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La Strada degli Scrittori
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La Strada degli Scrittori

Author: Anas

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Description

C’è una strada, in Sicilia, che è unica al mondo. Percorrendola, attraverserai le province di Agrigento e Caltanissetta, un territorio unico, per bellezza e storia.
L’itinerario è dominato da quel paesaggio che ha nutrito gli occhi e il cuore di alcuni dei più grandi scrittori e poeti, la cui fama va ben oltre gli esigui confini di quest’isola! Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Rosso di San Secondo, Antonio Russello, questi sono solo alcuni dei grandissimi artisti che questi luoghi li hanno vissuti e li hanno raccontati nei loro romanzi, fra ricchezze artistiche, monumentali, archeologiche, naturalistiche e, immancabile in questa terra, anche enogastronomiche!
Benvenuto nella Strada degli Scrittori!
Autrice e voce: Elisa Bonacini, Archeologa siciliana ed esperta di Storytelling Digitale
Cura Editoriale: Cristiana Rumori
Anas
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C’è una strada, in Sicilia, che è unica al mondo. Percorrendola, ti sembrerà per nulla diversa dalle altre, eppure, la strada statale 640, snodandosi fra le province di Agrigento e Caltanissetta, attraversa un territorio unico, per bellezza e storia: iniziando da Porto Empedocle attraversa l’incredibile scenario della Valle dei Templi .. e, questo, dirai, la rende già eccezionale! Alzando lo sguardo, rimarrai incantato dall’improvviso manifestarsi di quei templi maestosi, che qui dominano il paesaggio da ben 2500 anni! Ed è questo il paesaggio che, tra borghi, colline e fiumi, arriva fino all’innesto con l’autostrada A19. Ecco, l’itinerario che ti consiglio di fare, da Porto Empedocle fino all’autostrada, è dominato da quel paesaggio che ha nutrito gli occhi e il cuore di alcuni dei più grandi scrittori e poeti, la cui fama va ben oltre gli esigui confini di quest’isola! Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Rosso di San Secondo, Antonio Russello, questi sono solo alcuni dei grandissimi artisti che questi luoghi li hanno vissuti e li hanno raccontati nei loro romanzi! Benvenuto sul palcoscenico della Strada degli Scrittori! Ti porterò alla scoperta proprio di quei luoghi, vissuti profondamente e altrettanto profondamente amati di questi scrittori, proprio quelli che abbiamo imparato ad amare sui banchi di scuola, descrivendo paesaggi, volti e personalità che sono entrati ormai nella nostra immaginazione! Quello che ti aspetta, è un vero e proprio circuito turistico-culturale, che si dipana fra ricchezze artistiche, monumentali, archeologiche, naturalistiche e, immancabile in questa terra, anche enogastronomiche! Non mi resta che augurarti buon viaggio!
C’è una figura particolarmente venerata a Canicattì: Padre Gioacchino Fedele, che cambiò nome e abbandonò privilegi e ricchezze per indossare il saio dei frati francescani. Proprio come aveva fatto San Francesco, Gioacchino La Lomia settimo figlio della baronessa Eleonora La Lomia, decise così non solo di consacrarsi a Dio, ma di seguire gli insegnamenti di San Francesco e di partire per portare la parola di Dio in terre lontane: il nostro frate finì in Brasile, dove riuscì a fondare 13 villaggi e ad essere insignito della medaglia d’argento al valore militare, avendo soccorso i feriti durante la guerra fra Brasile e Paraguay. Solo la salute malferma lo costrinse a tornare in Italia e nella sua Canicattì, dove fondò, dopo tanti sacrifici, il Convento dei frati Cappuccini, affiancandolo alla chiesa della Madonna della Rocca, che qui si trovava già dalla metà del 1600. Padre Gioacchino scelse infatti di costruire il nuovo convento in un luogo sacro già da tempo per i canicattinesi: qui, già nel 1700, esisteva un'edicola votiva dedicata alla Vergine, che col passar del tempo venne ingrandita, trasformando una cappella di campagna di una chiesa, riedificata nel 1796. Ed è qui, nel luogo da lui fondato, che si venera quest’uomo santo, morto nel 1905 in odore di santità dopo aver vissuto fra penitenze e aver elargito grazie! Il Convento è diventato così uno tra i luoghi di culto più importanti di questo territorio: potrai visitare la cella dove visse il frate, che si conserva ancora intatta, mentre in una apposita sezione museale troverai alcuni oggetti appartenuti al frate. La sua tomba, nella Chiesa della Madonna della Rocca, è oggi meta di numerosissimi devoti. Se vuoi conoscere la storia di questo frate, così vicino agli ultimi ma capace di compiere incredibili grazie e miracoli, la troverai raccontata in un libro che nel 1970 gli dedicò un altro canicattinese, lo scrittore Pietro Candiano.
Nelle tradizioni religiose il “Calvario” è un luogo, spesso fuori dai centri abitati, in cui durante le celebrazioni della Settimana Santa prendono vita alcuni riti, collegati alla Passione di Cristo. In genere, i fedeli vi collocano tre croci, a rappresentare simbolicamente la crocifissione di Cristo e dei due ladroni. A San Cataldo, il Calvario per tradizione si trovava in un grotta, che aveva la funzione di una piccola chiesa dedicata a questi riti. Poi, il vescovo di Caltanissetta decise di chiudere la grotta: fu così che il Calvario nel 1861 fu trasferito nel luogo in cui ancora si trova, nella parte alta del paese. All’inizio vi fu costruita una piccola struttura con tre croci, fin quando, nel 1963, non si decise di costruire una struttura decisamente più imponente, che è unica in Sicilia. Venendo fin qui, ti troverai di fronte un Santuario, un vero e proprio complesso monumentale, costituito da una scalinata che si apre a ventaglio, affiancata ai lati da 14 cappelle, 7 per lato disposte a semicerchio, e culminante in una terrazza sormontata dalla Croce. Si tratta di un percorso spirituale, impreziosito da un percorso artistico culturale unico al mondo per la sua singolarità e bellezza: “La via Crucis e la via Lucis”. Si tratta di 18 pannelli ceramici situati all’interno delle cappelle, che sono stati realizzati da artisti di fama nazionale, in rappresentanza di tutte le migliori scuole di arte ceramica d’Italia. Le scene della Passione e della Resurrezione emergono dal fondo dei pannelli, uno diverso dall’altro, a seconda della libera creatività degli artisti. Il percorso della Croce si trasforma così, raccontato con l’arte ceramica, in un percorso di Luce! Quando cala il sole e la scala si illumina, è davvero uno spettacolo unico ed evocativo proprio di questo viaggio verso la Luce divina!
Le tradizioni religiose hanno in Sicilia una storia e una vitalità incredibili. L’area centrale della Sicilia offre un ricchissimo patrimonio di riti e processioni, che raggiungono il culmine durante la Settimana Santa di Pasqua, profondamente sentita a Caltanissetta e in molte feste locali. Se ti trovi da queste parti, ti consiglio di non mancare queste celebrazioni! La sacra rappresentazione della Passione di Gesù a Caltanissetta si compone di veri e propri “atti” in tre giorni. Il Lunedì Santo, Martedì Santo e Domenica di Pasqua c’è il rito della Scinnenza, che culmina nell’atto di deposizione di Gesù dalla croce, il momento più drammatico di tutti! Lo stesso Leonardo Sciascia ci descrive le “Vare” di Caltanissetta, durante i “Misteri” pasquali: «La città è festosa, vibra di gioia nel vibrare… la gente si muove per la piazza come si trovasse a far visita di lutto: fitta e silenziosa, in un moto di vortice intorno alle ‘bare’ dei sacri misteri». Le “vare” sono quindi veri e propri gruppi statuari, realizzati intorno alla metà del 1800, in rappresentanza di un ceto o una congregazione e raffigurano le scene della passione. Sono portate in processione solo in occasione della Settimana Santa. La mattina del Mercoledì Santo, poi, scende in scena della Real Maestranza, le cui origini risalgono fin al 1551, quando fu necessario istituire una milizia formata da artigiani, per difendere Caltanissetta dalle invasioni dei Turchi. Questi artigiani, detti “mastri”, erano raggruppati per mestiere, divisi in categorie, ognuna guidata da un capitano d'armi. Il Mercoledì Santo, per salutare l'ostensione finale di Cristo dopo 40 ore di esposizione ai fedeli, la Maestranza rendeva l’onore delle armi, sparando a salve con i suoi archibugi. Ancora oggi si è mantenuta la tradizione di questo corteo storico, la Real Maestranza, che il Mercoledì diventa la vera protagonista delle processioni pasquali, sfilando per Corso Umberto I in atto di penitenza. Se vuoi prendere parte a queste processioni, organizza il tuo viaggio in Sicilia per Pasqua! I materiali appartenenti alle varie corporazioni, come le insegne, le alabarde, le divise e fotografie anche storiche, sono invece esposte tutto l’anno presso i locali di Vicolo Neviera. Avrai modo invece di ammirare anche le vare presso i sotterranei della parrocchia di San Pio X, in via Colajanni 31, dove sono tenute in esposizione grazie ai volontari della associazione “Giovedì Santo”.
Visitando Palma di Montechiaro non puoi non apprezzare l’incredibile bellezza della Chiesa Madre, che svetta dalla sommità di un’ampia scalinata, con le due alte torri campanarie! Ti trovi di fronte a un capolavoro del barocco siciliano, opera del 1666 di Fra’ Angelo Italia, autore della cappella del Crocifisso nel Duomo di Monreale e del piano della nuova città di Noto, dopo il terremoto del 1693. Qui si trovava la chiesa di San Giuseppe, fondata nel 1644 e abbattuta per costruire la Chiesa Madre, consacrando al suo posto una cappella. Ricordi la chiesa che Tomasi descrive, quando la famiglia del Principe arriva a Donnafugata? Ebbene, è proprio questa! Entrando noterai il contrasto fra il barocco esterno e il gusto neoclassico ottocentesco degli stucchi all’interno. Qui lo spazio è diviso in tre ampie navate, con cupola sul transetto e la cantoria dell’organo; in fondo il presbiterio è cinto da splendide inferriate e dalle sontuose cappelle del SS. Sacramento e della Madonna del Rosario. Immancabile una sosta al Monastero delle Benedettine! Monumentale sulla sua scalinata semicircolare, con la torre campanaria e un lungo affaccio finestrato, il Monastero inglobò il primo palazzo ducale e fu inaugurato nel 1659. All’interno, conserva le finestre barocche affacciate sul cortile, il parlatorio con volte a botte che dà su un giardino, con le sculture della Madonna e San Benedetto e della Madonna della Colomba Rosata. Fu il “Duca Santo” Giulio Tomasi a costruire questo monastero. Chissà che lo scrittore del “Gattopardo” non pensasse proprio al suo ascetismo, quando descriveva il duca di Salina mentre si fustigava di fronte a Dio? In realtà, tutta la famiglia dei Tomasi era “santa”: degli 8 figli di Giulio, 4 si fecero suore, e uno, Giuseppe, è un Santo della Chiesa. Fra i pochi monasteri di clausura rimasti in Sicilia, questo luogo quasi inaccessibile racchiude storie e segreti inenarrabili dietro le sue grate! Ora mi spiego! Tra le figlie suore di Giulio c’era Isabella, la cui sepoltura si trova proprio qui: si tratta di Suor Maria Crocifissa, che Tomasi descrisse come la Beata Corbera, sulla cui tomba il principe di Salina era solito pregare. Suor Crocifissa è nota per una vicenda a metà fra leggenda e satanismo! Qui, l’11 agosto 1676, in una sorta di trance e su dettatura di Satana in persona, la Suora avrebbe scritto la Lettera del Diavolo! Si tratta di 14 righe, in un alfabeto misto fra greco e cirillico, sotto cui la suora scrisse «ohimè», unica parola comprensibile di un documento indecifrabile, oggetto di un lungo processo, i cui atti, inclusa la lettera, si conservano presso l’Archivio Capitolare della Diocesi di Agrigento. Di questo luogo scrissero anche Leonardo Sciascia e Andrea Camilleri. Anzi, quest’ultimo negli anni ‘60 convinse La Domenica del Corriere a bandire un concorso, mettendo in palio un soggiorno di un mese ad Agrigento ,per chi fosse riuscito a decifrare la Lettera! Nel 2017, con un programma di decriptazione e inserendo le lettere dell’alfabeto greco, latino, runico e degli yazidi, un’antica setta satanica irachena, alcuni informatici catanesi hanno potuto decodificare alcune frasi…ma forse è meglio non interpretare il contenuto di quella lettera, che andrà letta solo nel giorno del Giudizio Universale!
Passeggiando per le stradine tortuose del centro storico, la Via Santo Spirito ti condurrà all’omonimo monastero, uno dei più importanti monumenti dell’arte medievale in Sicilia! Il complesso fu fondato da Rosalia Prefoglio detta “Marchisia”, moglie di Federico I Chiaramonte, intorno al 1299, per le monache cistercensi. Gli agrigentini lo chiamano “Bataranni”, che significa Badia Grande. La facciata della Chiesa, cui è annesso il monastero, ti apparirà elegante nella sua semplicità, con il portale gotico e il rosone che spiccano sul colore della pietra locale, dominati dal secentesco sistema campanario. Il contrasto con l’interno è incredibile! La chiesa, a navata unica con soffitto a cassettoni, è splendida nella decorazione barocca, con i quattro teatrini in stucco, scolpiti da Giacomo Serpotta fra il 1704 e il 1708, che rappresentano la Natività, l'Adorazione dei Magi, la Presentazione al Tempio e la Fuga in Egitto. Resterai colpito soprattutto dall’altare maggiore, i cui decori sembrano dei ricami, con la Gloria raffigurante Dio, lo Spirito Santo, S. Bernardo e S. Benedetto circondati da angeli. Oltre alla cappella votiva di Giovanni Chiaramonte, troverai opere d’arte pregevole, come la scultura cinquecentesca della scuola di Antonello Gagini, raffigurante la Madonna del fonte con bambino. Dopo l’Unità d’Italia e la soppressione degli ordini religiosi, il Monastero passò di proprietà al Comune di Agrigento: oggi l’edificio ospita la sezione Antropologica del Museo Civico e la Collezione Sinatra. Il monastero, che ospita alcune monache, è costituito da un ampio chiostro, sul cui prospetto occidentale si affaccia l’ingresso all’Aula Capitolare, vera opera d’arte medievale! Il grandioso portale è fiancheggiato da due bifore, abbellite da tre ordini di colonnine e sormontate da due piccoli rosoni, mentre all’interno si conserva il soffitto a grandi archi trasversali. Al piano terra si trovano anche la Cappella, eretta da Costanza II Chiaramonte intorno al 1350, e il Grande Refettorio. Al piano superiore il Dormitorio, col soffitto in legno sorretto da archi ogivali, decorato da affreschi medievali, è oggi adibito a sala convegni. Se vuoi provare un’esperienza unica, puoi alloggiare presso il monastero e assaggiare i prelibati dolci di mandorle preparati dalle monache e un dolce che preparano solo qui, la cui ricetta è segreta: il cous cous al pistacchio! Si racconta che furono alcune donne tunisine, assegnate al monastero per svolgere servizi, a insegnare alle monache questa ricetta, amata a tal punto da Leonardo Sciascia, che ne avrebbe regalato 20 chili a amici e parenti!
Sulla più alta collina dell’antica Akragas, sorge la Cattedrale di Agrigento, intitolata al suo santo vescovo, Gerlando di Besancon, cui fu affidata la diocesi dopo la conquista normanna del 1086. La Cattedrale fu costruita fra il 1096 e il 1102, come ecclesia munita, cioè fortificata, con impianto a croce latina a tre navate. Nel corso del tempo subì numerose modifiche: per questo oggi presenta uno stile che va dal normanno al gotico fino al barocco, sublimato nelle incredibili decorazioni dell’altare maggiore! La sua torre campanaria ha a lungo conservato la famosa lettera del Diavolo, appartenuta alla monaca di Palma di Montechiaro Suor Crocifissa, la famosa Beata Corbera del “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa. Qui potrai ammirare alcuni sepolcri di arcivescovi e notabili, mentre in un’urna di vetro si conserva il corpo imbalsamato di San Felice Martire, in cui una leggenda popolare riconosceva Brandimarte, cavaliere di Carlo Magno, morto nel celebre duello di Lampedusa che vide tre Paladini cristiani sfidarne altrettanti Saraceni. Se c’è un nome da ricordare nella storia di Agrigento è quello del vescovo Andrea Lucchesi Palli che, nel 1765, accanto al Palazzo vescovile fece costruire la sua Biblioteca, la Lucchesiana. Qui mise a disposizione degli studiosi una incredibile mole di volumi, quasi 20.000, di varie discipline, ma anche una collezione di manoscritti, gemme e oggetti d’arte antica. Fu lo stesso vescovo a far incidere sul marmo il regolamento della Biblioteca, che volle aperta tutti i giorni, a tutti, per poi donarla agli agrigentini. Ma la sua “creatura” non ebbe vita facile! Alla sua morte nacque una contesa; alla Biblioteca rimasero solo il patrimonio librario, la sede e una rendita esigua. Nel 1862, con l’Unità d’Italia, aboliti gli ordini religiosi, la biblioteca passò di proprietà al Comune di Agrigento, alle cui dipendenze rimase fino al 1899 e fu un periodo di estrema decadenza! Lo stesso Pirandello ne “Il fu Mattia Pascal” ci racconta «…sul tavolone lì in mezzo c’era uno strato di polvere alto per lo meno un dito… Precipitavano poi, a quando a quando, dagli scaffali due o tre libri, seguiti da certi topi grossi quanto un coniglio». Molti oggetti antiquari e manoscritti finirono dispersi; a periodi di chiusura si alternavano vere e proprie devastazioni, come un’infestazione di termiti, che nel 1963 fece crollare il tetto del salone e di due stanze. La frana che coinvolse Agrigento nel 1966 e il terremoto del Belice del 1968 costrinsero a trasferire le collezioni nel Museo Civico. Il tetto della sala di lettura rimase scoperchiato fin quando, grazie all’interesse di personalità come Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino, non ebbe inizio nel 1978 un lavoro di restauro: la Biblioteca fu riaperta al pubblico nel 1990, restituita al suo antico splendore.
Non poteva mancare a Caltanissetta un museo che documentasse l’attività mineraria delle antiche zolfare! Unico nel suo genere in tutto il Meridione d’Italia è il museo mineralogico, paleontologico e della zolfara di Caltanissetta, intitolato all’ingegnere Sebastiano Mottura. Oggi ha sede in Viale della Regione, in una struttura inaugurata da poco, proprio accanto a quella scuola tecnica mineraria che lo stesso Mottura fondò, facendola istituire con un Decreto del Re d’Italia nel 1862, e dirigendola fra il 1868 e il 1875. L’Istituto Tecnico Industriale di Caltanissetta aveva una particolarità: qui si formavano non solo i tecnici che lavoravano nelle miniere, ma tutti coloro che finirono per dirigerle e fu il primo istituto di questo genere in Italia. Furono centinaia i ragazzi che si formarono qui, come fece il fratello di Leonardo Sciascia, Giuseppe, che finì poi suicida lasciando nello sconforto la famiglia. Ma torniamo al Museo! Ebbene, Mottura aveva in mente di creare un vero e proprio museo-laboratorio a vocazione didattica, per gli allievi della scuola. Grazie alle sue donazioni di campioni di minerali di ogni genere, soprattutto quelli della formazione gessoso-solfifera del centro Sicilia, e alle donazioni o agli scambi con ex allievi e direttori delle zolfare siciliane, la raccolta si ingrandì al punto da diventare davvero imponente, con oltre 2.500 minerali e 1.500 fossili! Qui scoprirai quali incredibili formazioni minerarie e rocce e quali splendidi e rari fossili si siano formati nelle viscere della terra. Particolarmente ricca è poi la collezione di strumenti che si usavano nelle miniere, dai vagoncini per il trasporto dello zolfo ai forni “Grill”, insieme ad alcuni castelletti utilizzati per l’estrazione del minerale. Una collezione di foto d’epoca documenta, col loro bianco e nero, un mondo e una società che ci sembrano lontani nel tempo. Pannelli didattici, diagrammi e, infine, una ricostruzione in scala, ti saranno utili per comprendere come si sviluppasse una miniera, fra gallerie, pozzi di estrazione e forni. Se poi sei un collezionista, non puoi mancare a un evento unico da Roma in giù, che si svolge presso la Scuola a settembre: si tratta di una mostra e borsa di scambio di minerali e fossili, che attira tantissimi appassionati del genere!
Nel territorio fra Sommatino e Riesi, merita una visita la miniera Trabia-Tallarita, un perfetto esempio di archeologia industriale dei primi del ’900, costituita da tre differenti aree di lavoro, fra cui la “Solfara Grande”. Nel 2010 questa miniera di zolfo è stata musealizzata come uno spazio didattico-multimediale, che ti consentirà di approfondire vari aspetti dell’attività delle miniere di zolfo e della vita dei minatori. Lascia che ti racconti un po’ di storia. Un primo permesso di estrazione dello zolfo è datato al 1823, ma l’attività sembra aver inizio intorno al 1830, sotto il primo proprietario, il principe di Trabia e Butera. La storia di questa miniera nasce forse ben prima del 1800: intorno al 1600, infatti, si registrò nei paesi vicini un accentuato popolamento, forse dovuto proprio all’inizio, precoce, di questo tipo di attività. Questa era una miniera fra le più produttive: figurati che qui nel 1920 lavoravano circa 3000 minatori estraendo il 12% di tutto lo zolfo a livello mondiale! Evidentemente tale attività era anche abbastanza remunerativa, se nel 1904 si decise di collegare la miniera alla stazione ferroviaria di Campobello di Licata con una teleferica lunga ben 10 chilometri! Come spesso accadeva, nel 1883 divampò un incendio talmente devastante da uccidere 39 operai e trasformare il sottosuolo in una sorta di enorme colata di zolfo fuso, detta “calcarone”. Da allora, si poté a lungo estrarre lo zolfo ad uno stato puro! Dopo varie chiusure e riaperture e ripetuti incidenti, la miniera fu definitivamente chiusa nel 1975, per essere poi acquisita dalla Regione siciliana negli anni 2000. Oggi, tutta la storia dell’estrazione dello zolfo e dei minatori è raccontata in un percorso coinvolgente e significativo: una esperienza che ti consiglio di non perdere riguarda la ricostruzione multimediale di una discenderia, una simulazione vera e propria che ti consentirà di entrare virtualmente in una miniera! Grazie all’esposizione scientifica e ad alcuni laboratori, potrai approfondire anche i fenomeni elettrici legati alle tecnologie utilizzate nella miniera. Nel museo, inoltre, potrai ammirare una mostra fotografica intitolata “sulfaro e sulfarari” e alcune installazioni permanenti, realizzate da vari artisti, che ruotano intorno a un unico tema: lo zolfo.
Racalmuto, patria natale di Sciascia, diede anche i natali a un altro personaggio. Devi sapere che nel Duomo si conservano le opere di un grande pittore: Pietro D’Asaro, artista originario proprio di Racalmuto, vissuto tra il 1579 e il 1647. D’Asaro, che era cieco di un occhio, si era auto soprannominato in latino Monoculus Racalmutensis, e così firmava le sue opere, quasi scherzando sulla sua infermità! Ma questo suo handicap non gli impedì di essere uno tra gli artisti che seppe maggiormente distinguersi per l’arte caravaggesca. Di lui parlò Sciascia, che rimase profondamente colpito dalla sua arte, da «un che di misterioso», diceva lo scrittore, che la sua pittura gli trasmetteva. Fu proprio Sciascia, organizzando una importante mostra nel 1984, a riabilitare il suo concittadino, il monocolo di Racalmuto, restituendogli il suo posto privilegiato nella storia dell’arte. Numerose sono le sue opere in Sicilia, distribuite fra palazzi e chiese, in gran parte dedicate a temi religiosi. Ma è qui nel Duomo di Racalmuto, suo paese d’origine, che potrai ammirarne alcune davvero pregevoli, come “La Madonna della Catena”, la “Cena in casa del fariseo” e “La Maddalena”, nonché il suo autoritratto, proprio tra le navate del Duomo. E qui scoprirai che Pietro si dipinse nella posa da artista, pennello in una mano e tavolozza nell’altra, senza camuffare affatto la sua parziale cecità, ma ritraendosi con un occhio quasi chiuso. D’altronde Sciascia ne ebbe tanta stima, da scrivere di lui che riusciva a fare con un solo occhio quello che gli altri facevano con due!
Può l’arte, in particolare la street art, far cambiare volto a un piccolo paesino dell’entroterra siciliano? Ebbene sì! Quello che adesso ti racconterò è accaduto a pochi chilometri dal centro abitato di Racalmuto, nel paese di Grotte. Qui vive qualche migliaio di abitanti e questo era un tipico paesino da cui i giovani erano soliti emigrare, destinato a spopolarsi. Qui, dove sorge un vasto parco che racconta della tradizione mineraria di queste contrade, un primo momento di rivalsa si ebbe già a partire dagli anni ’80, quando, grazie anche a Leonardo Sciascia, si istituì il premio letterario “Racalmare”, tra i più noti del Meridione d’Italia. Oggi, Grotte è invece uno dei luoghi del contemporaneo, un posto da cui si è partiti e dove si è deciso di tornare per cambiare qualcosa, attraverso l’arte! Così hanno fatto alcuni giovani, che nel 2017, rientrati a Grotte dopo aver studiato fuori, hanno fondato un'Associazione che hanno chiamato “La Biddina”, in ricordo di una leggenda che ascoltavano da piccoli: Biddina era una ragazza che, disperata per amore, si gettò in una palude, venendo trasformata in un serpente. Ecco cosa è accaduto a Grotte, grazie a questi ragazzi e al coinvolgimento di numerosi street artist! Grotte ha subito una trasformazione, grazie a un vero e proprio processo di rigenerazione e riqualificazione del centro urbano! Passeggiando per le stradine del centro storico, potrai ammirare le splendide opere di street art realizzate dall’associazione, frutto del sogno di 4 ragazzi, che hanno voluto compiere il viaggio al contrario, tornando nella loro terra e impegnandosi per migliorarla e promuoverla!
Nel maggio del 2015, nel quattordicesimo anniversario dalla morte, il Centro Studi “Antonio Russello” di Favara ha voluto celebrare la memoria dello scrittore, dedicandogli un busto in bronzo. Potrai ammirare quest’opera della scultrice Giuseppina Alaimo, anch’essa originaria di Favara, nella centralissima Piazza Cavour. È questo il “salotto della città” che diverse volte Russello ci ha raccontato nelle pagine dei suoi romanzi! Qui, quando lo scrittore era solito passeggiare in centro, si trovava lo storico Caffè Italia e proprio ai tavolini di questo caffè Russello era solito sedersi e trovare la giusta concentrazione e ispirazione per scrivere i suoi libri. È facile immaginarlo, penna in mano, mentre osserva la quotidianità della sua città, la gente che passeggiava, chiacchierando. Qui a Favara tornava tutte le estati e qui, in questa piazza, sono nate probabilmente molte delle sue pagine: persino i palazzi attorno alla piazza sono ben riconoscibili nelle sue opere principali! Se ti trovi a Favara d’estate, nel mese d’agosto, non mancare alla commemorazione con cui, ogni anno, Favara celebra Russello, autore de “La grande sete”, la cui grandezza fu scoperta nel 1960 da un altro siciliano, grande a sua volta, Elio Vittorini.
Proprio a un anno dalla sua scomparsa, il 17 luglio del 2020 la città di Agrigento ha voluto celebrare lo scrittore Andrea Camilleri con una statua davvero espressiva, non a caso considerata un’opera iperrealista! Passeggiando lungo la centralissima via Atenea, ti potrai imbattere in un Andrea Camilleri in bronzo, a grandezza naturale, opera dello sculture racalmutese Giuseppe Agnello, già autore della scultura di Sciascia a Racalmuto e di quella dello stesso Commissario Montalbano a Porto Empedocle. Ti sembrerà davvero di trovarti davanti il Maestro in carne ed ossa, seduto al tavolino di un bar! Sembra quasi fermo lì ad aspettare che tu lo raggiunga per prendere un caffè insieme, magari scambiando quattro chiacchiere, mentre ha appena messo di lato due libri, adesso appoggiati accanto al suo braccio. Questo è anche un luogo simbolico, è non è un caso che la scultura che ritrae Camilleri, in un modo così reale, si trovi proprio qui, perché è proprio quello che il giovane Andrea, studente del liceo classico della città, frequentava assieme ai suoi coetanei!
Il centro storico di Porto Empedocle ti accoglie con un vero e proprio parco letterario dedicato, prima di tutto, al suo grande figlio, Andrea Camilleri, ma anche all’altro grande agrigentino, Luigi Pirandello. Qui, nella centralissima via Roma, su un alto piedistallo in marmo si erge la statua in bronzo di Luigi Pirandello: in doppio petto e col tipico “farfallino” al collo, Pirandello sembra volgere lo sguardo oltre l’orizzonte. Ai lati troverai due panchine decorate a mosaico di maiolica, che celebrano entrambi gli scrittori: in quella dedicata a Pirandello, dedicata dall’artista favarese Giuseppina Alaimo, sono riportate alcune citazioni tratte dalla novella “Ciaula scopre la luna”, scritta nel 1907, che si richiamano alla storia del trasporto dello zolfo nella marina di Girgenti. L’altra panchina, dedicata a Camilleri, segna il rapporto tra lo scrittore con la sua terra natia: una mappa del 1500, riportata sulla panchina, ripercorre il viaggio del grano attraverso le mulattiere, fino al vecchio porto, mentre le frasi che vi potrai leggere sono citazioni tratte dai suoi romanzi “Il re di Girgenti” e “Maruzza Musumeci” e si richiamano ai suoi racconti su Vigata, in cui si riconosce, appunto Porto Empedocle. A pochi passi dalla statua, troverai anche altre installazioni che celebrano il grande Camilleri, realizzate nel 2020 un anno dopo la sua scomparsa. Una scalinata dai gradini multicolore ti condurrà alla Piazza Chiesa Vecchia, quartiere dove nacque lo scrittore: qui, uno dopo l’altro sono trascritti i titoli dei suoi 16 libri, partendo dall’ultimo pubblicato “Riccardino”, che racconta la fine del Commissario Montalbano. Questa scalinata era proprio quella che Camilleri scendeva per andare a casa! Poco lontano, sulla facciata del Palazzo Municipale che dà sulla piazza, Camilleri è il protagonista di un grande murales su legno, opera dello street artist Salvo Ligàma, voluta dall’associazione Mariterra: qui è riprodotta una delle sue foto più famose, che lo ritrae mentre si affaccia da una persiana, quasi a salutare chi sta passando da lì! Il murales si intitola “La via verso casa” ed è proprio come trovarsi di fronte alle persiane della sua casa, nella sua Porto Empedocle!
Sapevi che Caltanissetta è stata chiamata “Piccola Atene”? Questa definizione è dovuta alla schiera di intellettuali che, nel corso del Novecento, la frequentarono, come Rosso di San Secondo che vi nacque, Leonardo Sciascia, che vi si stabilì e visse qui quasi tutta la vita, o Vitaliano Brancati, che vi insegnò un paio d’anni. Tra gli anni ’40 e il secondo dopoguerra, infatti, la città si distinse per il dinamismo culturale grazie a questa presenza di intellettuali che la resero celebre nei circoli culturali di tutta Italia. Qui a Caltanissetta esiste tuttora la casa editrice di Salvatore Sciascia, che fu punto di riferimento per gli intellettuali dell’epoca, proprio come Sciascia. Con questa casa editrice, lo scrittore diresse la rivista “Galleria” la cui sede si trovava in corso Umberto 111: qui troverai una targa che ricorda proprio il grande dinamismo intellettuale dell’epoca. Devi sapere che, in realtà, era tutto il corso Umberto ad essere un vero teatro di “conversazioni” illuminate, con i caffè liberty in cui gli intellettuali si riunivano, all’ombra di Palazzo Moncada che, con la sua elegante facciata barocca, impreziosita da fregi di animali e figure umane, domina maestosamente il centro della città. Questa fu la residenza della nobile famiglia Moncada Principi di Paternò, che il principe Luigi Guglielmo I fece erigere nel 1651, in uno stile barocco dagli influssi rinascimentali. Luigi Guglielmo era uno dei politici più importanti dell’epoca: dal 1635 al 1638 era stato presidente del Regno di Sicilia e nel 1647 fu Vicerè di Sardegna. Per questo decise di far costruire a Caltanissetta un palazzo degno del suo nome, ma il suo progetto non venne mai completato. Dopo esser diventato sede di un orfanotrofio nel 1778, nel 1892 divenne sede della Corte d’appello del Tribunale di Caltanissetta, subendo profonde modifiche interne. Una parte del Palazzo ebbe una nuova vita: nel 1915, la principessa Maria Giovanna di Bauffremont che lo acquistò vi fece costruire una sala teatrale in stile liberty, oggi intitolata a Rosso di San Secondo, mentre in seguito si costruì un’ulteriore sala, nel cortile, per spettacoli cinematografici e teatrali, oggi chiamata “Multisala Moncada”. Una visita a Palazzo Moncada è, dunque, immancabile: qui potrai ammirare anche alcune gallerie d’arte tra cui quelle dedicate al grande sculture nisseno Michele Tripisciano, autore della celebre “Fontana del Tritone” che abbellisce piazza Garibaldi.
Quella che voglio raccontarti è la storia di un monaco originario di Racalmuto che, vissuto nel Convento degli Agostiniani Riformati intorno alla metà del 1600, venne condannato al rogo nel 1658, dall’Inquisizione spagnola. La vicenda di Fra’ Diego La Matina, di cui restano ancora le carte negli archivi, ispirò scrittori e artisti, come Luigi Natoli. Con lo pseudonimo William Galt, Natoli scrisse un romanzo popolare pubblicato agli inizi del Novecento. Proprio il nostro Sciascia ne raccontò la storia in “Morte dell’inquisitore”, un saggio romanzato del 1964. Fra’ Diego, che fu più volte condannato nella sua vita per qualche furtarello come brigante, finendo a remare sulle galere, fu arrestato come eretico e condannato a rimanere «recluso murato in perpetuo in una stanza» delle terribili Carceri dello Steri a Palermo. Tre volte finì in cella e una volta riuscì persino a fuggirne, nel 1647, durante una rivolta popolare che scatenò anche un assalto alle Carceri. Lo scrittore ci racconta che Fra’ Diego «si rifugiò nella campagna di Racalmuto: nella contrada e nella grotta che portano ancora oggi il suo nome», ma alla fine fu nuovamente catturato. Diego fu l‘unico inquisito che riuscì a vendicarsi del suo inquisitore, lo spagnolo Juan López De Cisneros, che l’aveva fatto prigioniero e torturato. Si tratta di una storia che per Sciascia aveva il sapore del riscatto e della libertà, per quanto finita con la condanna al rogo per il frate, dopo 12 anni di prigionia e torture. Devi sapere che fu dai graffiti dei prigionieri nel carcere di palazzo Steri, riscoperti proprio da Sciascia, ch’egli trasse ispirazione per raccontare questa storia. Fu invece il grande pittore Renato Guttuso, suo amico, a rappresentare con il colore nero della morte la scena in cui il frate, catene ai polsi, si scaglia sul suo carnefice. Guttuso dipinse questa immagine proprio per il libro, ma c’è una particolarità che voglio raccontarti. Con la sua genialità, Guttuso indovinò il punto esatto in cui accadde l’omicidio, che fu poi confermato, anni dopo, dai ricercatori che studiarono la storia di quelle carceri! Se vuoi ripercorrere le strade di questa vicenda, a Racalmuto si trova ancora l’ex Convento degli Agostiniani Riformati, poi divenuto un palazzo privato. Nelle campagne tra Racalmuto e Montedoro, circondata da promontori di gesso, sale e zolfo e antichi resti archeologici, si trova ancora quella grotta, in cui il Frate si rifugiò invano fuggendo di prigione.
Nella seconda metà dell’Ottocento e fino alla prima guerra mondiale Racalmuto era noto come “il paese del sale”. Leonardo Sciascia nel romanzo “Le Parrocchie di Regalpetra” del 1956, dedicò una lunga descrizione alle miniere di salgemma, mentre nei “Salinari” descrisse la vita, i pericoli e gli innumerevoli problemi di salute causati ai lavoratori in quelle miniere. Sciascia ci racconta che nel territorio della sua Racalmuto ci fu «un’avidità di sfruttamento, una vicenda di arricchimenti e decadenze paragonabili a quelli della corsa all’oro che segna tanta parte della storia americana». A soli due chilometri dal centro si trova la Miniera di Salgemma gestita dall’azienda Italkali, uno tra i principali siti di produzione del sale siciliano, l’unico rimasto aperto in quest’area. Visitare le miniere è un’esperienza incredibile! Solo scendendo in queste gallerie, a circa 100 metri di profondità, scoprirai che il sale marino fossile che qui si estrae ha una inimmaginabile quantità di sfumature create dall’alternanza fra strati di kainite e salgemma! Figurati che la ricchezza dei colori di queste gallerie, ampie e alte come cattedrali, impressionò anche i viaggiatori del Gran Tour del 1700! Sciascia, come Pirandello, aveva una storia familiare legata alle miniere di zolfo che esistevano anche a Racalmuto. Proprio attorno all’epopea dello zolfo matura la sua opera. La sua era una famiglia di minatori: il nonno Leonardo Sciascia-Alfieri entrò in miniera a nove anni, era un “caruso”, e fu a lungo un minatore, finché, studiando la notte, non riuscì a emanciparsi e a passare all’amministrazione della zolfara. Anche il padre Pasquale, lavorò come contabile nelle miniere, mentre il fratello di Leonardo, Giuseppe, studiò alla Regia scuola mineraria «Sebastiano Mottura» di Caltanissetta, per poi lavorare in miniera, ma finì suicida. Una tragedia che segnò profondamente lo scrittore e di cui quasi mai parlava. A Racalmuto, della storia di queste miniere di sale e zolfo resta memoria nel circolo della “Lega zolfatai e salinai”, che si trova ai piedi della scalinata del Santuario della Madonna del Monte, nato intorno al 1890. Un altro luogo cui Sciascia fu legato è il “Circolo Unione”, fondato nel 1836 come circolo dei galantuomini e dei borghesi, di cui lo scrittore fu socio sin da ragazzo. Ecco spiegato perché la celebre statua di Sciascia, realizzata ad altezza naturale dallo scultore Giuseppe Agnello, è stata collocata proprio nel marciapiede dove sorge il Circolo Unione.
A Racalmuto si trova la Casa dove nacque, nel 1921, Leonardo Sciascia, tappa immancabile della Strada degli Scrittori. Anche se meno nota della casa di campagna in contrada Noce, questa è la “Casa delle zie”, così affettuosamente chiamata da Sciascia, in cui visse prima da bambino e poi da sposato. Se ti sei mai chiesto dove Sciascia abbia iniziato a leggere e scrivere, eccoti nel posto giusto! Dobbiamo ringraziare prima il mecenate racalmutese Pippo Di Falco, che decise di acquistare la casa, poi l’associazione "The Sicilian Society of Hamilton", una comunità racalmutese che vive a Hamilton e ha finanziato i restauri, se la casa dal 2019 è stata riaperta al pubblico come un museo della memoria. La stessa “Strada degli scrittori” ha tenuto a battesimo l’apertura al pubblico di questa casa-museo, inserita, sin dal 2014, tra i Luoghi della Memoria e dell’Identità Siciliana. All’ingresso una targa, collocata dalla “Strada degli scrittori” nel 2019, il trentennale della scomparsa, racconta il luogo con le stesse parole di Sciascia: «Io vi restavo in mezzo alle donne ascoltavo senza aprir bocca, e finivo per sapere tutto ciò che avveniva in paese, dalla minima maldicenza all’ultima diceria… ed è così che sono diventato scrittore». Insieme alla casa di campagna in contrada Noce, anche qui potrai quasi toccare con mano il mondo in cui Sciascia visse, lesse e scrisse. Al suo interno, oltre ai mobili appartenuti alla famiglia dello scrittore, alle foto che lo ritraggono, ai suoi scritti e alle lettere che scambiava con tanti personaggi illustri, troverai anche numerosi volumi di scrittori siciliani, scoprendo così direttamente quali fossero le letture preferite di Sciascia.
Percorrendo la SS 640, oltrepassando Favara in direzione di Racalmuto, è tutto un susseguirsi di campi: qui, in contrada Noce, si trova uno dei luoghi più amati di Leonardo Sciascia, la sua casa di campagna, dove lo scrittore amava rifugiarsi per scrivere e pensare, ogni estate, e dove si riuniva con gli amici e letterati che abitualmente lo frequentavano. Questo luogo è oggi una delle mete principali della Strada degli Scrittori, che ancor oggi appartiene ai suoi eredi. Proprio il fatto che fosse punto di ritrovo, ispirò Sciascia per un ciclo di pubblicazioni di racconti che intitolò, per l’appunto, “Gli amici della Noce”, scritti da amici poeti e letterati. Lo stesso Sciascia la ricordava con affetto, quando scriveva «Le mie più belle vacanze sono quelle che passo nelle campagne del mio paese… e tutti i miei libri non solo sono stati scritti in quel luogo, ma sono come connaturati ad esso. Al paesaggio, alla gente, alle memoria, agli affetti». E qui, potrai davvero respirare Sciascia a pieni polmoni: quelli sono i suoi paesaggi, quelle le sue mura, quello il suo studio, che si conserva intatto. Qui lo scrittore rivide anche quelle lucciole scomparse, che Pasolini indicava come il simbolo di una industrializzazione capace di annullare anche i valori più semplici. Ecco perché, in questa casa di campagna, rifugio di spirito e d’amici, troverai anche un evocativo “Giardino delle lucciole” realizzato da Felice Cavallaro, ideatore e direttore dalla Strada degli Scrittori.
Aragona è un tipico borgo fondato nel 1600 dai nobili feudatari dell’epoca: fu Baldassarre III Naselli, nel 1606, ad ottenere da Re spagnolo la licenza di popolare il suo feudo, fondando Aragona e dando alla città il nome della aristocratica famiglia spagnola della madre, Beatrice Aragona Branciforti. Oggi Aragona conserva ancora il suo “sapore” nobiliare, con i suoi preziosi edifici religiosi, come la chiesa Santa Maria dei Tre re e la chiesa del SS. Rosario, ma soprattutto con il severo e maestoso Palazzo Naselli, simbolo della famiglia e della stessa città, che domina il centro abitato. Abbellito nel corso del 1700, il Palazzo fu una vera dimora aristocratica, con tanto di cappella privata per il principe Baldassarre IV Naselli, una ricca quadreria e affreschi dipinti da uno dei più apprezzati pittori dell’epoca, il fiammingo Guglielmo Borremans. Qui abitò anche Baldassare V Naselli, il membro più celebre della famiglia in quanto presidente del Consiglio di Sicilia, alla Corte di Napoli e Parigi. Verso la fine del 1800, il Principe Luigi Burgio Naselli, consacrato sacerdote, cominciò a concedere porzioni del Palazzo alle suore dell’Ordine delle Figlie della Carità, fin quando, nel 1887, non decise di fondarvi l’Orfanotrofio Femminile Principe di Aragona, affidandolo alle suore di quell’ordine. Oggi il Palazzo, che conserva la grandiosità dei tempi passati, è aperto al pubblico come spazio museale. Ti consiglio, infine, una breve passeggiata per ammirare due altri importanti monumenti. A pochi passi dal Palazzo del Principe, si trova il MuDiA, museo diocesano in cui sono raccolti preziosi oggetti dell’arte sacra della città, che testimoniano, anche in questo, la ricchezza della famiglia Naselli. Infine, subito a fianco del MuDiA, rimarrai profondamente colpito dal cosiddetto “Monumento di Ciaula”, un memoriale dedicato all’epopea dello zolfo e dei minatori e intitolato a quel “caruso” letterario così ben descritto nella novella di Pirandello, ambientata proprio ad Aragona: Ciaula, che con stupore “scopre la luna”, uscendo di notte dalla miniera.
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