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PLEINAIR - Parma, il Salone e dintorni

Author: PLEINAIR

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Raggiungiamo Parma e il Salone del Camper con un tragitto fuori dall’ordinario: una strada che si percorre, si gusta, si vive e si ascolta. Con oltre 30 audioguide a misura di camperista ti raccontiamo i borghi e le attrazioni della Food Valley, il territorio e i suoi prodotti, le curiosità e le strutture convenzionate con il PLEINAIRCLUB. Fino ad arrivare a Parma, per ammirare i suoi capolavori e partecipare alla grande fiera del caravanning che ospita.
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Parco dei Cento Laghi

Parco dei Cento Laghi

2021-09-07--:--

Il modo migliore per scoprire il parco regionale delle Valli del Cedra e del Parma, meglio conosciuto come Parco dei Cento Laghi, è viverlo. Possiamo farlo in molti modi: dalle semplici passeggiate alle lunghe escursioni, dai percorsi a cavallo a quelli per mountain bike, fino allo sci e alle ciaspole. Possiamo seguire ad esempio i sentieri segnati che da Prato Spilla e dal Lago Ballano raggiungono le torbiere e i Laghi dell’Alta Val di Cedra. Oppure percorrere la Ciclopista del Parco dei Cento Laghi, una rete di centocinquanta chilometri di itinerari per mountain bike contrassegnati dalla segnaletica verde. Ma anche divertirci sulle piste da sci di Prato Spilla durante l’inverno. Un ambiente sportivo, adatto a essere vissuto con il camper. La stagione autunnale è particolarmente suggestiva in questi boschi: vermiglie spigature di amanite muscarie ci accompagnano in un bosco privo di panorami, fino a che l’uscita nelle prime valli è una sorpresa cromatica che dal verde va al rosso, passando per l’ocra e il giallo sotto un cielo di genziana. Ammiriamo le sfumature del piccolo Lago Martini, circondato di ginepri e mirtilli a 1.714 metri di quota. I vicini 1.754 del Passo Giovarello portano alla dorsale che precipita sulla Toscana e su un panorama sconfinato che comprende le Alpi innevate, l’Alpe di Succiso, le Apuane, il Golfo della Spezia e, persa fra le brume, la Corsica. Dai 1.794 metri del Passo Compione l’ultima salita ci porta ai 1.861 del Monte Sillara, dal quale la prospettiva si fa ancora più infinita. Lungo il sentiero del ritorno costeggiamo i placidi Laghi Sillara che forano la brughiera specchiando immobili cime, i Laghi di Compione e una miriade di pozze e specchi, ai quali si deve il nome con il quale è conosciuto il Parco. Troviamo un’area camper comunale a Monchio delle Corti in Via Trecoste, oppure c’è possibilità di sosta non attrezzata presso la stazione montana di Prato Spilla (a 13 chilometri da Monchio delle Corti) e di fronte al Rifugio Lagdei (a 15 chilometri da Corniglio). Da entrambe le località partono i sentieri per le più belle escursioni in quota del parco.
A Scurano, frazione del borgo di Neviano degli Arduini, non distante dal fiume Enza, troviamo un’oasi di natura incontaminata che arriva a sfiorare i mille metri di altezza e si estende per quarantacinque ettari, tre quarti dei quali coperti da boschi di latifoglie, il resto da prati verdi. È il Parco Provinciale del Monte Fuso, dove trovano rifugio oltre cento esemplari tra cervi, mufloni e daini in semilibertà. Seguendo i sentieri che si dipanano nel parco se siamo fortunati possiamo anche trovare tracce di scoiattoli, ghiri, volpi, tassi o faine. Anche la flora è varia e interessante, con alberi di quercia, frassino, castagno, carpino, ciliegio, noce, acero, melo e pero selvatico. Tra questi alberi spicca il secolare “Grande Tiglio”. Dal 2016 il Parco del Monte Fuso ospita anche We Were Here, un progetto condiviso di arte integrata nell’ambiente naturale. Nel parco troviamo a disposizione degli ospiti il centro visite e l’ufficio informazioni, un bar ristorante, un parco giochi per bambini, una sala convegni e un’aula didattica per l’educazione ambientale. È disponibile inoltre un servizio di scooter elettrici gratuiti per disabili. Ampia anche l’offerta sportiva, con una fitta rete di sentieri escursionistici segnalati del Club Alpino Italiano, itinerari per la corsa in montagna, un’area dedicata a percorsi adrenalinici in mountain bike, un centro equestre e tutto il necessario per il tiro con l’arco. Possiamo fermarci per la sosta nell’apposita area attrezzata del Parco, completamente immersa nel verde. Dispone di cinque piazzole con torrette per allaccio idrico ed elettrico, scarico e servizi igienici con doccia.
A Langhirano, patria d’elezione per la produzione del prosciutto, troviamo il Museo del Prosciutto di Parma all’interno dell’ex Foro Boario. Questa è un’architettura rurale d’inizio Novecento, costruita tra il centro storico e il torrente Parma e destinata alla contrattazione del bestiame. Il percorso espositivo si snoda lungo otto sezioni, cominciando dalla descrizione del territorio. La zona delimitata dal Po e l’Appennino e compresa tra le valli dell’Enza e dello Stirone, infatti, era ricca di querce, e quindi di ghiande e di branchi di maiali che di queste si cibavano. Le popolazioni di origine celtica qui stanziate idearono quindi i processi necessari per lavorare le loro carni e conservarle, anche grazie ai pozzi di acqua salata di Salsomaggiore e Rivalta. Passiamo poi alla descrizione delle razze suine utilizzate per la produzione del prosciutto e alla sezione dedicata al sale, fondamentale per la conservazione delle carni, con una raccolta di sali provenienti da tutto il mondo. Nell’area dedicata alla norcineria troviamo un vasto campionario di attrezzi storici impiegati dai norcini. Seguono poi approfondimenti sui salumi tipici, sulla gastronomia del parmense e sulle tecniche di lavorazione, con testimonianze in video. Una sezione è dedicata all’attività del Consorzio del Prosciutto di Parma, che garantisce la qualità di questo prodotto straordinario apprezzato in tutto il mondo. Dopo tanti racconti è arrivato il momento di soddisfare anche il palato: nella prosciutteria possiamo finalmente gustare Prosciutto di Parma, anche abbinato ai vini locali. Nel negozio della struttura troviamo varie tipicità della zona. Il Museo ha un parcheggio accessibile ai camper.
Sorseggiare in pace e relax un calice di malvasia bianca, mentre ci godiamo i colori dei vigneti disposti in terrazza naturale davanti a noi e ammiriamo la fantastica vista dello splendido Castello di Torrechiara, costruito tra il 1448 e il 1460. È un’emozione che possiamo provare e gustare all’Azienda Agricola Lamoretti, a Langhirano. Una struttura molto attenta al territorio che la circonda, alla cura dei vigneti e al processo di vinificazione, che deve essere sempre rivolto alla ricerca della piacevolezza e della tipicità del prodotto. Una tradizione familiare nata alla fine degli anni ’20 che dura da tre generazioni. Non a caso Isidoro Lamoretti è stato promotore del Consorzio Volontario di Tutela dei vini dei Colli di Parma e anche il suo primo presidente. Estesa per circa 20 ettari di vigneti, l’Azienda Agricola Lamoretti produce i vini bianchi Colli di Parma Malvasia e Colli di Parma Sauvignon, sia fermi che frizzanti. Lavorando sapientemente vitigni Barbera, Bonarda, Cabernet Sauvignon e Merlot, la cantina produce anche le etichette di rossi Colli di Parma Vigna del Guasto, Serbato, Vigneti Montefiore e Vinnalunga ’71. Troviamo inoltre passiti sia bianchi che rossi. Dall’estate 2011 l’azienda organizza Lamoretti Jazz & Co., un incontro tra amici appassionati di vino, musica jazz e buona compagnia, diventato nel corso degli anni un appuntamento irrinunciabile. Possiamo parcheggiare direttamente in azienda, che dispone di alcuni posti per i camper.
Sembra che il nome di Torrechiara, frazione di Langhirano, e del castello che qui possiamo ammirare, non derivi da torre, ma da torchio. Anticamente, oltre che per la pigiatura dell’uva, i torchi servivano alla spremitura delle olive, di cui il territorio era ricco. Il castello è un esempio tra i più significativi e meglio conservati in Italia di architettura castellana quattrocentesca. La rocca, costruita tra il 1448 e il 1460 da Pier Maria Rossi, è difesa da tre cerchia di mura e da quattro torri angolari con beccatelli e caditoie. L’impianto originario si conserva piuttosto inalterato poiché il castello non fu concepito unicamente come costruzione fortificata a difesa del territorio ma anche come dimora di una corte nobiliare. Oggetto di aspre contese, più volte assediato ed espugnato, passò in varie mani e oggi è un monumento nazionale tutelato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Dal cortile d’onore possiamo accedere alla cappella di San Nicomede, quindi troviamo una serie di sale affrescate “a grottesche”, motivi tipici del XVI secolo. Ogni sala prende il nome dalla decorazione più rilevante: Sala di Giove, del Pergolato, dei Paesaggi, della Vittoria, degli Angeli, del Velario, degli Stemmi. Salendo al piano nobile, dal salone degli Acrobati si arriva alla Camera d’Oro dove è narrata la storia d’amore tra il Rossi e Bianca Pellegrini, conosciuta alla corte milanese. Dal loggiato è possibile godere di una panoramica veduta del torrente, delle colline con i vigneti e della vicina badia.
Traversetolo

Traversetolo

2021-09-06--:--

Traversetolo è un paese di antiche origini, dedito principalmente all’allevamento e alla lavorazione delle carni suine, che offre anche importanti spunti culturali e artistici. Nel centro possiamo infatti visitare il Museo Renato Brozzi, dedicato al grande artista locale che con le sue opere attirò l’attenzione di Gabriele D’Annunzio e divenne il suo scultore, incisore e orafo personale. Brozzi adornò anche la residenza del poeta a Gardone Riviera, il famoso Vittoriale degli italiani. L’esposizione raccoglie molte opere scultoree, pittoriche e grafiche di Brozzi, oltre alle lettere scambiate con D’Annunzio. Da non perdere l’ottocentesca Villa Magnani in località Mamiano, detta “villa dei capolavori” per l’importante collezione di opere d’arte che ospita. L’edificio è sede della Fondazione Magnani-Rocca, che organizza mostre temporanee e gestisce la straordinaria raccolta del letterato e musicologo Luigi Magnani. In esposizione troviamo dipinti di pittori come Gentile da Fabriano, Filippo Lippi, Dürer, Tiziano, Rubens, Van Dyck, Goya, Monet, Cézanne, De Stael, Manzù, Guttuso, De Chirico e molti altri, oltre a oli, disegni e incisioni di Giorgio Morandi. La villa è circondata da un grande giardino di oltre dodici ettari. Al suo interno è facile trovare scoiattoli, pavoni bianchi, diverse specie di uccelli, vari tipi di fiori, platani, tigli, ippocastani, un cedro del Libano e due grandi sequoie, oltre a un parterre di bossi, un’area dedicata alle essenze rare e una serra per gli agrumi in vaso. Molte specie di uccelli e una folta fauna con numerose varietà di orchidee popolano anche l’Oasi Naturalistica di Cronovilla, un’area protetta di sessanta ettari nella frazione Vignale, tra l’Enza e il torrente Termina, gestita dal WWF. È dotata di ventidue osservatori in legno per il birdwatching, due aule didattiche all’aperto e un’area pic-nic. All’interno dell’Oasi troviamo boschi, prati e laghi collegati da due chilometri di sentieri su ghiaia per passeggiate e trekking.
Canossa

Canossa

2021-09-0602:17

Situata sulla sponda destra del torrente Enza, al confine con la provincia di Parma, Canossa è un comune sparso con sede municipale nella frazione di Ciano d’Enza. I suoi primi abitanti furono i Liguri insediati a Luceria, abbandonata nel IV secolo forse a causa di una catastrofe naturale. Nell’area archeologica visitabile vicino Ciano d’Enza sono stati rinvenuti molti reperti. La storia di Canossa è legata a quella di Matilde, potente feudataria, i cui possedimenti nel 1076 si estendevano in Emilia, Romagna, Toscana e Lombardia. Quando papa Gregorio VII scomunicò l’imperatore Enrico IV, quest’ultimo si recò al castello di Canossa, dove Matilde ospitava il papa, e per essere ricevuto attese tre giorni e tre notti in ginocchio col capo cosparso di cenere. Da qui il detto “andare a Canossa” come atto di resa e pentimento. Oggi possiamo visitare i ruderi del castello, originario del 940, che fu teatro dell’episodio. Non distante troviamo anche il castello di Rossena, fortezza organizza su tre livelli con tre cinte murarie, nata intorno al 950 per proteggere la rocca principale. Nella frazione di Rossena c’è anche la torre di Rossenella, detta semplicemente Rossenella o Guardiola, che faceva da osservatorio. Quest’ultima ricade all’interno della Riserva Naturale Orientata della Rupe di Campotrera, area di grande interesse geologico e ambientale. La rupe infatti è un frammento roccioso creato dal magma sul fondo di un antico oceano circa 170 milioni di anni fa. La sua natura chimica ne fa l’habitat naturale per diverse specie di piante rare o esclusive. Nella frazione di Votigno troviamo anche la Casa del Tibet, unica in Italia, che offre un Museo, un tempio tibetano, luoghi per la meditazione, spazi per seminari e possibilità di alloggio, tutto tra le antiche mura di un borgo medievale ristrutturato con anni di paziente lavoro. Possiamo parcheggiare il camper a Ciano d’Enza in Via Vico, all’angolo con la strada provinciale 54, presso il parcheggio del bocciodromo.
Se il parmense ha lasciato il segno nella musica operistica e classica grazie alle grandi figure di Giuseppe Verdi (nato a Le Roncole di Busseto) e di Arturo Toscanini (nato a Parma), Reggio Emilia e provincia hanno invece dato i natali a diversi artisti nel campo della musica leggera e a un discreto numero di gruppi di rock indipendente e alternativo, alcuni dei quali ispirati ideologicamente al comunismo leninista. Il rocker Luciano Ligabue è nato a Correggio, a mezz’ora da Roncocesi, frazione di Reggio Emilia dove è cresciuto il bluesman Zucchero Fornaciari. Ligonchio di Ventasso è invece la patria di Iva Zanicchi. Molto particolare il caso di Cavriago, borgo famoso non solo per aver dato i natali alla cantante Orietta Berti. Qui è nato anche il gruppo indie rock I Giardini di Mirò. L’altra curiosità è la presenza di un busto di Lenin nella piazza omonima (l’originale è esposto nel Centro culturale comunale della biblioteca civica). La scultura del 1922 è stata donata dall’ambasciata dell’Unione Sovietica come ringraziamento per il sostegno politico ed economico. È una delle rarissime effigi del rivoluzionario sovietico in un paese dell’Europa occidentale, e una delle poche attualmente rimaste in piedi in assoluto. Proprio dalle iniziali dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche in alfabeto cirillico nasce nel 1982 il nome dei CCCP – Fedeli alla linea, famosissimo gruppo di punk rock e rock alternativo fondato dal chitarrista Massimo Zamboni di Reggio Emilia e dal cantante Giovanni Lindo Ferretti di Cerreto Alpi. La band oggi è sciolta, ma ha lasciato una profonda influenza in diverse altre formazioni. Tra queste c’erano gli Offlaga Disco Pax, gruppo di matrice New Wave che, pur prendendo il nome da un borgo del bresciano, proveniva da Reggio Emilia, come la band di rock alternativo Il Nucleo. A cavallo delle provincie di Reggio e Modena troviamo i Julie's Haircut, gruppo indie rock alternativo e sperimentale ancora in attività.
Reggio Emilia

Reggio Emilia

2021-09-06--:--

Chi arrivava a Reggio Emilia nel Settecento la definiva “una città gentile”. Oggi potremmo chiamarla la “Città delle Persone”, perché è attenta ai diritti del cittadino, al dialogo tra culture e religioni, alla sostenibilità e all’infanzia: a Reggio convivono infatti centoventisette nazionalità e la città vanta il numero di asili nido più alto d’Italia. Nel 1963 Loris Malaguzzi sperimentò un metodo pedagogico innovativo (il Reggio Emilia Approach) che ancora oggi viene seguito come modello nelle scuole e nidi d’infanzia comunali. Quella che un tempo fu lo stabilimento della Locatelli oggi è il Centro Internazionale dell'Infanzia Loris Malaguzzi, uno spazio di incontro nato da un investimento pubblico che mette al centro il bambino che scopre, impara e cresce con quello che ha intorno. Sapevate che la città vanta 250 chilometri di piste ciclabili? È l’estensione più ampia fra le città italiane: ci sono sedici punti di noleggio e la possibilità di prelevare e lasciare ovunque la bici grazie ad un’applicazione su smartphone per trovare, prendere e pagare la bici. La pista delle Caprette, in particolare, è lunga quindici chilometri e si snoda all’interno del parco del Crostolo: è il nuovo struscio reggiano, luogo di incontro d'inverno e d'estate per tutte le età. La bandiera italiana è nata qui il 7 gennaio 1797: da non perdere la Sala del Tricolore dove il vessillo fu scelto come emblema della Repubblica Cispadana e il Museo del Tricolore, recentemente ampliato con una sezione dedicata a opere d'arte contemporanea ispirate alla bandiera. Reggio Emilia è una città moderna. Lo spazio pubblico dialoga con l’arte contemporanea, grazie a spettacolari installazioni che occupano edifici storici. Un esempio è l’installazione permanente del fotografo catalano Joan Fontcuberta, che colora la facciata del Palazzo dei Musei, realizzata con dodicimila e cinquecento fotografie fatte dai reggiani e trasformate in un gigantesco mosaico. L’area attrezzata in Via Fratelli Manfredi gestita dal Club Campeggiatori Reggio Emilia è un confortevole approdo in città; per soste rurali c’è invece l’agriturismo La Razza dotato di servizi per i camper.
Il paese immaginario di Ponteratto nella bassa padana emiliana è la location dei racconti di Giovannino Guareschi sul parroco don Camillo e sul sindaco comunista Peppone. I cinque film della trasposizione cinematografica sono invece ambientati e girati prevalentemente a Brescello, in provincia di Reggio Emilia ma distante meno di mezz’ora da Parma. Protagonisti della pentalogia sono Fernandel e Gino Cervi, mentre alla regia si alternano Julien Duvivier, Carmine Gallone e Luigi Comencini. Il sesto film Don Camillo e i giovani d’oggi, per la regia di Christian-Jaque, rimase incompiuto a causa della morte di Fernandel. Mario Camerini ne girò un’altra versione con Lionel Stander e Gastone Moschin a San Secondo Parmense, nella Collegiata della Beata Vergine Annunciata e nella chiesa dell’Annunciazione di Maria Vergine. Brescello è praticamente un set a cielo aperto. Su Piazza Matteotti, dove si salutano le statue dei due protagonisti, si affacciano sia il municipio che la chiesa di Santa Maria Nascente. Qui troviamo ancora il grande crocifisso parlante creato appositamente per i film. Per raffigurare diverse espressioni, in origine aveva tre volti intercambiabili, dei quali resta uno solo. Molti cimeli come gli abiti originali, le biciclette, la moto e l’ufficio di Peppone sono esposti nel Museo Peppone e Don Camillo, nell’ex Monastero di San Benedetto, al di fuori del quale campeggiano la locomotiva presente in più episodi e un carro armato a ricordo di quello usato in una delle pellicole. Il museo “Brescello e Guareschi, il cinema e il territorio”, nell’ex Casa della Musica, ospita la ricostruzione di un set della serie. Nel film Don Camillo monsignore… ma non troppo compaiono la campana che oggi vediamo in Via Giglioli e la "cappelletta della discordia", cioè la cappella della Madonnina del Borghetto, situata all’incrocio dell’ex statale 62 della Cisa con Via Quadra Tagliata. La stazione ferroviaria è visibile in molte pellicole (anche nella Strategia del Ragno di Bernardo Bertolucci).
Lo splendido palazzo ducale di Colorno, noto anche come reggia di Colorno, fu costruito agli inizi del XVIII secolo dal duca Francesco Farnese sui resti della precedente rocca. Il duca Filippo I di Borbone-Parma vi stabilì la sua residenza, e per sua moglie Luisa Elisabetta, figlia del Re di Francia Luigi XV, fece trasformare gli interni nello stile di Versailles. Grazie all’apporto di architetti e maestranze francesi, la reggia di Colorno divenne così la Versailles dei duchi di Parma, Piacenza e Guastalla. Napoleone in seguito lo dichiarò Palazzo Imperiale. Dopo il Congresso di Vienna, il ducato fu assegnato a sua moglie Maria Luigia d’Austria, sovrana illuminata e molto amata dal popolo. La duchessa ne fece una delle sue residenze preferite e aggiunse un ampio giardino. Dopo l’unità d’Italia molti degli arredi delle oltre 400 sale della Reggia furono trasferiti nelle residenze dei Savoia. Possiamo però ancora ammirare nel Piano Nobile i pavimenti in marmo policromo, affreschi, stucchi, porte con serrature in bronzo dorato e camini di marmo in stile Rococò. La Gran Sala, capolavoro e primo esempio di neoclassicismo in Europa, conserva tele originali in cornici di stucco dorato e una elegante consolle in legno dorato originale. Sempre nel Piano Nobile troviamo i due salottini cinesi di Babette e di Don Filippo di Borbone. Da vedere anche l’appartamento nuovo del duca Ferdinando di Borbone, composto da sei grandi sale e altri ambienti minori. Degni di nota gli studi del Duca, con straordinari cammei e splendidi finti arazzi alle pareti che illustrano scene sacre dell’Antico Testamento. Veramente unico l’Osservatorio Astronomico, decorato a tempera con la Rosa dei Venti, allegorie, paesaggi e putti con strumenti scientifici. Nel 1775 Ferdinando fece anche erigere la grandiosa Cappella Ducale di San Liborio al posto del piccolo oratorio omonimo. Al suo interno troviamo un organo di ben 2.898 canne, restaurato e ancora funzionante.
Proprio sul corso del Po a Polesine Parmense, frazione di Polesine Zibello, troviamo il Museo del Culatello di Zibello e dei masalén, i maestri norcini che hanno tramandato per anni l’arte della corretta macellazione del maiale. L’Antica Corte Pallavicina — residenza nobiliare del XV secolo (ma originaria del XIII) — ospita l’esposizione, un ristorante e un raffinato resort. Il museo ci racconta i protagonisti della storia del Culatello. Il primo è il territorio, perché anche il Po, i pioppeti e la nebbia sono ingredienti fondamentali. La sala successiva parla del maiale, in particolare della razza nero di Parma e del suo recupero. L’animale è presentato con tutti i suoi simbolismi, una creatura talmente legata all’uomo da essere spesso citato per rappresentarne vizi e virtù nella satira, nella pubblicità e nei libri. Interessante la sezione su Sant’Antonio Abate, eremita del deserto raffigurato sempre in compagnia di un maialino. Poi troviamo la sala dedicata ai masalén, che propone opere storiche e artistiche sull’uccisione del maiale, rito al tempo stesso cruento ma anche festoso e grato. Qui conosciamo la storia della famiglia Spigaroli, che ha riportato la Corte Pallavicina all’antico splendore. A questo punto scendiamo nei sotterranei, dove il museo ci racconta le caratteristiche della carne di maiale, del sale di Salsomaggiore, del pepe e dei principali salumi della Bassa Parmense. Qui scopriamo anche la storia del Culatello e le tante citazioni di personaggi famosi come Giuseppe Verdi, Gabriele D’Annunzio e Giovannino Guareschi. Entriamo infine nella galleria dei culatelli, che stagionano nell’umidità e nella penombra, e concludiamo il percorso con una degustazione all’Hosteria. La Corte ha un parcheggio accessibile ai camper.
Busseto

Busseto

2021-09-06--:--

Busseto, la città natale di Giuseppe Verdi, rappresenta una delle più interessanti località della Bassa Parmense. Il compositore nacque nella frazione di Roncole il 10 ottobre del 1813 e qui visse la propria adolescenza. Tutto fra queste mura ci parla del maestro, a cominciare dalla sua severa statua che occupa il centro della piazza. All’interno delle mura della Rocca c’è invece il piccolo teatro a lui dedicato, inaugurato nel 1868 con una trionfale rappresentazione del Rigoletto. Il palazzo del Comune, sul lato sud della piazza, conserva un fregio in cotto e sul lato est troviamo invece la collegiata di San Bartolomeo, di origini quattrocentesche. A pochi passi dal centro, la Villa Pallavicino ospita le ampie esposizioni del museo nazionale Giuseppe Verdi. Ogni sala di questa residenza d’epoca è dedicata a una o più opere dell’artista: accompagnati dal sottofondo dalle arie più celebri, possiamo ammirare gli splendidi costumi d’epoca dell’Aida, della Traviata o del Nabucco, esposti insieme ai progetti delle scenografie originali di Casa Ricordi e a quadri e bozzetti d’epoca. Le ex scuderie della stessa villa sono invece dedicate a Renata Tebaldi, una delle più straordinarie cantanti liriche del Novecento e raffinata interprete delle opere verdiane, con costumi e gioielli di scena e un archivio fotografico. Il paesaggio della bassa immortalato da Giovannino Guareschi, che proprio nella vicina Brescello ha ambientato le vicende di Peppone e Don Camillo, è perfetto per chi decide di spostarsi in bicicletta. Nella zona si trovano diversi itinerari segnalati tra cui quello dedicato a Verdi che parte da Busseto e permette di raggiungere rapidamente le rive del Po dopo aver toccato Villa Verdi. Per la sosta, consentita per massimo 12 ore, c’è l’area camper comunale nel parcheggio di Via Renzo Martini.
Salsomaggiore Terme è famosa in Italia e in Europa per la sua stazione termale. I celti e gli antichi Romani conoscevano già le sue acque salsobromoiodiche, ma le loro proprietà curative furono scoperte soltanto nel 1839 dal medico Lorenzo Berzieri. Proprio a lui è dedicata una delle stazioni termali della città, un vero capolavoro in stile liberty e déco realizzata tra il 1913 e il 1923 su progetto dall’architetto Ugo Giusti. L’edificio è caratterizzato da splendide decorazioni sia interne che esterne a motivi floreali o simili ad animali. Notiamo cenni di gusto orientale, in voga all’epoca, opera di Galileo Chini. L’edificio che ospita le Terme Berzieri non è l’unico. Grazie a grandi artisti come Alessandro Mazzucotelli, che nell’arco di pochi anni hanno diffuso elementi liberty in abbondanza, Salsomaggiore è una splendida cittadina, ricca anche di viali alberati, parchi e giardini. Il liberty si stava diffondendo in diversi centri termali europei, ma Salsomaggiore è riuscita comunque a conservare un aspetto peculiare. Tra le altre opere significative possiamo ammirare la gabbia del Pozzo Scotti, proprio davanti alle Terme Berzieri, la pensilina dell’ex Grand Hôtel des Thermes, il Grand Hotel Regina e l’ex Caffè Eden. In stile Art déco invece la stazione ferroviaria. Particolare anche la chiesa di San Vitale, riedificata in stile futurista. Molto prima dell’apertura delle attuali stazioni termali, però, le acque salsobromoiodiche o “acque salse” che sgorgano dai pozzi di Salsomaggiore con una concentrazione salina di quattro volte quella dell’acqua di mare, sono state utilizzate per estrarre il sale, ingrediente insostituibile per la conservazione delle carni. Un contribuito fondamentale per la produzione delle straordinarie tipicità locali, come il Prosciutto di Parma e gli altri pregiati salumi. Sosta per il camper in Via Gramsci, presso lo scalo merci ferroviario, con carico acqua e pozzetto di scarico.
L’Italia si distingue per la sua tradizione enogastronomica straordinaria, ricca ed eterogenea. Il parmense in particolare, però, ha fatto del mangiar bene il suo tratto distintivo, elevando il cibo a cultura. La zona vanta il più alto numero di tipicità d’eccellenza a marchio DOP e IGP. Ecco perché l’area tra l’Appennino Tosco-Emiliano e il corso del Po che comprende la provincia di Parma (ma anche quelle di Reggio Emilia e Modena) è chiamata Food Valley, cioè Valle del Cibo. Un riferimento all’americana Silicon Valley, che traina l’innovazione tecnologia grazie ai chip in silicio. Capitale della zona è Parma, eletta nel 2015 patrimonio dell’umanità Unesco come Città Creativa per l’Enogastronomia. In cima alla lista delle tipicità ci sono naturalmente il Prosciutto e il Parmigiano, esportati, invidiati e vanamente imitati nel mondo. L’aroma inconfondibile, il sapore delicato e il gusto unico del Prosciutto di Parma affondano le radici in epoca Romana. Già nel II secolo a.C., nel De Agri Coltura Catone ne delinea la tecnologia di produzione, identica all’attuale. Il processo di industrializzazione ne ha infatti mantenuto intatte le caratteristiche tradizionali, migliorando le condizioni igieniche. Il Parmigiano Reggiano, a differenza di altri latticini pregiati, non può essere prodotto con processi industriali, ma viene ancora lavorato solo dalle mani dei maestri casari, nella totale assenza di conservanti. Le sue origini risalgono alle grance, le avanzate aziende agrarie ecclesiastiche legate ai monasteri benedettini e cistercensi. Sembra che la traccia più antica sul Parmigiano per come lo conosciamo oggi risalga alla grancia cistercense di Frassinara, nel 1305. Dobbiamo ricordare poi il Salame di Felino e il Culatello di Zibello, la Coppa di Parma, il Cotechino e lo Zampone di Modena, la Spalla Cotta di San Secondo, i vini Lambrusco e Malvasia, l’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena e di Reggio Emilia, il Fungo porcino di Borgotaro e il Tartufo di Fragno.
Al Km 90 dell’autostrada A1, presso il casello di Fidenza, possiamo fermarci con il camper per una sosta all’insegna del gusto e del buon cibo. Qui, infatti, si apre una porta sulla Food Valley parmense, un vero e proprio presidio enogastronomico dell’emilianità. Si tratta della Ristobottega Emiliana KM90, un luogo innovativo che unisce vendita e somministrazione di prodotti, tradizione e innovazione. Nasce dall’idea e dall’esperienza del grande selezionatore e degustatore di prodotti d’eccellenza Silvano Romani, vero punto di riferimento nel settore delle tipicità e delle lavorazioni artigianali. La Ristobottega Emiliana KM90 comprende al piano terra un negozio, un bar e una degusteria per la sosta veloce. Qui possiamo acquistare o degustare i prodotti tipici selezionati da Silvano Romani: una vasta scelta tra taglieri di salumi, panini, carne alla griglia, primi e secondi tradizionali da abbinare a un buon calice di vino. Al primo piano troviamo invece un raffinato ristorante, per assaporare con più calma le ricette della migliore tradizione gastronomica emiliana e non solo, con menù alla carta a pranzo e a cena. La struttura rappresenta un laboratorio del gusto e una vetrina sulla Food Valley, la famosa “Valle del Cibo” dove si concentra il maggior numero di prodotti DOP e IGP, di biodiversità agricola e produttiva, di sapori e tradizioni alimentari italiane famose nel mondo.
A Soragna troviamo il Museo del Parmigiano Reggiano, allestito nella Corte Castellazzi della Rocca Meli-Lupi, all’interno di un casello dalla particolarissima pianta circolare risalente al 1848. La struttura è un ex caseificio di particolare pregio, anche grazie alle rifiniture e agli elementi decorativi. Nella sala circolare possiamo ammirare oltre centoventi oggetti tra strumenti e attrezzi impiegati nella lavorazione del Parmigiano Reggiano, risalenti al periodo a cavallo tra Ottocento e prima metà del Novecento, come l’antica caldaia in rame per la preparazione del formaggio. Ci sono anche aree dedicate alla produzione del burro e alla figura di San Lucio di Cavargna, protettore dei casari. Troviamo inoltre immagini, disegni e foto d’epoca che illustrano l’evoluzione delle tecniche di produzione del formaggio, dalla trasformazione del latte alla stagionatura fino alla fase della commercializzazione, sottolineando anche l’impegno del Consorzio del Parmigiano Reggiano a tutela della qualità. Nel locale sotterraneo dedicato alla salamoia possiamo scoprire la storia del Parmigiano dal XII secolo fino ai nostri giorni, i dettagli sulla filiera produttiva e la storia della grattugia. Il Parmigiano Reggiano è senza dubbio uno dei prodotti made in Italy più conosciuti e apprezzati nel mondo, ma anche invidiato e vanamente imitato. Il Museo riserva infatti anche un’area alle numerose imitazioni del Parmigiano nate all’estero. Negli altri ambienti rustici della Corte Castellazzi, annessi al locale principale del museo, troviamo inoltre un’esposizione di attrezzi e oggetti quotidiani della civiltà contadina sul tema dell’alimentazione e un negozio dove possiamo acquistare e gustare il Parmigiano Reggiano, oltre a kit di degustazione, pubblicazioni e oggetti da cucina a tema. Ingresso dal percorso pedonale di Viale dei Mille. Il Museo ha un parcheggio accessibile ai camper.
San Secondo Parmense

San Secondo Parmense

2021-09-03--:--

Il borgo di San Secondo Parmense ha origini antichissime. È citato infatti già nell’anno 984 come uno dei possedimenti del Capitolo della Cattedrale di Parma. Nel 1365 il vescovo Ugolino Rossi lo cedette al nipote Giacomo, la cui lunga dinastia rimase a governare il luogo fino al 1817. La struttura dell’abitato si sviluppa intorno alla Rocca dei Rossi, costruita intorno al 1413 come bastione difensivo e poi trasformata in una splendida residenza nobiliare. Nel piano nobile, perfettamente conservato, possiamo ancora ammirare più di venti sale splendidamente affrescate, per esaltare in particolare le gesta della famiglia Rossi. Di particolare interesse le sale delle Gesta Rossiane, dell’Asino d’Oro, della Giustizia e delle favole di Esopo. La pieve dell’VIII secolo dedicata a San Secondo d’Asti che ha dato nome al borgo non esiste più, in compenso possiamo ammirare diverse architetture religiose, come la chiesa di San Giorgio Martire, quelle di Sant’Andrea Apostolo e di San Pietro (citate già nel 1230), la chiesa dell’Annunciazione di Maria Vergine (del XIV secolo, oggi sconsacrata), gli oratori del Riscatto e della Beata Vergine del Serraglio, la Pieve di San Genesio (del IX secolo) e la chiesa della Beata Vergine Annunciata, edificata per volere di Pier Maria II de' Rossi nel XV secolo. Come tanti borghi della bassa parmense, San Secondo è dedito all’agricoltura, all’allevamento e alla produzione di salumi. I prodotti di punta sono il vino Fortanina, ricavato da un antico vitigno autoctono, e soprattutto la famosa Spalla di San Secondo, realizzata sia cotta che cruda dalla parte superiore della zampa anteriore dei suini. Citata già nel 1170, è uno dei salumi più antichi del parmense. Da non perdere infine una visita al Museo Agorà d’Arte Olearia Orsi-Coppini, che propone un percorso dedicato all’olivo e all’olio. Per la sosta in camper c’è l’area in Via Raffaello, vicino agli impianti sportivi.
La Rocca dei Rossi

La Rocca dei Rossi

2021-09-03--:--

A San Secondo Parmense possiamo visitare la splendida Rocca dei Rossi. Costruita intorno al 1413 da Pier Maria I de’ Rossi per difesa, fu il bastione principale dal quale il casato amministrava i propri feudi. In seguito, il figlio Pier Maria II vi stabilì anche la residenza dei conti. Diversi anni e battaglie più tardi, la Rocca fu trasformata in uno sfarzoso palazzo residenziale, soprattutto grazie ai mecenati Troilo I, Pier Maria III e Troilo II, che chiamarono a decorare gli interni artisti come Bertoja, Samacchini, Procaccini e Baglione. Questi realizzarono nelle sale del piano nobile un imponente ciclo di affreschi a tema profano su miti e favole e sulla storia del casato. Nel corso dell’Ottocento la Rocca subì ingenti quanto inspiegabili demolizioni che riguardarono perfino le tombe dei Rossi. Per fortuna, però, possiamo ancora ammirare le sale più antiche e di maggior pregio. A partire dalla Sala delle Gesta Rossiane, il grande salone di rappresentanza del casato con ben 1.200 metri quadrati di affreschi sul soffitto e sulle pareti, raffiguranti tredici imprese della famiglia Rossi. Notevole anche la Sala dell’Asino d’Oro, con splendidi affreschi in diciassette riquadri sull’omonimo racconto di Apuleio. Nella Sala dei Cesari, dove sono rappresentati otto imperatori, possiamo ammirare pregevoli stucchi. La Galleria di Esopo riporta allegorie che si riferiscono alle lotte contro papa Paolo III, ben riconoscibile. Altri racconti di Esopo sono rappresentati nella Sala delle Favole. Tra le sale di rappresentanza troviamo quella di Bellerofonte all’ingresso, la Sala di Adone (che raffigura gli antenati illustri della famiglia) e quella affrescata con il mito della caduta dei Giganti che avevano osato sfidare Giove. Anche salottini più piccoli sono decorati con storie e allegorie: la Sala di Momo, della Giustizia, del Lupo, degli Atleti, della Cena e di Mercurio. Possiamo fermarci col camper nell’area di sosta in Via Raffaello, vicino agli impianti sportivi.
A venti chilometri da Parma e a dieci chilometri dal tracciato della Via Francigena troviamo Fontanellato, un gioiello incastonato tra i torrenti Taro e Stirone, nel paesaggio bagnato dal Po e narrato da Giovannino Guareschi nella saga di Don Camillo. Il legame con l’acqua è suggerito già dal nome latino Fontana Lata, cioè fontana larga, a indicare le sorgenti naturali che prima furono sfruttate nel fossato a difesa del castello, poi per alimentare canali agricoli e mulini. E anche la rocca che si erge nel bel mezzo del centro storico è abbracciata da un fossato ancora ricolmo d’acqua come nel Seicento: una rarità tra i manieri italiani. La visita non può che partire proprio dalla Rocca Sanvitale, abitata per quasi seicento anni dall’omonima famiglia fino al 1948 quando Giovanni, l’ultimo conte, la vendette al Comune che la trasformò in un museo. Saliti sulla torretta angolare per visitare la camera ottica, ci aspetta una magia: i raggi del sole vengono filtrati attraverso un gioco di prismi che proiettano l’immagine rovesciata della piazza su due schermi concavi. È ancora intatto l’appartamento dei conti con i mobili originali e la galleria che raccoglie gli affreschi e le tele di Felice Boselli. L’eleganza del ciclo di affreschi sul soffitto, che racconta il mito di Diana e Atteone narrato nel libro terzo delle Metamorfosi di Ovidio, ci dice che siamo arrivati nella sala più importante dell’edificio: quella magistralmente decorata tra il 1523 e il 1524 da Francesco Mazzola, detto il Parmigianino. Usciti dalla rocca ci ritroviamo in Piazza Matteotti, che si caratterizza per la pavimentazione a ciottoli che si prolunga per tutto il centro storico. Per la sosta in camper c’è l’area attrezzata a pagamento in Via XXIV Maggio, presso il parcheggio adiacente alla linea alta velocità.
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