaiser, membro dei socialdemocratici, ha chiesto «le sanzioni più severe». Poi ha aggiunto che «l'Austria e l'Unione Europea hanno bisogno di attuare delle direttive molto restrittive in materia di immigrazione e asilo». Ancora una volta, infatti, si tratta di terrorismo islamico legato all'immigrazione. Come a Monaco. Medesima strategia, diversa tattica. L'afghano che ha ucciso a Monaco di Baviera aveva fatto l'ormai ben noto e collaudato iter. Nel 2016, era arrivato con il classico barcone
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8061QUANDO LE DEPORTAZIONI PIACEVANO ALLA SINISTRANel 1991 un ponte aereo e navale per riportare a casa 20mila immigrati albanesi clandestini... e nel 1997 il blocco navale deciso da Prodidi Bruno Dardani AGOSTO 1991. Il settimo Governo Andreotti con il ministro degli Interni Scotti in prima linea ha deciso di applicare alla lettera la Legge Martelli che vieta l'immigrazione clandestina. Dall'Albania sulla nave "Veolia" arrivano 20.000 fra uomini donne e bambini, che vengono fatti sbarcare nel porto di Bari e gran parte di loro ammassati nello Stadio. In mezzo a loro anche disertori dell'esercito albanese e delinquenti armati. In 4 giorni 20.500 albanesi vengono rintracciati e con metodi che vanno dall'inganno ("Vi portiamo a Roma") al mercanteggiamento (due magliette e un paio di jeans o un biglietto da 50.000 lire) vengono rimpatriati in quello che passerà alla storia come il più grande blitz europeo contro l'immigrazione clandestina.La storia è strana e ogni tanto, se ripescata e riportata a galla, aiuta a capire. All'epoca nessuno parla di "deportation". Anzi a tale fine è utile la rilettura di alcuni brani dell'Unità, organo ufficiale del Partito Comunista Italiano dell'agosto del 1991 che rispetto a questi clandestini che in fondo in fondo non sono graditi neppure alle sinistre che già stato patendo il crollo del comunismo nell'est e poi in Unione sovietica e che non vedono di buon occhio questi profughi in fuga da un Paese iper-rosso."Nessuno spargimento di sangue. Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo". Così il ministro dell'Interno Scotti commenta sull'Unità l'operazione- rimpatrio completata con il blitz di ieri che ha riportato in Albania disertori e irriducibili. "Avevo detto che non li avremmo accolti e ho mantenuto la promessa""Stiamo solo portando a compimento un'operazione cominciata il 14 agosto, a Bari…». Una pausa, poi: «Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo: non un morto, nessuno spargimento di sangue: e gli albanesi rimandati a casa».La giornata del grande blitz sta per finire, il ministro dell'Interno guarda ancora una volta appunti e tabelle, controlla i numeri, risponde al telefono. È stanco, stanco e soddisfarlo: dall'alba al tramonto sono stati rimpatriati 2.267 profughi. Prelevati da 14 regioni, sistemati su navi e aerei. Gli irriducibili non hanno avuto il tempo di reagire, tornano a casa. «Avevo detto che non II avremmo accolti, e sto mantenendo la promessa».È una specie di teorema. Il governo aveva deciso di applicare la legge Martelli, che vieta l'immigrazione clandestina. Gli albanesi giunti in Italia erano immigrati clandestini: bisognava rimpatriarli. Tutti. C'è stato qualche problema nello stadio di Bari, in duemila hanno fatto resistenza. Erano armati, sarebbe stato impossibile stanarli senza spargimenti di sangue. Ecco, allora, lo stratagemma: va bene, avete vinto, siete potenziali rifugiati politici, vi accogliamo provvisoriamente, in attesa di accertare la vostra richiesta di asilo. Gli irriducibili ci hanno creduto. Li hanno divisi in piccoli gruppi, rendendoli innocui: due giorni ed è arrivato il blitz di ieri. «Vi portiamo a Roma», hanno detto carabinieri e poliziotti ai profughi. Invece, li hanno portati in Albania. Anche l'ultima bugia e servita ad evitare reazioni, rivolte, «spargimenti di sangue». Un'altra bugia realistica e umanitaria, insomma. L'ennesima: perchè quel «vi portiamo a Roma» poliziotti e carabinieri lo dissero anche ai primi albanesi rimandati a casa, dieci giorni fa. Potrebbe fare da epigrafe a questa immensa operazione di polizia, 7-17 agosto, segnata da piccoli e grandi inganni, stratagemmi, sotterfugi".È il 1991, ma pochi anni dopo un governo di centro sinistra, quello del 1997 guidato da Romano Prodi attua il Blocco Navale in Adriatico proprio per bloccare l'immigrazione albanese e balcanica. il governo ha deciso di usare la linea dura: una cabina di regia formata dallo stesso Prodi, dal ministro dell'Interno Giorgio Napolitano, dal ministro degli Esteri Lamberto Dini e dal ministro della Difesa Beniamino Andreatta, ha dato vita a quello che è poi passato alla storia come un vero e proprio blocco navale del canale d'Otranto abbinato a un decreto per regolare i respingimenti.Il 28 marzo del 1997 una nave militare italiana sperona in acque internazionali la carretta del mare Kater I Rades, provocandone l'affondamento con la morte di oltre cento persone, molte delle quali donne e bambini. Vice Presidente del Consiglio, Walter Veltroni; Ministro degli Interni, Giorgio Napolitano; ministro degli Esteri, Lamberto Dini.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8047LA PROTESTA NAZIONALE PER RAMY, CONTRO LA POLIZIA: IL NOSTRO BLACK LIVES MATTER di Stefano Magni Quando un ragazzo egiziano di 19 anni, Ramy Elgaml, è morto a Milano durante un inseguimento dei Carabinieri (non aveva risposto all'alt in un posto di blocco), il quartiere Corvetto, ad alto tasso di immigrati, si era sollevato per due giorni contro la polizia. Era il 24 novembre scorso e il paragone che veniva naturale allora era: come una Banlieue parigina. Dalla settimana scorsa è iniziato il seguito della vicenda e il paragone con la periferia islamizzata francese non regge già più. Stiamo assistendo a un fenomeno diverso, più simile a un altro esempio estero del recente passato: il movimento Black Lives Matter contro la polizia americana.Come mai si è atteso un mese e mezzo per assistere allo scoppio di una nuova ribellione contro la polizia? La causa è la pubblicazione del video delle dashcam (le videocamere montate sulle auto) dei Carabinieri, il 7 gennaio, in cui si può assistere all'inseguimento dello scooter su cui era a bordo Ramy. Nemmeno i filmati, però, dimostrano che Ramy sia stato ucciso. Saranno i periti, nel prossimo processo, a stabilire se si sia trattato di un incidente, o i Carabinieri siano colpevoli. Ma quel che si è visto è stato sufficiente a far scoppiare la nuova rivolta.A fare la differenza, nel movimento Black Lives Matter, negli Usa, è soprattutto l'intervento della sinistra istituzionale, al fianco della piazza. Non è stata una protesta spontanea fine a se stessa, come reazione alla morte di George Floyd, nel maggio del 2020, ucciso da un poliziotto durante un fermo. E l'antirazzismo (George Floyd era un afroamericano, il poliziotto che l'ha ucciso un bianco) non era l'obiettivo principale. Il vero scopo era il "defund the police", togliere i fondi alla polizia. Il passaggio, utopistico, dalla repressione alla prevenzione, dalla politica "legge e ordine" a un welfare totale che elimini le cause sociali della delinquenza. Questo ha reso le violente proteste di Black Lives Matter uniche nel loro genere: al fianco delle piazze violente c'erano sindaci, procuratori e anche governatori di sinistra che davano la loro legittimità istituzionale alle violenze.PAESE CHE VAI, SINISTRA CHE TROVIIn Italia stiamo assistendo a qualcosa di molto simile. Oltre alla sinistra antagonista in piazza, la sinistra istituzionale ha subito preso posizione contro la polizia. Le frasi pronunciate da Giuseppe Sala, sindaco di Milano, sono molto più che ambigue: «Certamente le immagini danno un segnale brutto, non c'è dubbio, brutto. Però attendiamo che la giustizia faccia il suo corso. Dal mio punto di vista è chiaro che se qualcuno ha sbagliato deve pagare». Tre frasi: una garantista ("attendiamo che la giustizia...) chiusa fra due sentenze colpevoliste a prescindere. E poi: «Voglio ringraziare un'altra volta il papà di Ramy per l'atteggiamento che oggettivamente è impeccabile. La giustizia faccia il suo corso però mi pare un altro esempio del fatto che quando ce la prendiamo con gli immigrati... Insomma trovare uno (il papà di Ramy, ndr) che dica "c'è un poliziotto buono e uno cattivo ma voglio credere che la maggior parte siano buoni" non è poca cosa». Quindi, per esprimere solidarietà a un padre che ha perso un figlio, Sala ha trovato il modo di stigmatizzare la polizia. Al punto di considerare una lodevole eccezione chi pensa che non tutti gli agenti sono colpevoli.Ad aggiungere il suo peso professionale, oltre che politico, ai commenti di Sala, è stato Franco Gabrielli, consulente del sindaco ed ex capo della Polizia di Stato. Intervistato a Radio24 ha dichiarato: «È sempre facile fare il professore del giorno dopo ma è ovvio che quella non è la modalità corretta con cui si conduce un inseguimento perché c'è pur sempre una targa. Esiste un principio fondamentale ed è quello della proporzionalità delle azioni che devono essere messe in campo per ottenere un determinato risultato: io posso addirittura utilizzare un'arma se è in pericolo una vita ma se il tema è fermare una persona che sta scappando non posso metterla in una condizione di pericolo». Quindi, i Carabinieri non avrebbero dovuto inseguire chi non rispetta l'alt?È importante ricordare queste prese di posizione della sinistra milanese, perché gli effetti sono stati immediati. Queste dichiarazioni risalgono a giovedì 9 gennaio mattina, la sera stessa iniziavano i disordini di piazza. Ad inaugurare il Black Lives Matter italiano è stata, non Milano, ma Torino, a dimostrazione che non si è trattato di una reazione spontanea, ma di un moto politico nazionale organizzato. Nel capoluogo piemontese, un gruppo di antagonisti ha lanciato delle bombe carta contro un Commissariato di Polizia, oltre a uova con vernice. Le forze dell'ordine hanno chiuso le vie che portano verso il centro cittadino e sono stati lanciati contro di loro bottiglie di vetro. Cinque gli agenti feriti. Protagonista dei disordini, l'ormai noto centro sociale Askatasuna, recentemente legittimato dalla visita dell'europarlamentare Ilaria Salis. Un centro protagonista di tutti gli scontri degli ultimi anni contro la polizia a cui il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo (Pd), vorrebbe regalare la sede.SCENE DI GUERRIGLIA URBANAIl sabato sera si sono verificati gli scontri peggiori, a Roma e a Bologna, mentre a Milano la protesta è stata più pacifica: i manifestanti si sono limitati a imbrattare palazzi e strade. A Roma, invece, scene di guerriglia urbana, con negozi vandalizzati e otto agenti feriti. A Bologna è andata peggio: dieci agenti di polizia feriti, barricate e lanci di oggetti contundenti di tutti i tipi. Bologna ha fatto notizia soprattutto perché i manifestanti hanno anche preso di mira gli ebrei locali, imbrattando i muri della sede degli uffici della Comunità, nella via parallela a quella della sinagoga. Avendo così provocato un incidente diplomatico (anche l'ambasciatore di Israele è intervenuto sulla vicenda), almeno in questo caso la sinistra ha stigmatizzato la violenza.Anche in questo caso, la sinistra tace o accusa la destra di "strumentalizzare". Elly Schlein, segretaria del Pd, è intervenuta solo dopo che è stata sollecitata dalla premier Giorgia Meloni. E, oltre a una generica e doverosa condanna alla violenza di piazza, ha chiesto al centrodestra di "non strumentalizzare". La posizione più netta è quella di Alleanza Verdi e Sinistra: contro la polizia. Con il segretario verde Angelo Bonelli che paventa l'introduzione di "norme da Stato di polizia" dietro "il pretesto" delle aggressioni ai poliziotti. Insomma, neppure di fronte a diciotto agenti feriti in una sola sera, di cui otto nella stessa capitale, la sinistra riesce a prendere le distanze dai violenti.Ci sono invece violenze dello stesso tipo che praticamente non hanno fatto notizia, se non nella cronaca locale. A Busto Arsizio (Lombardia, provincia di Varese) i poliziotti sono intervenuti contro due nordafricani esagitati che stavano sfasciando un'auto in un parcheggio. Ma non appena gli agenti sono arrivati sul posto si sono trovati circondati da una folla di immigrati che insultavano la polizia e inneggiavano alla "giustizia per Ramy". Solo l'arrivo di rinforzi ha evitato il peggio. Sono azioni violente che fanno meno notizia, perché spontanee. Ma proprio per questo più pericolose, più incontrollabili e quindi in grado di dilagare. Come Black Lives Matter, appunto.Se la protesta ottiene il suo scopo, quello di criminalizzare e legare le mani alla polizia, gli effetti saranno anche gli stessi che abbiamo visto negli Usa dopo Black Lives Matter. Ovunque i sindaci di sinistra abbiano mantenuto le promesse di depotenziare la polizia, l'ordine pubblico è crollato. Le grandi metropoli amministrate da Democratici sono tornate ad essere luoghi pericolosi, come lo erano negli anni '70. E a farne le spese sono soprattutto i più poveri, quelli che abitano nei quartieri ghetto e che non possono permettersi un servizio di vigilanza privato. Negli Usa hanno così scoperto che lo Stato sociale non può sostituire l'ordine pubblico. In Italia, una parte della politica ci crede ancora.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8030SALVINI ASSOLTO, UNA SCONFITTA PER LA MAGISTRATURA di Ruben Razzante La battaglia che i pubblici ministeri di Palermo Marzia Sabella, Geri Ferrara e Giorgia Righi hanno ingaggiato anni fa contro Matteo Salvini era tutta politica e le accuse di sequestro di persona e di rifiuto di atti d'ufficio erano strumentali. La sentenza di assoluzione per il leader della Lega, all'epoca ministro dell'interno, pronunciata ieri sera dal Tribunale di Palermo, restituisce credibilità all'Italia e rappresenta una vittoria del diritto, oltre che del buon senso.Come ha commentato a caldo l'avvocato difensore di Salvini, la senatrice leghista Giulia Bongiorno, si tratta di un verdetto contro chi sfrutta i migranti. Al termine di un processo durato tre anni e che non sarebbe mai dovuto iniziare, è stato chiarito che "il fatto non sussiste" e che Salvini non ha commesso alcun reato ed ha agito nell'esclusivo interesse del suo governo e del suo Paese. Ha semplicemente difeso i confini nazionali dalle attività illecite delle Ong, che speculano sulle vite dei migranti. Invece i pm avevano chiesto per lui una condanna a 6 anni di carcere per rifiuto di atti d'ufficio e sequestro di persona. «Surreali e infondate le accuse a Salvini», ha commentato il premier Giorgia Meloni, esprimendo soddisfazione per il verdetto.Chissà cosa pensano i tanti italiani che non arrivano alla fine del mese e che sanno che per tre anni i loro soldi sono stati impiegati per un processo assurdo e fortemente ideologizzato. Senza considerare le complicità dell'ex premier Giuseppe Conte e degli altri membri del governo dell'epoca, che avevano avallato le scelte coraggiose del ministro Salvini senza manifestare alcuna opposizione e fino a ieri sera dichiaravano ipocritamente di voler rispettare le sentenze dei giudici. La battaglia processuale si è protratta fino a ieri senza esclusione di colpi. «Nell'agosto 2019 - hanno detto nella requisitoria i pubblici ministeri - da ministro dell'Interno Salvini aveva l'obbligo di rilasciare senza indugio alla nave dell'Ong Open Arms il place of safety, il porto sicuro, per 147 migranti soccorsi nel Canale di Sicilia. Invece, lasciandoli a bordo, agì intenzionalmente e consapevolmente in spregio delle regole».L'avvocato di Salvini, la senatrice leghista Giulia Bongiorno, ha replicato chiamando in causa la Ong spagnola: «Open Arms bighellonava in mezzo al mare - ha accusato in udienza - mentre i migranti potevano scendere liberamente» e Salvini "difendeva i confini". [...]La vicenda Salvini-Open Arms rappresenta una brutta pagina della storia nazionale sul piano della credibilità della magistratura italiana e dell'equilibrio tra potere giudiziario e politica. [...]Nota di BastaBugie: Anna Bono nell'articolo seguente dal titolo "Open Arms e Salvini, le verità negate da Avvenire" parla di uno scandaloso editoriale del quotidiano della CEI a commento della sentenza di assoluzione del vice-presidente del Consiglio pieno di menzogne sul tema dell'immigrazione in generale e della vicenda Open Arms e Salvini nello specifico.Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 23 dicembre 2024:Quello che l'editoriale del quotidiano della CEI, Avvenire, ha lanciato il 21 dicembre è un attacco al governo italiano, che accusa di una serie di promesse non mantenute, e al vice presidente del Consiglio Matteo Salvini, ma soprattutto è un attacco alla verità, nonostante il titolo: "Salvini assolto, ma c'è una verità da rispettare".«I porti non si possono chiudere - esordisce Danilo Paolini - perché la garanzia di un approdo sulla terra ferma è qualcosa che ha a che fare con il diritto umanitario universalmente riconosciuto, con l'incolumità e la sicurezza di vite». La prima verità è che invece le navi nei porti, come gli aerei negli aeroporti, entrano solo previa autorizzazione, che può essere concessa oppure negata. La seconda verità è che il diritto umanitario è indiscutibile, ma non riguarda il caso della Open Arms e dei suoi passeggeri, la cui incolumità e sicurezza non sono mai state in pericolo. Erano a bordo di una buona imbarcazione, sicura, costantemente monitorata ed erano bene assistiti. Alcuni che accusarono problemi di salute poterono lasciare la nave per ricevere le cure necessarie, altri furono fatti sbarcare perché risultavano essere minorenni: in tutto 64.La terza verità è che il comandante della Open Arms rifiutò qualsiasi alternativa, persino quelle offerte dalla Spagna, Stato di bandiera della nave, che gli aveva proposto di dirigersi verso il porto spagnolo di Algeciras o verso un altro porto nelle isole Baleari e che in alternativa era disposta a trasbordare i passeggeri su un'altra nave spagnola.La quarta verità è che la Open Arms doveva approdare in Italia, non a Malta, non in Tunisia e nemmeno in Spagna perché il nostro Paese era la destinazione scelta dagli emigranti irregolari, privi di documenti, che aveva a bordo e che per questo, per arrivare in Italia, avevano pagato a una delle tante organizzazioni criminali che gestiscono i viaggi illegali dall'Africa e dall'Asia verso l'Europa migliaia di dollari, anche più di 10mila se provenivano dal Bangladesh o da altri Paesi molto lontani. Se così non fosse, se gli emigranti fossero stati disposti a sbarcare in un qualsiasi porto sicuro, allora l'accusa di sequestro di persona andrebbe rivolta ai responsabili della Open Arms che, come ha affermato l'avvocato difensore del ministro Salvini, Giulia Bongiorno, «bighellonava in mezzo al mare» impedendo loro di sbarcare come avrebbero potuto.È convinto - dice del ministro Salvini Avvenire - di avere in questo modo «fermato l'immigrazione di massa, ridotto i morti in mare e difeso la Patria». Ne è convinto perché è la verità (la quinta). Negli anni in cui è stato ministro dell'Interno gli sbarchi sono diminuiti drasticamente: 23.037 nel 2018 e 11.471 nel 2019, mentre prima erano sempre stati molto più che centomila (addirittura 181mila nel 2016) e poi hanno ripreso a crescere. Nel 2019 il numero di emigranti morti nel Mediterraneo, 1.510, è stato di gran lunga il più basso mai registrato.Quanto a difendere la Patria, a quanto pare secondo il quotidiano della Cei farlo è lecito solo se è minacciata «da un invasore in armi» e quelli che arrivano invece sono «bambini, donne e uomini senza armi e senza niente, che rischiano la vita per disperazione, attraversando un mare che può ucciderli (...) perché scappano da guerre, miseria, catastrofi, persecuzioni». Tutti gli Stati del mondo, a tutela dell'ordine pubblico e della sicurezza nazionale controllano i loro confini - perché solo l'Italia non dovrebbe? -, prova ne sia che esiste la Convenzione di Ginevra che fa eccezione per chi chiede asilo, i profughi. Ma, ennesima verità negata, solo una esigua percentuale di emigranti illegali diretti verso l'Italia, e l'Europa, sono in fuga da guerre, catastrofi, persecuzioni e, dato il costo elevato dei viaggi, praticamente nessuno dalla miseria. Lo provano l'elevato numero di richieste di asilo respinte dopo attento e scrupoloso vaglio e l'elenco dei Paesi di provenienza, gran parte dei quali fortunatamente non sono afflitti da guerre, persecuzioni e catastrofi. L'Italia nei mesi scorsi ne ha individuati 19, ma sono molti di più.Per inermi che siano, bambini, donne e uomini non dovrebbero viaggiare illegalmente e poi, mentendo, chiedere asilo. Ma ecco ancora una verità dissimulata: arrivano quasi solo uomini giovani, le donne sono poche, meno del 15%, e meno ancora i bambini. Per il bene di questi ultimi, a questo proposito, meglio sarebbe battersi finalmente perché fosse punito con estrema severità chiunque sia responsabile di metterne a rischio la vita, soprattutto se, come nel recente caso della piccola Yasmine, si consente o si impone loro di imbarcarsi da soli, affidati e alla mercé di estranei.«Ci accingiamo - aggiunge l'editoriale - a festeggiare un Bimbo nato in una stalla 'perché non c'era posto per loro nell'albergo'». Ultima verità: Maria e Giuseppe non sono stati discriminati, respinti, cacciati, non c'era più posto né per loro né per nessuno, gli alberghi e le locande erano semplicemente al completo. «Quel Bambino, divenuto Uomo - conclude - avrebbe poi indicato nello straniero un essere umano da accogliere». "Quel Bambino" ha fatto ben altro. Ci ha insegnato a considerare ogni persona "prossimo" e ad amarla come noi stessi. Recepita pienamente finora solo dalla civiltà occidentale, è la più grande rivoluzione nella storia umana, dalla quale è scaturito il principio che esistono diritti inerenti alla persona, quindi universali e inviolabili. Questo con le persone che viaggiano senza documenti non ha proprio nulla a che vedere.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7977IL VANGELO NON AMMETTE NEUTRALITA' O COMPROMESSI di Roberto MarchesiniPer diversi anni ho riflettuto su un atteggiamento ecclesiastico che possiamo definire con due slogan: «Cercare ciò che unisce e non ciò che divide» e «costruire ponti e non muri». Traduco: si può dialogare con la modernità; il Mondo non è pregiudizialmente ostile ai cattolici; gran parte della cultura contemporanea è neutrale, rispetto al Vangelo. C'è quindi la possibilità, se non di evangelizzare il secolo, per lo meno di dialogarci.Con il passare del tempo mi sono convinto che questo atteggiamento sia eccessivamente ottimista e, forse, un po' ingenuo. E mi sono accorto che la soluzione del problema era già data in una lapidaria affermazione evangelica: «Chi non è con me è contro di me» (Mt 12, 30; Lc 11, 23).Parlando con alcuni amici, scettici riguardo alla mia risoluzione, mi è stato fatto notare che nel Vangelo di Marco la frase era diversa: «Chi non è contro di noi è per noi» (Mc 9, 40). C'è, dunque, chi non è contro di noi, la neutralità nei confronti del Vangelo è possibile. Non solo: San Paolo afferma che possiamo trovare qualcosa di buono dappertutto: «Vagliate tutto e tenete ciò che è buono» (1Ts 5, 21). Purtroppo queste citazioni non permettono di sostenere la costruzione di ponti. Partiamo dalla prima. Essa è semplicemente una riproposizione della frase di Matteo e di Luca: non ammette una neutralità. Anche per Marco è necessario schierarsi: con Cristo o contro di Lui. Chi non è con Cristo non è neutro: è contro di lui; chi non è contro Cristo non è neutro, è con lui. Cristo divide, chiede di prendere posizione, non ammette neutralità.La stessa cosa vale per san Paolo, il quale invita a vagliare tutto e a tenere ciò che è buono, integralmente buono; non ciò che ha una parte buona. Ricordiamo, infatti, che l'errore ha sempre una parte di verità; e che l'eresia non consiste nel rigetto totale della Verità, ma solo di una sua parte.Ammettere una possibile neutralità nei confronti del Vangelo, inoltre, significa sminuirne l'importanza. L'incarnazione di Cristo ha diviso la storia in prima (a. C.) e un dopo (d. C.); allo stesso modo, ha diviso in due l'umanità e la cultura. È stato un avvenimento così importante che necessariamente richiede che si prenda posizione nei suoi confronti.Sono confortato, nella mia posizione, da due importanti santi della Chiesa che hanno messo in evidenza il significato meta-storico dell'affermazione evangelica. In quella breve frase, infatti, è condensato un intero trattato di teologia della storia e la chiave di lettura per capire il rapporto tra Vangelo e modernità. Partiamo da san Giovanni Bosco, che ha scritto: «L'unica vera lotta nella storia è quella pro o contro la Chiesa di Cristo». È questa lotta che permette di capire tutta la storia dell'umanità, perlomeno degli ultimi cinquecento anni; ed è la storia del conflitto tra la Chiesa di Cristo e il Mondo.Anche Giovanni Paolo II, nell'Evangelium Vitae, ha dato una lettura meta-storica del conflitto tra la luce di Cristo e le tenebre. Nei brani che seguono, il papa polacco sottolinea le implicazioni per la difesa della vita di questo scontro; ma non manca uno sguardo più profondo: «Questo orizzonte di luci ed ombre deve renderci tutti pienamente consapevoli che ci troviamo di fronte ad uno scontro immane e drammatico tra il male e il bene, la morte e la vita, la "cultura della morte" e la "cultura della vita". Ci troviamo non solo "di fronte", ma necessariamente "in mezzo" a tale conflitto: tutti siamo coinvolti e partecipi, con l'ineludibile responsabilità di scegliere incondizionatamente a favore della vita (§ 28). [...] Nelle prime ore del pomeriggio del venerdì santo, "il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra... Il velo del tempio si squarciò nel mezzo" (Lc 23, 44.45). È il simbolo di un grande sconvolgimento cosmico e di una immane lotta tra le forze del bene e le forze del male, tra la vita e la morte. Noi pure, oggi, ci troviamo nel mezzo di una lotta drammatica tra la "cultura della morte" e la "cultura della vita". Ma da questa oscurità lo splendore della Croce non viene sommerso; essa, anzi, si staglia ancora più nitida e luminosa e si rivela come il centro, il senso e il fine di tutta la storia e di ogni vita umana (§ 50). [...] Maria aiuta così la Chiesa a prendere coscienza che la vita è sempre al centro di una grande lotta tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre (§ 104)». Giovanni Paolo II scrive di una immane lotta tra le forze del bene e le forze del male, tra la luce e le tenebre; e della «l'ineludibile responsabilità» di schierarsi dalla parte del bene e della luce. Chi non prende posizione, semplicemente, permette che il male accada e si diffonda; quindi, nuovamente, chi non è per Cristo è inevitabilmente contro di Lui.C'è poco da illudersi, siamo in guerra. È una guerra totale, senza quartiere, nella quale non ci sono neutrali o indifferenti. Abbandoniamo le ingenuità e le favole disneyane, accettiamo la realtà.
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TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7902IUS SCHOLAE, RIFORMA INUTILE: LA SCUOLA NON INTEGRA NEMMENO GLI ITALIANI di Anna BonoIl ministro degli affari esteri Antonio Tajani si è dichiarato favorevole all'adozione di una legge che introduca lo ius scholae, che consenta cioè di acquisire la cittadinanza italiana ai minori stranieri che abbiano concluso un certo ciclo scolastico. Una proposta di legge in tal senso era stata presentata nel 2022 dal Movimento 5 stelle, acclamata da tutta la sinistra. Prevedeva il diritto alla cittadinanza per i minori nati in Italia o arrivati quando avevano meno di 12 anni a condizione che avessero frequentato per almeno cinque anni un ciclo di studi. La legge non era passata. Presto potrebbe essere ripresentata, ma a condizioni diverse. Quelle pensate da Forza Italia a quanto pare sono due: che il minore straniero abbia concluso due cicli scolastici oppure che abbia terminato la scuola dell'obbligo.La seconda opzione farebbe apparire una eventuale battaglia per lo ius scholae più una questione di principio che di sostanza. Poiché la scuola superiore è obbligatoria fino a 16 anni, lo ius scholae anticiperebbe infatti soltanto di due anni la possibilità di acquisire la cittadinanza italiana dal momento che, in base alla legge 91 del 1992, a 18 anni i figli nati in Italia da genitori stranieri possono diventare cittadini italiani presentando una semplice dichiarazione di volontà all'Ufficio di stato civile del loro comune di residenza, con il requisito necessario della residenza legale in Italia senza interruzioni fino al compimento dei 18 anni.La rivendicazione di uno ius scholae, e prima ancora di uno ius culturae, simile ma che in alternativa al ciclo di studi di almeno cinque anni prevede come condizione aver seguito dei percorsi professionali, è stata avanzata dopo che era stata respinta la richiesta di sostituire lo ius sanguinis, riconosciuto in Italia, con lo ius soli. Il primo, lo ius sanguinis, attribuisce la cittadinanza per discendenza: i genitori trasmettono ai figli la loro cittadinanza. Per lo Stato italiano è cittadino italiano anche il discendente di un avo italiano, senza limite generazionale. Lo ius soli stabilisce la cittadinanza di una persona in base al luogo di nascita: si è cittadini del paese in cui si è nati, anche se da genitori stranieri.LO IUS SOLI, IUS CULTURAE O IUS SCHOLAEIl fulcro della battaglia per lo ius soli, lo ius culturae e lo ius scholae è il riconoscimento ai bambini stranieri degli stessi diritti di quelli italiani, l'ingiustizia presunta, da sanare, di una cittadinanza negata e l'urgenza di un percorso di inclusione sociale che "sapersi stranieri" renderebbe impossibile.Il primo argomento - i diritti negati - è stato ampiamente smentito. I bambini stranieri godono degli stessi diritti dei loro coetanei italiani, delle stesse libertà e usufruiscono degli stessi servizi, senza discriminazioni e limitazioni. Pur di non ammetterlo, un inconveniente - non può proprio essere considerato un diritto leso - alla fine è stato trovato e riguarda le gite scolastiche. Può capitare infatti che per partecipare a una gita all'estero un bambino non italiano si debba procurare un visto che a quelli italiani non è richiesto.Invece un inconveniente, anche serio, che non viene minimamente preso in considerazione, può derivare ai minori per il fatto di perdere la cittadinanza dei genitori, nel caso in cui non possano godere della doppia cittadinanza perché i paesi di origine non lo ammettono (ad esempio, il Camerun, la Nigeria, il Senegal, l'Iran, l'Etiopia...). Possono verificarsi problemi sia nel caso che la famiglia continui a vivere in Italia sia nel caso decida o si veda costretta a trasferirsi in un altro Stato o a fare ritorno al paese di origine.COME SE FOSSERO APOLIDI, SENZA CITTADINANZANel 2022, mentre si discuteva la proposta di legge, l'enfasi era stata posta anche su quanto fosse ingiusto lasciare centinaia di migliaia di bambini e ragazzini "senza cittadinanza", mantenuti "nel limbo di una non riconosciuta cittadinanza". Se ne parlava come se fossero apolidi o, piuttosto, fosse una condizione imbarazzante, patita, quotidianamente sofferta, essere, come i genitori, cittadini nigeriani, pakistani, marocchini, bengalesi e, perché no, canadesi, neozelandesi o giapponesi.Quanto al "sapersi stranieri" e sentirsi per questo esclusi, basta avvicinarsi a una scuola alla fine delle lezioni per tranquillizzarsi a questo proposito: tra i ragazzini che escono felici non c'è traccia di divisioni, demarcazioni, almeno non per il colore della pelle. Sono altri i criteri che inducono all'emarginazione, e al bullismo, e ne scelgono le vittime. Piuttosto, se e quanto un bambino nato in Italia da genitori stranieri o arrivato da piccolo si auto emargina e manifesta ostilità nei confronti dell'ambiente che lo circonda dipende da come questo ambiente gli viene presentato. La responsabilità è senz'altro della famiglia e conta molto il suo grado di integrazione economica e sociale. Può essere altrettanto e ancora più importante, nel caso dei bambini musulmani, l'insegnamento impartito nelle moschee, soprattutto quelle informali.Ma forse un ruolo ancora maggiore, decisivo, è svolto dalle continue, martellanti campagne - mostre, conferenze, dibattiti, festival... - condotte "a fin di bene" che accusano gli italiani di razzismo, mettono in guardia contro di loro, descrivono l'Italia come un paese inospitale, neofobico, che respinge gli stranieri, li disprezza. Pretendendo di abbattere muri, creano barriere di risentimento e diffidenza. Sono davvero ostacoli all'inclusione.Nota di BastaBugie: Stefano Fontana nell'articolo seguente dal titolo "Ius scholae? Ma la scuola non integra nemmeno gli italiani" spiega che la scuola italiana non fornisce una identità culturale nemmeno agli italiani, figuriamoci se può farlo agli stranieri. Anzi, è il contrario: non ha una sua identità perché assorbendo le ideologie moderne e il relativismo ha reso impossibile la trasmissione della verità.Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 24 agosto 2024:In questi giorni il mondo politico dibatte la questione dello Ius scholae come possibile criterio per regolarizzare gli immigrati. Il ministro Tajani e Forza Italia, per motivi politici, ci puntano molto. La cosa presenta molteplici aspetti di cui ci siamo già occupati e tutti conducono ad una sola conclusione: la proposta è assurda. Uno in particolare dimostra fuori di ogni dubbio questa assurdità: si pretende di affidare alla scuola italiana la costruzione di una identità italiana nei giovani immigrati, ma la scuola statale italiana non è in grado di educare a nessuna identità nazionale, per il semplice fatto che non è in grado di educare a nessuna identità culturale.La scuola italiana non fornisce una identità culturale nemmeno agli italiani, figuriamoci se può farlo agli stranieri. Sfido il ministro Tajani ad elencare i caratteri della identità culturale italiana così come plasmata dalla nostra scuola di Stato. Anzi, il processo è esattamente il contrario, la scuola italiana, davanti alla presenza di alunni stranieri, diminuisce i riferimenti alla propria tradizione e alla propria cultura - ammesso che ne abbia una - per un presunto dovere di adattamento di essa alle altre culture per spirito di accoglienza. Il caso delle omissioni nell'insegnamento della Divina Commedia di Dante è molto eloquente.Però, attenzione! Non è che Dante lo si insegni abitualmente e in modo approfondito e poi lo si purghi dei passi indigesti alle altre culture, soprattutto a quella islamica. La realtà è che Dante non lo si insegna più da molto tempo, l'abdicazione alla propria cultura è avvenuta già prima della presenza in Italia delle altre culture e nessun insegnante pensa più che insegnare Dante sia un dovere per rispetto alla nostra identità. Piuttosto il contrario, Dante, come Manzoni, sono stati da decenni combattuti nelle scuole perché organici ad una certa italianità tradizionale cattolica diventata il nemico della politica culturale gramsciana. Per questo l'archiviazione di Dante davanti alle esigenze islamiche risulta così privo di patemi d'animo, era già avvenuto.La nostra scuola "pubblica" non ha una sua identità ormai da molto tempo, da quando sono penetrate in essa le ideologie moderne e da quando il relativismo ha reso impossibile intenderla come ricerca e trasmissione di verità, da quanto essa ha assunto come criterio fondamentale di formare il cosiddetto spirito critico, cosa impossibile senza l'idea della verità. Lo spirito critico, non più basato sulla verità, è stato fondato sul soggetto e a quel punto tutte le credenze sono state ammesse, perché la verità stessa è stata trasformata in una credenza.Ogni verità è stata ridotta a opinione, quindi siccome bisogna accettare tutte le opinioni, come dice la Costituzione, bisogna accettare tutte le verità, che a quel punto non sono più verità. Ciò che importa è che gli studenti ci credano, ci mettano qualcosa di sé, siano coerenti con se stessi: nella nostra scuola l'atto soggettivo e non più il contenuto oggettivo diventa criterio di verità, intervenire in un dibattito in aula è più importante di cosa si dice, anzi tutti dicono il vero e affermare che una idea è sbagliata significa esercitare una discriminazione. Nessuna disciplina viene insegnata ormai come avente a che fare con la verità, ma al massimo come ipotesi di lavoroOggi la scuola pubblica italiana non propone più nemmeno una unitaria visione della persona, ma n
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7893SVEZIA DISPERATA: SOLDI AI MIGRANTI PER ANDARE VIAIl Paese è il simbolo del fallimento del multiculturalismo: Stoccolma è la capitale con più violenza in Europa, con intere zone off-limits per le forze dell'ordinedi Franco LodigeViolenza, criminalità, scontri tra fazioni opposte. La Svezia si è lentamente trasformata nell'emblema del fallimento del multiculturalismo forzato, testimonianza cristallina dell'ideologia che si nasconde dietro il modello porte aperte. Stoccolma è la capitale con il più alto tasso di violenza armata letale in Europa, con intere zone off-limits per le forze dell'ordine. I migranti sono diventati un problema innegabile e il governo è disposto a tutto pur di ripristinare legalità e sicurezza, perfino a pagare i rifugiati per tornare nei Paesi di provenienza.Come riportato dal The National News, la Svezia vuole offrire denaro per tornare nel Paese d'origine anche ai rifugiati con cittadinanza svedese: il programma di "uscita volontaria" offre 10 mila corone, ossia 900 euro, più i costi per sostenere il viaggio. Si tratta della mossa della disperazione per il governo, che deve fare i conti con dati drammatici: nel 2023 più persone hanno lasciato la Svezia di quante ne siano arrivate, prima perdita netta da oltre cinquant'anni."Uno sviluppo verso un'immigrazione sostenibile è necessario per rafforzare l'integrazione e ridurre l'esclusione sociale", ha evidenziato il ministro all'immigrazione Maria Melmar Stenergard: "Il numero di domande di asilo sembra essere storicamente basso, i permessi di soggiorno correlati all'asilo continuano a diminuire e la Svezia registra un'emigrazione netta per la prima volta in 50 anni". Inutile evidenziare che le politiche in materia di immigrazione e integrazione siano state esaminate attentamente dopo le ripetute violenze delle gang in tutto per il Paese.A maggio, un servizio di controspionaggio ha accusato l'Iran di reclutare bande criminali svedesi, note come Foxtrot e Rumba, per fare i loro voleri. I dati della polizia mostrano che lo scorso anno in Svezia ci sono state almeno 348 sparatorie. Sono state uccise almeno 52 persone e il numero di esplosioni è salito da 90 a 149. Senza dimenticare i roghi del Corano, che hanno inasprito i rapporti tra cristiani e musulmani. Il ministro Stenergard non ha utilizzato troppi giri di parole: "Per chi non si è integrato, è l'occasione per una vita migliore". Ma l'obiettivo è innegabilmente un'inversione di tendenza.Dopo anni di porte spalancate e buonismo a palate, all'inizio del 2023 il governo svedese aveva messo mano alle politiche di accoglienza: dal calo drastico di permessi accordati ai rifugiati alla cessazione dei ricongiungimenti, passando per il rafforzamento dei confini. Un intervento necessario e comunque tardivo, considerando i numeri del Paese nordico: l'8 per cento della popolazione - 10 milioni di abitanti - è di religione islamica. Le proiezioni hanno spaventato tutti: entro il 2050 i musulmani potrebbero raggiungere quota 30 per cento. Una situazione potenzialmente esplosiva, considerando la già difficile convivenza.Una situazione drammatica, testimoniata plasticamente dalla fuga degli svedesi e dei migranti integrati dai ghetti più pericolosi. Con buona pace del progressismo e dell'inclusività esasperata, che tanto male hanno fatto e continuano a fare all'Occidente. E in primis al buonsenso.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7879C'E' UN ELEFANTE NELLA STANZA: LA CORRUZIONE IN AFRICA di Anna BonoThere is an elephant in the room. C'è un elefante nella stanza. Con questa espressione gli inglesi intendono l'esistenza di una realtà del tutto evidente e nota a tutti, ma che viene sistematicamente ignorata perché nessuno ha voglia di parlarne e si preferisce far finta che non esista.Ebbene, quando si tratta di Africa, qualunque sia il contesto e quali che siano i temi affrontati, un elefante nella stanza c'è sempre. È la corruzione, un argomento che nessuno vuole toccare. Se di corruzione si parla, nelle sedi internazionali, forse è durante i colloqui privati tra capi di stato e di governo, negli incontri bilaterali, facendo attenzione a non urtare la suscettibilità dei leader africani.Quando si arriva alle cause dei grandi problemi del continente - la povertà, i conflitti, il jihad, il debito estero, la disoccupazione... - di tutto si parla salvo che del ruolo giocato dalla corruzione che pure contamina incontrastata ogni aspetto, ogni settore della vita pubblica e privata, eretta a sistema, addirittura ostentata come segno di status sociale, responsabile di un generale approccio predatorio che autorizza chi può a usare il denaro pubblico come fosse sua proprietà e diritto.Le cause dei problemi sono sempre altre. Il riscaldamento globale, rinominato cambiamento climatico, è la spiegazione più recente che si aggiunge alle altre addotte nel corso del tempo: le risorse naturali depredate, dall'Occidente mai da altri, il neocolonialismo, i diktat del Fondo monetario internazionale e della Banca Mondiale, fino a più remoti fattori come l'incontro iniziale con l'Europa nel XVI secolo, che avrebbe bloccato e distorto il promettente sviluppo del continente mettendovi fine, e la tratta transatlantica degli schiavi, per la quale si continuano addirittura a chiedere risarcimenti. Tipicamente, sono tutte cause attribuite a fattori esterni, che assolvono gli africani da ogni responsabilità.LE PROTESTE IN KENYAMa adesso in Africa la parola "corruzione" finalmente viene scandita, gridata da decine di migliaia di giovani. Hanno incominciato in Kenya, dove da oltre sei settimane manifestazioni di protesta vengono organizzate nella capitale Nairobi e nelle principali città per chiedere che alla corruzione si metta fine.A mobilitare la "generazione Z" è stata la notizia che erano in arrivo nuove tasse destinate inevitabilmente ad aumentare il costo della vita già elevato: una nuova tassa annuale di circolazione per gli automezzi, pari al 2,5 per cento del loro valore, una "tassa ecologica" sulla maggior parte dei manufatti locali e l'aumento delle imposte su generi di base come il pane (del 16 per cento) e l'olio da cucina (del 25 per cento). Le casse dello stato sono vuote, ha provato a spiegare il presidente William Ruto, quindi o si aumenta il debito estero ricorrendo ad altri prestiti, e già adesso per ogni dollaro ricavato dalle imposte 61 centesimi servono per pagare i debiti contratti, oppure si aumentano le tasse.Inutilmente il capo dello Stato ha cercato di far leva sull'orgoglio nazionale dicendo che il provvedimento era necessario per "riscattare il nostro Paese e affermare la nostra sovranità", un appello all'orgoglio nazionale che spesso ha funzionato, ma non questa volta, non con chi ogni giorno deve fare i conti con spese alle quali non riesce a far fronte e che per "debito" intende i conti non pagati al negozio di alimentari che non concede più credito, gli arretrati dell'affitto, la bolletta della luce scaduta.Le proteste sono continuate. La polizia il 25 giugno, quando i manifestanti hanno marciato sul Parlamento dove si discuteva la legge finanziaria, riuscendo a dar fuoco ad alcuni locali, ha sparato ad altezza d'uomo uccidendo decine di persone e ha continuato in occasione delle manifestazioni successive. Ormai i giovani uccisi sono più di 50.Anche quando Ruto, vista la situazione, ha deciso che la legge finanziaria non sarebbe entrata in vigore, i giovani leader delle proteste, invece di dirsi soddisfatti, hanno incominciato a chiederne le dimissioni. Gli slogan scanditi e scritti sui manifesti durante le nuove proteste hanno continuato a reclamare la fine di corruzione e malgoverno, ad accusare la classe politica di essere responsabile delle difficoltà in cui versa tanta gente.L'11 luglio il presidente ha quindi sciolto il governo lasciando in carica soltanto il ministro degli esteri, Musalia Mudavadi. Il giorno successivo il capo della polizia Japhet Koome ha rassegnato le dimissioni. Neanche questo è bastato, tanto più dopo che Ruto ha annunciato di voler formare un governo di unità nazionale, vale a dire composto anche da alcuni rappresentanti dell'opposizione, e il 24 luglio ha nominato ministri quattro membri del principale partito di opposizione, l'Orange Democratic Movement."Abbiamo creato una partnership visionaria, lungimirante, per una trasformazione radicale del Kenya", ha detto il capo dello Stato presentandoli e poi ha ringraziato "per il loro storico atto di patriottismo" tutti coloro che vi hanno collaborato. Il suo è stato un collaudato espediente per rabbonire l'opposizione che non ha ingannato nessuno. "Ruto ha nominato delle persone corrotte per combattere la corruzione", hanno replicato i rappresentanti dei giovani, "l'accordo con l'opposizione è corrotto".Le proteste quindi continuano e con esse la richiesta che il presidente Ruto e il vicepresidente Rigathi Gacharua rassegnino le dimissioni. Una denuncia depositata in tribunale il 25 luglio li accusa di grave violazione della costituzione, abuso di potere, incompetenza, perdita irreversibile della fiducia popolare.LE PROTESTE IN NIGERIA E UGANDAIntanto altri giovani in Africa stanno pensando di seguire l'esempio di quelli kenyani e in due Paesi, la Nigeria e l'Uganda, sono già passati all'azione. Benché sia il primo produttore africano di petrolio e la prima economia del continente, la Nigeria sta affrontando la peggiore crisi economica degli ultimi decenni, ha anch'essa accumulato un debito insostenibile, lo scorso anno ha evitato di dichiarare default solo grazie a nuovi prestiti di entità enorme.La svalutazione del naira, la valuta nazionale, e la rimozione di alcuni sussidi statali introdotti per contenere il prezzo al consumo di elettricità e benzina hanno fatto impennare il costo della vita. Molte famiglie ormai si possono permettere solo un pasto al giorno e c'è chi si procura da mangiare frugando nella spazzatura.Il 1° agosto nella capitale Abuja e nelle altre principali città si sono svolte manifestazioni contro la corruzione. La più imponente è stata quella di Kano dove adesso è stato imposto il coprifuoco per fermare i disordini. La polizia nega di aver usato proiettili veri, ma a Kaduna, capitale dell'omonimo Stato, sono stati uccisi almeno tre manifestanti. A Lagos, il polo commerciale, i giovani gridavano "ole", che in lingua Yoruba vuol dire ladro, all'indirizzo del presidente Bola Tinubo e del suo governo. Il presidente ha reagito sprezzantemente dicendo che "pochi uomini e donne" vogliono mobilitare i giovani per loro "biechi motivi".In Uganda, Paese che confina con il Kenya, è stata organizzata una grande manifestazione anti corruzione il 23 luglio. La polizia è intervenuta con gli idranti e ha arrestato centinaia di persone. Il presidente Yoweri Museveni, che governa dal 1986, anno in cui ha conquistato con le armi la capitale Kampala, e che per anni ha negato il passaggio alla democratica teorizzando un "no party system" come formula politica ideale per gli africani, ha minacciato gli organizzatori dicendo che "stanno giocando con il fuoco", che non consentirà a nessuno di interferire con le attività del suo governo e li ha accusati "essere al servizio di potenze straniere".Accusare di essere manovrati, di servire potenze straniere è un altro collaudato metodo usato dai leader africani per screditare chi li contesta e per stornare la collera popolare. Ma non è detto che questa volta funzioni.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7841CHI CRITICA LO STUPRO DI GRUPPO VIENE PUNITO, GLI STUPRATORI NO di Manuela AntonacciNella società pervasa dall'ipocrisia del "politically correct" può accadere che ad andare in carcere non sia un gruppo di feroci stupratori, ma chi li insulta. Ma la storia va raccontata davvero con tutti i dettagli del caso perché ha dell'incredibile. Lo stupro di gruppo di cui si sta parlando era stato perpetrato nel settembre 2020 in un importante parco pubblico di Amburgo, con ben dieci uomini, di età compresa tra i 16 e i 20 anni, provenienti da Kwuait, Afghanistan, Iran e altri Paesi, che hanno approfittato dello stato di ubriachezza di una adolescente che vagava in stato confusionale e della mancanza di testimoni, a causa del lockdown in corso.Il parco di Amburgo, infatti, in quel periodo di forzato isolamento sociale, era diventato luogo di ritrovo degli adolescenti, ma ad un certo punto, la polizia aveva disperso tutti i gruppi, per far rispettare le misure di distanziamento sociale. Così la ragazzina era rimasta da sola ed era stata assalita dai primi quattro aggressori che - oltre a violentarla ripetutamente - le avevano anche tolto portafoglio e cellulare. Uno di loro, per "divertimento", aveva anche girato alcune scene dello stupro, in cui si vede la straziante immagine della quindicenne che cerca di coprirsi almeno il viso, per difendersi dalle violenze.Non contenti, terminata questa mattanza, i violentatori cominciarono a mandare messaggi per invitare anche altri del branco a partecipare allo stupro. Dopo essere riuscita finalmente a liberarsi e a chiamare i soccorsi, una volta in ospedale, le furono ritrovate, addosso, tracce di ben nove spermi diversi. Pensate, allora, che la giustizia abbia fatto il suo corso, infliggendo agli stupratori una pena esemplare? Ebbene no!Nonostante nessuno di loro abbia mai mostrato il minimo segno di pentimento durante il processo, anzi, qualcuno del branco avrebbe definito la sua azione come "un'occasione irrinunciabile", grazie alla presidente della Corte, Anna Meier Goring, i giovinastri non si sono fatti nemmeno un giorno di carcere. Proprio così: neppure uno. Secondo il giudice, i ragazzi non sarebbero in grado di assumersi le stesse responsabilità degli adulti e le pene detentive presenterebbero degli "enormi svantaggi" data la giovane età degli inquirenti.Però, badate bene, una pena comminata c'è, ma non riguarda uno degli aggressori, ma un soggetto del tutto esterno ed estraneo ai fatti, ovvero una ragazza di 20 anni che avendo visto uno degli stupratori su Snapchat, indignata dalla terribile violenza, non gliele aveva mandate a dire, inviando messaggi con frasi del tipo "stupratore maiale" e "mostro disgustoso". Per tutta risposta, l'uomo, si sarebbe anche azzardato a denunciarla e il giudice gli avrebbe persino dato ragione. Così ora la ragazza si farà tre giorni di carcere e sarebbe stata costretta anche a scusarsi pubblicamente. Ma la follia continua perché le autorità di Amburgo stanno indagando su altri 140 casi di insulti agli stupratori. Evidentemente secondo certa giustizia, al branco andava conferita una medaglia al valore e il plauso generale.Davvero sembra un racconto surreale e invece il "politically correct" con tutta la sua folle ondata ideologica può portare davvero a conseguenze estreme come questa! Cosa c'è, infatti, di peggio della violenza di una visione ideologica che consiste proprio nello stravolgere la realtà e nel piegarla ai propri dettami, come in questo caso? Intanto Anna Meier Goring, sulla cui coscienza pesa terribilmente questo verdetto, è già stata ribattezzata dall'opinione pubblica "la vergogna di Amburgo" e molti le hanno augurato la stessa sorte della ragazza.Tuttavia, siccome al peggio non c'è mai fine, la donna è stata anche elogiata nelle pubblicazioni tedesche di sinistra per la sua sentenza, venendo definita "coraggiosa e intelligente". "Coraggiosa" perché ha regalato la libertà agli oppressori e avrebbe continuato ad infliggere dolore alla vittima che ora non si sente più nemmeno tutelata dalla legge? "Intelligente" perché avrebbe usato la giustizia amministrandola con "equità" considerando più grave, non lo stupro ma chi insulta sui social?
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7685IMMIGRAZIONE FUORI CONTROLLO, IN FRANCIA COSTA 2 MILIARDI L'ANNO di Paola BellettiSarebbe dovuto uscire il 13 dicembre, ma la sua pubblicazione è stata intenzionalmente differita. Ad ammetterlo Pierre Moscovici, già ministro dell'economia e delle finanze nei due governi Ayrault, e attualmente primo presidente della Corte dei Conti della Repubblica francese. Si tratta del rapporto sull'immigrazione clandestina in Francia, fenomeno contro il quale il governo aveva promesso il pugno di ferro: il ministro dell'Interno Gérald Darmanin sbandierava fieramente l'efficacia della sua gestione degli immigrati clandestini e afferma che il tasso di espulsione degli stranieri delinquenti è aumentato del 30%. Il rapporto che riferisce i numeri del fenomeno migratorio - che si configura oggi come epocale per tutta l'Europa, come ha evidenziato il Timone di novembre (qui per abbonarsi) - è invece un atto di accusa contro l'operato del governo.TEMPISMI SOSPETTIDarmanin, che non ha potuto far tornare i conti in modo che confermassero la bontà della gestione dell'esecutivo di Macron, ha deciso di non renderli noti nel momento in cui avrebbero potuto pesare maggiormente sul dibattito parlamentare che proprio in quei giorni si stava infiammando, l'11 dicembre infatti l'Assemblea nazionale aveva bocciato il progetto di legge sull'immigrazione: la mozione è stata votata con 270 voti favorevoli contro 265, impedendo di fatto l'approvazione del progetto di legge all'Assemblea nazionale e infliggendo l'ennesima sconfitta politica alla maggioranza di Macron. La proposta di legge era invece passata al Senato francese qualche settimana fa e numerose organizzazioni si erano mobilitate per evitare che il progetto di legge passasse in via definitiva.Il presidente della Corte ha spacciato per rigore morale una omissione, se non una manomissione strumentale a favore del governo in carica (e sotto una fitta grandine di malcontento sociale): si è difeso spiegando che non voleva che "questa pubblicazione interferisse in alcun modo con il dibattito politico". A prendere in considerazione i numeri del rapporto si capisce anche come a pensar male, anche in questo caso, si rischi poco di sbagliare.CONTROLLI INESISTENTI, RISORSE SCARSE, SPESA ELEVATANel pezzo a firma di Hélène de Lauzun l'elenco, seppure sintetico, è impietoso: la gestione delle frontiere è giudicata catastrofica, con controlli di identità praticamente mai effettuati e nessuna informazione seriamente raccolta. Le amministrazioni e i tribunali responsabili delle deportazioni sono totalmente saturi, poiché il numero di ordini di lasciare la Francia (Obligation de Quitter le Territoire Français, o OQTF) emessi è effettivamente aumentato del 60% negli ultimi cinque anni, mentre il numero di personale responsabile del loro trattamento è aumentato solo del 9%. Gli OQTF sono spesso contestati e i tribunali amministrativi non sono in grado di gestire correttamente i casi a causa della mancanza di personale e risorse.Altro limite significativo è la mancanza di applicazione degli ordini di espulsione emessi: solo il 10% diventa effettivo: di sicuro questa sproporzione non rimanda un'immagine di semplice disorganizzazione; ciò che comunica all'opinione pubblica nazionale e internazionale è un senso di inefficacia e perdita di controllo da parte dell'autorità politica. Tra i numeri che l'ex ministro socialista ha preferito tacere il più a lungo possibile spicca senz'altro quello del costo dell'immigrazione clandestina sui bilanci dello Stato: 1,8 miliardi di euro all'anno, essenzialmente a carico del Ministero dell'Interno. Questa cifra sconcertante mina un argomento spesso avanzato dalla sinistra, vale a dire che l'immigrazione ha "arricchito" il paese. E il rapporto della Corte esamina solo il costo dell'immigrazione illegale.CRISI MIGRATORIE: È ORA CHE LA REALTÀ PREVALGA SULL'IDEOLOGIAChi segue il fenomeno migratorio francese ed europeo non si è stupito più di tanto di ciò che il documento ha restituito; ciò che ha indignato molti in Francia è stato il comportamento da uomo di partito da parte di un amministratore pubblico che invece ha l'obbligo istituzionale e morale di servire il bene comune in modo imparziale, non schierato. Moscovici ha barato perché temeva che la realtà documentata dal rapporto avrebbe pesato a favore delle linea dura della destra in tema di gestione dei flussi migratori. Un atteggiamento, conclude chi firma il pezzo, emblematico della resistenza dello stato profondo francese a una vera riforma dell'immigrazione.Quanto al nostro Paese, possiamo evidenziare come l'Italia, per gestire il fenomeno migratorio, destini indicativamente 4,6 miliardi di euro (dato del 2018), cifra divisa su diversi ministeri e voci di spesa. Il costo per ogni rimpatrio è di circa 2.400 euro per ogni persona immigrata clandestinamente (in questa cifra convergono costi di polizia, sorveglianza, assistenza e viaggio). Stando ai dati forniti dal Viminale, nei primi sei mesi del 2023 sono stati oltre 54.000 gli immigrati sbarcati in Italia - non vengono considerati di conseguenza quelli arrivati nel nostro Paese via terra attraverso la cosiddetta rotta balcanica - un dato più che doppio rispetto allo stesso periodo del 2022 (21.800) e del 2021 (16.500).
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7624IL MINISTRO DELLA DIFESA CROSETTO NON VUOLE UNA NUOVA BATTAGLIA DI LEPANTO di Raffaele CitterioIn un'intervista rilasciata al Corriere della Sera e pubblicata due domeniche fa, il ministro della Difesa Guido Crosetto si augurava che il conflitto in Medio Oriente non degenerasse in "uno scontro di civiltà". Il rappresentante di Fratelli d'Italia vorrebbe impedire che si scateni "una nuova battaglia di Lepanto". A sostegno di tale augurio, chiosava in vari modi: "Non esiste una frattura tra mondo arabo e Occidente".Nel contempo, però, annunciava che le festività delle Forze Armate ai Fori Imperiali, previste per il 4 novembre, sarebbero state sospese per motivi di sicurezza, cioè per il rischio di attacchi terroristici di matrice islamica. Come dire: prendiamo atto che il terrorismo islamico ci può colpire anche a casa.Interpellato sull'immigrazione che, sempre più copiosa, sbarca sulle nostre coste meridionali, il ministro ammetteva che "per dei potenziali terroristi è il modo migliore per entrare in Italia". E faceva sapere: "In questi anni, di persone che arrivano dal mattino alla sera e possono farci del male ne sono entrate a migliaia. Quando hai decine di migliaia di migranti... è ovvio che sbarcheranno alcuni che non siano stinchi di santo".Di più. Domandato se nel mirino di Hamas c'è solo Israele o ci sono anche le democrazie dell'Occidente, Crosetto rispondeva: "Le democrazie occidentali sono il gradino successivo. L'obiettivo di Hamas è la jihad, la guerra totale. Cercano di agitare gli animi di milioni di musulmani e trasformare la loro volontà terroristica in una guerra di religione".E allora, perché vuole scongiurare una nuova battaglia di Lepanto?Dalle parole del ministro traspare la comprensibile preoccupazione che il conflitto mediorientale possa estendersi all'Europa, già tanto provata da altri fattori, e in preda a una guerra sui confini slavi. Si augura, dunque, che le nazioni "buttino acqua sul fuoco", cerchino cioè la pace. Intenzione di per sé lodevole e condivisibile. Sbaglia, però, nel voler escludere tout court quello che possiamo chiamare lo spirito di Lepanto, condizione essenziale per la vera pace.LO SPIRITO DI LEPANTOPrima di essere una battaglia, Lepanto è uno stato di spirito fondato su due elementi:1) la consapevolezza della nostra identità cristiana ed europea, cioè di una specifica tradizione di Fede e di civiltà;2) la consapevolezza che tale Fede e tale civiltà sono oggi sotto attacco, sia dall'esterno che dall'interno.Da ciò la consapevolezza che è un nostro preciso dovere morale reagire in difesa di Santa Romana Chiesa e della civiltà che essa ha plasmato. Detto senza mezzi termini, la consapevolezza che serve un rinnovato spirito di crociata. Crociata psicologica, culturale e ideologica prima che militare, ma ciò nondimeno una vera e propria crociata.Negli ultimi decenni, mentre l'amore per la nostra Fede e la nostra civiltà europea venivano meno, il fanatismo dei nostri nemici cresceva in proporzione inversa. Già nel 2000 ammoniva il cardinale Biffi: "L'Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana. Ciò che mi pare senza avvenire è la ‘cultura del niente', della libertà senza limiti e senza contenuti, dello scetticismo vantato come conquista intellettuale, che sembra essere l'atteggiamento dominante nei popoli europei, più o meno tutti ricchi di mezzi e poveri di verità. Questa ‘cultura del niente' (sorretta dall'edonismo e dalla insaziabilità libertaria) non sarà in grado di reggere all'assalto ideologico dell'islam che non mancherà. Solo la riscoperta dell'avvenimento cristiano come unica salvezza per l'uomo - e quindi solo una decisa risurrezione dell'antica anima dell'Europa - potrà offrire un esito diverso a questo inevitabile confronto".Ed ecco che, di fronte a un'Europa sempre più assopita, debole e perfino vergognata di essere cristiana - un'Europa che odia sé stessa, come denunciava Benedetto XVI - si alza di nuovo minacciosa la scimitarra della jihad islamica, rediviva dopo un periodo di quiete relativa. E ciò è un pericolo.LA JIHAD ISLAMICALa jihad islamica va vista in un contesto storico assai più ampio e profondo. Essa non è appena il braccio armato di certe fazioni estreme dell'Islam. Da quando, nel 632, Maometto ordinò l'invasione dell'Impero bizantino, la jihad islamica si è comportata come una forza globale anti-cristiana e anti-occidentale, la cui finalità è la distruzione della Chiesa e della Civiltà cristiana. Non andava per il sottile il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser quando, nel corso d'una cerimonia commemorativa della battaglia di Mansurah (1250) contro i francesi di S. Luigi IX, proclamava: "La Mezzaluna ha trascinato la Croce nel fango. Solo una cavalcata musulmana potrà restituirci la gloria d'un tempo. Quella gloria non sarà completa finché i cavalieri di Allah non calpesteranno S. Pietro a Roma e Notre Dame a Parigi".E noi, cosa opponiamo a questa cavalcata? La controcultura del nichilismo e della decadenza. Ossia niente. Anzi, apriamo le nostre porte affinché questi "cavalieri di Allah" possano venire indisturbati. Di più: gli diamo alloggio, vestiti, cibo, copertura sanitaria... e perfino una paghetta. Non sazi di sostenerli in ogni modo possibile, provvediamo per loro anche luoghi di culto, trasformando sempre più chiese in moschee, indifferenti al fatto che una moschea non è paragonabile a una chiesa. La moschea è il luogo dove si riunisce l'umma, cioè la comunità islamica, per leggere il Corano e discutere dei loro affari, soprattutto nei confronti dei "miscredenti". Sono luoghi di indottrinamento.Ai frequentatori delle moschee in Italia, per esempio, viene distribuito il libro dello Shaykh Abu Bakr Djaber el Djaza'ri, Minhaj al Muslim (La via del musulmano). Eccone alcuni brani: "Il musulmano deve credere che tutte le religioni sono caduche, che i loro addetti sono negatori, che l'Islam è la vera religione e che i musulmani sono i veri credenti. (...) Tutti quelli che non professano l'Islam sono miscredenti. (...) Per Dio, la vera religione è l'Islam. (...) Il musulmano che rinnega la sua fede e diventa israelita o cristiano, per tre giorni si cerca di convincerlo a tornare alla propria fede. Se rifiuta, gli viene inflitta la pena di morte, perché ha detto Maometto: Uccidete chiunque abiura la sua fede".Qualcuno dirà che sono una minoranza. Nell'intervista sopra menzionata, il ministro Crosetto ammette che "uno su cento" dei migranti potrebbe diventare un terrorista "se venisse pompato", ossia fanatizzato dalla propaganda. Le fonti dell'intelligence sono concordi nel dire che l'Islam radicale - compresi combattenti e fiancheggiatori - non rappresenta più del 10% della popolazione musulmana. Se prendiamo però in considerazione che i seguaci di Maometto nel mondo sono due miliardi, dovremmo concludere che ci sono duecento milioni di potenziali "cavalieri di Allah" che potrebbero bussare alle nostre porte forzandone l'ingresso.No, ministro Crosetto. Con tutta la comprensione per la sua cautela da uomo pubblico, qui serve uno spirito di Lepanto. Lo scontro di civiltà che lei vorrebbe evitare c'è già. Dobbiamo solo schierarci.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7590MAROCCHINO MUSULMANO, ESPULSO DUE VOLTE, UCCIDE LA MOGLIE, MA E' LIBERO DI CIRCOLARE di Stefano ZurloL'hanno espulso due volte, nel 2011 e nel 2023, ma è ancora in Italia. È un uomo libero. E fra un provvedimento e l'altro, ha ucciso con ferocia la moglie, massacrata con 42 coltellate davanti alla loro figlia di 7 anni. È una storia sconvolgente quella di Hammadi Zrhaida, marocchino, classe 1975, finito a suo tempo sui giornali per aver ammazzato la consorte dopo una lunga serie di vessazioni e umiliazioni. Una vicenda che mette purtroppo in luce le debolezze di un sistema colabrodo in cui si aprono infinite falle e che alla fine non è capace di tutelare le persone indifese ma meritevoli come Fatima, farmacista, che aveva denunciato Hammadi, ma è morta per mano sua.La storia comincia nel 2010 quando l'uomo arriva in Italia con il classico visto turistico. Già nel 2011 è nei guai: viene denunciato per danneggiamento e viene decretata la sua espulsione, preceduta dal passaggio in un Centro di permanenza e rimpatrio per i migranti. Ma il marocchino non entra nel centro, riesce a schivare la detenzione sia pure amministrativa e gioca la carta del ricongiungimento familiare. Fatima l'ha preceduto nel nostro Paese. Lui l'ha costretta a lasciare il lavoro, lei è venuta in Italia, ha trovato un'occupazione come badante, vive a Padova. I rapporti fra i due sono pessimi: Hammadi la segrega, la minaccia, la picchia, lei lo denuncia e lo denuncia ancora, ma poi come spesso succede, fa marcia indietro.Hammadi sospetta che abbia un amante e nel corso dell'ennesima lite la colpisce con coltello 42 volte, davanti agli occhi della piccola che assiste impotente allo scempio.Zrhaida viene arrestato e condannato a 20 anni. In appello però la pena viene ridotta a 14 anni e 8 mesi, suscitando discussioni e polemiche sulla stampa; il Mattino di Padova registra lo sconcerto dell'avvocato che non accetta uno sconto così importante: «Non avevamo fatto appello contro la sentenza perché non avrebbe riportato in vita Fatima, tuttavia ci eravamo rimessi a una giustizia umana che non c'è stata. Eppure sono state spezzate due vite: quella di Fatima e quella della figlia», data in affido.Zrhaida sconta la pena, ulteriormente accorciata per effetto delle regole del diritto penitenziario. Quest'estate è di nuovo in circolazione, fuori dal carcere. E non ci sono le condizioni per lasciarlo nel nostro Paese: il suo soggiorno in Italia è andato ben oltre i confini della legalità. È così a fine agosto il prefetto di Padova lo espelle e il questore lo spedisce in un Centro di permanenza e rimpatrio per i migranti, secondo il protocollo canonico seguito in questi casi.Del resto, come ha raccontato il Giornale nella sua inchiesta, i centri per la permanenza e il rimpatrio sono forse l'unico argine contro individui socialmente pericolosi come Hammadi che forse verranno rispediti a casa e forse no. Perché c'è sempre la possibilità che un ricorso sia accolto. Hammadi viene portato nel Centro per i migranti di via Corelli a Milano, in attesa di essere espulso. È il 28 agosto scorso: il conto alla rovescia sulla carta non è lungo, perché il Marocco è un paese che collabora e gli aerei riportano indietro i clandestini. Ma in Italia c'è sempre un'ultima carta da giocare, quella della richiesta di asilo. Certo, il Marocco non è la Somalia e nemmeno l'Afghanistan, ma alcuni giudici hanno una sensibilità molto alta nel valutare i casi. Spesso i magistrati lasciano gli ospiti nelle strutture blindate in attesa della pronuncia della Commissione. È questa la decisione del giudice di pace che conferma il trattenimento, ma non esaurisce la procedura. C'è una richiesta di asilo e a soppesare il quadro arriva il giudice ordinario: Olindo Canali. Lui la vede in un altro modo: Il 29 settembre 2023 libera il marocchino che aspetterà senza restrizioni il responso della Commissione territoriale. Tredici anni dopo il suo ingresso in Italia e dopo essere stato espulso due volte, Zrhaida è libero.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7592L'EUROPA SI ALLEVA LA SERPE ISLAMISTA IN SENOIl jihadismo non riguarda solo il Medio Oriente e l'Africa, perché è ben radicata la presenza di radicalismo musulmano in Europa, Italia compresadi Souad SbaiHanno avuto ragione molto presto coloro che hanno evocato lo spettro dell'effetto emulazione di Hamas in Europa. In Francia, a rispondere positivamente il 13 ottobre all'appello dell'organizzazione terroristica per un "venerdì della rabbia" è stato un giovane ceceno di 20 anni, Mohamed Mogouchkov, che ha colto l'occasione per fare quanto forse aveva già in mente da tempo. Come vittima sacrificale, è stata la volta del Prof. Dominique Bernard, docente di letteratura francese in un liceo di Arras poco più che quarantenne. Due i feriti, causati dal coltello dell'attentatore.Mogouchkov era immancabilmente già noto alle autorità come soggetto a rischio radicalizzazione. Il fratello più grande si trova in carcere per il piano di un attacco terroristico all'Eliseo. Il giovane ceceno ha così deciso di seguire fedelmente le orme del suo connazionale Abdullakh Anzorov, il decapitatore del Prof. Samuel Paty nel sobborgo di Conflans-Sainte-Honorine, nei pressi di Parigi, il 16 ottobre del 2020, esattamente 4 anni fa.TERRORISMO JIHADISTA NEL CUORE DELL'EUROPAGli antefatti che hanno condotto al suo barbaro gesto devono ancora essere ricostruiti con precisione e non sappiamo quindi se Mogouchkov nutrisse un odio tanto estremo nei confronti del Prof. Bernard per una qualche ragione in particolare, come fu l'aver discusso in classe delle vignette di Charlie Hebdo, che risultò fatale al Prof. Paty. Anzorov agì istigato dall'ISIS, Mogouchkov da Hamas pur avendo anch'egli simpatie per il presunto stato islamico: al netto delle differenze, il risultato non cambia. Si tratta sempre di terrorismo jihadista nel cuore dell'Europa.Ci si preoccupa in maniera crescente dell'insistenza del fenomeno in Africa sub-sahariana e sicuramente a ragione. D'altro canto, il concentrare l'attenzione pressoché esclusivamente su quanto accade al di là dei nostri confini, porta a sottostimare le serissime problematiche che affliggono l'Europa internamente, tra cui va certamente annoverata la ben radicata presenza di sacche di radicalismo islamista, diffuse ormai ovunque, Italia compresa. Una problematica intrecciata a doppio filo con quella dell'immigrazione, dell'integrazione e del militantismo di una parte significativa delle seconde generazioni, a cui va aggiunta anche l'accoglienza di "rifugiati" come Anzorov e Mogouchkov, che raggiungono nella lista nera del terrorismo i connazionali Dzokhar e Tamerlan Carnaev, gli autori dell'attacco alla maratona di Boston del 15 aprile 2013.La Germania ha messo fuori legge tutte le attività legate ad Hamas nel paese, dopo il clamore suscitato dalle manifestazioni di giubilo a Berlino in favore dell'organizzazione terroristica che, ricordiamo, è uno dei tanti frutti amari generati dai Fratelli Musulmani e beneficia del sostegno politico di Turchia e Qatar, oltre che dei missili e dell'addestramento del regime khomeinista iraniano. Simili manifestazioni a quelle della capitale tedesca si sono svolte nelle strade di Londonistan, come denunciato dalla scrittrice Joanne Rowling. E in Italia?PRUDENZA MISTA A FURBIZIAGli islamisti nostrani non hanno finora gridato troppo apertamente il proprio supporto per Hamas, ma si tratta solo di prudenza mista a furbizia, che non ne nasconde la compiacenza per quanto accaduto in Israele, come nel caso dei tanti giovani "influencer" con la barbetta che spopolano sui social media. Si tratta di soggetti nati o giunti molto presto in Italia, laureati e inseriti professionalmente, che non hanno nulla di apparentemente pericoloso ma sfruttano le sembianze a prima vista rassicuranti per veicolare la propaganda ideologica fondamentalista della Fratellanza nell'attuale contesto italiano.Le loro lezioni di storia online sulla questione palestinese non servono altro che a promuovere presso i proseliti di turno la visione del conflitto promossa da Hamas, insieme agli obiettivi fissati nel suo statuto fondativo (distruzione di Israele), strumentalizzando così la situazione di sofferenza reale e pluridecennale dei palestinesi.Tra gli obiettivi da raggiungere della loro attività di proselitismo troviamo senza sorpresa la sinistra studentesca neo-sessantottina, con cui si sono riuniti a Milano per il "venerdì della rabbia", inneggiando alla "Resistenza" palestinese in salsa islamista.Se fossero stati maggiormente consapevoli di queste dinamiche, i gruppi giovanili di destra che hanno causato incidenti nelle manifestazioni di Roma avrebbero forse assunto una posizione più equilibrata e meno da tifosi da stadio degli antagonisti di sinistra. La "Resistenza" comprende anche Hezbollah, che su mandato dell'Iran sta facendo in modo che nel conflitto venga nuovamente coinvolto su larga scala il povero Libano, malgrado il 70 per cento della popolazione sia assolutamente contraria a una simile e assurda prospettiva.Dall'islamismo radicale bisogna sempre prendere le distanze, qualunque causa esso voglia rappresentare. L'allerta bomba a Versailles e alla tormentata scuola di Arras ci dicono che i "venerdì della rabbia" sono destinati a continuare.
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