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Borghi Fantastici - MITUR
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Borghi Fantastici - MITUR

Author: Ministero del Turismo

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Borghi Fantastici, la guida fantasy ai Borghi Italiani, è il progetto vincitore del Contest Viaggio in Italia promosso dal Ministero del Turismo in collaborazione con Invitalia.
Sei pronto a partire per un viaggio carico di suggestione e mistero? In Italia, ogni Regione offre luoghi incantevoli da visitare, scenari e borghi ricchi di storia e di leggende. In questo tour potrai scoprire nuovi racconti e organizzare viaggi che ti porteranno a vedere, e toccare, spade nella roccia, a bagnarti nelle fonti della giovinezza, ad attraversare, con un piccolo brivido, le stanze di Castelli infestati dai fantasmi, a percorrere i vicoli dei borghi delle streghe o a giocare, con gli amici e tutta la famiglia, a rinvenire tesori mai ritrovati. Ogni podcast nasconde un segreto, un mito, una curiosità, ascoltali tutti e parti alla scoperta dei Borghi Fantastici.
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114 Episodes
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Nel Parco dell’Alta Murgia, in una distesa di ulivi e vigneti, sorge Ruvo di Puglia. Città d’arte, dal passato fiorente, conserva reperti e monumenti di pregio. Tra i vicoli stretti del centro storico, si riflette la pietra bianca e luminosa dei palazzi cinquecenteschi e delle case più antiche. Il sole rende abbagliante anche la Cattedrale di Santa Maria Assunta. È un gioiello romanico pugliese, la cui facciata è impreziosita dal rosone e da bassorilievi con leoni, grifi, i quattro Evangelisti, figure angeliche e zoomorfe. Palazzo Jatta ospita il Museo Archeologico Nazionale, dove sono conservate preziose ceramiche di varie epoche, tra cui il suggestivo Vaso di Talos. Il forte legame del borgo con il passato e le sue tradizioni è mantenuto vivo anche dalle processioni penitenziali, sorte con le Confraternite religiose. Proprio a una processione è legata la leggenda del Cavallo Inchinato di Ruvo. Nel 1500, il feudo di Ruvo di Puglia fu acquisito dal casato dei Conti Carafa, i quali governarono il territorio per almeno duecento anni. La signoria dei Carafa contribuì in modo controverso alla gloria di Ruvo. I Conti Carafa furono tiranni e il popolo dovette subire numerose angherie. Una di queste fu ad opera del Conte Ettore. Si narra che il Conte Ettore amava andare a caccia, nel territorio intorno al borgo. Un giorno, di ritorno da una battuta di caccia, il Conte Ettore si imbatté con il suo seguito nella processione del Corpus Domini. Già il fragoroso scalpiccio degli zoccoli infastidiva il devoto silenzio dei fedeli, raccolti in preghiera. Eppure il Conte Ettore osò di più. Con arroganza e presunzione, il Signorotto volle attraversare il corteo, interrompendo la funzione religiosa. Fu allora che accadde qualcosa di imprevisto ed inimmaginabile. Il cavallo del Conte, giunto al cospetto del Santissimo Sacramento, chinò la testa e si inginocchiò. Un simile gesto compiuto dall’animale colpì profondamente l’animo del nobile. L’uomo si sentì mortificato e colse la gravità del proprio comportamento. Per risolvere l’ignominia di cui si era macchiato, il Conte Ettore stabilì di celebrare di nuovo la solennità del Corpus Domini, a proprie spese e con più sfarzo, otto giorni dopo. Nacque così la festa dell’Ottavario. Essa si ripete ancora oggi, con un grande corteo che si snoda lungo i vicoli del centro storico. In un quadro della Chiesa di San Giacomo, si nota il Conte Carafa che regge l’ombrello al Vescovo, proprio durante la processione dell’Ottavario. La leggenda racconta infatti che quella volta in cui il cavallo si inchinò, il Conte finì addirittura in faccia al prelato. E fu il Vescovo in persona che fece una severa reprimenda, a quel Signorotto troppo pieno di sé e poco rispettoso.
Montone è un borgo medioevale che risale all’anno Mille. Situato nell’Alta Valle del Tevere, Montone si erge su un colle, incorniciato dal verde rigoglioso del paesaggio. Le antiche mura circondano il borgo e racchiudono vicoli tortuosi, scalinate, piazzette, botteghe, edifici storici e religiosi di gran pregio, oltre a torri e campanili che svettano sul profilo del paese. La storia di Montone balza al centro delle cronache a partire dal Trecento, grazie alla famiglia Fortebracci e soprattutto al condottiero Andrea Fortebracci, meglio conosciuto come Braccio da Montone. Egli fu un abile combattente, coraggioso, astuto ma anche spietato. Braccio da Montone fu protagonista di numerose battaglie e fece grandi conquiste sulle terre del centro Italia, al comando di una compagnia di soldati di ventura. Braccio da Montone fu un uomo politico ambizioso, uno stratega militare che seppe farsi conoscere e ricordare da tutti per la sua audacia. In un’opera, Manzoni lo richiama con simili versi: “Per tutto ancora con maraviglia e con terror si noma”. Le prodezze di Braccio da Montone arrivarono quasi a costituire uno Stato in opposizione allo Stato della Chiesa. Ma questa volontà fu decisamente troppo audace e finì per costargli la vita. Braccio da Montone morì in battaglia nel 1424. Dopo pochi anni, il figlio Carlo si dimostrò degno erede del padre condottiero e seppe distinguersi anche lui, con sommo valore, al servizio della Repubblica di Venezia. Carlo Fortebracci combatté contro i Mori e li sconfisse. A seguito di una simile importante vittoria, Carlo ricevette in dono una Spina della Corona di Cristo, così la portò a Montone, il suo paese natìo, e ne decretò la festa il Lunedì dell’Angelo. A questo punto del racconto, ecco cosa narra la leggenda. Si dice che all’arrivo di Carlo, di ritorno da Venezia, al passaggio del primo drappello di soldati, le campane del borgo presero a suonare, senza che vi fosse alcun campanaro appeso alla corda del batocchio. Le campane suonarono da sole, per festeggiare l’arrivo della Spina Santa. Una leggenda, ancor più suggestiva, racconta che la Spina fiorì il giorno del Venerdì Santo, emanando un delicato profumo che inebriò le vie del paese. La Santa Spina ora è custodita dalle suore di Sant’Agnese. L’ostensione della reliquia viene celebrata ogni anno, il Lunedì di Pasqua. La penultima domenica di agosto, invece, la festa per la Spina Santa si arricchisce di un corteo in costume e della contesa del palio tra i tre rioni del paese.
Dopo il grande salto, una nuvola d’acqua rimane sempre sospesa nell’aria e lo fa per un tempo che appare infinito. È quello che succede ai piedi di una cascata. Di giorno, quando il sole si riflette in quelle gocce, nasce l’arcobaleno sull’acqua. Di notte, i giochi di luce creano l’atmosfera perfetta, per lo sguardo intenso degli innamorati. In verità, nessuno può sfuggire all’incanto di quell’angolo da fiaba. Che esiste, è tutto vero, e si trova in un borgo della bassa Ciociaria. Isola del Liri, così si chiama il paese con al centro una cascata. Anzi due. L’Isola del Liri, come racconta il nome stesso, è un borgo che sorge su un’isola creata dalle braccia di un fiume. Il Liri è un corso d’acqua che giunge placido fino ad un masso di travertino, il quale sovrasta il borgo e costringe il fiume a dividersi in due canali. Questi ultimi si tuffano entrambi nell’ambiente sottostante, formando due cascate. Una detta la Grande Cascata Verticale, l’altra più piccola è la Cascata del Valcatoio. In tutta Europa, la Grande Cascata è l’unica a compiere un salto di ben 27 metri all’interno di un tessuto urbano. Ecco perché quando si cammina tra i vicoli del borgo, giunge all’udito una melodia secolare, è il suono fragoroso dell’acqua, ascoltandolo pare come di immergersi e di percorrere le pagine di una fiaba. Alzando lo sguardo, in cima al masso di travertino che biforca il fiume, si erge imponente il Castello Boncompagni Viscogliosi. L’edificio è immerso in un parco lussureggiante. Quel folto verde è una cornice perfetta, che ricade con esuberanza ai lati della Grande Cascata. Isola del Liri regala uno scenario singolare che stupisce e toglie il respiro. Nei secoli, quell’angolo fiabesco ha saputo colpire la sensibilità di tanti artisti, pittori anche stranieri. Essi hanno voluto imprimere nelle tele l’armonia della natura, che sa irrompere nella vita quotidiana di un borgo, sfiorandone le abitazioni e regalando un insolito incanto, da ammirare seduti al tavolino di un bar o affacciati alle finestre di una casa.
Sutri è un borgo arroccato su un colle di tufo, nel cuore della Tuscia. Circondata dai boschi, Sutri è chiamata “La porta dell’Etruria”. Le sue origini sono assai remote, dicono risalga all’età del bronzo o addirittura sia stata fondata dal Dio Saturno. La Necropoli etrusca, il suggestivo Anfiteatro Romano, il Mitreo, l’elegante Villa Signorelli sono i luoghi che raccontano di un passato ricco di storia. Il borgo del paese è un reticolo di stradine, piazze, su cui affacciano palazzi d’un tempo e le antiche case in tufo rosso. Le numerose chiese di Sutri riportano bellezze artistiche ed architettoniche di notevole pregio. A Sutri, passa anche un tratto della celeberrima Via Francigena, lo storico cammino percorso dai pellegrini che collega la cattedrale di Canterbury alla città di Roma. Ma a Sutri, passa pure la Via Cassia. Ed è proprio lungo questo tragitto, appena fuori paese, che si trova una grotta etrusca detta la Grotta di Orlando. Secondo una leggenda, in questo antro composto di due stanze e una colonna, nacque il valoroso paladino Orlando. La madre Berta era la sorella di Carlo Magno e quel figlio fu il frutto dell’amore con il giovane Milone. Costui era un brav’uomo e valoroso condottiero, ma privo di titoli nobiliari. Carlo Magno, saputo dell’unione di Berta con quell’uomo dalle umili origini, diseredò la sorella e la cacciò dal castello. Milone e Berta si misero allora in cammino verso Roma, per chiedere l’aiuto del Papa. Giunti nei pressi di Sutri, Berta fu colta dalle doglie e partorì Orlando in una grotta solitaria. Si narra che una volta, il piccolo ancora in fasce sfuggì alle mani della madre e rotolò sull’erba del prato. Berta esclamò “Oh, le petit Roland!”. Da allora, quella valle prese il nome di Valle Rotoli. Orlando crebbe a Sutri e diventò presto un condottiero forte e abile. Un giorno d’inverno, Carlo Magno si trovò di passaggio nel borgo, era diretto a Roma per essere incoronato. Il giovane Orlando ne approfittò per introdursi a un banchetto del Re. Si travestì da servitore e riuscì a sottrarre proprio la coppa, dalla quale aveva appena bevuto il sovrano. Carlo Magno se ne accorse e volle sfidare il ragazzo a ripetere quella giocosa malefatta. L’indomani, Orlando riuscì di nuovo a trafugare la coppa regale. Nel frattempo, i fedelissimi del Re incontrarono Berta per le strade di Sutri e la riconobbero. Tornati alla corte, riferirono tutto a Carlo Magno. Fu così che il re, scoperta l’identità di quell’abile giovanotto, decise di ricongiungere tutta la sua famiglia. Nato in una grotta, di un borgo della Tuscia, Orlando venne presto nominato Paladino di Francia e divenne protagonista di famose gesta cavalleresche.
Arroccato su uno sperone di roccia, circondato da un’ampia conca dall’aspetto lunare, Civita di Bagnoregio si raggiunge soltanto percorrendo a piedi un lungo ponte, a strapiombo sulla vallata. Civita di Bagnoregio è un luogo d’incanto ma è definito anche “la città che muore”. Il colle tufaceo su cui sorge il borgo è destinato ad assottigliarsi gradualmente. Gli agenti atmosferici, le frane e le acque dei torrenti della valle, operano un’erosione continua che lentamente sgretola la fragile rupe. Una volta attraversato il ponte pedonale e varcata Porta Santa Maria, scavata nella roccia, si scopre un piccolo mondo suggestivo, tanto silenzioso quanto pittoresco. Camminando sui ciottoli, ci si addentra tra vicoli e piazzette. Le case medioevali sono in pietra, basse, rallegrate da balconi fioriti e con le tipiche scalette esterne, dette profferli. Tra palazzi trecenteschi e botteghe, ricordo di un tempo vivace, si giunge nella piazza principale dove si affaccia la Chiesa di San Donato. Al suo interno, è custodito un crocifisso ligneo ritenuto miracoloso. Si racconta che nel 1499 si diffuse nel territorio un’epidemia di peste. Una donna, che era solita pregare davanti al crocifisso, un giorno udì una voce, che la rassicurò sull’imminente fine della pestilenza. Di lì a poco, l’epidemia scomparve e tutti gridarono al miracolo. Ogni anno, il giorno del Venerdì Santo, il crocifisso viene portato in processione. Qualcuno ritiene pure che il volto di Cristo diventi sempre più sofferente man mano che la processione si allontana dal borgo di Civita, per giungere oltre il ponte, nel vicino Bagnoregio. Per conoscere un’altra leggenda dobbiamo, invece, affacciarci al Belvedere di San Francesco Vecchio. Qui ci si espone sulla rupe dove si trova la grotta di San Bonaventura. Il nome del santo fu Giovanni Fidanza, un uomo originario proprio di Bagnoregio. Si racconta che San Francesco in persona guarì con un miracolo il piccolo Giovanni, gravemente malato. Quando ciò avvenne, il Santo stesso esclamò “Oh bona ventura!” e fu così che Giovanni Fidanza decise di farsi monaco anche lui e, per il suo grande operato, diventò San Bonaventura. Infine, è il nome stesso di Bagnoregio a nascondere una storia misteriosa. Forse deriva dal latino Balneum Regis, che significa Bagno del Re. La leggenda racconta che Desiderio, un re longobardo, guarì dalle ferite di guerra semplicemente immergendosi nelle vicine acque termali della zona. Civita di Bagnoregio è un borgo minuscolo eppure è uno scrigno di bellezze, persino quando è circondato dalla nebbia della valle, sembra come sospeso su una nuvola. La sua fragilità è il tesoro più grande. Essa dona al luogo un’atmosfera magica e struggente. Si imprime nello sguardo e nel cuore di chi varca la soglia di questo piccolo mondo tenace, dal destino inesorabile.
Gaeta è un borgo dalle origini antichissime e sorge su una penisola che si estende nell’omonimo Golfo. Il borgo vecchio di Gaeta risale all’epoca medioevale. Dal lungomare, ci si inoltra in un dedalo di vicoli e scalinate, su cui affacciano le vecchie case dei pescatori, le botteghe dal sapore d’un tempo lontano, insieme alle Chiese riccamente decorate, campanili in stile arabo-normanno, torri cilindriche e il maestoso Castello Angioino Aragonese che domina dall’alto il panorama sul mare. Ed è proprio di fronte all’intenso colore turchese dell’acqua che Gaeta rivela bellezze naturali, capaci di suscitare stupore e mistero. Il Monte Orlando è l’estrema propaggine della penisola su cui è adagiato il borgo. Il monte si getta in mare con una spettacolare falesia e presenta grotte e crepacci suggestivi, come quelli della cosiddetta “Montagna Spaccata”. Si tratta di tre profonde fenditure, le quali tagliano la roccia in tutta la sua altezza e generano storie suggestive. Narra la leggenda che tali fenditure si formarono nel momento esatto in cui Cristo morì. Il dolore del mondo fu così intenso, che il terremoto di Gerusalemme scosse il mare e l’acqua trafisse la montagna, spaccando il promontorio in tre punti. Una scalinata, che parte dal Santuario della Santissima Trinità, consente di inoltrarsi nelle viscere della montagna spaccata. Lungo la scalinata, si percorre anche una sorta di Via Crucis incisa nella roccia, mentre si ammira dall’interno la fenditura più profonda. Le magie e i misteri del luogo proseguono poi scendendo gli scalini verso il mare. Ad un tratto, infatti, si incontra la misteriosa Mano del Turco. Sono i segni, impressi nella parete, che nascondono un’altra storia. Si narra, che un turco giunto lungo la costa si inoltrò nella spaccatura del promontorio. Il turco non credeva affatto alla storia della montagna legata alla morte di Gesù ma, quando appoggiò una mano sulla roccia, quella diventò morbida come burro. Le dita del turco affondarono miracolosamente nella parete e lasciarono così la loro impronta. Essa è ancora visibile, dunque a tutti è concesso ora di infilare le proprie cinque dita nella roccia. Accanto all’impronta del turco è presente una lapida con una scritta in latino che recita così: "Un incredulo si rifiutò di credere a ciò che la tradizione riferisce, lo prova questa roccia rammollitasi al tocco delle sue dita”. Scendendo ancora più in basso, lungo la fenditura, si incontra il Letto di San Filippo Neri, un giaciglio in pietra su cui Filippo Neri amava ritirarsi in preghiera. Nel 1400, un macigno si staccò dalla cima e si incastrò tra le pareti di roccia, lì ora sorge la Cappella del Crocifisso. L’esplorazione della Montagna Spaccata prosegue poi con la Grotta dei Turchi, uno spettacolare antro in cui i saraceni usavano ripararsi con le loro navi. Storia, arte e mistero fanno di Gaeta un luogo magico, in cui anche la natura crea effetti leggendari, nell’incontro estremo e imprevedibile tra il mare e il monte.
Veroli è un borgo nel cuore della Ciociaria. Il suo aspetto medioevale crea un’atmosfera antica e suggestiva. Nel centro storico si passeggia lungo vicoli stretti, tra case-torri ornate da bifore, trifore e con imponenti portali gotici. Il paese ha varie chiese antiche, ma la più importante è la Basilica di Santa Salomé. Qui si può salire in ginocchio la Scala Santa, per ricevere l’indulgenza plenaria. La Scala Santa di Veroli è una delle sole tre presenti al mondo, dopo quella di Roma e di Gerusalemme. Poco lontano dal centro abitato, si erge l’Abbazia di Casamari. Splendido esempio di architettura gotico-cistercense, nell’Abbazia si ritrovano incisioni e simboli la cui spiegazione richiama ipotetici legami con l’esoterismo. Veroli ha origine antichissime e i misteri legati al paese risalgono addirittura a mille anni prima di Cristo. È il tempo in cui il popolo degli Ernici costruì una cinta muraria sul colle di San Leucio, per proteggere il paese da nord. Le mura di cui vi parliamo sono costituite da enormi massi, affiancati l’uno all’altro. Si trattava di una ingegnosa quanto ciclopica opera difensiva. Ma chi erano questi Ernici capaci di realizzare le mura megalitiche? Si narra che fossero i discendenti del dio Saturno. Costui, cacciato dall’Olimpo, si rifugiò in queste terre dove incontrò il re Giano che gli offrì accoglienza. In cambio, Saturno gli fece il dono di poter custodire il passato e predire il futuro, tanto che il re venne rappresentato da quel momento con due teste e acquisì l’appellativo di Giano Bifronte. Fu sempre Saturno che insegnò alle genti del posto a coltivare i campi e a costruire quelle imponenti mura per proteggere i villaggi. Secondo altre leggende, le mura gigantesche furono erette dai Ciclopi venuti dalla Grecia. Alcuni sostengono pure che quelle enormi costruzioni siano opera del Diavolo in persona e che lì sotto, da qualche parte, vi siano nascosti antichi tesori. Quale sia la verità noi non è dato saperlo ma, forse, la ricchezza di Veroli risiede proprio nel mistero che si respira passeggiando nel borgo, tra quei segni e simboli ancora poco decifrati, lasciati dall’uomo o forse dagli Dei, nel corso dei secoli.
Palmanova è un borgo straordinario ed unico perché ha la forma di una stella a nove punte e per questo è detta la Città Stellata. Essa è costruita al di sotto della linea dell’orizzonte e da lontano non è quasi possibile vederla. Palmanova è una fortezza ma è anche un modello della città ideale del Rinascimento. Si accede al borgo da tre porte monumentali e al centro perfetto della pianta stellare vi è la bella Piazza Grande. Nella piazza a forma di esagono, si ammira il Duomo in pietra bianca e convergono pure le sei strade principali, su cui affacciano numerosi palazzi in stile veneziano. La perfetta geometria di Palmanova crea un’atmosfera quasi irreale. Ma chi ha saputo progettare una simile architettura? Le leggende che danno origine all’incredibile disegno sono almeno due, avvicinatevi e ascoltate questa storia. Si narra che un giorno, un pastore di nome Camotio giunse nei pressi del terreno su cui ora sorge Palmanova. Al tempo, la città non esisteva ancora e quelle zone erano perfette per far pascolare il gregge. Dalla stanchezza, però, il pastore si addormentò e fece un sogno. Camotio vide nel sonno manovali all’opera, intenti a scavare fossati e costruire una fortezza. Quando si risvegliò, Camotio raccontò il suo sogno agli amici ma quelli non fecero altro che deriderlo, credendolo un ubriacone. Eppure, dopo qualche decennio, proprio dove si fu addormentato Camotio, sorse la Città Stellata. Un’altra leggenda invece racconta che a fine 1500, la Repubblica di Venezia decise di costruire una fortezza. Per realizzare l’imponente progetto, furono coinvolti ingegneri, architetti e anche il sovrintendente generale Giulio Savorgnan. Tutte queste grandi menti esperte concordarono nel realizzare la fortezza su quel territorio nei pressi di Udine. Mentre era in corso la riunione per studiare il progetto, scoppiò un violento temporale. Gli uomini subito si ripararono sotto la tettoia di una vicina cappella. Tirava un vento forte e una folata fece cadere una ragnatela ai piedi del sovrintendente generale. Alla vista di quella perfetta geometria, Giulio Savorgnan ebbe l’illuminante idea di costruire Palmanova secondo la forma di una ragnatela, che altro non è se non l'esempio perfetto, di luogo d’attacco e di difesa. Così, nel 1593 fu posata la prima pietra di Palmanova. Le voci del paese, da sempre, raccontano anche un’altra storia, che il borgo sia uno dei progetti del grande Leonardo da Vinci. Forse il genio fornì davvero l’idea di base ma di sicuro non seguì i lavori di costruzione, troppo impegnato in altri progetti. Qualunque sia l’esatta origine della Città Stellata, l’importante è sapere che ora esiste un luogo in cui si concretizza la perfezione della magia geometrica, in cui l’uomo abbia potuto sperimentare un progetto di città ideale, diventato patrimonio dell’Umanità.
L’Isola d’Oro o Isola del Sole, così viene chiamata Grado. Un delizioso borgo lagunare e termale, le cui spiagge non sono mai all’ombra. Grado ha una storia lunga più di 1600 anni e il suo fascino antico si respira ancora nel pittoresco centro storico. Tra calli, campielli, case in pietra, casette colorate dei pescatori, Grado conserva il fascino di un borgo marinaro ma il castrum, con il Duomo e il Battistero, testimonia anche un patriarcato durato otto secoli, riportando pregiate opere architettoniche di origine romana e paleocristiana. Al Porto Mandracchio si ammira la quotidiana attività dei pescatori di Grado, da lì arrivano e partono i pescherecci ogni giorno. Ed è proprio questo antico porto che richiama alla mente una leggenda. Un tempo, Grado doveva difendersi spesso dagli attacchi degli Uscocchi, i pirati che provenivano dalla vicina Dalmazia. Si trattava di gente bellicosa, bardata di tutto punto. Gli Uscocchi incutevano timore con i paradenti in ferro e i gambali di legno, tuttavia agli occhi degli abitanti di Grado suscitavano anche qualche curiosità, perché quei pericolosi guerrieri indossavano delle ampie gonne, nello stile della moda turca. Nel corso degli anni, e nei racconti della gente, gli Uscocchi si trasformarono in Streghe del mare, chiamate Varvuole. Si narra che a Grado vi fosse un banditore detto Zef, il quale aveva il compito di suonare il tamburo per annunciare l’arrivo delle Varvuole e dare l’allarme. Le streghe del mare arrivavano a bordo delle batele, le tipiche barche della laguna, e il loro scopo era quello di rapire i bambini della città. Le streghe erano spaventose, avevano fili di ferro al posto dei capelli e si presentavano vestite di lunghe gonne tutte sdrucite. Narra la leggenda che le streghe del mare fossero solite urlare per i vicoli ed emettere dei suoni terrificanti. Ma le donne di Grado sapevano sempre come difendersi. Al suono del banditore, chiudevano a chiave le porte di casa, strofinavano l’aglio alle finestre e proteggevano i bambini con l’acqua santa. Ogni anno, il 5 gennaio a Grado si rinnova la leggenda. Arrivano le Varvuole al Porto Mandracchio e si incamminano per i vicoli del borgo, alla ricerca dei bambini da portare in un mondo lontano. Eppure le Varvuole non riescono mai nel loro intento. Sarà perché l’aglio ha da sempre dei poteri magici, capaci di far scappare lontano anche i personaggi più crudeli che si possano incontrare lungo la via. Dunque, a quelle streghe ogni anno non rimane che dissipare il loro maleficio davanti a tutti, esibendosi in una danza, detta “la danza delle batele”.
Poffabro è un piccolo borgo immerso nella Val Còlvera, ai piedi delle Prealpi Friulane, che mantiene l’atmosfera di un villaggio d’altri tempi. Le sue case sono alte e strette, costruite in pietra arenaria, hanno rustici ballatoi in legno di castagno e racchiudono cortili antichi, che ritagliano luoghi così intimi da sembrare quasi segreti. Le abitazioni di Poffabro si collegano tra loro con viottoli stretti e silenziosi, scalinate tortuose e massicci archi in pietra. Una simile architettura rivela l’anima sobria del borgo, la sua identità rurale e genuina ma non per questo meno suggestiva. Anzi, ogni angolo di Poffabro diventa pittoresco e richiama la purezza dell’aspro paesaggio montano, che avvolge il paese in un equilibrio perfetto. Poffabro sarebbe il luogo ideale per una fiaba. Non a caso durante il Natale diventa un presepe tra i presepi, moltiplicando la sua magia in un caleidoscopio di luci ed opere artistico religiose esposte lungo le sue vie. Eppure, anche una località così incantevole può nascondere un passato misterioso e leggendario. Si racconta, infatti, che in queste terre un tempo abitarono figure mitiche, chiamate Agane. Erano metà donna e metà pesci. Le Agane vivevano vicino ai piccoli torrenti di montagna, ai laghi, alle sorgenti che zampillavano dalle rocce. Le Agane erano ninfe dell’acqua e tutti sapevano che erano solite divertirsi facendo scherzi ai viandanti, quando questi si avvicinavano ai ruscelli per bere e trovare ristoro. In paese. però. si narra anche un’altra storia, meno gioiosa di questa e dalle tinte decisamente più oscure. Alcuni secoli or sono, di notte, le streghe si radunavano nei luoghi più impervi delle vicine montagne. Di giorno, invece, le stesse fattucchiere assumevano le sembianze rassicuranti delle donne di Poffabro. Nascoste nelle rupi, dentro le grotte, tra le rocce e le tenebre, le streghe erano solite organizzare i loro riti magici. Pare che a quei Sabba, partecipasse addirittura il Diavolo in persona. Si narra che nel 1648, un bambino di nome Mattia fu portato dalla nonna a cavallo di un caprone, fino al Plan di Malgustà, proprio dove si tenevano i raduni delle streghe. Un simile accadimento giunse alle orecchie dei giudici della Santa Inquisizione e il bambino fu sottoposto a un lungo processo come testimone della stregoneria. Furono ascoltati molti abitanti del borgo ma, dopo due anni di indagini, tutto si risolse in un nulla di fatto. Ciononostante, Poffabro in un memoriale della Curia di Udine fu definito “il nido particolar delle streghe”. Che tutto questo sia vero o meno nessuno può dirlo, ma sappiamo che Poffabro è un luogo in cui si respira ancora un’umanità genuina e riservata che accoglie i forestieri con balconi adornati di fiori e offre tutto l’anno quella serenità che caratterizza i luoghi ai confini dei boschi.
Incastonato tra gli Appennini liguri e il mare, Riomaggiore è uno degli incantevoli comuni che compongono le Cinque Terre. Il nucleo del borgo si sviluppa in verticale a pochi metri dagli scogli. Qui svettano le variopinte case-torri. Sono abitazioni con due ingressi, uno nella parte bassa, un altro sul retro, nella zona più alta. Nei tempi passati, in questo modo si garantiva l’accesso alla propria casa anche in occasione di mareggiate, mentre gli ingressi ai piani superiori consentivano di giungere più rapidamente all’imbocco dei sentieri per la montagna. Ad oggi, i sentieri conducono ai terrazzamenti di ulivi e vigneti che tinteggiano di verde la roccia a strapiombo sul mare. Secondo una leggenda, le origini di Riomaggiore risalgono all'VIII secolo, quando un gruppo di profughi greci sfuggì alle persecuzioni dell’imperatore di Bisanzio e approdò su questo lembo di costa ligure. Ma un territorio così magico, in cui la vita dell’uomo si inserisce con equilibrio nelle bellezze della natura, regala più di una leggenda. La prima ha un’aria romantica, legata proprio alla cosiddetta Via dell’Amore. Si tratta di un famoso sentiero, scavato nella roccia, che corre vicino alle onde del mare e congiunge Riomaggiore a Manarola. Si racconta che un tempo un principe e una principessa si incontrarono ad una festa e si innamorarono al primo sguardo. I due abitavano in posti lontani, ma decisero lo stesso di incamminarsi, l’uno verso l’altro, per incontrarsi di nuovo. Il cammino però si rivelò più lungo del previsto e. quando il principe e la principessa riuscirono finalmente ad abbracciarsi, si accorsero di essere diventati molto vecchi. Eppure i due continuarono ad amarsi con lo stesso ardore della prima volta, e così fecero fino all’ultimo dei loro respiri. La Via dell’Amore è senza dubbio la preferita dalle coppie di innamorati, ma anche da coloro che, sognando l’amore, sono alla ricerca di altri occhi, in cui perdersi per la prima volta. Davanti allo sfondo di quel tratto di costa incontaminato, che al tramonto si illumina con gli stessi colori caldi della passione, tutto può accadere. Oltre al percorso romantico, altri sentieri di Riomaggiore permettono di esplorare la zona e di scoprire panorami mozzafiato, come quelli che si ammirano dalla Torre Guardiola e dall’antico castello di Riomaggiore, chiamato il Castellazzo di Cerricò. Le voci di paese narrano che esistano dei passaggi segreti, i quali collegano le case-torri del borgo antico direttamente al castello. Si tratta di sentieri sotterranei che un tempo permettevano alla popolazione di mettersi in salvo, durante gli attacchi dei pirati. Un altro sentiero conduce invece al Santuario di Montenero, il quale si affaccia sul mare da un’altezza di oltre 300 metri e, da lassù, diviene inevitabile contemplare la bellezza del creato. Dicono, che gli stessi profughi fondatori di Riomaggiore portarono dalla Grecia anche un dipinto della Madonna e che l’opera fu sotterrata lassù, per nasconderla ai barbari. Un secolo dopo, quando il dipinto fu ritrovato, in quell’esatto punto sgorgò improvvisa una fonte e, in quel punto, fu eretto il Santuario. In un luogo suggestivo come Riomaggiore, immaginare storie è quasi inevitabile, si cercano spiegazioni che siano in grado di spiegare la ricchezza del paesaggio e la presenza di quei moti dell’anima, che un simile territorio è capace di suscitare. Un consiglio: fatevi avvolgere da quella magica armonia e lasciate andare la fantasia.
Montechiarugolo è un paese adagiato sulle terre che si estendono tra la città di Parma e quella di Reggio Emilia. A pochi passi dal fiume Enza, il comune si compone di varie frazioni ma il vero cuore di Montechiarugolo è un piccolissimo borgo, un centro storico medioevale racchiuso da mura di cinta e sorto attorno a un maestoso Castello. Nel borgo, le case colorate restituiscono ancora l’atmosfera di un villaggio antico, di quando uomini a cavallo attraversavano quelle stradine ed entravano nel Castello da uno dei due ponti levatoi. Il Castello è tuttora circondato da un fossato, che nei secoli addietro ostacolava l’accesso dei nemici e, allo stesso tempo, proteggeva gli abitanti della fortezza. Eppure, non è possibile evitare in eterno il destino che accomuna tutti gli uomini. Lo raccontano persino le leggende. Prima o poi, arriva al cospetto di chiunque quella figura che conduce nell’aldilà. Non è detto sia vestita di nero e con la falce in mano, potrebbe comparire vestita di bianco, sotto le spoglie di una fanciulla affascinante, la più leggiadra di tutte, proprio come apparve la Fata Bema. Correva l’anno 1593, il castello di Montechiarugolo era governato dalla famiglia dei Torelli. Pomponio Torelli era un uomo di grande cultura, umanista e mecenate, ed era solito ravvivare la vita del borgo con feste a cui partecipavano tutti i paesani. Un giorno, si presentò alla festa anche una giovane donna molto bella, di nome Bema. Era una forestiera e faceva l’indovina: la donna, infatti, era capace di leggere il futuro. Gli abitanti del villaggio si misero subito in fila, per salire sul palchetto e lasciarsi predire il proprio destino. A loro si aggiunse anche Pio Torelli, il figlio di Pomponio. Quando Bema lesse la mano del bambino, il responso non fu affatto lieto: “"Vedo un lago di sangue, su cui galleggiano nobili teste e vedo anche il capo di questo bambino". Udite queste parole, il Duca di Parma Rabuccio I Farnese fece catturare l’indovina tuttavia, grazie all’intercessione di Pomponio Torelli, Bema fu presto liberata, a patto che non lasciasse mai più Montechiarugolo. Così, la fanciulla entrò a far parte della corte e Pio Torelli, ormai cresciuto, un giorno la chiese in sposa. Ma Bema rifiutò, aveva umili origini, inconciliabili con quelle della Signoria del Castello. Pio Torelli, assai triste e tormentato, si allontanò dalla fanciulla e si rifugiò a Parma, proprio dal Duca Rabuccio. E, proprio qui, egli cadde nei sotterfugi del nobile, fu tradito da quell’uomo scaltro che, assetato di potere, fece decapitare Pio nella pubblica piazza. Quella morte realizzò, purtroppo, la profezia dell’indovina e le distrusse anche il cuore. Bema in realtà amava Pio Torelli e, seppur addolorata per la perdita, come aveva promesso, rimase a Montechiarugolo. Un giorno, ormai anziana, Bema scomparve dal villaggio. Il suo corpo fu ritrovato molto tempo dopo, mummificato, nelle segrete del castello. Accanto al corpo giaceva un foglietto in cui era scritto: “Della Bema questo è il corpo, chi felice viver vuole non lo tolga dal suo letto". Oggi, quel corpo è ancora lì, visibile all’interno del Castello. Si narra, che il fantasma di Bema compaia tra le strade del borgo a maggio, nel giorno dell’uccisione di Pio. Si aggira con fare gentile, senza spaventare nessuno. Bema va incontro alle giovani donne, sorride e le protegge come fosse una Fata, soprattutto quando è sera, magari il giorno prima delle nozze.
Cetara è uno dei borghi marinari della preziosa costiera amalfitana. È un gioiello pittoresco, protetto alle spalle dal Monte Falerio, bagnato dal mare e avvolto dall’abbraccio di vigneti e agrumeti. Da sempre, gli abitanti del borgo si dedicano alla pesca, soprattutto alla pesca del tonno. Il nome Cetara infatti deriva dalla parola latina Cetària, che significa “tonnara”. Le barche dei pescatori, con le reti lasciate ad asciugare, fanno ogni giorno da corollario alla spiaggia davanti al borgo, prima di prendere il largo. Tra le case affacciate sull’acqua nel centro storico di Cetara, si respira l’atmosfera mistica delle opere Francescane. L’ordine monastico ha lasciato profondi segni, sacri e artistici, sia nelle Chiese del paese che nel suo Convento. Il simbolo di Cetara è la Torre vicereale, costruita come luogo di avvistamento per proteggere il borgo, dalle scorribande dei pirati e dagli attacchi dei turchi. Affacciarsi dalle finestre della Torre vuol dire avere davanti a sé un quadro di assoluta bellezza naturale, con i colori del mare e della vegetazione intorno illuminati dal sole, che non abbandona quasi mai Cetara, durante tutto l’anno. E proprio sotto la Torre di Cetara, si estende un lembo di spiaggia molto amata. È la cosiddetta Spiaggia della Torretta o spiaggia del Lannio. Quest’ultimo nome, in dialetto, significa Lamento. Ma come mai una spiaggia così deliziosa ha un nome tutt’altro che allegro? Ebbene, proprio la spiaggia del Lannio è teatro di una leggenda. Nel corso dei secoli, Cetara è stata più volte invasa dagli arabi musulmani, i quali imponevano la loro cultura e la loro religione, ogni volta che occupavano un territorio nuovo. A Cetara però l’Ordine dei Francescani aveva trovato la propria dimora e aveva profondamento nutrito l’anima dei paesani, con la sacralità della religione cristiana. Quando gli arabi arrivarono a Cetara, i monaci francescani si opposero alla conversione, ma dovettero per questo fuggire e rifugiarsi tra le grotte e gli anfratti della costa frastagliata. Un giorno, gli arabi riuscirono a trovare i monaci nascosti e li uccisero barbaramente. Da quella volta, si odono lamenti provenire dalla spiaggia della Torretta o forse quelli sono proprio i canti dei Francescani, che desiderano manifestare eternamente la loro fede più profonda. Cetara offre scorci incantevoli in cui ammirare la natura incontaminata. Qui a dettare i ritmi della vita dell’uomo è la brezza marina, è il passare delle stagioni che colora la macchia mediterranea, è il sapore della famosa colatura di alici che impreziosisce ricette, è il sole che illumina un borgo piccolo come una gemma, ma autentico e prezioso come i canti dei monaci francescani sulla spiaggia.
La più antica repubblica marinara, scrigno di arte, storia, sacralità e bellezza, patrimonio dell’Umanità: tutto questo è Amalfi. Le parole non bastano per raccontare le sfumature di questo borgo incantevole che si riflette sull’acqua cristallina, tra il Golfo di Napoli e quello di Salerno. È difficile persino descrivere gli aromi di questa terra, che profumano i piatti locali di genuini sapori mediterranei. Di tutta la costiera, Amalfi è il borgo più grande. Le sue case bianche, quelle colorate e gli antichi palazzi aristocratici scendono lungo il pendio roccioso e frastagliato, tra vicoli stretti e botteghe, per arrivare ai confini della spiaggia. Nel centro storico, il Duomo di Sant’Andrea è imponente e maestoso, ma altrettanto lo è il panorama, che si ammira dalla Torre Saracena e dai vari punti del borgo, da cui godere di scorci mozzafiato. Amalfi offre meraviglie continue eppure, in un tempo lontano, tutta questa bellezza non esisteva. In origine però c’era lui, Ettore, un semidio. Mezzo uomo e, per l’altra metà, divino. Ettore, figlio di Zeus e dell’umana Alcmena, era un giovane forte, dal fisico scultoreo, nobile d’animo e di indole coraggiosa. Ettore era senza paura, viveva con passione ogni momento della propria vita. Un giorno, il semidio incontrò una ninfa di rara bellezza. La fanciulla aveva un corpo sinuoso, lunghi capelli neri che accarezzavano occhi color del mare, movenze eleganti e leggere come il soffio mite del vento. La fanciulla si chiamava Amalfi. Appena Ettore e Amalfi incrociarono i loro sguardi, un intenso sentimento d’amore li travolse e permise loro di vivere insieme momenti indimenticabili. Ma nulla è eterno, nemmeno per un semidio. Accadde, infatti, che quell’amore travolgente fu interrotto all’improvviso, dalla morte della giovane ninfa. Ettore, sconvolto dalla perdita della sua amata, pianse tutte le lacrime che un uomo nobile conserva nel cuore, ma presto si fece coraggio, e decise di andare alla ricerca del posto più bello, per seppellire la sua amata. Dopo aver viaggiato a lungo, Ettore giunse proprio sulla costiera campana e lì, in un lembo di terra frastagliato, a picco nella limpidezza del mare, trovò il luogo che cercava. Non del tutto appagato però, Ettore volle aggiungere nell’aria anche lo stesso profumo che emanava la pelle della sua ninfa. Così si batté contro il Drago, custode del Giardino delle Esperidi, e da lì portò via i semi degli alberi da frutto più profumati e succosi: i limoni. Quando tornò lungo la costa scelta, Ettore piantò i semi, per inebriare l’aria con il profumo di quei frutti. Solo così fu certo, che in quell’angolo di paradiso, il corpo della sua innamorata avrebbe riposato in eterno. Questa è l’origine leggendaria di Amalfi e, quando un borgo nasce da una simile favola d’amore e di bellezza, non può che conservarne per sempre la magia e l'incanto.
Le coste della Sardegna sono uno scrigno di bellezze: ovunque ci si giri, lo sguardo coglie una meraviglia. Castelsardo è una di queste. Si tratta di un borgo marittimo, contraddistinto da case variopinte, adagiate su di un promontorio di trachite a picco sul mare. È una vista magnifica, da cartolina, soprattutto quando il sole tramonta e accarezza le case con raggi dorati. Dalla cima al promontorio spunta un castello massiccio, perfettamente conservato. Pare la figura accovacciata di un gigante di pietra. Il suo nome è Castello dei Doria. Gli abitanti del posto dicono che è stato edificato nel 1102, quando la famiglia Doria, originaria di Genova, costruì il borgo per affermare il proprio potere anche in terra sarda. Una leggenda racconta che nei pressi del torrione si trovava un tunnel che i Doria utilizzavano per uscire dal castello senza essere visti. Il passaggio segreto serpeggiava per chilometri nelle viscere della terra e, prima di sbucare in riva al mare, consentiva l’accesso a quattro enormi stanza, ricavate da delle grotte preesistenti. Lì erano custodito il tesoro che la famiglia aveva portato da Genova. Il popolo mormorava che fosse composto da forzieri colmi d’oro e pietre preziose, ma anche stoffe, sacchi di sale, spezie. La chiave che apriva l’ingresso del passaggio segreto veniva tramandata di generazione in generazione, ma, quando l’ultimo dei Doria morì, fu perduta, e nessuno riuscì a ritrovare né varcare l’ingresso della camera del tesoro. I pescatori giù al porto raccontano che il tesoro è ancora là, sepolto sotto a strati di polvere, in attesa che qualcuno lo ritrovi. In tanti si avventurano presso il torrione e ne saggiano le pareti con le mani, alla ricerca di una fessura o di un qualunque indizio che possa tradire l’accesso al tunnel. Alcuni lo fanno sperando di arricchirsi, ma la maggior parte lo cerca per il puro e semplice gusto della scoperta. Chi non vorrebbe essere il primo a visitare un posto che si pensava perduto, a fregiarsi dell’onore di essere colui che ha ritrovato un tesoro? E voi, siete pronti?
Apricale è un borgo immerso tra fitti boschi di ulivo e castagno, nell’entroterra della Riviera di Ponente. Il paese è arroccato su un’altura molto ripida che crea infiniti saliscendi. Le case di Apricale sono costruite in pietra e addossate l’una all’altra. Si distribuiscono lungo un intricato dedalo di vicoli, formando archi, ponticelli, ballatoi e gallerie. Apricale conserva un’affascinante atmosfera medioevale. Esposto a Mezzogiorno, in paese non manca mai la luce del sole, per questo è sempre stato un luogo molto ospitale, per viandanti e cavalieri di passaggio. Eppure, tra quelle viuzze strette, si raccontano anche storie dai contorni oscuri. Come quelle legate alla Casa del Boia o al maestoso Castello della Lucertola. E’ il maniero che domina il paese e dove, un giorno, è tragicamente terminata la vita avventurosa e mirabolante della Contessa Cristina Anna Bellomo. La contessa, in realtà non era una contessa ma una poverissima lavandaia. Settima figlia di un’umile famiglia di contadini. La fanciulla si sposò con un giovane del paese che però presto la lasciò sola. L’uomo dovette scappare in America, per sfuggire alla prigione Così, Cristina si rimboccò le maniche e decise di raggiungere la vicina città di Nizza, per trovare lavoro, presso qualche ricca famiglia francese. Cristina era una fanciulla bellissima dal fascino intrigante e, in poco tempo, conquistò il cuore del vecchio Conte De La Tour. Diventò sua amante, poi moglie e infine, erede universale. Era l’epoca della Belle Époque, l’ormai Contessa Cristina s’inserì perfettamente nella vita inebriante dei salotti di Parigi. Tra incontri d’arte e calici di champagne, la fanciulla diventò addirittura una spia al servizio della Francia. Venne inviata in Russia, alla corte dei Romanov e pure il nipote dello Zar si innamorò di lei. Astuta e coraggiosa, Cristina fu una spia internazionale che compì missioni fino in Giappone. Ma un giorno la bella contessa, per nostalgia del suo piccolo paese, decise di tornare ad Apricale. Ormai con il titolo nobiliare, Cristina poteva vivere all’interno del Castello. Ma fu proprio lì che invece trovò una tragica fine. Era il pomeriggio del 30 maggio 1904. Il marito, rientrato dalle Americhe, non volle accettare l’annullamento del matrimonio e, accecato dalla rabbia e dalla cattiveria, la uccise. Oggi, in una camera del Castello della Lucertola, si possono ammirare gli indumenti della Contessa Cristina, i suoi cappellini, un parasole, il binocolo, una foto, in ricordo di questa donna libera e affascinante, che conosceva ben sette lingue, e voleva scoprire il mondo, ma fu uccisa dalla cattiveria e stupidità di suo marito. Si narra che il fantasma della Contessa si aggiri a volte tra le mura del maniero, per sedurre coloro che rispettano sempre le donne e che sono in grado di gioire della loro intelligenza, perché solo così si possono vivere esperienze enigmatiche e avventurose.
Cocullo è un borgo nella provincia dell'Aquila, Abruzzo, che conta poco più di 200 abitanti. Fondato e cresciuto s’un colle nell'alta valle del Sagittario, lo si distingue in lontananza per via del massiccio campanile della chiesa di San Nicola, che in precedenza era una torre di avvistamento longobarda. Passeggiando per le vie di Cocullo potrete scoprire importanti esempi di architettura storica, come la fontana del duecento, Casa Squarcia e Casa Marano, la chiesa di San Nicola e la chiesa santuario dedicata a San Domenico. Da quest’ultima, ogni primo maggio, parte la processione dei serpenti: famosa celebrazione folcloristica abruzzese in cui si fondono usanze pagane e tradizione cristiana. La festa è legata ai riti celebrati dalla popolazione dei Marsi, che anticamente abitavano la zona. Poi, nel X secolo, con l'arrivo a Cocullo di San Domenico, il rito venne modificato. Si dice che il santo fornì protezione ai cittadini donando loro un proprio dente e offrendo un ferro della mula con cui viaggiava. Queste reliquie, che negli anni a seguire fortificarono la salute degli abitanti e li protessero dai morsi dei serpenti, ispirarono anche la festa dei serpari. Il serparo è una figura tipica di questi luoghi, si tratta di un uomo che dà la caccia ai serpenti e impara a catturarli vivi. Non è un lavoro, bensì una missione: l’unico scopo di un serparo è quello di contribuire alla processione dei serpenti. Infatti, nelle settimane precedenti al primo maggio, i serpari si recano nei boschi attorno al paese e catturano svariati serpenti che ripongono in apposite ceste. I rettili vengono poi portati nella chiesa di San Domenico e, al termine della Santa Messa, vengono utilizzati per addobbare la statua processionale del santo, mentre altri sono offerti alla popolazione e ai turisti per avvolgerseli al collo durante il rito. Contemporaneamente, i fedeli cominciano a suonare la campana della cappella di San Domenico, tirandola con i denti, e mentre i rintocchi si spandono nel borgo, la statua del santo, avvolta da un pulsante mucchio di serpi, viene accompagnata lungo i viottoli del centro città. Al termine della processione i fedeli ringraziano i serpenti per la loro partecipazione e li liberano in natura senza maltrattarli. Questa festa, originariamente dedicata alla dea Angizia, divinità protettrice dei Marsi, è sopravvissuta nei secoli, ed è tutt’oggi organizzata. Se non avete timore dei serpenti, passate da Cocullo nel giorno della festa, per chi ha paura, invece, può visitarlo negli altri giorni e godere serenamente le bellezze del paese, senza il rischio di avere un serpente al collo.
Fénis è un borgo è immerso nella natura, l’aria pulita che vi si respira aumenta i bei pensieri di chi visita questo luogo, famoso perché ospita uno dei castelli più suggestivi della Val D’Aosta. Con le sue torri merlate e la doppia cinta muraria in pietra, il castello di Fènis - situato nell’omonimo comune - rappresenta la fortezza medievale per eccellenza. È situato in una zona pianeggiante, a 15 km da Aosta, e venne costruito come dimora di rappresentanza del visconte Gotofredo di Challant. Negli anni, il castello è stato arricchito da eleganti decorazioni pittoriche, come l’imponente rappresentazione di San Giorgio e il drago, o gli affreschi del piano nobile, entrambi opera del pittore Giacomo Jaquerio. Sempre di Jaquerio sono anche gli 11 saggi ritratti nel cortile interno. Ognuno di loro mostra al visitatore un cartiglio su cui è riportato un proverbio scritto in francese antico. Nonostante l’importanza storica e architettonica, il castello venne abbandonato dopo il 1716 e recuperato solamente nel 1895, per volere dell’architetto Alfredo d’Andrade, che lo riportò agli antichi splendori. Oggi il castello è completamente visitabile, e si dice che tra i suoi corridoi si aggiri il fantasma di un bambino. Si tratterebbe del figlio di uno degli antichi padroni di casa, ucciso dalla matrigna, che voleva assicurarsi l’eredità di famiglia. Per nascondere il crimine, la donna avrebbe occultato il cadavere del figliastro tra le mura del castello, dove ancora riposerebbe, mummificato dal trascorrere del tempo. Da allora, lo spettro ha continuato ad aggirarsi per il castello, manifestandosi anche davanti ai turisti e dando vita a fenomeni di poltergeist. Sono state infatti registrate numerose occasioni durante le quali sono stati visti oggetti e suppellettili muoversi da soli. Lo spettro del bambino, comunque, non è aggressivo, e si limita a fare qualche occasionale scherzo ai visitatori, soprattutto a coloro che passano dalle cucine. Perciò, se visiterete il castello, vi consiglio di tenere la macchina fotografica a portata di mano. Oh, non stupitevi se all’interno del maniero troverete delle foto di Paolo Villaggio. Nel 1985, l’attore si recò qui per girare il film parodico “Fracchia contro Dracula”. Chissà, magari su qualche fotogramma del film è rimasta impressa anche l’immagine del fantasma bambino, provate a riguardarlo...
Spormaggiore è un borgo panoramico che si affaccia sui meleti della Val di Non e arriva fino ai piedi delle Dolomiti di Brenta, dove inizia il Parco Naturale. In paese, si respira un’atmosfera rurale ma pure quella tipica della montagna. Anche per via della zona dedicata agli orsi, appena fuori dal borgo, dove gli animali vivono protetti tra grandi faggi, abeti e larici. Gli stessi alberi maestosi che circondano un colle lungo la statale, su cui si trovano un’antica torre merlata e mura perimetrali in pietra scura. Si tratta di quel che rimane del Castello Belfort. La fortezza medievale fu distrutta da un incendio e ricostruita dai Saracini a fine 1600. Ed è a quell’epoca che risalgono i resti che troviamo oggi. Ma per raccontare la nostra storia, dobbiamo tornare indietro di duecento anni, quando il Castello di Belfort era abitato da Cristoforo Altspaur. Fu allora che si verificarono particolari accadimenti i cui riverberi, o fantasmatiche presenze, sono giunti fino ai nostri giorni. La leggenda narra che tale Cristoforo Altspaur fosse un cavaliere sempre allucinato, incline a scatti di rabbia e a comportamenti paranoici. Sposato per tre volte, rimase sempre oscuro il destino delle sue due prime mogli. Ma fu con la terza, di nome Orsola, che il cavaliere perse completamente ogni barlume di coscienza. Egli occupava le giornate a vagare tra le stanze del castello. Si trascinava in vestaglia, con i lunghi capelli che gli ricadevano scompigliati anche sul volto, alla continua ricerca di prove su presunti tradimenti della consorte. Cristoforo era anche ossessionato dal terrore che qualcuno della corte volesse ucciderlo e tramasse per eliminarlo. Una notte, mentre il vento ululava attorno alla torre, Cristoforo si scagliò barbaramente contro la sua giovane moglie. E durante quell’ennesima crisi di accecante gelosia, la uccise senza pietà. Le mura del Castello vibrarono così tanto di urla, gemiti e tormenti, che tutta la servitù scappò, abbandonando la rocca. Il cavaliere, fuori di senno, trascorse tutti i suoi giorni fino alla morte, nella ricerca vana di prove, per quel tradimento. I ragazzi del borgo raccontano che ancora oggi ci vuole un gran coraggio, per rimanere di notte all’interno dei ruderi del Castello. Molti di loro avrebbero visto una luce di candela dalle finestre, altri si sarebbero trovati faccia a faccia proprio con il fantasma di Cristoforo. Non è raro udire strani suoni provenire dal Castello, come se i lamenti di un tempo tragico e lontano fossero mantenuti vivi dal vento che fischia attraverso i ruderi. Spormaggiore è un luogo che regala leggende tenebrose ma poi riconnette gli animi con la realtà più luminosa, quella creata dalla natura, che domina incontrastata il paesaggio circostante.
Nogaredo è un piccolo borgo sulla riva destra del fiume Adige, in Vallagarina. Nel centro storico del paese, accanto al Municipio, si trova il Palazzo dei Conti Lodron. Nobili che intrecciarono un’amicizia persino con Mozart, tanto che l’artista compose La Serenata Lodron proprio in onore della Contessa. L’antico Palazzo dei Conti, che risale al 1500, è uno dei principali luoghi che testimoniano la storia del borgo. Nel corpo centrale del palazzo, l’atmosfera del passato aleggia ancora. È lì che si trova la Sala del Giudizio, dove si tennero i tanto famigerati processi alle streghe. Ecco perché Nogaredo è anche detto Il Paese delle Strie. Tra il 1647 e il 1717, su queste alture, si diffuse la caccia a certe donne accusate di essere complici del Diavolo e di partecipare ai riti della stregoneria. Gli abitanti di Nogaredo tramandano il ricordo di un fatto drammatico che qui vi raccontiamo. Vivevano a Nogaredo due donne, madre e figlia, Domenica e Luisa. Erano persone dignitose ma caddero in povertà. Domenica, la madre, un giorno fu costretta a rubare, per portare almeno un tozzo di pane a sua figlia Lucia. L’amara sfortuna volle che quella volta Domenica affondasse le mani proprio nella borsa di Mercuria, una borghese di Nogaredo. La donna iniziò ad urlare ma non si limitò a pronunciare la parola “Ladra”, aggiunse quell’epiteto funesto: “Strega”. Domenica allora venne subito arrestata, con la duplice accusa di “Ladra e Strega” . Le guardie imprigionarono anche sua figlia Lucia e persino la stessa Mercuria, per lo schiamazzo che aveva provocato nel mezzo del paese. Nelle prigioni, quelle povere donne vissero giorni interminabili, sempre in bilico tra la vita e la morte. Incatenate e torturate, furono costrette a parlare. Per dire cosa? Quello che i soldati, il popolo ma soprattutto i monaci della Santa Inquisizione si volevano sentir dire. Fu così, che una dopo l’altra, le donne confessarono stravaganti malefatte, in realtà mai compiuti. Sì, sapevano tramutarsi in gatti. Sì, trattenevano l’ostia sotto la lingua per usarla nei loro riti satanici. E sì, Diavolo in persona le aveva possedute! Le donne rivelarono anche di aver avvelenato un giovane del paese, che per questo sembrava a tutti pazzo. Ad esser sinceri, il poveretto era un vero malato di schizofrenia. Dopo le confessioni, Mercuria fu l’unica ad essere liberata, anche se uscì di prigione più morta che viva. Madre e figlia invece rimasero nelle prigioni ed iniziarono a rivelare anche i nomi di altre donne. Le torture terminarono solo con una drammatica sentenza, in seguito alla quale le prigioniere furono decapitate e i loro corpi bruciati in un rogo. L’Archivio di Palazzo Lodron conserva ancora i documenti con i verbali di alcuni processi. In essi si dichiara che nessuna di quelle povere donne aveva mai avuto un segno nel corpo, da ricondurre alla stregoneria. Ogni anno, nelle sale del Palazzo e in tutto il borgo, si festeggia Calendimaggio. È una festa che rinnova il passaggio dai tempi oscuri a quelli luminosi, celebra l’arrivo della primavera ed esalta l'armonia femminile della natura.
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