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Storie di sport al femminile
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Storie di sport al femminile

Author: Isabella Agostinelli

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Lo sport è la mia passione; le storie legate alle sport le mie preferite. Ve ne racconto qualcuna
121 Episodes
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Dalle foto "poco in posa" agli spot davvero innovativi, dai numeri da capogiro alle nuove regole, i Mondiali di Calcio Femminili 2023 hanno rappresentato una pietra miliare nel gioco del calcio.In un'edizione segnata dallo scandalo "del bacio" del presidente della federazione spagnola Luis Rubiales, tante sono le storie che meritano di essere raccontate. In questo episodio del mio podcast ho raccolto le più significative. Buon ascolto!
Ha vinto tutti i premi disponibili per un’atleta della sua età. È stata la prima giocatrice di high school a finire in copertina su Slam. Ha giocato una finale con febbre e sintomi influenzali, vincendola. Il suo debutto con la maglia di UConn era uno degli eventi più attesi degli ultimi tempi. Anche se questa stagione Ncaa è piena di matricole di alto livello, una cosa è certa: dopo Sabrina Ionescu, il basket femminile ha trovato una nuova stella in Paige Bueckers. Link articolo basketballncaa.com https://basketballncaa.com/paige-bueckers-nuova-stella-basket-femminile-uconn-huskies/
Jutta Leerdam è passata alla storia dei giochi di Milano Cortina 2026 come "Venere del Mascara"; Francesca Lollobrigida come la "Mamma d'Oro" (ma anche un po' sconsiderata); Arianna Fontana deve il suo successo al suo amato e che dire di Federica Brignone che ha vinto davanti al suo fidanzato?Se notate qualcosa di strano in questa narrazione non vi state sbagliando. Anche in questa edizione delle Olimpiadi invernali la cronaca ha preferito le etichette ai risultati sportivi sminuendo il valore delle atlete e la portata dei loro sacrifici. Questo ultimo episodio del ciclo olimpico - prima di passare alle Paralimpiadi - è dedicato alla narrativa malata che persiste nel giornalismo italiano e internazionale. L'obiettivo è sensibilizzare su un trend ormai troppo radicato che continua a influenzare il modo in cui percepiamo il talento e la professionalità delle donne nello sport.
I due ori olimpici di Federica Brignone vanno al di là della semplice vittoria sportiva. E non sono una semplice storia di rinascita dopo un terribile incidente.No. Sono l’emblema della determinazione di un’atleta che ha deciso di dare tutta se stessa al suo sport, con dedizione, fatica e anche alcune paure. Federica Brignone ha incarnato al meglio lo spirito olimpico dimostrando di essere la migliore nella sua disciplina e lanciando un forte segnale a tutto il mondo sportivo: competere senza distruggere; spingersi al limite senza mai perdere il rispetto per l’avversaria.Oggi celebrare Federica Brignone significa celebrare un modello. Non solo perché ha vinto, ma perché ha alzato l’asticella per tutte. Ha dimostrato che essere la migliore non è un’etichetta, è una responsabilità. È l’impegno costante a onorare il proprio talento.E forse è proprio questo il suo messaggio più forte: il successo non è un lampo. È una scelta ripetuta ogni giorno.
C’è qualcosa di magico in una persona che torna a fare ciò che ama non per dovere, non per pressione, ma per scelta. Questo è ciò che ha fatto Alysa Liu alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026: non solo ha vinto l’oro, ma soprattutto ha ritrovato se stessa.Alysa non è tornata a pattinare perché qualcuno glielo ha chiesto…È tornata con i suoi tempi, con le sue regole, e con la sua gioia ritrovata. Dopo essersi allontanata dallo sport che da bambina era stato una fonte di stress e di pressioni — dove ogni allenamento, dieta e costume sembravano dettati da altri — ha scelto di tornare solo quando ha sentito di volerlo davvero.Ha scoperto cosa significa essere una ragazza normale — uscire con le amiche, dormire fino a tardi, decidere cosa mangiare — e poi ha capito che, sì, voleva di nuovo salire su quel ghiaccio.Ma questa volta alle sue condizioni: scegliere la musica, i ritmi di allenamento, lo stile, e persino le calze leopardate con cui si sente felice.E quando è tornata, ha trovato la gioia pura di pattinare: sorrisi, energia, autenticità. Non ha solo eseguito salti; ha espresso chi è davvero. Ha trasformato la sua passione in un atto di libertà, e da questa libertà è nata la sua forza più grande.La forza di Alysa non sta soltanto negli ori olimpici ma nel suo coraggio di ritrovare se stessa.
Alle Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026, diverse atlete statunitensi hanno parlato apertamente della situazione politica negli USA, tra divisioni interne e polemiche legate all’amministrazione di Donald Trump.Amber Glenn ha difeso il diritto di esprimersi sui diritti L.G.B.T.Q., denunciando anche minacce ricevute online. Mikaela Shiffrin, Chris Lillis, Bea Kim e Jessie Diggins hanno sottolineato di voler rappresentare un’America inclusiva, rispettosa e solidale, oltre le divisioni politiche.Le loro parole riaprono il dibattito: le Olimpiadi devono restare neutrali o possono essere anche uno spazio per difendere diritti e valori? In un momento di forte polarizzazione negli Stati Uniti, molte di loro richiamano proprio i principi olimpici di inclusione, rispetto e unità.Ne parlo nel primo episodio di Storie di Sport al Femminile dedicato alle Olimpiadi Milano Cortina 2026.
Le storie di Jordan Thompson e Sahaba Rashtian non potrebbero essere più diverse: una americana, l’altra iraniana; una giocatrice professionista e opposto titolare della nazionale di pallavolo, l’altra arbitra iraniana che, nella vita di tutti i giorni, lavora come animatrice per i giovani.Eppure, nonostante queste differenze, le accomuna una profonda determinazione: quella di far sentire la propria voce contro il sopruso di potere esercitato dai rispettivi governi. Due esempi potenti di come lo sport, a volte, non possa — e non voglia — rimanere in silenzio.Le loro storie, dagli epiloghi molto diversi, mi hanno profondamente colpito. È per questo che ho deciso di dedicare loro questo nuovo episodio di Storie di Sport al Femminile.
L’hockey è sempre stato percepito come uno degli sport più “bianchi” del Nord America. Eppure, negli ultimi anni, qualcosa si è mosso anche sul ghiaccio. Dopo la morte di George Floyd, la lega ha iniziato a interrogarsi sul proprio ruolo e sulle proprie responsabilità, avviando un percorso per rendere questo sport più inclusivo e realmente accessibile anche agli atleti e alle atlete afroamericane.A guidare questo cambiamento è stato soprattutto l’hockey femminile, che ha saputo aprire strade nuove grazie a figure come Blake Bolden, prima professionista afroamericana della disciplina. Un percorso che oggi trova un nuovo simbolo nella convocazione di Laila Edward, destinata a diventare la prima atleta afroamericana a rappresentare gli Stati Uniti alle Olimpiadi.La sua storia non nasce dal nulla: affonda le radici nel 1973, quando a Boston una ragazza di nome Doxi McCoy fu la prima “colored girl” a scendere sul ghiaccio con un paio di pattini ai piedi. Da allora, il cammino non è stato lineare, ma ha portato l’hockey femminile a compiere in pochi decenni progressi che meritano di essere raccontati.A poche settimane da Milano-Cortina 2026, la vicenda di Laila mi ha spinto a guardare a questo sport con occhi diversi. In Italia l’hockey rimane una disciplina considerata minore, spesso lontana dai riflettori, e proprio per questo rischiamo di perderci storie che, al di là dell’Oceano, hanno contribuito a ridefinire un intero movimento.Vale la pena conoscerle.
A poco più di un mese di distanza dall'inizio delle olimpiadi invernali di Milano - Cortina 2026, ho deciso di dedicare questo episodio del mio podcast alle donne che hanno lavorato alla loro organizzazione. Avevo letto un articolo su di loro in un approfondimento di D-La Repubblica delle Donne (il magazine di L repubblica) e ho così iniziato a conoscere meglio le storie di Diana Bianchedi, Irene Marcatto, Maria Laura Iascone, Raffaella Panié, Valentina Marchei e Martina Cairolli. Storie che ho raccolto qui nel mio podcast: c'è chi ha vissuto le Olimpiadi sulla sua pelle, chi le ha organizzate per decenni, chi le aveva vissute da spettatrice ... storie che si intersecano e che rendono queste olimpiadi speciali; non solo perché sono le prime olimpiadi "diffuse" - ossia spalmate su tre regioni - ma anche perché per la prima volta nell'organizzazione ci sono un numero uguale di donne e di uomini che collaborano insieme per uno degli eventi più importanti del mondo sportivo. Storie che vi voglio raccontare.
Classe 2006, Sara Curtis è la promessa del nuoto italiano. Dopo aver superato i record di Federica Pellegrini ed essersi aggiudicata il primo oro individuale agli Europei di Lublino, la giovane nuotatrice punta dritta alle Olimpiadi di Los Angeles del 2028. E per farlo ha deciso di puntare sul coach del team USA Todd Desorbo che l'ha voluta con lui in Virginia. Testarda come il padre e con il sorriso della madre, Sara ha già dovuto affrontare momenti assai delicati fuori dalla vasca e i commenti razzisti dei leoni da tastiera. Questa è la sua storia. Ne parlo nel nuovo episodio di Storie di Sport al Femminile. Buon ascolto!
Immaginate di essere ad un maratona; tu insieme ad altre 5.000 persone di cui 2.000 donne; ora guardatele meglio: capelli al vento, maglie rosse, short sportivi. Notate nulla di strano?La risposta sarebbe no se ci trovassimo in Italia; ma questa maratona si è svolta in Iran lo scorso 5 dicembre. Un gesto, quello di correre senza lo hijab che ha scatenato l'ira della Polizia Morale iraniana che non ha però potuto colpire 2.000 donne.Una protesta pacifica che per la sua portata è stato un messaggio forte e chiaro dalle donne persiane; un messaggio ad un Paese orami fortemente diviso internamente tra i dogmi religiosi e le spinte all'apertura e al rinnovamentoNe parlo nel nuovo episodio di Storie di Sport al Femminile.
Simbolo dentro e fuori i palazzetti, è stata una pioniera della parità di genere in tempi in cui lo sport femminile era visto come una sottocategoria di quello maschile; incoronata miglior giocatrice dalla FIBA nel 1975, Mabel si è fatta portavoce di alcune rivendicazioni fondamentali per i diritti delle donne nel mondo dello sport: riduzione del gap salariale, accesso alle cure mediche, dignità nell'abbigliamento di gioco. Molte di queste cose, sono ormai date per scontate, e lo sono grazie a Mabel. A pochi giorni dalla sua scomparsa, ecco la sua storia.
Lo skate per sua natura è una disciplina che è sinonimo di libertà; gli ostacoli ispirano evoluzioni; i detriti diventano rampe per salti; per questo lo skateboarding sta diventando una delle discipline più diffuse in Palestina e nella West Bank. L'ispirazione per questo episodio di "Storie di Sport al Femminile" mi è venuto guardando il mini documentario dal titolo "Walls Can't Keep Us from Flying" che mostra come i giovani di Gaza stiano superando i traumi della guerra anche grazie allo skate.Mi aveva soprattutto colpito la storia della protagonista femminile di questo documentario, Yasmeen Foque che parla della sensazione di essere sulla tavola, di cosa significhi per le giovani ragazze palestinesi poter uscire dalle mura domestiche e dedicarsi ad un hobby che a molte delle coetanee è precluso. Ho scoperto soprattutto due realtà davvero bellissime, quelle di SkatePal (che ha anche un partner italiano) e Skate Qilya. Le due associazioni sono alla ricerca di volontari e aiuti. Se vi interessa conoscere meglio la loro storia, non perdetevi questa puntata.
Disinformazione, pochi dati ed errati, deep fake e umorismo sessista. Tante sono le piaghe che affliggono lo sport femminile e che lo stanno uccidendo dal di dentro e dal di fuori. Ma cosa possiamo fare noi nel nostro piccolo? Se l'è chiesto il New York Times che ha scritto un'interessante analisi su quello che sta accadendo negli USA. Analisi che può essere trasportata anche alle nostre latitudini e che per questo mi ha fatto riflettere. Ne parlo nel nuovo episodio di "Storie di Sport al Femminile"
"Se puoi vederlo, puoi esserlo" è lo slogan che sin dalla sua nascita accompagna la bambola più famosa del mondo: Barbie.Applicabile a qualsiasi categoria, ha aiutato generazioni di bambine a sognare di poter essere una dottoressa, una donna in carriera, un'astronauta e ora anche una giocatrice di rugby. Un messaggio molto potente in quanto il rugby è uno di quegli sport di dominio prettamente maschile; Mattel spera quindi di ispirare tante ragazzine a "mettersi in gioco e di restarci" anche in quegli ambiti che normalmente non sono aperti alle donne. Per questa particolare campagna - ribattezzata Team Barbie - Mattel ha scelto di riprodurre 4 star della palla ovale: Ilona Maker, Ellie Kildunne, Portia Woodman Wickliffe e Nassira Konde. Queste sono le loro storie.
Lo ha detto rivolta alle ragazze che sognano di vincere un mondiale, ma le parole di Anna Danesi potrebbero essere rivolte a tutta l'istituzione scolastica italiana. "Lo sport non è nemico dello studio" è una frase che stride con quel che si vede nelle scuole del nostro Paese dove praticare uno sport a livello agonistico collide ancora con la voglia di studiare. Ciò è vero soprattutto all'Università, dove "si va per studiare" e dove non sembra esserci spazio per lo sport. Per questo le parole di Anna Danesi devono servire da monito: qualcosa deve cambiare e far sì che chi vuole intraprendere uno sport a livello agonistico e studiare sia messo nelle migliori condizioni possibili per farlo. E dall'università, a cascata, la riforma dovrebbe abbracciare anche tutti i gradi scolastici. Se si pensa infatti a discipline come la ginnastica artistica o ritmica, l'età dell' agonismo scende agli 11 anni ed è quindi fondamentale a questa età gestire al meglio gli impegni scolastici e sportivi. Il lavoro da fare è tanto, soprattutto a livello culturale. Bisogna smettere di vedere lo "sport" come un nemico dello studio, ma come un suo valido alleato. Quando insegnavo negli USA ricordo che i miei alunni atleti erano preoccupati che la loro media fosse sempre sopra una determinata percentuale perché altrimenti non potevano giocare la partita. Ecco, questo potrebbe essere il capovolgimento di cui avremmo bisogno anche in Italia. Ne parlo nel nuovo episodio di Storie di Sport al Femminile. E voi, cosa ne pensate?
Serena Williams è l'atleta più vincente della storia del tennis moderno. Ro, una startup di telemedicina americana che garantisce l’accesso, tra gli altri, a farmaci per la perdita di peso come gli agonisti del GLP-1 .In un video testimonianza, Serena spiega come questi farmaci l'abbiano aiutata a perdere peso (circa 14 kg) dopo la sua seconda gravidanza e dopo che i metodi "più tradizionali" fatti di alimentazione controllata ed allenamento non avevano dato risultati.Il video ha scatenato varie polemiche. Da un lato c'è chi si schiera a favore dell'atleta affermando che il corpo è il suo e che può decidere come meglio crede; i detrattori punto invece il dito sottolineando come un'atleta non dovrebbe far passare messaggi pericolosi e come dietro la partnership ci sarebbero solo interessi finanziari (il marito di Serena Williams è uno degli investitori della startup Ro).Come molti anche io sono divisa tra le due posizioni come racconto nel nuovo episodio di "Storie di Sport al Femminile". E tu, cosa ne pensi?
All'inizio il ruolo di libero le andava un po' stretto, ma poi ha iniziato a capirne la vera natura e non l'ha più abbandonato. " Se l'alzatrice è la mente, l'opposto il braccio, il libero è un po' l'anima della squadra: se tu stai lì, lotti su tutti i palloni in difesa, il tuo atteggiamento, la tua voglia di non mollare mai, può influenzare in maniera positiva anche le tue compagne; quello del libero è un compito di grande valore, forse meno evidente o acclamato di quello della schiacciatrice, ma sempre di grande importanza" mi aveva detto nel 2012 quando l'avevo intervistata per il magazine "Pallavoliamo.it"A distanza di 13 anni, Moki ha vinto tutto quello che c'era da vincere nella pallavolo a livello di club e di nazionale, diventando una vera e propria leggenda della pallavolo.Ecco perché ho deciso di dedicare a lei questo episodio di Storie di Sport al Femminile.
Immagina di nascere in un villaggio povero del South Carolina, crescere ad Harlem e trasformare le strade in un campo da tennis improvvisato.Così è iniziata la storia di Althea Gibson, la ragazza che con una racchetta in mano ha sfidato la povertà, il razzismo e ogni barriera.🎾 Prima persona di colore a giocare ai Campionati Nazionali degli Stati Uniti.🏆 Prima campionessa afroamericana a vincere un Grande Slam.💪 Pioniera anche nel golf, quando il tennis non le bastava più.Althea Gibson non è stata solo una fuoriclasse: è stata un simbolo di libertà, coraggio e possibilità.Una donna che ha aperto la strada a Serena, Venus e a tutte quelle che oggi scendono in campo senza paura.La sua voce risuona ancora oggi.👉 È lei la protagonista del nuovo episodio di “Storie di Sport al Femminile”.
Stesso sport. Stessa passione. Ma percentuali? Un altro mondo.In WNBA, le giocatrici ricevono solo il 9,3% degli introiti derivati da biglietti, diritti TV e merchandising.In NBA? 51%.Non si tratta di chiedere “di più” a caso.Si tratta di una divisione più equa di ciò che la lega incassa grazie alle giocatrici.Con la popolarità della WNBA in piena ascesa 📈, il momento per cambiare è adesso; ma mentre si discute di stipendi e diritti, una moda pericolosa sta prendendo piede: lanciare sex toys in campo durante le partite in particolare durante quelle delle Indiana Fever, squadra in cui milita Caitlin Clark, la giocatrice più in vista di questo momento.L’ultimo episodio? Durante la sfida tra Atlanta Dream e Chicago Sky, con oggetti che hanno sfiorato le giocatrici.La WNBA ha deciso di intervenire: chi lancia oggetti sarà bandito per un anno dagli stadi e rischia un procedimento penale.Ma dietro sembra esserci una Crypto valuta in cerca di popolarità.Scopri tutto nel nuovo episodio di "Storie di Sport al Femminile".
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