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Fecondazione Artificiale - BastaBugie.it
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IL TECNO-SCHIAVISMO DELLA SURROGATA SULLA ROTTA USA-CINAUn numero crescente di cittadini cinesi ultra-ricchi si affida a madri surrogate americane per avere quanti più figli possibili (decine alla volta e, a volte, più di cento)di Luca Volontèhttps://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8408
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8391SONO STATA USATA COME UNA MACCHINA FABBRICA-BAMBINI Marie-Anne Isabelle è una donna britannica che ha vissuto sulla propria pelle il dramma di ciò che molti vogliono raccontare come una favola moderna: l'utero in affitto. Per lei, però, non è stata una storia di altruismo e lieto fine, ma qualcosa che ancora oggi definisce senza esitazioni «un incubo». «La maternità surrogata non è una favola, è un incubo» ripete nelle interviste e nei convegni internazionali dove, da anni, denuncia pubblicamente l'utero in affitto come «un inganno» che l'ha ridotta, parole sue, a «una macchina fabbrica-bambini».Per capire perché Marie-Anne sia arrivata a usare parole così dure bisogna tornare indietro di circa dodici anni. Nel 2013 ha 39 anni, vive nel Regno Unito, ha un compagno che ama e due figli di 6 e 10 anni. Lavora nel settore educativo, è affettivamente serena e non ha problemi economici. Non cerca soldi, non cerca visibilità. Un giorno, però, si presenta a casa sua una delle persone a cui è più legata: la cugina Marje. Per lei è quasi una sorella. Marje ha un tumore all'utero, le hanno già parlato di isterectomia per salvarle la vita, ha congelato degli embrioni con il marito nella speranza di poter avere un figlio prima o poi. Quando si siede in salotto, le chiede una cosa che nessuno si aspetterebbe da un familiare: «Vuoi portare in grembo mia figlia per me?». All'inizio Marie-Anne resta scioccata. Sa poco o nulla di maternità surrogata. Ha letto qualche articolo sulle donne indiane sfruttate per sfornare neonati per coppie ricche europee e asiatiche, ma l'ha sempre percepita come una realtà lontana, esotica, quasi da reportage. La cugina la rassicura subito: nel loro caso, promette, sarà tutto diverso. Non ci sarà denaro, nessun contratto commerciale, solo un gesto d'amore tra parenti. È l'inizio di un percorso che lei, anni dopo, chiamerà «l'errore più grande della mia vita». Convinta di fare del bene, Marie-Anne accetta, ma pone una condizione che per lei è non negoziabile. L'embrione dovrà essere creato con l'ovulo della cugina e il seme del marito, così da essere geneticamente figlio loro, e lei dovrà poter vedere la bambina che porterà in grembo, avere un ruolo nella sua vita, essere almeno la "madrina" che la accompagna crescendo. Nessuno pensa di sedersi davanti a un avvocato; si dicono che sono famiglia, che basta la parola. In seguito lei scoprirà che la coppia aveva già valutato surrogazioni all'estero, ma troppo costose. Lei, invece, era la soluzione "perfetta": vicina, disponibile, gratuita.L'ITER SANITARIOComincia così la trafila medica. Marie-Anne entra in un centro per la fecondazione in vitro (FIVET) dove le vengono trasferiti in utero gli embrioni creati con i gameti della coppia. Prima del concepimento affronta mesi di esami, visite, controlli. Racconterà di avere fatto iniezioni di ormoni tutti i giorni per circa tre mesi, di aver iniziato a sentirsi fin dall'inizio più un corpo a disposizione della clinica e dei committenti che una donna libera. Una volta instaurata la gravidanza, si accorge che tutti si sentono autorizzati a dirle cosa mangiare, come vivere, che cosa fare o non fare, come se il suo corpo non le appartenesse più. Era già madre di due bambini, sapeva che cosa significa portare una vita dentro di sé, ma questa volta sente che il legame con la piccola è "vietato": la bambina è sua e insieme non dovrebbe esserlo. Nel 2014 arriva il momento del parto. L'ospedale sa che si tratta di una surrogata, ma la legge britannica è chiara: la madre legale è sempre la donna che partorisce. Sono quindi le volontà di Marie-Anne a contare: lei chiede che in sala parto ci siano solo lei, la cugina e il compagno; il marito di Marje aspetterà fuori. I medici le propongono un taglio cesareo programmato; lei rifiuta, sostenuta da un'ostetrica che le ricorda che un intervento chirurgico non è una "gentilezza" ma una procedura che comporta rischi. In quei momenti, però, invece di sentirsi sostenuta, sente addosso il fiato delle istituzioni: viene contattata l'assistenza sociale, vengono poste domande, si parla del fatto che il bambino sarà dato a un'altra coppia. Tutto questo mentre è in travaglio.La bambina nasce. Per qualche istante, come ogni madre, Marie-Anne la tiene tra le braccia. Poi la macchina si rimette in moto: il padre "committente" entra per il contatto pelle a pelle, l'ospedale insiste perché sia comunque lei, la partoriente, a lasciare il reparto con la neonata in braccio. È una politica interna e l'ospedale non vuole entrare nel merito di chi crescerà il bambino. Così Marie-Anne esce, attraversa i corridoi, raggiunge il parcheggio e lì, tra le auto, consegna la bambina alla coppia. Quel gesto, che sulla carta avrebbe dovuto essere il compimento di un "dono", sarà per lei l'inizio di un lutto impossibile. Nei giorni successivi, le promesse si moltiplicano. La cugina e il marito le dicono che si vedranno spesso, che le manderanno foto, che la bambina la chiamerà zia e la sentirà parte della famiglia. Passa però appena un mese e tutto si spezza. Le visite promesse vengono rinviate, le telefonate diminuiscono, l'accesso ai social viene chiuso, ogni legame si raffredda. Fino al silenzio. Marie-Anne sprofonda in una sofferenza che la travolge. Cominciano gli attacchi di panico, l'insonnia, l'angoscia. Non è solo il rimpianto di aver "dato via" una bambina; è la consapevolezza, dolorosissima, di essere stata usata e poi scartata. Mentre cerca di capire cosa stia succedendo, scopre che la coppia ha avviato una procedura presso l'Alta Corte per ottenere un parental order: l'atto che sposta definitivamente ogni diritto genitoriale su di loro, cancellando il suo nome dai certificati e da ogni responsabilità legale. Marie-Anne viene convocata in tribunale, sottoposta a valutazioni psichiatriche, interrogata dai servizi sociali. L'ente pubblico che segue tutti i casi di surrogata le spiega, con freddezza, che se non darà il suo consenso rischierà di vedersi presentare il conto del mantenimento della bambina, perché per la legge la madre, finché non c'è un parental order, è lei.LA CAUSA LEGALE E I PROBLEMI DI SALUTELa causa va avanti per circa due anni. Nel frattempo la salute mentale di Marie-Anne crolla: viene ricoverata in psichiatria, inizia un lungo percorso di cure con il sistema sanitario nazionale. Ne paga il prezzo anche la sua famiglia: i due figli vengono affidati al padre e vivono con lui per circa cinque anni, mentre lei cerca di rimettersi in piedi. In tribunale, paradossalmente, la sua sofferenza viene usata contro di lei: se sta così male, le viene fatto capire, non è forse la prova che non è in grado di gestire la situazione? La donna chiede almeno la possibilità di un contatto per poter vedere ogni tanto la bambina, ma le spiegano che un contatto garantito renderebbe il suo consenso "condizionato" e quindi giuridicamente problematico. Alla fine, stremata dalle pressioni, dalle minacce economiche e illusa ancora una volta da nuove promesse di incontri futuri, firma. Il parental order viene concesso. Da quel momento, racconta, non ha mai più visto la bambina che ha portato in grembo.Negli anni successivi Marie-Anne passa, a tratti, più tempo in ospedale che a casa. Parla di un disturbo post-traumatico complesso, di terapie prolungate, di un percorso sanitario-psicologico specifico per cercare di elaborare ciò che le è successo. Racconta che per un lungo periodo non riusciva nemmeno a guardare una donna incinta o un neonato senza essere travolta dall'ansia. La surrogata, che le era stata presentata come un gesto altruistico tra parenti, le ha lasciato addosso cicatrici profonde. Non solo su di lei: anche i suoi figli hanno pagato il prezzo di una madre spezzata e di una famiglia divisa. A coprire i costi delle cure psichiatriche e psicologiche, sottolinea, è stato il servizio sanitario pubblico, cioè l'intera collettività, mentre la coppia che ha ottenuto la bambina ha continuato la propria vita. A un certo punto, però, decide di rompere il silenzio. Scrive e pubblica la sua storia su piattaforme femministe e associazioni che denunciano l'utero in affitto. In una lettera aperta che oggi fa il giro del mondo, arriva a dire: «Ho fatto l'errore più grande della mia vita, solo per aiutare qualcuno». Non parla di un incidente di percorso, ma di un sistema che, a suo giudizio, mette sempre e comunque al centro il desiderio di chi commissiona un bambino, e relega la donna che lo porta in grembo al ruolo di strumento. Per questo ripete senza mezzi termini: «L'utero in affitto è un inganno. Sono stata usata come una macchina fabbrica-bambini». Nelle conferenze e in incontri internazionali, Marie-Anne racconta la sua esperienza di surrogata "altruistica" per una parente, proprio per smontare il mito che esisterebbe una versione "buona" e priva di rischi dell'utero in affitto. Insiste sul fatto che lei non ha mai ricevuto un compenso vero e proprio, solo rimborsi spese e qualche aiuto pratico, e che proprio questa cornice pseudo-familiare ha reso più facile la manipolazione: niente avvocati, nessuna informazione seria sui rischi legali e psicologici, promesse verbali di contatto che non avevano nessun valore una volta nato il bambino. «Volevo aiutarla, ma mi sono rovinata la vita», confida quando le chiedono se oggi rifarebbe quella scelta.Oggi, dopo anni di terapia e di ricostruzione familiare, i suoi figli sono tornati a vivere con lei e la sua vita ha ritrovato un equilibrio, fragile ma reale. La bambina nata dalla surrogata, però, resta un'assenza quotidiana. Non sa che aspetto abbia, come viva, che tipo di persona stia diventando. Sa soltanto che da qualche parte nel Regno Unito
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8303LA VILLA DEGLI ORRORI E I 22 NEONATI COME PACCHI AMAZON di Giuliano Guzzo Sembrava una villa, e in effetti a prima vista esattamente questo appariva: una gran abitazione da favola, roba da ricchi. In realtà, però, era ben altro, e cioè un disumano supermarket di bambini. Stiamo parlando della lussuosa abitazione a nove stanze ad Arcadia - zona chic alla periferia di Los Angeles - dove risiedevano Silvia Zhang, 38 anni, e Guojun Xuan, 65 anni, e dove la polizia nei giorni scorsi ha scoperchiato quello che presenta tutti i contorni d'un colossale scandalo, con al centro un losco traffico di neonati. Ma andiamo con ordine.La vicenda aveva avuto inizio ai primi maggio quando un bambino era stato ricoverato e mostrava dei segni di maltrattamenti. Per cercare di far luce su questi abusi riportati dal piccolo, gli inquirenti sono arrivati all'abitazione dei due citati asiatici, dove hanno trovato la bellezza di 15 bambini, tutti di età inferiore ai tre anni - accuditi esclusivamente da tate. Non è finita: altri sei piccoli, sempre riconducibili a Zhang e Xuan, sono di lì a poco stati rintracciati dalla polizia in case nella zona circostante. Ma di chi sono questi 22 bambini?Secondo i due cinesi - nel frattempo arrestati -, quelli sarebbero tutti figli loro. Tanto è vero che, per chiarire la posizione, sono stati esibiti 22 certificati di nascita, che a prima vista proverebbero come - sia pure ottenuti tutti attraverso utero in affitto - i piccoli sarebbero della coppia. Peccato che, ben lungi dal chiarire la situazione, quei 22 certificati siano finiti solamente con l'aggravarla. Quei documenti infatti attestano un'anomalia notevole: quella secondo cui i 22 neonati sarebbero nati in svariati Stati americani e in rapida successione. Un po' troppo anche per il più intenso desiderio di genitorialità che una coppia possa coltivare. Non è finita.LA VILLA DEI MISTERICon una veloce indagine, si è scoperto come la "villa dei misteri" fosse registrata - coincidenza - quale la sede della Mark Surrogacy, cioè l'agenzia di surrogazione di maternità che, pensate un po', aveva organizzato la maggior parte delle nascite dei bambini ed era gestita da lei, Silvia Zhang, la donna che vi risiedeva con il marito. Entrambi ora respingono ogni accusa circa i presunti traffici di cui sono accusati. Ma oltre ai certificati di nascita assai singolari e alla non meno curiosa coincidenza tra la loro abitazione e un'agenzia attiva sul fronte dell'utero in affitto, ad inchiodare i due ci sono pure delle testimonianze. Si tratta dei resoconti - raccolti in un'inchiesta realizzata sul caso dal Wall Street Journal a firma di Katherine Long, Ben Foldy e Sara Randazzo - delle stesse mamme surrogate che la signora Zhang e il coniuge avevano contattato, per lo più reclutandole su Facebook.Sono donne che, se da un lato ammettono di aver messo al mondo dei figli su commissione per la coppia asiatica, dall'altro dichiarano di essere totalmente all'oscuro del fatto che i due facoltosi asiatici avessero decine di pargoli con loro. Una di queste donne, tale Vanity McGoveran - la quale, su commissione, ha partorito una bimba -, è uscita allo scoperto raccontando al quotidiano americano d'essere rimasta sconvolta, quando ha appreso che la signora Zhang, che a lei aveva detto di non poter avere figli, in realtà ne aveva 22. Ma quale necessità avevano Silvia Zhang e Guojun Xuan (ufficialmente imprenditori e responsabili d'una società immobiliare, la Yudao Management) di tutti quei bimbi?NONOSTANTE LO SCANDALOIl forte sospetto, visti anche i legami con la Cina, dove l'utero in affitto è illegale, è che i due smerciassero i loro presunti figli con dei loro connazionali. Lo riporta esplicitamente anche il Wall Street Journal, quando evidenzia che, anche se non è ancora chiarito «se la villa di Arcadia avesse legami diretti con la Cina» ora però «l'inchiesta sta sollevando allarme nel settore della maternità surrogata commerciale, un mercato in rapida crescita e multimiliardario che mette in contatto aspiranti genitori con donne disposte a dare alla luce figli per loro. Gli esperti di maternità surrogata temono che i legami della coppia con la Cina e l'elevato numero di figli avuti tramite maternità surrogata possano indurre a un controllo più rigoroso su quello che oggi è un settore scarsamente regolamentato».Chiaro? Nonostante lo scandalo clamoroso che si sta sollevando attorno a questo caso - di cui il Timone aveva dato notizia tra i primi in Italia ancora giorni fa, quando i primi dettagli sulla vicenda stavano trapelando - c'è ancora chi, anziché inorridirsi, si preoccupa che tutto ciò possa condurre a controlli più rigorosi per un settore che, negli Stati Uniti e non solo, risulta ancora «scarsamente regolamentato». Tutto questo però non deve stupire, dato che non fa che suffragare una realtà innegabile: l'utero in affitto - che solo un volgare tranello linguistico può portare a chiamare gestazione per altri (o, peggio ancora, gpa) - è e resta sempre, in ogni circostanza, una compravendita di bambini.Come Timone denunciamo tutto questo con forza da anni, come prova anche la copertina provocatoria d'un numero della nostra rivista che era uno speciale intitolato «pensateli comprati», raffigurante una madre con il suo bimbo dentro una confezione da supermercato. Tuttavia, come prova questo caso esploso al Los Angeles, siamo ancora ben lontani ad una presa di coscienza sulle implicazioni della maternità surrogata. Che non può essere mai accettabile e accettata, se non si vuol legittimare quello che è a tutti gli effetti un mercato di figli e un commercio di uteri. Tutto questo va quindi fermato e, se ancora avete dei dubbi, pensate alla villa della signora Zhang, se ci riuscite, senza rabbrividire.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8297DALLA CINA UN ROBOT-UTERO ARTIFICIALE PER 14.000 DOLLARI di Francesca Romana Poleggi Secondo un articolo del Telegraph, i ricercatori della Kaiwa Technology di Guangzhou, in Cina, stanno creando un utero artificiale in grado di far crescere e nutrire un bambino per tutti e nove i mesi della gravidanza impiantato in un robot.Il dottor Zhang Qifeng ha affermato che il progetto è già in una "fase matura": l'azienda prevede di iniziare a vendere un prototipo già dal prossimo anno a un prezzo di circa 14.000 dollari (molto meno di quello di una madre surrogata).L'umanoide sarà in grado di replicare l'intero processo, dal concepimento al parto, ma non è chiaro su come un feto verrebbe impiantato nell'utero artificiale.Una domanda sorge spontanea: e il bambino come crescerà all'interno di una macchina senza alcun rapporto umano con la madre? La madre non è solo nutrimento. La scienza ancora non è in grado di sviscerare e comprendere del tutto il misterioso legame complesso che si istaura tra la donna e suo figlio: il "cross talk" dei primi otto giorni dal concepimento pare sia determinante per la salute fisica e psichica non solo del bambino e anche dell'adolescente e dell'adulto poi. Nei restanti 9 mesi, non solo il legame fisico di madre e figlio è fortissimamente misterioso, ma c'è senza dubbio un altrettanto insondabile legame psichico: che ne sarà di un figlio che nasce deprivato di tutto questo?Una cronaca medievale, quella di fra Salimbene da Parma (1221-1288), cronista dell'ordine dei francescani, racconta che Federico II di Svevia (1194-1250), per un esperimento, prese dei neonati e li rinchiuse in un'alta torre. Poi ordinò a delle balie di nutrire e pulire quotidianamente quei bambini; senza, tuttavia, parlare, cantare o avere nei loro confronti alcun gesto di affetto. Fra Salimbene ci dice che quei bambini (accuditi per quanto riguarda i bisogni biologici) morirono tutti. Stesso risultato (o simile) è stato ottenuto da altri "luminari" che hanno tentato esperimenti simili più recentemente, anche con le scimmie.Allora mi chiedo: se i bambini già nati muoiono per mancanza di rapporti umani con la madre, che ne sarà di quelli cresciuti nell'utero impiantato in un robot?C'è solo da sperare che l'esperimento cinese non sia così "maturo" come dice l'articolo di The Telegraph. E che non vedremo mai un bambino che nasce da una macchina.Ci sono buoni motivi per credere che sarà così.Altrimenti mi chiedo: Dio perdonerà anche questa
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8172I FIGLI NON SI ORDINANO SU CATALOGO di Fabio Piemonte I figli non si comprano, né chi li custodisce nel suo grembo per nove mesi può mai avere un prezzo. Se ne è resa conto anche la Spagna, che ha recentemente sospeso ogni atto di registrazione di nuovi nati da utero in affitto all'estero. Grazie a una delibera del Ministero di Giustizia, infatti, nessuna sentenza emessa da Paesi esteri consentirà più di regolarizzare alcun contratto di maternità surrogata. Finora invece la strategia ideologica attuata dalle coppie è stata sempre la stessa: attivare la pratica di compravendita di un figlio e della dignità della partoriente fuori dal Paese, dato il divieto vigente in Spagna, preferibilmente con costi contenuti, per poi pretenderne il riconoscimento giuridico una volta rientrati col figlio in braccio, approfittando del vuoto normativo.LA NUOVA LEGGE SPAGNOLAIl testo approvato della nuova legge annulla dunque qualsiasi richiesta pregressa ancora in fase transitoria, impedendo nei consolati e nei registri civili la registrazione anagrafica dei minori da parte di genitori che ricorrano alla maternità surrogata all'estero. A tale norma si è giunti dopo che lo scorso 4 dicembre una sentenza della Corte Suprema ha definito il contratto che regolamenta l'atto di compravendita di figli all'estero «contrario all'ordine pubblico, degradante sia per la donna incinta che per il minore e lesivo dei principi fondamentali del nostro ordinamento giuridico». Di qui la legge approvata consentirà ai minori nati da utero in affitto all'estero solo la possibilità di ottenere «l'accertamento biologico rispetto a uno dei genitori o l'adozione, quando si provi l'esistenza di un nucleo familiare con sufficienti garanzie».Questa notizia che arriva dalla Spagna conferma come l'Italia sia stata pionieristica e lungimirante nel rendere l'utero in affitto 'reato universale'. La legge iberica testimonia inoltre come anche in altri Paesi stia gradualmente maturando una nuova consapevolezza sulla disumanità di tale barbara pratica, che svende la dignità della donna e lede il superiore interesse del minore, come ribadisce la stessa “Convenzione Onu sui diritti del fanciullo”.LO STUDIO: INCALCOLABILI I DANNI SUI BAMBINIGli studi più recenti di embriologia e di psicologia infantile dimostrano inoltre, in modo unanime, che la vita prenatale e i primi mesi dopo il parto costituiscano un periodo fondamentale per lo sviluppo psichico del bambino e per la sua vita adulta. Infatti «fin dalla nascita, il bambino è pronto a comunicare con chi lo circonda e la relazione che si instaura con la madre che lo ha messo al mondo è fondamentale, in primo luogo perché è la base per lo sviluppo di tutte le altre funzioni». Ecco perché un neonato strappato dalle braccia della madre, che lo ha custodito in grembo e partorito, per essere consegnato - alla stregua di un pacco - ai suoi committenti, «lo espone a un'associazione di morte legata a un'ansia di abbandono». Lo ha evidenziato il recente studio dal titolo Il grido segreto di un bambino (Lindau 2024, pp. 376), nel quale la psicologa e psicoterapeuta belga Anne Schaub-Thomas. Di qui tale figlio continuerà a chiedersi chi siano la sua mamma e il suo papà e perché sia stato abbandonato. «Se sono stato mollato è perché non valgo niente», tenderà a rispondersi. Di fatto egli è la principale vittima innocente della maternità surrogata e negli anni potrà manifestare sintomi di angoscia esistenziale, «diminuzione della propria autostima, proprio a causa della situazione di abbandono precoce da parte dei genitori», senso di colpa e vergogna silenziosa, atteggiamento proiettivo compulsivo, perdita di riferimenti etici, narcisismo e manipolazione, mancanza di radicamento nel corpo, indegnità esistenziale, volubilità emotiva e sessuale, disturbi dell'attaccamento, encopresi, fissazione sulla fase fusionale con la madre, disturbi psicosomatici, frammentazione dell'identità e stati psicotici, difficoltà a impegnarsi, intellettualizzazione; mutismo, estraneità nelle relazioni e nella vita e iperattività quali meccanismi di difesa.Alla luce di tali numerosi effetti devastanti sulla salute fisica e psicologica del figlio nato da utero in affitto, e in nome del vero best interest del minore e della tutela della dignità della donna che l'ha portato in grembo che non può essere oggetto di compravendita, è necessario ribadire il divieto assoluto di tale pratica, ovunque.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7589SONO FIGLIA DELL'UTERO IN AFFITTO E VI GARANTISCO CHE E' DEVASTANTESentivo fin da piccola che c'era qualcosa che non andava, come il pezzo di un puzzle mancante, anche perché non c'erano foto della mia mamma incintadi Manuela AntonacciHa 30.000 followers su Tik Tok, Olivia Maurel, ma non condivide contenuti leggeri o improbabili balletti. Olivia Maurel condivide la sua scoperta drammatica: quella di essere nata tramite maternità surrogata e le conseguenze importanti di questa condizione. La 31enne è venuta la mondo tramite utero in affitto, nello stato americano del Kentucky, ma vive a Cannes. Oggi è madre di tre figli e racconta sui social la ricerca della sua identità, le conseguenze quotidiane della maternità surrogata e la sua lotta contro la legalizzazione della pratica in Francia.In cuor suo, dice di aver sempre sentito sin dalla più tenera età che c'era qualcosa che non andava, come il pezzo di un puzzle mancante. Peraltro il comportamento eccessivamente riservato della madre con cui è cresciuta, il fatto che non ci fossero foto di lei incinta, ma solo foto di Maurel già nata, l'aveva decisamente insospettita. Così è iniziata una sua lunga ricerca, a partire dagli esami del Dna, che l'hanno infine portata a ritrovare la sua madre biologica.E proprio i risultati del test del DNA non hanno sorpreso Olivia Maurel che già aveva notato delle differenze a livello fisico con i genitori con i quali era cresciuta. «Assomiglio un po' a mio padre ma per niente a mia madre. Sono alta e bionda e mia madre è bassa e bruna». A conferma di ciò, i risultati del test del DNA effettuato lo scorso anno le hanno fornito la risposta definitiva: Maurel non aveva neanche un goccio di sangue francese, ma era per il 33% lituana e per il 33% norvegese.Eppure racconta che il suo shock non derivasse tanto dalla scoperta della sua madre biologica, quanto dall'essere cresciuta in una famiglia anaffettiva, in cui non si parlava affatto di emozioni e sentimenti: anche questo è stato un chiaro segnale, per lei, che qualcosa non andava. Dopo aver finalmente rintracciato la sua madre biologica ha potuto sottoporle una serie di domande che erano rimaste per troppo tempo in sospeso nella sua testa, causandole danni psicologici: «[Mia madre ndr] era felice di parlare con me ed è rimasta davvero sorpresa. Non pensava che mi avrebbe mai incontrato. Avevo bisogno di sapere alcune cose da lei: le risposte ai vuoti che erano in me da tutta una vita. Com'è andata la mia nascita? E perché mi ha tradita?»Ma Maurel voleva sapere anche cose banali, per ricostruire pezzi del puzzle della sua identità: «Cose stupide che erano così importanti per me perché non le condividevo con mia madre». Un esempio è il viola, il colore preferito di Maurel: «Non ho mai saputo perché amavo così tanto quel colore. E ora lo so perché, è anche il colore preferito della mia madre biologica». Inoltre ha scoperto che il disturbo bipolare di cui soffre è un'eredità della sua vera madre e questo non insignificante dettaglio, sottolinea, non avrebbe fermato l'agenzia che reclutava madri surrogate ad assumerla per tale ruolo.Maurel è ancora in contatto con la famiglia che l'ha cresciuta e con la sua famiglia biologica. Tuttavia, è convinta che la maternità surrogata sia una cosa negativa. La nascita dei suoi figli, che ora hanno due e cinque anni, l'ha resa ancora più determinata nella lotta contro questa terribile pratica. «Ero molto spaventata durante la gravidanza perché non conoscevo il 25% dei geni dei miei figli. Non sapevo quali problemi medici avrei potuto trasmettere loro».Ed è per questo che ora condivide la sua storia su TikTok. «Oggi, i media francesi, mostrano solo gli aspetti positivi della maternità surrogata. Io invece voglio dire alla gente quanto la maternità surrogata possa essere cattiva e parlare delle sue conseguenze sulla donna e sul bambino». Sebbene il presidente in carica Emmanuel Macron abbia definito la legalizzazione della maternità surrogata una "linea rossa" che non vuole oltrepassare, Maurel teme le elezioni, previste per il 2027. «Abbiamo già un ministro dei Trasporti che vuole legalizzare la pratica. Ma continuo a dirlo: avere figli non è un diritto».
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7362UTERO IN AFFITTO CON LA SCUSA DEL ''MIGLIORE INTERESSE'' DEL BAMBINO di Francesca Romana PoleggiUsare i bambini, non solo fisicamente, ma anche ideologicamente è una costante di questa società: del resto, se i bambini si possono uccidere (con l'aborto), è ovvio che si possa far loro "tutto" il resto.La cosa più squallida è che, nel loro "miglior interesse", si voglia far passare abuso e sfruttamento come strumenti di tutela. Un po' come quando hanno ucciso Charlie Gard, Alfie Evans (e gli altri) nel loro "best interest".Sul sito del CBC (The Center for Bioethics and Culture Network) è apparso il 27 marzo un articolo di Renate Klein, biologa e sociologa, femminista DOC, di sinistra, che critica in modo acceso uno di questi tentativi, ad opera della Hague Private International Law Conference (HCCH) (Conferenza dell'Aia sul diritto internazionale privato).L'ente sovranazionale è stato istituito nel 1983, e conta 91 membri paganti tra cui USA e UE, più una sessantina di "contraenti" non paganti. Ha già fatto danni nel 1980 con la "Convenzione dell'Aia sugli aspetti civili dell'infanzia internazionale" grazie alla quale si è levata la protesta delle cd. "Madri dell'Aia" (donne che in base a questa convenzione misogina devono restituire i figli ai mariti anche se vi è stata una violenza documentata da parte dell'uomo, e la donna è fuggita al sicuro con i figli in un altro paese).Dal 2015, "nell'interesse superiore del bambino", l'HCCH sta predisponendo una Convenzione sulla maternità surrogata e/o un Protocollo sulla genitorialità. Una prima relazione finale, discussa all'inizio di questo marzo, prospetta ipoteticamente tanti modi diversi per dare "sicurezza" e "identità" ai bambini. Ma la cosa che sembra più importante è, tuttavia, assicurarsi che la madre surrogata (e il suo partner, se ce n'è uno) scompaia e venga completamente oscurata dai "genitori committenti" - gli acquirenti di bambini.NEL MIGLIORE INTERESSE DEI BAMBINISi vorrebbe la creazione di un documento chiamato "Parentage Order", che, nei paesi membri dell'HCCH, renderà genitori legali del bambino coloro che l'hanno comprato al mercato dell'utero in affitto. "Nel migliore interesse dei bambini".E sono in tanti che cercano di sdoganare il turpe mercimonio con la scusa della tutela dei piccoli: per esempio il CHIP (Child Identity Protection), o i Servizi Sociali Internazionali (ISS), una ONG con sede a Ginevra che si occupa dei bambini rifugiati, migranti e… nati da maternità surrogata.Nel marzo 2021, invece, un gruppo di oltre 100 "esperti" internazionali ha creato i "Principi di Verona: Principi per la tutela dei diritti del bambino nato attraverso la maternità surrogata".I Principi di Verona sono un po' come i Principi di Yogyakarta per le persone transgender: dice la Klein che entrambi sono stati scritti da una lobby potente e non sono mai stati ratificati dalle Nazioni Unite o da altri organismi internazionali, ma sono spesso considerati come se fossero norme internazionali.Ignorando il fatto che la maternità surrogata commerciale è legale solo in una piccolissima minoranza di paesi nel mondo, in nome della 'dignità umana', dei 'diritti fondamentali del bambino' ecc. spiegano come regolare l'utero in affitto. Le donne sono menzionate solo una volta, dove si dice che "la madre surrogata dovrebbe essere in grado di prendere decisioni indipendenti e informate libere da sfruttamento e coercizione". Il che - contratti di surrogacy alla mano - accade al massimo nel 2% dei casi di utero in affitto.Fin qui la Klein che, come femminista, vede - giustamente - questa subdola esigenza di tutela del "best interest" del bambino come un mezzo per perpetrare lo sfruttamento delle donne che si prestano a fare le madri surrogate.E ha pienamente ragione: la pratica dell'utero in affitto è sempre abusante nei confronti delle donne "incubatrici". Sia quando si tratta di donne povere costrette dal bisogno, sia quando si tratta di donne relativamente benestanti che lo fanno, sì per arrotondare il bilancio familiare, ma provano un sincero spirito di solidarietà nei confronti delle coppie sterili. Quindi, anche nei rari casi in cui la cd. "maternità solidale" (che vorrebbero anche qui da noi) fosse davvero gratuita (cioè senza un congruo rimborso spese) e dettata davvero solo dall'altruismo.È infatti dimostrato che i contratti che stipulano i compratori di bambini e/o le cliniche con le surrogate sono sempre contratti capestro che impongono oneri gravosissimi sulla malcapitata, che spesso non è adeguatamente informata e non se ne rende conto (dal pesante bombardamento ormonale che deve subire, alla dieta che deve seguire, all'attività fisica che deve fare, all'aborto obbligatorio se gli embrioni che attecchiscono sono troppi o malati). La surrogata diventa una specie di schiava dei committenti, controllata a volte h 24. E ciò non avviene solo nei paesi del terzo mondo, ma anche nella "civilissima"(sic!) America del Nord.NEL MIGLIORE INTERESSE DELLE DONNENon solo: le testimonianze che si raccolgono ormai dappertutto (basti vedere lo stesso sito della CBC di cui sopra) dimostrano che della salute delle portatrici non importa niente a nessuno: muoiono nell'indifferenza generale (ma non se ne parla mai, ovviamente); oppure sono costrette a curarsi da sé per problemi fisici o psichici, anche gravi, in quanto le gravidanze surrogate sono molto più rischiose delle gravidanze naturali.Certamente anche a noi sta a cuore la tutela dei diritti e della salute delle donne.I bambini, però, sono le prime e principali vittime di questo ignobile mercimonio.Come accade in ogni ciclo di fecondazione artificiale - che è presupposto necessario all'utero in affitto - per ogni bambino in braccio ce ne sono 8 o 9 morti o scartati e un numero imprecisato surgelato a tempo indefinito; come per la fecondazione artificiale il rischio di nascere con "birth defects", tumori o malattie rare è molto più alto che nelle gravidanze naturali. Con l'utero in affitto, visto che i gameti del piccolo non hanno niente a che fare con la madre che lo tiene in grembo, questi rischi si moltiplicano ulteriormente.Ad essi si aggiunge il trauma vissuto già in utero per via del cortisolo che la madre produce perché " non deve affezionarsi al figlio che ha dentro".In più - se scampa a un eventuale aborto selettivo - il bambino subisce l'enorme trauma della separazione dal corpo che l'ha cullato: non sentirà più quell'odore, quel sapore e quella voce.E se alla fine la "merce" presenta qualche difetto, i compratori hanno il diritto di non ritirarla. La madre surrogata difficilmente può permettersi di allevarlo e nella migliore delle ipotesi finisce in qualche istituto caritatevole.Se invece il piccolo soddisfa i compratori, se lo portano a casa come bene su cui vantano un diritto. Il "miglior interesse" del bambino è crescere con un padre e una madre che l'hanno generato, o con due padroni che l'hanno acquistato, magari violando la legge vigente nel Paese in cui risiedono?E allora come si fa, per quei poveri bambini che restano apolidi, o senza documenti regolari?I servizi sociali sono tanto svelti a togliere i figli a genitori che si sospetta vagamente siano poco degni. Li tolgano a questi che hanno ottenuto il bambino con una pratica sicuramente indegna: la fila delle coppie che hanno superato i controlli e i test necessari per poter adottare è lunga. Costoro vengono selezionati non in base al loro desiderio di avere un figlio, ma in base alla loro capacità e disponibilità di dare al bambino l'amore di un padre e di una madre.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7361UCRAINA (E INDIA) NON SONO PIU' LEADER MONDIALI DELL'UTERO IN AFFITTODopo un anno di guerra, la Georgia sta sostituendo l'Ucraina come mercato per lo sfruttamento di donne povereda Provita & FamigliaIl business dei bebè si sta riorganizzando. Le ex destinazioni principali, come l'Ucraina e l'India, sono ormai escluse. Nuovi luoghi per il traffico di esseri umani stanno guadagnando importanza.Un anno di guerra ha avuto ripercussioni sul business dei bebè in Ucraina. Le immagini che hanno fatto il giro del mondo erano sconvolgenti: genitori committenti disperati che, nonostante la guerra, cercavano di entrare in Ucraina per convincere la madre surrogata a uscire dal Paese, per portare il loro bambino (ordinato) fuori dalla zona di pericolo. Agenzie che intimavano alle madri surrogate di abortire. Madri surrogate che partorivano nei bunker. Decine di infermiere che, nei rifugi, per mesi si sono prese cura giorno e notte per gli stranieri di quei bambini che erano stati ordinati ma non ritirati. Madri in affitto che attendevano invano il compenso loro promesso, perché nei tumulti della guerra all'agenzia non c'era più nessuno che fosse contattabile.È tempo di ripensarci? Niente affatto. La richiesta di servizi di maternità surrogata è più alta che mai, afferma Ihor Pechenoha, direttore della clinica BioTexCom. Fino allo scoppio della guerra, l'Ucraina era il secondo mercato mondiale per maternità surrogata dopo gli Stati Uniti. Ogni anno, 2.500 bambini venivano portati in grembo da madri surrogate ucraine e il 90% era ordinato da coppie straniere. Ora c'è carenza di potenziali donne disposte ad affittare il proprio corpo per partorire. "Poiché così tante donne ucraine sono andate all'estero, non ne abbiamo abbastanza per soddisfare la domanda, che dall'inizio della guerra è cresciuta", lamenta Pechenoha. L'agenzia ucraina per maternità surrogata BioTexCom vuole quindi ingaggiare come madri surrogate donne provenienti da altre ex repubbliche sovietiche.Le donne verrebbero reclutate da zone più povere, perché almeno questo Pechenoha lo ammette: tutte quelle che lavorano come madri surrogate lo fanno per necessità economiche. "Lo fanno perché hanno bisogno di soldi per comprare una casa, per l'istruzione dei figli". La stessa BioTexCom è considerata la più grande e di maggior successo tra le numerose cliniche della fertilità in Ucraina. La clinica copre circa il 70% delle maternità surrogate in Ucraina, con un fatturato annuo di oltre dieci milioni di euro. Ciò che BioTexCom è riluttante ad ammettere: dopo la guerra, le agenzie di intermediazione si sono spostate in altri Paesi. Il Messico e alcune parti dell'America Latina hanno registrato un aumento della domanda dopo la crisi ucraina. Ormai è particolarmente attraente la Georgia, che ha leggi simili all'Ucraina ed è uno dei Paesi più economici per la maternità surrogata.UN BUSINESS CHE VALE MILIARDIIn Georgia la maternità surrogata è stata legalizzata già nel 1997, è relativamente economica e ha poche barriere legali. Questo rende il Paese, poverissimo, attraente non solo per i clienti occidentali, ma anche per quelli indiani. In India la maternità surrogata commerciale è stata legalizzata 20 anni fa. Ora, nel 2022, è stata definitivamente vietata per gli stranieri e gli indiani, nonostante le forti proteste della lobby delle agenzie di maternità surrogata. Il modello della cosiddetta maternità surrogata altruistica è utilizzato pochisimo, in confronto. Il business multimiliardario dell'India sta crollando. Così le cliniche indiane per la fertilità stanno costruendo le loro relazioni per il commercio (di esseri umani) con la Georgia.Il momento del divieto indiano non poteva essere migliore per la Georgia. Nel 2022, a causa della guerra, l'Ucraina è scomparsa come destinazione principale per i contratti di maternità surrogata per servire il mercato indiano. Le agenzie georgiane, in compenso, hanno già aperto filiali in India e in tutto il mondo. Per esempio, ARTbaby, un'agenzia di maternità surrogata con sede a Tbilisi, è diretta da Ravi Sharma, un indiano. Il direttore di ARTbaby è entusiasta della Georgia: "La madre surrogata non ha alcun diritto sul bambino. Né la maternità surrogata né la madre surrogata sono menzionate nel certificato di nascita. Non c'è obbligo di farsi rappresentare da un avvocato".L'evidente entusiasmo di Sharma dice tutto. Parlare di "madri surrogate" è un eufemismo. Le donne vengono affittate solo per partorire. Tutto ciò che ci ricorda che la donna è biologicamente la madre del bambino deve essere cancellato e reso invisibile. La madre viene cancellata dalla biografia del bambino. Deve impegnarsi per contratto a consegnare il bambino ai genitori committenti. Questo ricorda il traffico di esseri umani di tempi ben bui.Anche l'inasprimento delle leggi in Russia potrebbe alimentare il mercato della maternità surrogata in Georgia: l'8 dicembre 2022 la Russia ha approvato un divieto di maternità surrogata per clienti stranieri. Secondo il presidente della Duma di Stato, Vyacheslav Volodin, negli ultimi anni, 45.000 bambini nati da madri surrogate sono stati portati all'estero dalla Russia. Le coppie russe sposate e anche le donne russe single possono comunque continuare a realizzare il loro desiderio di avere figli con madri surrogate.Un'occhiata alla Georgia mostra la drammaticità della situazione. Gran parte della popolazione georgiana soffre di povertà, il 35% è disoccupato, soprattutto i giovani. Molte donne sono vittime di violenza domestica e cercano rifugio nei centri di accoglienza per donne, dove le agenzie di maternità surrogata vengono a cercarle. Per liberarsi dai loro ex mariti, le donne hanno bisogno di un reddito. Ad esempio, un'agenzia di maternità surrogata ha offerto a un'impiegata di una panetteria di 32 anni uno stipendio di cinque anni; disperata, ha accettato. Mentre si nascondeva dall'ex marito violento in un centro di accoglienza per donne a Tbilisi, per paura di morire ha dato in affitto il suo utero, per diventare finanziariamente indipendente. La direttrice del centro di accoglienza per donne riferisce di dieci casi simili nel suo istituto.CRESCE LA RESISTENZA A LIVELLO MONDIALEUn altro esempio di metodi senza scrupoli è l'agenzia londinese New Life Global. Fondata nel 2008 dalla dottoressa georgiana Mariam Kukunashvili, offre ai clienti internazionali un bambino a basso costo. Per far ciò, New Life Global sfrutta il vuoto legislativo di molti Paesi per reclutarvi madri surrogate che portino in grembo bambini per clienti di Paesi in cui la maternità surrogata è vietata. Ora, secondo un rapporto della piattaforma di ricerca Finance Uncovered, l'azienda è nel mirino delle autorità a causa di società di comodo poco trasparenti e di sospette attività criminali. Le madri surrogate non ricevono contratti legalmente validi, i genitori possono scegliere il sesso del loro bambino. E nella filiale di New Life Global in Ucraina, i genitori committenti fino a poco tempo fa venivano informati del fatto che avrebbero dovuto ritirare solo bambini sani. I bambini nati disabili da una madre in affitto avrebbero potuto essere lasciati legalmente in un orfanotrofio a spese del governo.La resistenza globale alla pratica dell'industria "Rent a Womb" (utero in affitto), che disprezza le donne e i bambini, sta crescendo in tutti gli schieramenti politici. Il 3 marzo 2023, 100 scienziati/e ed esperti/e di 75 Paesi di tutti i continenti hanno pubblicato la "Dichiarazione di Casablanca", in cui chiedono agli Stati di abolire in tutto il mondo la pratica della maternità surrogata. [...]Invece di fermare questi sviluppi dello sfruttamento, l'UE sta ora progettando di facilitare il commercio transfrontaliero di neonati, permettendo a quanti pagano per il bambino di diventare i genitori legali senza difficoltà burocratiche. Con ciò si favorisce il traffico transfrontaliero di esseri umani. Quello che serve è invece un divieto internazionale della maternità surrogata. Solo così i diritti delle donne e dei bambini potrebbero essere efficacemente protetti.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7277EMBRIONI ARTIFICIALI: STA ARRIVANDO IL TRANS-UMANESIMO di Gloria CallarelliSe avete letto "Il mondo nuovo" di Aldous Huxley non potete non rabbrividire: il nuovo progetto o "concept", dal nome "EctoLife Artificial Womb Facility" è la realizzazione dell'essere umano artificiale perfettamente descritta nel romanzo di cui sopra con la materializzazione dell'utero artificiale. Non più solo bambini in provetta: la nuova frontiera è bambini in provetta ma magari cresciuti in un incubatore artificiale. E non è un incubo ma è già nero su bianco o, per restare in tema, frame su video.Il suo creatore è Hashem Al-Ghaili, produttore, regista e divulgatore scientifico di origine yemenita che abita a Berlino, in Germania. Biologo molecolare di professione, come si legge sul suo sito, «Hashem usa le sue conoscenze e la sua passione per la scienza per educare il pubblico attraverso i social media e i contenuti video». Ecco educare è termine significativo. 33 milioni di follower su Facebook, oltre 17 miliardi di visualizzazioni: una macchina da guerra transumanista perché i suoi video, tra un post curioso e un altro più leggero, veicolano messaggi pandigitali dove la scienza è una vera e propria fede.Ovviamente il video sulla macchina per la gravidanza artificiale ha suscitato scandalo e clamore ma ormai il refrain lo abbiamo compreso: bene o male basta che se ne parli. Nel spiegare il progetto, Hashem Al-Ghaili è stato abbastanza esplicito: «La genetica è progredita da Dolly a oggi e andrà sempre meglio: questo è un progetto che è stato pensato per far vedere fino a dove la tecnica è arrivata oggi». Ma il punto è, al solito, che per il solo fatto che se ne parli dobbiamo cominciare a preoccuparci. Siamo già entrati nella fase "impensabile": il primo step della ormai famosa teoria di Overton.DIVIETO MA CON QUALCHE ECCEZIONEE vedrete che arrivare al secondo gradino, "divieto ma con qualche eccezione", sarà un attimo. «Attualmente non puoi sperimentare embrioni dopo 14 giorni - spiega - quindi è ovvio che bisogna eliminare certe restrizioni. Non è un passaggio che si può fare in pochi giorni ma direi che potremmo arrivare alla produzione in dieci, quindici anni al massimo. Ma occorre che le persone accettino questo strumento: al momento la stragrande maggioranza non è d'accordo». E grazie a Dio, potremmo veramente dire.Infatti a farla da padrone ora è, naturalmente, lo scoglio etico che blocca qualsiasi riforma. Religione e spiritualità sono il limite più grande per questi dottor Matrix che non concepiscono la vita se non come agglomerato "di cellule": «Un bambino nell'utero artificiale avrà tutto: memoria, coscienza, come qualsiasi altro bambino. Anima o spiritualità sono concetti non scientifici: non ci sono evidenze scientifiche della presenza di un'anima in noi» si affretta a ribadire lasciando trasparire il cinismo scientifico di chi parla di esseri umani come di carne da allevamento, o se preferite, come macchine da fabbricare in serie. Eliminata l'anima, effettivamente, non resta che un involucro vuoto, commerciabile. L'importante è assicurare (l'illusione) del benessere umano eterno e di una incorruttibilità del corpo che diventa idolo. Ad ogni modo una volta che molti accetteranno l'idea transumanista (e vedrete che la propaganda farà ampiamente il suo dovere) modificare le leggi sarà solo questione di tempo. Del resto la legalizzazione è proprio l'ultimo passaggio della finestra di Overton di cui abbiamo parlato.DALLA PADELLA ALLA BRACEPer questi studiosi la stessa maternità surrogata (il cui problema etico non si pone minimamente, figurarsi) è già preistoria e oltre ad essere "costosa" presuppone che la donna si assoggetti alla pratica per altre donne o uomini. Quando (il se per lui è già superato) questa tecnica prenderà piede, le donne potranno «assistere alla gravidanza», controllarla. Senza fatica. Vuoi mettere la qualità del servizio dell'utero artificiale? Insomma: dalla padella alla brace.Lo scienziato, poi, ci mette in guardia: «Noi usiamo la tecnologia per il bene: certo bisogna stare attenti che la tecnica non vada in mani sbagliate. Mercato nero di organi... ecc bisogna evitare questo». Oltre al danno, dunque, la beffa di chi si identifica innocente spostando l'attenzione su altri colpevoli.Se pensate che nessuno asseconderà mai queste teorie folli, però, vi sbagliate: «La questione ha suscitato un tale interesse - ci fa sapere - che molti investitori si sono già fatti avanti». Ecco appunto. Se non capiamo che dobbiamo investire risorse e tempo nel combattere tali strampalate teorie, sarà dura. Il "mondo nuovo" di Huxley è dentro le parole di questo scienziato che non si inventa nulla ma solo converte il diabolico pensiero distopico in realtà: è nostro compito conoscere tutto questo e combatterlo altrimenti si materializzerà sempre più l'illusione del trionfo, le cui conseguenze le pagheremo noi, dell'uomo su Dio.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7024BUNKER ALLE UCRAINE CHE AFFITTANO L'UTERO... UN VIDEO PER TRANQUILLIZZARE GLI EUROPEIL'Ucraina è la capitale dell'utero in affitto in Europa: ecco il clamoroso video della multinazionale che sfrutta la compra vendita dei bambini (VIDEO: Riparo per i neonati)di Lorenza FormicolaQualche giorno prima che Putin iniziasse la sua "missione speciale" in Ucraina, la Biotexcom, colosso internazionale leader nella fecondazione assistita, pubblicava un video, tradotto in tantissime lingue, alquanto inquietante."Cari amici, la clinica Biotexcom è pronta a proteggere le madri surrogate, i nostri pazienti e i loro neonati anche in caso di aggressione da parte della Russia", è così che inizia il filmato mentre viene ripreso l'arrivo dei pulmini Biotexcom. Infermieri e donne con port-enfant gialli e azzurri scendono scale, per finire inghiottiti sottoterra: è il bunker antiatomico che la clinica leader nella fecondazione assistita ha costruito per tenere al sicuro la sua merce più preziosa in Ucraina. Il consulente legale della clinica, con uno sguardo e modi robotici spiega perché stanno girando il video.IL MESSAGGIO "RASSICURANTE"E allora una ragazza si rivolge alla telecamera e inizia il tour, indica il bagno, le scatole del pronto soccorso, i sacchi a pelo, cibo in scatola, gli scaffali pieni e ordinati, stoviglie, tovaglioli, pannolini, le maschere antigas e le istruzioni per indossarle. "Il rifugio può ospitare 200 persone con tutti i comfort", assicura mostrando una zona tappezzata da sacchi a pelo militari, letti materassi, "ecco tutto ciò che è necessario per un soggiorno confortevole": "coperte, vestiti per i neonati, perché tutti abbiano il comfort necessario", sullo sfondo si vedono le culle per i neonati e i lettini "per i bambini un po' più grandi". Le telecamere inquadrano bambini che bevono dal biberon, sereni, in braccio alle infermiere, mentre la ragazza mostra un fornelletto per cucinare "cibo caldo, tutto quello che vuoi". Nel magazzino traboccante del necessario per la sopravvivenza viene mostrata solo un'uscita di emergenza. "Non possiamo fornirvi un servizio vip nel bunker, una cucina da chef e letti morbidi, ma possiamo garantirvi la sicurezza in qualsiasi situazione". Si vedono coppie che riprendono il rifugio e si scattano qualche foto. Ai committenti a casa viene assicurato che hanno già esperienza di gestione di una crisi simile (quella del 2014) bisogna stare sereni, "vi chiediamo di mantenere la calma e stare sicuri che Biotexcom è pronta a garantire la vostra sicurezza". Quella dei bambini comprati, s'intende. KIEV CAPITALE DELL'UTERO IN AFFITTO IN EUROPAIl video del colosso dell'utero in affitto s'era reso necessario, infatti, per rasserenare il mercato internazionale: che fine faranno i bambini ordinati e le madri surrogate con la guerra? E allora ecco il video dell'esercitazione e del trasferimento di surrogate.Sono almeno dieci giorni che centinaia di avvocati, diplomatici, genitori, da tutto il mondo, sono al lavoro per difendere i propri interessi e fronteggiare la prima crisi internazionale della maternità surrogata.L'Ucraina, infatti, è la capitale dell'utero in affitto in Europa e questo business, tra i tanti, è stato messo in pericolo dalla guerra. È la seconda destinazione più popolare dopo gli Stati Uniti (Michigan e la Louisiana restano gli unici Stati in America a proibire la maternità surrogata dietro compenso): si stima che circa 2.000-2.500 bambini nascano ogni anno attraverso la maternità surrogata in Ucraina, e almeno 1.500 coppie che vivono in Stati Uniti, Regno Unito, Irlanda, Australia e Francia hanno embrioni conservati in cliniche ucraine.Vi ricordate la coppia di italiani che, lo scorso autunno, dopo aver firmato un contratto con una madre surrogata e aver assemblato, stoccato, comprato la bambina, la abbandonò, perché non avevano più voglia di essere genitori? Avevano fatto tutto a Kiev. È quello il mercato più florido, più ambito.In Ucraina ci sono oltre trentatré cliniche private e cinque cliniche statali. E nei giorni scorsi, la Biotexcom s'è vista costretta a rispondere a quanti si dicevano pronti a raggiungere l'Ucraina per mettere in salvo i loro preziosi embrioni e i feti che crescevano nelle pance delle donne contrattualizzate: "In tanti state esprimendo il desiderio di portare urgentemente le madri surrogate al confine e far partorire i bambini all'estero. Ma vi avvisiamo! Dare alla luce il bambino al di fuori dell'Ucraina è reato e avrà conseguenze legali: la surrogata sarà considerata sua madre e il tentativo di far nascere il bambino sarà considerato traffico di minori, non sarete mai i genitori del vostro bambino".
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6985CERCASI DISPERATAMENTE UTERI IN AFFITTO di Raffaella FrulloneCercasi disperatamente surrogate. Il titolo campeggiava qualche giorno fa nientepopodimeno che sulla home page del New York Times. Il lungo articolo parte raccontando la storia di Charlie «e suo marito» che stanno aspettando da 15 mesi la loro "surrogata" quando l'agenzia con cui hanno siglato il contratto aveva parlato di «una attesa di sei mesi al massimo». Un disservizio non da poco... I due uomini hanno già effettuato l'inseminazione artificiale attraverso gli ovuli di una donna cosiddetta donatrice (in realtà pagata per questo "servizio") ed erano alla ricerca di una donna che si fosse resa disponibile per la gestazione, una surrogata appunto. E siccome non la trovano, scrive il New York Times, sono disposti ad alzare la posta in gioco, 50mila dollari al posto di 35mila, più extra per i vestiti, gli spostamenti e altre amenità. Chi offre di più?Secondo il quotidiano americano nella stessa "situazione" ci sarebbero «migliaia di aspiranti genitori» negli ultimi anni a causa della pandemia, si è registrata una diminuzione di circa il 60% delle potenziali "madri surrogate", i tempi di attesa sono raddoppiati e i costi sono aumentati sensibilmente. Ogni tanto una bella notizia, verrebbe da dire.Tra le motivazioni di questo calo, rileva il Nyt c'è il vaccino anti Covid. Nel contratto che le parti in causa firmano - i committenti che richiedono il bambino e la mamma gestante che porta avanti la gravidanza - ci sono sempre state molte limitazioni della libertà della donna stessa, che per contratto è tenuta ad osservare una determinata dieta, stile di vita ecc. Ora però il contratto prevede la vaccinazione anti Covid che molte potenziali surrogate non sono disposte a fare. Non solo. Nei contratti viene ora richiesto di non viaggiare oppure di partecipare, per tutta la durata della gravidanza, a grandi eventi o raduni pubblici, scenario che, dopo due anni di lockdown, ha evidentemente scoraggiato anche chi ha molto bisogno di soldi. Inoltre pare che il periodo della pandemia abbia portato molte donne a ridefinire le priorità e molte scelgono di non mettersi più a disposizione per questa pratica.Il Nyt riporta con rammarico che le coppie di "aspiranti genitori" sono così sfortunate da non poter contare su quella che è sempre stata la più economica opzione B, ovvero l'Ucraina, a causa del conflitto in corso. Un bel problema, le americane non sembrano più così disposte a farsi schiavizzare e nemmeno in Ucraina si può più rimediare. E dunque le agenzie corrono ai ripari, spingendo più sul marketing, aumentando compensi, offrendo premi extra a chi si vaccina, insomma ricchi premi e cotillons.Sempre utile poi è raccontare le storie "positive". Come quella di Amir «e suo marito», che sono al terzo bambino commissionato ottenuto tramite utero in affitto.Scrive sempre il Nyt: «Hanno pagato circa $ 200.000 in totale per la loro prima maternità surrogata nel 2017: $ 35.000 per le spese di screening delle donatori di ovociti, una donazione di ovociti, l'assicurazione per la donazione di ovociti, la quota dell'agenzia di donazione, le spese di viaggio e le spese legali; $ 35.000 per la fecondazione in vitro, che includeva il recupero degli ovuli, la creazione degli embrioni e il trasferimento dell'embrione; e più di $ 120.000 per il processo di maternità surrogata, che includeva un compenso di $ 35.000 per la surrogata, più le spese di agenzia surrogata, l'assicurazione per la surrogata, le spese legali, lo screening, le spese di viaggio e altre varie. La seconda volta, a settembre 2020, hanno pagato $ 150.000, utilizzando un'agenzia diversa».Nessuno pensa minimamente ai bambini, o anche "solo" alle donne utilizzate come forni. L'importante è risolvere il problema della carenza di prodotto sul mercato. È l'Occidente, bellezza.Nota di BastaBugie: l'autrice del precedente articolo, Raffaella Frullone, nell'articolo seguente dal titolo "8 marzo per le donne ucraine, ma non si parla di utero in affitto" parla della situazione delle donne in ucraina e dei loro bambini.Ecco l'articolo completo pubblicato sul Sito del Timone il 9 marzo 2022:E così anche questo 8 marzo è passato, con il suo carico di retorica, finte rivendicazioni, strumentalizzazioni e pseudo battaglie fuori tempo massimo. Il tutto condito da mazzi di mimose ovunque. [...] La variante sul tema, quest'anno, ça va sans dire, era l'Ucraina, e dunque già il giorno precedente il Ministro per le Pari opportunità Elena Bonetti ci aveva tenuto a specificare che questo 8 marzo sarebbe stato per loro, «per le donne ucraine».E infatti ieri nel suo discorso al Quirinale ha affermato: «L'8 marzo nasce come universo di storie e lo è anche oggi: un popolo di volti e di nomi. [...] Oggi, quelli delle nostre sorelle ucraine, così coraggiose, cui voglio dire: noi siamo con voi, al fianco della vostra storia e delle vostre storie. Sono le nostre storie che ci fanno rinascere quando siamo laceri, feriti, persino distrutti. Storie che, ogni giorno a rischio della propria vita, le donne raccontano da giornaliste o soccorrono da volontarie o proteggono al servizio dello Stato. Tutti questi volti, li portiamo nel cuore».Chissà se tra le donne ucraine a cui il ministro pensa in questo 8 marzo ci sono anche le cosiddette madri surrogate, ovvero quelle migliaia di donne ucraine che ogni anno vengono sfruttate per portare avanti su commissione gravidanze per cittadini stranieri, prevalentemente occidentali, ma non solo, a cui cedono il bambino dietro compenso di denaro.Sì perché l'Ucraina - in pochi lo stanno ricordando in questi giorni - è un hub internazionale dell'utero in affitto, uno dei pochi Paesi al mondo che consente agli stranieri di stipulare veri e propri contratti per "ottenere" un figlio da una gestante. Ciò significa che persone provenienti da Stati Uniti, Germania o Australia, ma anche dall'Italia, possono semplicemente andare e acquistare un bambino. E se i termini vi sembrano eccessivi beh, basta andare a vedere direttamente come vengono presentati questi "servizi" dalle agenzie per la cosiddetta surrogacy che si trovano prevalentemente a Kiev, la più nota delle quali è la Biotex di cui abbiamo parlato diverse volte. In Ucraina i prezzi sono più convenienti della scintillante California, dove l'operazione "bambino in mano" può arrivare a costare oltre i centocinquantamila euro, le donne ucraine sono pagate molto meno dalle loro "colleghe" californiane e quindi il prezzo scende di molto. Ce la si può cavare con circa quarantamila euro, a seconda del "pacchetto" scelto.Eccolo un simbolo dell'occidentalizzazione ucraina, piccolo ma significativo. La reificazione dei bambini che diventano merce e lo sfruttamento delle donne ridotte ad apparati riproduttivi per altri. Il tutto per guadagnare qualche migliaia di euro insieme all'illusione - che poi verrà tradita - di una vita migliore. Che ne è di loro in queste ore? Che ne è del "corpo è mio è lo gestisco io" quando tu, il corpo, la donna, vorresti fuggire da un Paese sotto attacco ma un contratto che hai firmato come "surrogata" ti vincola a un altro corpo, quello che porti in grembo, e a restare in un determinato posto? E quando questo posto magari è un bunker anti missile nel quale sei costretta a rifugiarti e quindi ad allontanarti dalla tua famiglia che non si sa quando e se rivedrai. Che ne è di queste donne? E degli embrioni occidentali congelati in attesa di impianto, piccole vite dimenticate, che ne sarà? Nessuno se lo chiede, nemmeno quell'Occidente che pure a parole dice di aver a cuore le donne ucraine.Anche la Russia, oggi vista come contraltare all'Ucraina, non è stata risparmiata dalla penetrazione di questo business disumano. Anche lì l'utero in affitto è stato legalizzato, per giunta da tempo, nel 1993, con Eltsin, ai tempi del far west delle liberalizzazioni. Businnes is businnes. E oggi a Mosca ci sono agenzie che realizzano la maternità surrogata - seppur con limitazioni - da oltre vent'anni. Perché il mondo non è diviso in blocchi monolitici, il male è trasversale, la realtà è molto più complessa di come ce la presentano. E non esiste l'Impero del bene, non su questa terra, si intende.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6920LA GUERRA E GLI UTERI IN AFFITTO IN UCRAINA di Caterina Giojelli«Oh mio Dio, ce l'abbiamo fatta». Emozionati, Jacob e Jessie Boeckmann sorridono a telecamere e obiettivi, tutti, dalla Cnn al Los Angeles Times, vogliono intervistarli con il loro prezioso fagotto in braccio: Vivian, venuta alla luce quattro giorni prima che cadessero le bombe su Kiev.La coppia americana racconta di non aver perso un secondo: svegliati dalle esplosioni, sfidando l'ospedale che non voleva firmare loro le dimissioni della piccola che aveva avuto qualche problema a prendere il latte, hanno caricato la bambina in macchina, viaggiato per 27 ore fino al confine con la Polonia, percorso le ultime otto miglia a piedi sotto la neve tra le auto bloccate in coda. Fino alla frontiera, dove grazie all'intervento telefonico dell'ambasciata americana i due si sono lasciati alle spalle migliaia di donne e bambini premuti sui cancelli chiusi.I due ricordano quella marcia terribile, la morsa del gelo, il terrore che Vivian morisse, le suppliche alle guardie perché Jacob che era stato trattenuto (nessun uomo tra i 18 e i 60 può lasciare il paese) potesse allungare la borsa dei biberon a Jessie, già sul suolo polacco, gli sguardi di "disapprovazione" delle profughe anziane e l'arrivo alla stazione, «è stato uno spettacolo molto triste vedere così tante donne e bambini separate dai loro padri, dai loro mariti e dai loro fratelli».MIGLIAIA DI MADRI INVISIBILIGià, il dramma della separazione. A questo proposito qualche giornalista a fine servizio chiede molto discretamente come sta la madre della bambina. Che domanda impertinente da rivolgere a due che hanno rischiato la vita per prelevare la seconda figlia commissionata, come la prima, a una surrogata ucraina, una donna che non aveva consegnato la figlia alla presunta data del parto, quella del giorno di San Valentino. I medici avevano spiegato ai genitori intenzionali che la bambina aveva bisogno di "più tempo" in pancia, e si erano assolutamente rifiutati di indurre il parto come supplicato da Jacob e Jessie affinché la bambina nascesse il prima possibile e i tre potessero lasciare quel posto in cui la guerra era imminente.Finalmente Lilya, la loro surrogata, aveva "consegnato" Vivian: non c'era il foglio di dimissioni ma il certificato di nascita sì, tanto era bastato per permettere alla coppia di lasciare immediatamente l'Ucraina. Quanto a Lilya, «è al sicuro, a casa, con i suoi due figli e il marito che però vuole andare a combattere contro i russi», tagliano corto gli americani. Il suo ultimo messaggio risale a lunedì, «ci hanno sparato addosso violentemente. Abbiamo costantemente paura», si legge nel testo, «Abbiamo paura di quello che accadrà dopo».Lilya è una madre invisibile. Peggio, una donna a cui non è riconosciuto nemmeno lo status di mamma o la tristezza di una separazione. Vista da Jacob e Jessie non sarà mai come quelle madri strappate ai loro mariti, o padri strappati ai loro figli dalla guerra alla frontiera. Perché Lilya è stata pagata, il suo utero è stato affittato. A dirla tutta, nella storia di Jacob e Jessie, Lilya non è che una intrusa. Come lo sono le centinaia di surrogate di cui diamo per scontata l'esistenza e di cui non vogliamo sapere nulla, perché guasterebbero la crosta del sentimento con il quale, dal Regno Unito alla Francia, dall'Irlanda agli Stati Uniti, cercano di venderci i racconti di chi «ce l'ha fatta», «siamo tornati con nostra figlia».La quantità di genitori intenzionali in fuga dall'Ucraina con i neonati acquistati, pronti a raccontare alla stampa e alla tv il loro avventuroso viaggio per mettersi in salvo dalla guerra, deve tuttavia avere costretto i giornali a riflettere sulla portata del business alimentato da oltre 33 cliniche private e 5 cliniche statali. «Non si sa quanti bambini nascano in Ucraina attraverso la maternità surrogata, forse 2.500 all'anno - scrive l'Atlantic -. BioTexCom, una grande clinica per la fertilità con sede a Kiev, mi ha confermato che nei prossimi tre mesi nasceranno circa 200 bambini surrogati».IL CIECO EGOISMO DEGLI AFFITTAUTERIGià, la BioTexCom, quella del "Make Babies, not War" di cui Tempi ha già scritto, che orgogliosa girava filmati per i suoi clienti dal bunker antiatomico costruito vicino alla clinica dove «i vostri neonati saranno al sicuro». Nei giorni scorsi sui social del colosso della surrogata si leggevano messaggi perentori ai genitori intenzionali tedeschi in procinto di raggiungere l'Ucraina per mettere in salvo i loro preziosi embrioni e i feti che crescevano nelle pance delle donne contrattualizzate: «Molti genitori stanno esprimendo il desiderio di portare urgentemente le loro madri surrogate al confine e fare partorire il loro bambino all'estero. Ma vi avvisiamo! Dare alla luce il bambino al di fuori dell'Ucraina non è legale e avrà conseguenze legali: la surrogata sarà considerata sua madre e il tentativo di far nascere il bambino sarà considerato traffico di minori, non sarete mai i genitori del vostro bambino», scrive il personale della clinica. I procacciatori di uteri schiaffeggiati dalla guerra schiaffeggiano i clienti: sotto il cotone idrofilo usato per ammantare l'operazione, la madre di un figlio comprato resta colei che l'ha partorito.Quanto alle surrogate, prima che le cose precipitassero la Delivering Dreams aveva deciso di trasferirle a Leopoli, e loro avevano obbedito, «ci mancano i nostri bambini, spero che torneremo a Kiev il prima possibile», messaggiavano alla giornalista dell'Atlantic. Sappiamo tutti cosa è successo dopo a Kiev.È successo anche che una guerra mostruosa abbia sventrato la crosta di una industria avida di denaro e alimentata dall'avidità di occidentali che non sanno vedere al di là del proprio desiderio personale, «non una parola, non una sentenza per queste "madri surrogate" la cui temporanea sopravvivenza è solo sperata perché consegnino la merce ordinata, e che possano poi tornare al loro destino, ancora più tragico di quello dell'indigenza finanziaria che le ha spinte a portare un figlio per altri al fine di nutrire il proprio». Lo ha scritto magnificamente Céline Revel-Dumas sul Figaro.Per l'autrice di Gpa. Le Grand Bluff è una indecenza che mentre arrivano le immagini feroci di morte e terrore dall'Ucraina, le committenti francesi lancino appelli in tv perché il governo si dia una mossa a rimpatriarle quanto prima con «il loro bambino» rivolgendo un pensiero ai genitori meno fortunati che non potranno «recuperarlo» in questi giorni. «La copertura mediatica delle coppie che ricorrono alla maternità surrogata in Ucraina mentre la guerra scoppia con una violenza senza precedenti è rivelatrice. La meccanica di fondo della maternità surrogata, di un cinismo implacabile, appare ora in piena luce: rivela un mercato senza fede né legge, donne ridotte in schiavitù e poi gettate via, coppie benestanti ossessionate dai propri interessi e media che riescono, nella tragica attualità, a vendere un programma politico, rinunciando a ogni etica. Tale è la morale della guerra: distruggi l'illusione, rivela l'orrore, scegli una pace razionale. C'è anche altro da sperare, una pace del ventre».
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6414LA SQUALLIDA CERIMONIA DELLA CONSEGNA DEI BIMBI NATI DA UTERO IN AFFITTO BLOCCATI IN UCRAINA DAL CORONAVIRUSLo straziante epilogo della storia dei neonati che a causa del lockdown attendevano di essere ritirati da chi li aveva ordinati e pagati in internet (VIDEO: i bambini prodotti in Ucraina)di Caterina GiojelliIl tenore che cantava l'inno argentino e spagnolo, le coppie in piedi con la mano sul cuore, le telecamere, i flash, i palloncini. Poi, una ad una, le infermiere avevano sfilato con i bebè in braccio tra gli applausi, consegnandoli ai rispettivi genitori-committenti. I piccoli, immobili, gli occhi ancora chiusi, lasciati nelle braccia di perfetti sconosciuti in mascherina, venivano baciati sulle guance, fotografati, infilati nei selfie, mentre gli adulti coi loro preziosi fagotti in mano, qualcuno accanto a figli più grandicelli, rispondevano alle domande dei giornalisti. Così all'hotel Venezia di Kiev, andava in onda il sequel del video diffuso a maggio dalla Biotexcom. Una vera e propria cerimonia di "consegna figli" come coppe, medaglie e onorificenze al merito.Per Andreo Díez era arrivato finalmente il "lieto fine": a inizio giugno insieme al marito Ferdinando Montero e ad altre otto coppie argentine aveva ottenuto il nullaosta dal governo per volare a Kiev e recuperare i bambini commissionati alle madri surrogate al soldo della clinica ucraina Biotexcom. E come nei film, alcuni di quei 46 neonati (ora sono 125) esposti in cullette trasparenti che risplendevano alla luce dei lampadari della sala da ricevimento dell'hotel Venezia, avrebbero incontrato i genitori-committenti provenienti da Argentina e Spagna e impossibilitati a ritirarli alla nascita a causa del lockdown.Neonati come Ignacio, che, nel video diffuso dalla Biotexcom, Díez ha abbracciato e baciato tra gli scatti dei fotografi invitati alla cerimonia mediatica. Poco importa come fossero venuti al mondo, l'importante era sottolineare con la forza di nuove immagini la tenacia dei genitori-intenzionali argentini, che grazie all'aiuto di un dirigente d'azienda, Ricardo Fernández Núñez, che aveva procurato loro un aereo, avevano raggiunto Kiev, aderendo a tutte le norme igienico-sanitarie, erano restati in quarantena per dieci giorni e solo dopo essere risultati negativi a Covid-19 avevano potuto precipitarsi all'hotel Venezia. Racconta il Buenos Aires Times, che guardando Ignacio negli occhi Díez ha sentito una "connessione istantanea, un amore mai provato prima: d'incanto i nove anni passati a cercare di avere un figlio e il terrore di Covid-19 erano scomparsi, "ora possiamo fare piani per il futuro. È una cosa magica".RITIRARE L'ORDINE IN UCRAINAA metà giugno 31 coppie avevano già ritirato il loro bambino, altre 88 erano attese da Cina, Stati Uniti, Argentina, Italia, Spagna, Gran Bretagna, Francia, Germania, Bulgaria, Romania, Austria, Messico e Portogallo in Ucraina. Dove il coronavirus ha inceppato un meccanismo collaudato: statistiche ufficiali non esistono ma gli esperti assicurano che fino a tremila genitori stranieri lasciano ogni anno il paese con un figlio nuovo di zecca in braccio. Un mercato dei figli che come tutte le forme di business e commercio ha i suoi problemi di regole, abusi, corruzione. Quello che le immagini e la magia di uno sguardo intercettato dalle telecamere e ben confezionato sul canale Youtube della Biotexcom non racconta, lo ha però raccontato il Guardian. Non si dice che l'hotel Venezia alla periferia di Kiev, è protetto da mura esterne e filo spinato. Che in un paese a corto di liquidità, dove il salario medio è salito dai circa 100 euro al mese del 2014 ai 330 attuali, le donne più povere, specie delle aree rurali, fanno la fila per portare avanti una gravidanza per altri e intascarsi in nove mesi circa tre anni di stipendio: undicimila euro circa di un pacchetto di maternità surrogata che non costa meno di 27 mila euro. Sempre che si riesca ad ottenere la cifra pattuita: Liudmyla, che vive a Vinnytsia, sta ancora aspettando il saldo per la gravidanza di una bambina consegnata a una coppia tedesca a febbraio. Lavora per una clinica concorrente della Biotexcom, ha ricevuto il trasferimento di embrioni a Kiev e, come da ordini dei committenti, ha partorito in Polonia - dove la surrogazione di maternità è vietata - perché la piccola fosse registrata lì. Ha acconsentito a portare avanti due gravidanze per conto terzi per potersi permettere un appartamento per sé e i suoi tre figli, la prima trascorsa in terapia intensiva: ma la pubblicità incessante di cliniche e agenzie che anche oggi promettono soldi facili sui mezzi pubblici, sui giornali e nei social network l'aveva convinta a rimettersi in gioco. Ora ha ricevuto solo metà del suo compenso.TETIANA, QUATTRO EMBRIONI, UN ORDINE SOLOTetiana Shulzhynska cerca invece di dissuadere le donne come Liudmyla: da anni monitora e scrive ai gruppi di promozione della surrogata raccontando alle donne che il sogno dorato dell'utero in affitto diventerà in fretta un incubo per chi ci crede, "Proteggono solo i figli dei committenti, di noi a loro non importa nulla". Tetiana vive a Chernihiv, nel 2013 aveva un disperato bisogno di soldi per sé, per i suoi due bambini e per ripianare i debiti con la banca: la Biotexcom le aveva dovuto pagare perfino il biglietto per Kiev. Qui si era messa "al lavoro" come portatrice di una coppia italiana scontrandosi immediatamente con quello che le telecamere non dicono e non diranno mai: in seguito ai trasferimenti, quattro embrioni avevano iniziato a vivere nel ventre di Tetiana. La coppia però uno ne aveva ordinato e uno ne avrebbe portato a casa: la clinica asportò chirurgicamente gli embrioni in eccesso. Nel maggio del 2014 Tetiana diede quindi alla luce una bambina in cambio di novemila euro. Sette mesi dopo tornò in ospedale con fortissimi dolori addominali: cancro alla cervice uterina fu la diagnosi. La donna ci mise un anno per poter raccogliere fondi per affrontare un intervento chirurgico e salvarsi la vita. Troppo tardi, il cancro era già diffuso: i medici, le hanno spiegato oggi, dovranno amputarle una gamba. Secondo la donna, che nel 2015 ha denunciato per danni alla salute la Biotexcom, cancro e trattamenti per la surrogazione sono collegati. Non ha prove, ma non è l'unica ad essersi rivolta alla giustizia facendo partire indagini contro la clinica: altre tre madri surrogate hanno subito isterectomie subito dopo il parto.SCAMBI DI EMBRIONI E FIGLI RIPUDIATINon sono le uniche indagini aperte: nel 2016 Biotexcom viene accusata di traffico di esseri umani. È una coppia italiana a rivolgersi al tribunale quando scopre che i bambini portati a casa dall'Ucraina non sono geneticamente imparentati con loro. I piccoli, nati nel 2011, sono stati messi in adozione. In almeno altri tre casi i genitori intenzionali hanno ripudiato i bambini commissionati scoprendo che avevano problemi di salute. Bridget, "figlia" di una coppia di americani, è nata nel 2016 e ora vive in un orfanotrofio a Zaporizia, nell'Ucraina orientale. La clinica ha bollato "assurdità" accuse come quelle di Tetiana, scaricando la colpa sugli ospedali e affermando che in caso di rimozione dell'utero si sono sempre prodigati in risarcimenti. E che se ci sono stati "scambi di embrioni" nel 2011, questo era dovuto all'inesperienza delle clinica che allora aveva solo un anno di vita, "non penso che siamo stati solo noi a fare errori qui. Se qualcuno inizia a controllare il dna ci saranno molti scandali", ha detto Albert Tochilovsky, attuale patron di Biotexcom. A lamentarsi di venire "trattate come oggetti di proprietà" sono le stesse surrogate: l'ong Strenght of mothers racconta di donne obbligate per contratto a impianti di embrioni continui per un anno intero prima di riuscire a restare incinte, gli avvocati de La Strada Ucraina dicono di ricevere un centinaio di telefonate all'anno da madri devastate dalla vendita dei bambini portati in grembo o dagli ormoni assunti a quintali per migliorare le possibilità di restare incinta. Qualcuna ha anche tentato la fuga, provando a nascondersi con il figlio partorito per non separarsene. Qualcun'altra ha adottato il piccolo rifiutato da committenti all'ultimo momento perché "difettoso". Di tutte queste cose non si parla, il giro d'affari è una manna per il paese. Ci pensi chi invoca maggiori tutele e un quadro giuridico per regolarizzare la pratica: nessuna legge che trasformi il diritto in un grottesco strumento di abuso da parte di chi ha il portafoglio pieno potrà edulcorare le distorsioni di un mercato costruito sulla barbarie dell'utero in affitto, il desiderio del committente, il bisogno della surrogata, il figlio da consegnare come una medaglia al merito nella sala da ricevimento di un hotel protetto da filo spinato. Pensino a chi non finirà su Youtube o in un post di Instagram parlando di "magia e amore", pensino a Tetiana con la sua gamba amputata e alla piccola Bridget, partorita da una donna proveniente dalle zone devastate dalla guerra vicine a Donetsk, piena di disabilità e abbandonata dai committenti americani. È davvero questo il prezzo da pagare per fingere di rendere accettabile una pratica fondata sullo squallore del contratto di maternità surrogata?Nota di BastaBugie: ecco il video (durata: 2 minuti) dal titolo "Ucraina, i bambini che aspettano i loro genitori" di un servizio televisivo di maggio 2020 che parlava della straziante storia dei 46 neonati che durante il lockdown attendevano di essere ritirati da chi li aveva ordinati e pagati in internet. Dopo il video si può leggere l'articolo di Costanza Miriano che lo commentava cliccando sul link.https://www.youtube.com/watch?v=SJCAkBJtA18IL TERRIFICANTE VIDEO DEI BIMBI NATI DA UTERO IN AFFITTO BLOCCATI IN UCRAINA DAL CORONAVIRUS
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6401LA BAMBINA PIU' VECCHIA DEL MONDO HA 27 ANNINon è un indovinello, bensì una triste realtà: Molly è nata nel 2020, ma era stata concepita nel 1992 (rimanendo in un congelatore per quasi trent'anni)di Tommaso ScandroglioÈ la bambina più vecchia del mondo. Ha 27 anni e non è una giovane donna, bensì una bambina, anzi una neonata. Non è un ozioso indovinello, bensì una realtà. Stiamo parlando di Molly, nata nell'ottobre del 2020, ma concepita nel 1992 e poi rimasta in un congelatore per quasi 30 anni. Un record.Al National Embryo Donation Center, una organizzazione senza scopo di lucro che scongela gli embrioni abbandonati e li dona a coppie che poi decidono di "adottarli", si rivolgono Tina e Ben Gibson, coppia residente nel Tennessee (USA), i quali non riuscivano ad avere figli. Molly viene così scongelata e impiantata nell'utero di Tina.Ma la vicenda, tra il bizzarro e l'horror, non finisce qui. Infatti la coppia statunitense già nel 2017 aveva fatto scongelare un embrione vecchio di 25 anni. E non un embrione qualsiasi, bensì la sorella gemella di Molly di nome Emma. Infatti una coppia anonima nel 1992 aveva lasciato nel congelatore ben quattro embrioni, di cui due sono venuti alla luce e gli altri, così pare, rimangono ancora in azoto liquido. I cortocircuiti in questa storia non si contano. Ad esempio Tina ha 29 anni: una madre adottiva più vecchia della figlia di un solo anno e mezzo. Quando nel 2017 nacque Emma, Tina dichiarò alla Cnn: «Vi rendete conto che io e questo embrione avremmo potuto essere le migliori amiche?». Infatti quando Emma fu concepita, al pari di Molly, la signora Tina aveva solo un anno e mezzo. Ma i paradossi non finiscono qui. Molly è coetanea della sorella Emma, ma fisiologicamente sarà più giovane di 3 anni. Due gemelle di età (fisiologica) differente. Molly guardando la sorella potrà vedere come sarà lei stessa tra tre anni. Il senso di vertigine che potrebbe prendere il lettore è sintomo di essere portatore sano di buon senso.Curioso poi il nome scelto: Molly che per assonanza ricorda Dolly, la prima pecora clonata. Un'analogia fonetica di cui, certamente, non si sono accorti i coniugi Gibson, ma che rimane comunque suggestiva e simbolica: la manipolazione procreativa sugli animali da tempo si è trasferita sull'uomo. La persona non si genera più, ma può essere anche prodotta. Se è un prodotto questo può rimanere stoccato per anni nei magazzini. Inoltre la coppia di gemelle che hanno i medesimi genitori biologici e la medesima gestante - ulteriore schizofrenia delle pratiche in provetta - verranno cresciute insieme. Ciò potrebbe essere un bene, ma questo particolare non dissipa una certa fastidiosa sensazione: Emma e Molly sembrano una coppia di comò che non possono venire venduti scompagnati.La reificazione del nascituro voluta per soddisfare i desideri delle coppie viola le leggi di natura e non solo quelle che riguardano la procreazione, ma anche quelle che riguardano la genitorialità e i rapporti tra fratelli, addirittura infrangono alcune leggi che presiedono alle tempistiche che regolano la fertilità e alla distanza temporale tra l'età dei parenti. Infatti, relativamente al primo caso, tra il concepimento e la nascita non intercorrono più nove mesi circa, ma possono passare anche anni, decenni. Sul secondo aspetto, ci troviamo di fronte a "figli" quasi coetanei dei loro "genitori" (e, in futuro, più vecchi di costoro) e gemelli con "età" differente. I limiti temporali vengono travalicati, anzi stravolti. L'armonia che lega rapporto d'amore tra i coniugi, concepimento, gestazione, filiazione, genitorialità e rapporto tra fratelli viene frantumata, dissolta, frammentata in tutte le componenti di cui è composta e che dovrebbero essere tra loro unite. La vicenda della povera Molly è quindi amaramente paradigmatica del fenomeno della disintegrazione delle leggi di natura volute da Dio. Titolo originale: La bambina più vecchia del mondo, è una nuova offesa a Dio e alla sua leggeFonte: Corrispondenza Romana, 9 Dicembre 2020Pubblicato su BastaBugie n. 695
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6241BAMBINI IN VENDITA IN ITALIA A 8.995 EURO di Raffaella FrulloneIl primo impatto fa pensare a uno scherzo. L'advertising compare così, tra i contenuti proposti da Facebook, come tanti, come fosse un profumo, una palestra a cui iscriversi, un prodotto da supermercato.Ma qui il "prodotto" proposto è... un essere umano. La fotografia mostra un bimbo di pochi mesi sdraiato su un divano, jeans, sneakers, bretelle e occhiali da sole. Sulla destra un bollino con scritto: «A partire da 8.995 euro» e accanto: «Il tuo transfer embrionario in Italia. Garanzia di gravidanza e nascita». A questo punto qualunque persona abbia conservato un minimo di buon senso pensa ad un meme di cattivo gusto, a un fake, come si dice oggi, e invece no. Il contenuto esiste veramente ed è della pagina Fiv Milano, accompagnato da poche righe: «La tua clinica di eterologa in Lombardia. In un momento ancora così incerto abbiamo la soluzione per te. Fiv Milano non lascia soli e da oggi sarà possibile realizzare i transfer anche in Italia. La tranquillità di sapere che insieme a noi ce la farai». Sulla pagina Facebook collegata, nella presentazione, si legge: «Nuovo concetto di clinica di riproduzione assistita, un gruppo multidisciplinare di professionisti uniti ad un unico fine, raggiungere la tua maternità».I DESIDERI DIVENTANO DIRITTIEvidentemente il «nuovo concetto di clinica» prevede che un bambino possa essere pubblicizzato e soprattutto tariffato come fosse un prodotto in saldo. Con tanto di prezzo in promozione.È il progresso, bellezza, dove i desideri diventano diritti. Il desiderio di avere un bambino come quello di non averlo, desiderio che passa sopra alla più indifesa delle vite, che adesso in Italia può essere eliminata con una pillola anche fuori dall'ospedale, a casa o in qualunque altro luogo si trovi la madre, in modo che quella vita sia la meno visibile possibile per la società intera, solo perché ha avuto la "sfortuna" di essere generata dentro il ventre di una donna che "non lo desidera", per i motivi più diversi. È sempre comunque il desiderio che ha la meglio, sia quando il bambino lo si vuole, sia quando non lo si vuole. Come se fosse appunto un prodotto, come se avesse un prezzo.Non stupisce che qualche giorno fa il quotidiano britannico Times abbia pubblicato un articolo dal titolo «Possiamo e dobbiamo dare un prezzo alla vita umana», occhiello: «Questa pandemia ha messo a fuoco una questione che i cristiani da secoli ci spingono a eludere».TUTTO POSSIBILENell'articolo Matthew Parris sostiene che sia «del tutto possibile che, con il senno di poi, arriveremo a capire che le misure per controllare la diffusione del virus abbiano accorciato o terminato più vite nel lungo periodo di quante ne abbiano salvate nel breve periodo». Di fatto, secondo l'editorialista, tendiamo a far prevalere il nostro lato emotivo quando, più o meno inconsciamente, preferiamo salvare persone, anziane o fragili, che percepiamo in pericolo in questo momento, piuttosto che pensare ad una persona astratta che non conosciamo e che potrebbe aver bisogno di essere salvata domani. Secondo Parris questo di fatto costituisce il presupposto di un compromesso che siamo chiamati ad accettare, ovvero che le vite valgono in maniera diversa, e quindi anche... costano diversamente. Concetto che già oggi viene concretizzato nel modus operandi di diversi sistemi sanitari e che è diametralmente opposto a quello che pensa un cristiano, ovvero che la vita, qualunque vita, abbia un valore incommensurabile.L'articolo è lungo e articolato, forse anche meno spietato di come può sembrare dal titolo, ma con un tocco cinico quel tanto che basta per farci comprendere che l'idea di dare un prezzo alla vita umana non solo non è fantascientifico, ma è molto più vicino alla realtà di quanto possa sembrare. Titolo originale: Vita umana in offerta... a prezzi variFonte: Sito del Timone, 11 agosto 2020Pubblicato su BastaBugie n. 678
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5820BANCHE DEL SEME IN CRISI... ED ECCO ANCORA PIU' ABUSI di Caterina Giojelli«Penso che sia un atto molto egoistico cercare di individuare un donatore sconosciuto. Soprattutto quando ti ha aiutato con cortesia e altruismo a ottenere il dono più grande del mondo: tuo figlio». Con queste parole il portavoce della Northwest Cryobank ha liquidato la vicenda di Danielle Teuscher, una trentunenne di Portland che voleva scoprire qualcosa sulle origini di sua figlia Zoe.Teuscher fa parte dell'enorme schiera di americani, nati o ricorsi a fecondazione assistita, che con l'avvento dei test dei dna fai-da-te stanno provando a dare un'identità al proprio padre biologico. Non senza conseguenze: a fine agosto una corposa inchiesta del New York Times aveva raccontato decine e decine di casi di persone che negli Stati Uniti e in Europa, attraverso i test genetici, hanno scoperto di essere figlie del medico che aveva condotto le procedure. È il caso dello specialista olandese Jan Karbaat, 56 bambini nati con i propri spermatozoi, o del medico dell'Indiana Donald Cline, padre di 61 bambini. Stati come l'Indiana, la California e il Texas hanno varato leggi ad hoc per punire i medici ma quando si parla di mercato - perché di questo si tratta, mercato di spermatozoi, ovuli, gameti - la truffa è sempre dietro l'angolo.FIGLI DI UNA TRANSAZIONE FINANZIARIAEli Baden-Lasar, intervistato a luglio dal Corriere della Sera, ha giurato di essersi sentito come un prodotto industriale al centro di un perverso esperimento sociale quando ha digitato il numero del donatore di sperma utilizzato dalle sue due madri sul sito Donor Sibling Registry: il ventunenne americano ha scoperto che il numero di identificazione combaciava con quello indicato da altre 32 persone, 32 fratelli, tra questi, anche un suo ex compagno di scuola.Eli li ha incontrati tutti, «è stata la paura a motivarmi, volevo cercare di capire il sistema che ci ha creati», fotografandoli nel «tentativo di "curare" il malessere provocato dalla sensazione di essere il prodotto di una rapida transazione finanziaria». Storie come quelle di Eli sono sempre più frequenti e stanno disintegrando un'industria dominata fin dal suo esordio dall'anonimato dei donatori.Non era mossa da paura ma da curiosità Teuscher il giorno in cui si è connessa alla piattaforma 23andMe (uno dei siti più in voga insieme ad Ancestry.com per reperire tutti gli indizi di cui un utente ha bisogno per identificare un genitore biologico) per scoprire di più su sua figlia Zoe, concepita sei anni prima grazie agli spermatozoi acquistati presso una sede della Northwest Cryobank. Quando 23andMe l'ha "collegata" al padre della bambina, la donna ha immediatamente cercato di contattare la sua famiglia. Ma invece di una disponibilità a un contatto ha ricevuto una risposta brusca, un richiamo dalla clinica che le intimava di desistere minacciando multe da 20 mila dollari per «flagrante violazione» del suo contratto nonché la revoca dell'accesso alle "scorte" dello sperma del donatore che la donna aveva già acquistato programmando di dare a Zoe un fratello.LA BALLA DELL'ANONIMATO E LE CONSEGUENZE DEL MERCATOL'anonimato da pilastro è diventato il segreto di pulcinella delle banche del seme americane: 15 anni fa nessuno dei donatori che frequentavano il college avrebbe immaginato le implicazioni della diffusione dei test genetici che avrebbero spopolato fra i figli di una generazione espertissima di tecnologia. Secondo uno studio dell'Harvard Law School condotto nel 2016, il 29 per cento dei potenziali donatori di spermatozoi si sarebbe rifiutato di donare se il proprio nome fosse stato inserito in un registro. Lo studio sottolineava che proibire le donazioni anonime di spermatozoi avrebbe presto portato a un calo del numero di donatori (cosa che è già successa in paesi come l'Australia, la Nuova Zelanda e il Regno Unito) e a un aumento del compenso richiesto nel caso in cui il donatore accettasse di venire identificati. Da qui il moltiplicarsi degli abusi: meno gameti a disposizione e più cari significa più sfruttamento.Secondo Wendy e Ryan Kramer, fondatori del Donor Sibling Registry, lo stesso registro a cui si è rivolto Eli Baden-Lasar per entrare in contatto con i suoi fratellastri, i donatori non avranno mai la certezza di quanti bambini metteranno al mondo attraverso il loro seme: «Al mio donatore era stato promesso "non più di 10 bambini" e ne abbiamo raggiunti almeno 20 la scorsa settimana», ha assicurato Wendy Kramer, che dopo aver concepito Ryan con lo sperma acquistato alla California Cryobank è stata la prima a risalire all'identità del padre biologico nel 2005, «questa è un'industria che crea esseri umani, potremmo credere vi sia una maggiore responsabilità ed etica invece la mancanza di regolamentazione ha avuto conseguenze reali».Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, conseguenze di un mercato di ovociti, zigoti, embrioni, uteri, foraggiato da adulti che firmano contratti, per vendere gameti, acquistare gameti, far fruttare i gameti, regolamentare il commercio di gameti. E queste conseguenze si chiamano figli: non paghi di essere nati da sola "cortesia e altruismo", le domande sull'origine intrinseche al prodotto di tali gameti - il «dono più grande del mondo» - stanno mettendo in crisi l'industria degli esseri umani.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5724MORTO IL CARD. ELIO SGRECCIA, PIONIERE E PADRE DELLA BIOETICA CHE PERO' SCELSE IL COMPROMESSO SULLA FECONDAZIONE ARTIFICIALE di Marisa OrecchiaMoriva il 5 giugno scorso, a Roma, prossimo a compiere novantun anni il Cardinale Elio Sgreccia. Unanimamente riconosciuto come pioniere e padre della bioetica, a lungo presidente della Pontificia Accademia per la vita, autore fecondo di importanti opere tra cui il fondamentale Manuale di Bioetica, ha percorso l'antropologia personalista dai temi dell'inizio della vita a quelli della fine, giocando un ruolo importante nel campo della nascente disciplina della bioetica da lui saldamente ancorata alla secolare riflessione etico-antropologica di derivazione tomista.Duole perciò ricordare, di fronte a tanti e tali meriti, che il Cardinale Sgreccia scelse di sostenere e avallare, con la sua autorevolezza, la strategia compromissoria che Carlo Casini, europarlamentare e presidente del Movimento per la vita italiano, mise in atto, nel tempo in cui si andava preparando la stesura di quella che sarebbe diventata la legge 40 sulla procreazione artificiale.GENESI DI UNA LEGGE COMPROMISSORIA SUI PRINCIPILeggiamo sul n. 197 di Anime e Corpi - Rivista di Bioetica, Psicologia e Pastorale sanitaria (OARI- Ed. Salcom, Brezzo di Bedero, Varese), alle pagg. 301-302 che «la Fondazione Nuovo Millennio, a partire dal mese di aprile 1997, ha riunito un gruppo di parlamentari italiani con i quali ha approfondito il tema della procreazione medicalmente assistita, attualmente oggetto dei lavori della Commissione per gli Affari Sociali della Camera, presieduta dall'on. Marida Bolognesi. La sollecitazione ad operare venne alla Fondazione dall'Europarlamentare Carlo Casini, che già si era prodigato presso i segretari politici dei partiti di ispirazione cristiana per ottenere un loro impegno comune sulle leggi riguardanti la bioetica [...] Il gruppo comprende oltre a Casini e Gambale, l'on. Salvatore Giacalone (Ppi), Maretta Scoca (Ccd), il senatore Maurizio Ronconi (Cdu), l'on Maria Burani Procaccini (Forza Italia), l'on. Alfredo Mantovani (An). Agli incontri ha partecipato, portando un rilevante contributo, la dottoressa Di Pietro, in rappresentanza di S.E. Mons. Elio Sgreccia che, attraverso la Di Pietro, ha seguito i nostri lavori. [...] Siamo così arrivati ad un testo di legge che il gruppo intende presentare ufficialmente attraverso un convegno da tenersi nella prima metà di novembre in una sede istituzionale prestigiosa, alla presenza di autorità civili e religiose».Tale testo di legge, varato quindi con la supervisione di Mons. Sgreccia, fu presentato il 19 dicembre dello stesso anno all'almo Collegio Capranica con l'adesione dei due Forum cattolici della famiglia e della Sanità e ufficializzato nel Manifesto sulla fecondazione artificiale. Elaborato per iniziativa cattolica, presentato in sede cattolica, diventato pertanto a tutti gli effetti la proposta cattolica, questo testo rinunciava aprioristicamente a rifiutare in toto le pratiche della fecondazione extracorporea (fivet) e si attestava sulla scelta strategica del sì alla fivet omologa contro la fivet eterologa e gli altri abomini del Far west procreativo.UNA SCELTA OPPORTUNISTICAEra una scelta opportunistica fatta in nome di certo realismo politico consapevole che la linea del no a tutto campo alla fivet non sarebbe passata, ma era una scelta che, rinunciando a mettere in discussione la fecondazione extracorporea in sé, rinunciava anche a tutelare la vita di tutti quegli embrioni che la fivet, quale tecnica in sé, manda a morte in una strage di cui oggi, a quindici anni di distanza, possiamo contare le cifre catastrofiche.Ma la rinuncia ancora più grave, se possibile, fu quella a dire la verità per intero: se infatti tale proposta aveva l'imprimatur cattolico tramite l'avallo di un Principe della Chiesa e la condivisione incondizionata di tutto il mondo cattolico, CEI e Avvenire in testa, doveva essere buona, né poteva essere discussa né tanto meno disapprovata. Censura e ostracismo colpirono quanti, soprattutto all'interno del Movimento per la vita, non si rassegnarono a subire tale linea e tentarono di bucare il silenzio mediatico con le ragioni del diritto naturale e del bene della società intera.Il Cardinale Sgreccia sostenne con decisione la scelta fatta. Ne dà atto un suo autorevole articolo apparso sull'Osservatore Romano l'8 aprile 1998 dal titolo "Per una legge significativa sulla procreazione artificiale", ripreso di sana pianta da Medicina e Morale (settembre/ottobre 1998, pagg. 902-905) che, pur non tralasciando, in chiusura di ricordare che «la dottrina cattolica continuerà a chiedere alle coppie cattoliche, comunque, una più piena e più alta prospettiva, quella di un personalismo plenario, il quale esige che ogni creatura sia procreata da un atto di amore responsabile e personale, espresso nella pienezza della donazione sponsale», si pone decisamente a sostegno del Manifesto sulla fecondazione artificiale di cui richiama i punti qualificanti: il riferimento alla Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo, la generica protezione dell'embrione umano, la tutela della famiglia.AMBIGUITÀ INAMMISSIBILIDel tutto assente in questo corposo e importante testo ogni possibile riferimento alle profonde ragioni antropologiche e culturali contro la fivet, all'altissima sua abortività anche nella versione omologa, allo stravolgimento della famiglia cui, nel tentativo di difenderla e rafforzarla escludendo la pratica dell'eterologa, si finiva con il consegnare, in una tragica eterogenesi dei fini, il diritto di programmare e di fare figli come oggetti esponendoli ad altissima abortività.In questi pronunciamenti, per tutta la durata dell'iter di formazione della legge, affondano indubbiamente le radici della linea ufficiale del mondo cattolico a sostegno della quale e per tacitare qualche animo inquieto si arrivò a stiracchiare all'inverosimile il n. 73 dell'enciclica Evangelium Vitae e a creare ex-novo la categoria della legge imperfetta.Permangono oggi, ed è questo il motivo per cui non è giusto stendere il velo pietoso di prammatica sulla vicenda, due gravi conseguenze di questa scelta strategica che ha offuscato la verità nella ricerca del male minore, e non ci si vuole qui riferire alla caduta, per altro da molti prevista dall'inizio, dei molti paletti posti a tutela dell'embrione. La prima grave conseguenza è il quasi generale obnubilamento delle coscienze di quanti, anche fra i cattolici, ritengono oggi lecito accostarsi alla fecondazione artificiale omologa, tratti in inganno dalla contrapposizione omologa sì-eterologa no.L'altra conseguenza, altrettanto grave, rimane il mancato richiamo all'obiezione di coscienza che la legge 40 prevede per i medici e gli operatori sanitari che vogliano sottrarsi alla pratica omicida della fivet. All'indomani dell'approvazione della legge 194 sull'aborto volontario da tutta la Chiesa italiana si levarono accorati e reiterati appelli affinché i medici esercitassero il diritto all'obiezione di coscienza riconosciuto dalla legge. Per la legge 40 invece, legge cattolica ancorché imperfetta i Pastori sono costretti al silenzio da una logica del tutto comprensibile, ma non giustificabile.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3303UNA STORIA VERA: ''MIO PADRE SI CHIAMA DONATORE''Ho passato anni della mia infanzia a fantasticare su di lui, poi ho scoperto che il donatore numero 81 era un professionista affermato, un medico che si definisce ''credente'' (VIDEO: Vendita di ovuli)di Raffaella Frullone«Ho passato anni della mia infanzia a fantasticare su di lui. Costruivo castelli sulle poche cose che sapevo: capelli biondi, occhi azzurri, laureato. Giorni frenetici e notti insonni passate a immaginare il suo carattere, le sue passioni. "Forse era un musicista, come me", mi dicevo, "forse era un'artista squattrinato, per questo l'ha fatto, aveva bisogno di soldi". Poi ho scoperto che il donatore numero 81 era un professionista affermato, un medico che si definisce credente. Il mio padre biologico».24 anni, newyorkese, Alana Stewart è quello che in gergo tecnico si chiama a donor-conceived adult, ossia un adulto concepito da donatore. La sua è una delle vicende raccontate nel documentario Anonymous father's day (giornata del padre anonimo) che per la prima volta dà voce a un popolo che ogni anno nei soli Stati Uniti conta dai 30mila ai 60mila nuovi nati. Tanti sono infatti i bimbi che vengono al mondo grazie alla donazione di sperma da parte di padri rigidamente protetti dal più totale anonimato.Prodotto da Jennifer Lahl, già direttrice di Eggsploitation sul tema della donazione di ovuli [leggi l'articolo e guarda il video con i sottotitoli in italiano, clicca qui], e presidente del Center for Bioethics and Culture Network di San Francisco, il documentario, disponibile on line in lingua inglese, offre una panoramica inquietante su un'industria globale senza traccia che sta timidamente venendo allo scoperto grazie ad internet. Mai come in questi anni infatti, proliferano blog, siti e social network attraverso i quali i figli di padre donatore cercano tracce delle proprie origini, si incontrano tra "fratelli"(un donatore può arrivare ad aver generato anche 150 volte), tentano di dare un volto e un nome ad un padre del quale conoscono soltanto il codice identificativo, l'area in cui il seme è stato "distribuito", il lasso di tempo in cui l'attività di donazione è proseguita.I 60 minuti del film ospitano il contributo di Elizabeth Marquardt, direttore del Center for Marriage and Families at the Institute for American Values, curatrice del rapporto FamilyScholars.org e coautrice, insieme a Norval D. Guenn e Karen Clark, dello studio My Daddy's Name is Donor, ovvero "Mio papà si chiama donatore", condotto su un campione di 485 adulti di età compresa tra 18 e 45 anni con lo scopo di effettuare un primo monitoraggio su una generazione di persone concepite in risposta ad un irrefrenabile desiderio di maternità e poi abbandonate al loro destino.«Il 67% degli intervistati ha affermato di sentirsi perso dal momento in cui ha appreso di essere figlio di donatore – afferma la Marquardt – e di voler conoscere il proprio padre biologico. Il 70% ha ammesso di trascorrere molto tempo fantasticando sulla vita e le abitudini del donatore e di non riuscire a darsi pace. Tra i dati registriamo poi una stretta correlazione tra il ricorso al padre donatore e il fallimento delle unioni matrimoniali».«Quello a cui siamo abituati a pensare quando si parla di donazione di sperma, o anche di ovuli, è come aiutare le persone ad avere un bambino, – spiega Jennifer Lahl, che da anni studia gli effetti delle tecniche di procreazione assistita – mai riflettiamo sulle prospettive di determinate scelte, dei diritti, dei desideri delle aspettative del nascituro. Cosa succede ad un ragazzo quando scopre che il papà che l'ha cresciuto non è il suo padre biologico? Cosa succede ad una donna quando l'anziana madre scoperchia il baule del passato e scombina le carte che sono sempre state in tavola? Come si rapporta ad un bambino un "padre acquisito"? Quale è "l'impatto etico" dei donatori di sperma sui loro figli? ».Per rispondere a domande come queste il documentario ha scelto di raccontare la storia di Alana Stewart, che gestisce il sito anonymousus.org attraverso il quale raccoglie e riporta le storie di chi, come lei, ad un certo punto, ha scoperto di non avere più radici.«Avevo 5 anni, era un giorno come un altro, mi stavo preparando per andare a scuola, quando mia mamma mi ha detto che ero figlia di un donatore. Così, semplicemente. Ero confusa, ma sicuramente ho subito dato un nome a quello strano senso di estraneità che da sempre percepivo nei confronti di papà. Ho una sorella di 2 anni più grande e mia madre quel giorno mi ha spiegato che lei invece era stata adottata. Qualche anno dopo i miei genitori si sono separati e mia madre ha concepito naturalmente il suo terzo figlio con un nuovo compagno. Ho visto mia madre crescere tre "tipologie biologiche di figli" e le differenze, certamente involontarie, nel suo rapporto con noi. Ho visto l'unico padre che conoscevo chiedere, dopo il divorzio, la paternità della mia sorella maggiore e non la mia. Sentiva più sua la figlia adottata, rispetto a me».Nonostante gli occhi, a tratti velati di lacrime, Alana racconta la sua storia con distacco, come se quello che dice le appartenesse fino ad un certo punto, come se per mettersi al riparo da uno smarrimento ancora maggiore si fosse rifugiata nelle sue poche certezze. Il senso di estraneità e smarrimento accomuna la sua vicenda a quella di tanti altri, tra i quali Barry Stevens che nel documentario racconta di aver saputo soltanto alla morte del padre, la verità "biologica" sul suo concepimento. «Suona strano ma è come se io avessi sempre sentito una forma di distacco nei suoi confronti e mia sorella provava la stessa identica cosa. Come se in famiglia ci fosse sempre stato un segreto e noi due ne fossimo tenuti all'oscuro. Era alienante, mi sentivo perennemente incerto».La crisi di identità e il senso di confusione percepiti dai figli di donatori rientra in quello che viene chiamato genealogical bewilderment, ovvero "smarrimento genealogico". Spiega la regista: «Il bambino sente insieme curiosità e confusione rispetto a chi appartiene, alla sua identità, alle sue radici, al suo posto nella famiglia. Lo si vede nei bambini adottati, che chiedono di sapere dei loro genitori biologici, e ancor più succede nei bimbi nati da donatore, per i quali la ricerca del padre è resa ancor più difficile dalla protezione della privacy di chi dona, da parte delle cliniche».«Mi sembra assurdo che gli ospedali trattengano così tante informazioni sui donatori e non si preoccupino dei diritti di chi nasce – osserva Barry Stevens. – Ci vogliono convincere che un padre donatore non sia altro che una persona disposta ad aiutare chi non riesce ad avere figli, una prassi ordinaria. Non considerano che abbiamo tutti una grande domanda di senso nel cuore che ci porta a domandare: chi sono? Da dove vengo? Ci ripetono è una cosa normale, che non c'è nulla di male. Eppure qualcosa non torna...».



















