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Il Punto della Settimana
Il Punto della Settimana
Author: Giornale Radio
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In un opuscolo sul pensiero di Ali Khamenei, assai diffuso tra i militanti di Hezbollah, veniva chiarito che il dovere di un vero jihadista è quello di dedicare la propria esistenza alla guerra santa, fino alla vittoria o al martirio. Tra i concetti espressi dal manuale del perfetto sciita, ne compaiono alcuni sui quali non solo chi si riconosce negli ideali del marxismo internazionalista, ma anche ogni prudente riformista potrebbe tranquillamente concordare: si parla, infatti, di abolizione della povertà – magari non quella giocondamente illusoria, annunciata dal reddito di cittadinanza – di aiuto ai diseredati ovunque essi si trovino e, quindi, dell’instaurazione di una giustizia sociale a livello mondiale. Il tutto da realizzarsi, ovviamente, sulle ceneri del comunismo ateo ed in vista della ormai prossima estinzione del capitalismo laico e liberista.
Tutti i rivoluzionari sono sempre stati sorretti nelle loro aspettative da convincimenti ideologici o religiosi che per essi assumevano la consistenza di una verità (o di una profezia) ineluttabile: ed anche la rivoluzione sciita – come tutte quelle che si rispettino – affonda le sue radici in dogmi ed certezze che però, nel suo caso specifico, risalgono ad una tradizione molto lontana dal nostro tempo. Infatti, nella visione degli ayatollah, esiste nella storia universale un punto di svolta ben preciso: ed è quello rappresentato dal momento in cui, nell’anno 632, dopo la morte di Maometto, la fede islamica si scinde nei suoi due fondamentali filoni del Sunnismo e dello Sciismo. Da allora, la missione primaria degli sciiti diventa quella di combattere le forze dei governanti sunniti, liberando dalla loro custodia usurpatrice le città sante della Mecca e di Medina per portarle - come si legge nel testo caro a Hezbollah - “sotto la bandiera del Dodicesimo Imam, il Mahdi”, il quale “combatterà contro gli ebrei e contro i pagani”.
Già, ma a che cosa si ispirano ancora oggi i credenti sciiti quando, evocando la figura del Mahdi, chiamano in causa – da ormai quasi mille e duecento anni - un personaggio misterioso che, nell’873, si sarebbe occultato, rimanendo, comunque, sempre in vita per volontà di Allah? Per noi non è facile comprenderlo. Il Mahdi si dice ricompaia ancora oggi, all’improvviso ed in casi straordinari, per guidare i buoni fedeli che invocano il suo aiuto, in attesa di tornare – allora, invece, visibile a tutti - soltanto alla fine dei tempi, quando cioè sarà chiamato a combattere contro il Daijal: ossia, contro l’incarnazione del Male.
Che dire, ci sembra, dunque, piuttosto improbabile che - soprattutto alla luce di certe premesse fideistiche - le diplomazie europee o americane, così abituate ad inquadrare i problemi usando criteri laici e pragmatici, riescano davvero, in qualche modo, a sintonizzarsi (ammesso e non concesso che sia possibile) sulle onde di una frequenza religiosa e politica che, da sempre, si fonda, essenzialmente, su elementi metafisici e apocalittici. Se pensiamo poi al duo Witkoff – Kushner, allora siamo proprio mal presi...
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È bene che tutti in Europa si rendano conto del fatto che quell’equilibrio strategico che, per ottant’anni, l’impegno militare americano aveva garantito nel nostro Vecchio Continente, è destinato ad una – speriamo non troppo rapida e traumatica – archiviazione
Intendiamoci, non che ad ispirare la politica estera statunitense del Dopo Guerra fosse stato un particolare slancio di altruismo nei nostri confronti, poiché ad indirizzarla saranno certamente stati ben altri interessi di sicurezza politico-economica. Quelli che, ad esempio, miravano a contenere la minaccia allora costituita dalla presenza, sullo scenario globale, del grande avversario di quei decenni: ossia, dell’Unione Sovietica. Ruolo da protagonista che però, oggi, l’orso russo ha ormai ampiamente ceduto al drago cinese, inducendo, quindi, le ultime Amministrazioni di Washington a concentrare le proprie forze essenzialmente sull’area pacifica. Una scelta, questa, che – come del resto era inevitabile – ha poi finito per ripercuotersi, in maniera negativa, proprio sull’affidabilità di quella NATO che, in Europa, ci eravamo comodamente abituati a considerare come il principale elemento di deterrenza nei confronti dei sogni neo imperiali del rinnovato espansionismo russo.
E considerato che i Paesi europei – almeno per il momento – non paiono ancora in grado di allestire un’efficace difesa comune, se ne deduce che sarà, quindi, necessario cercare di fare in modo che la NATO stessa - sebbene con una partecipazione americana ridotta rispetto a quella del passato - sappia, comunque, adattarsi alla nuova situazione, conservando egualmente una certa credibilità militare.
Pertanto, il nostro futuro dipenderà - specialmente negli anni più immediati a venire - proprio dalla capacità che l’Europa avrà nel mantenere legami sufficientemente saldi con gli Stati Uniti, a prescindere da chi - Trump o non Trump - potrà occupare o meno lo Studio Ovale della Casa Bianca. Questo per dire che, a nostro parere, il pensare oggi ad un’Europa in totale autonomia dagli Usa rappresenta davvero una pericolosissima illusione.
L’Unione Europea, per lungo tempo, si è colpevolmente cullata nell’idea (o, forse, anche nella presunzione) che, per contare qualcosa, le bastasse enunciare i suoi sacrosanti valori di libertà individuali e collettive o di rispetto del diritto internazionale, sorvolando però sui drammatici sconvolgimenti che, nel frattempo, stavano, invece, modificando profondamente il contesto globale. Un contesto nel quale però, quegli stessi valori - se non adeguatamente supportati anche a livello militare – sembrano, purtroppo, destinati ad assumere la stessa autorevolezza che hanno le parole quando si perdono nel vento.
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L’intervento straordinario – la prima volta in 11 anni di mandato – del presidente Mattarella ad un plenum del Consiglio Superiore della Magistratura ci è parso ampiamente condivisibile, nel ribadire che il Consiglio stesso è un’istituzione della Repubblica, in merito alla quale sono certamente legittime alcune critiche sul come è stato gestito nel corso degli anni, ma che comunque – proprio per la sua natura di organo di rilievo costituzionale - non deve neanche lontanamente essere sfiorato dallo scontro politico oggi in atto sul referendum.
Altra cosa è, invece, l’Associazione Nazionale Magistrati che, infatti, al momento pare agire come una vera e propria forza politica, strenuamente impegnata sul fronte del NO alla riforma Nordio: anche a costo di portare lo scontro con i sostenitori del SI su un terreno che, francamente, ci sembra piuttosto lontano dalle ragioni tecniche e culturali che, inizialmente, si sperava potessero caratterizzare la disputa referendaria.
Ricordiamo che alla base della riforma di cui si dovrebbe discutere serenamente, sono presenti ragioni storiche ben precise, che riguardano le conseguenze della trasformazione del nostro sistema processuale da inquisitorio a sistema misto a tendenza accusatoria: trasformazione impostata, fin dal 1989, da un signore che, oltre ad avere organizzato la fuga di Sandro Pertini e di Giuseppe Saragat dal carcere di Regina Coeli, ebbe poi anche modo di prendere dimestichezza con gli attrezzi con i quali il colonnello Herbert Kappler era solito divertirsi nella funesta palazzina di via Tasso. E stiamo parlando del professor Giuliano Vassalli, prestigioso militante socialista e, quindi, sicuramente ben distante da ogni ombra di collusione con oscuri disegni di natura anti democratica. Del resto, il principio della separazione delle carriere era stato introdotto ed approvato anche dalla Commissione Bilaterale (poi naufragata) di riforme istituzionali creata nel 1996 e presieduta da quel “bieco reazionario” di Massimo D’Alema... Pertanto, se alcune forze conservatrici, in seno alla politica ed alla magistratura, non avessero sempre e sistematicamente remato contro, oggi la riforma su cui saremo, a breve, chiamati a pronunciarci, sarebbe già stata realizzata da molto tempo ed avrebbe comportato - come logica conseguenza del passaggio al rito accusatorio - anche la pressoché inevitabile costituzione di due CSM ben distinti.
Vorremmo, dunque, davvero tanto che il monito del Presidente della Repubblica venisse fatto proprio da tutte le parti in causa, riportandole così al confronto sul merito: in modo tale che gli Italiani potessero finalmente decidere liberamente se, sul tema della giustizia, preferiscano seguire, la strada indicata da tutte le altre maggiori democrazie europee, oppure se, al contrario, si sentano maggiormente a loro agio standosene in allegra compagnia con Turchia, Egitto, Russia, Cina, Iraq, Pakistan o Venezuela.
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Ci viene il dubbio che quanto è avvenuto recentemente nell’ambito del Centro Destra abbia un’origine che, forse, sarebbe sarebbe sbagliato ridurre a semplice incompatibilità politica (o, peggio ancora, personale) tra il generale Roberto Vannacci ed il leader della Lega, Matteo Salvini.
Vi proponiamo, pertanto, di accompagnarci indietro nel tempo anche di soli quattro anni, per tornare al momento in cui, alla vigilia dell’attacco all’Ucraina, sia Meloni che il già citato Salvini non nascondono affatto il loro apprezzamento per la figura di Putin. Anzi, il secondo dei due, in una foto scattata a Mosca, mostra persino, orgogliosamente, una maglietta riproducente il volto del piccolo zar.
Ad un certo punto però, qualcosa cambia quando Meloni – pur rappresentando l’unica opposizione al governo Draghi – si allontana decisamente da ogni forma di vicinanza al putinismo ed inizia un percorso – per noi sorprendente, ma certamente apprezzabile – verso un europeismo pragmatico (che, in tempi brevi, supera anche le non poche diffidenze in precedenza covate in alcune capitali europee) e verso un atlantismo molto più marcato che, non a caso, la porterà prima a ricevere il bacio in fronte da nonno Biden che la coccola come una nipotina e poi a stabilire quello che, probabilmente, è davvero un rapporto privilegiato con l’Amministrazione Trump. Pertanto, le pedine vere sulle quali, a torto o a ragione, il Cremlino può pensare di poter fare oggi affidamento in Italia restano Salvini e Conte. Anche se poi, in quanto a risultati concreti, il segretario della Lega ne fornisce ben pochi, visto che, in definitiva, finisce sempre per votare tutti quei provvedimenti sull’Ucraina che gli vengono, sostanzialmente, fatti ingoiare dai suoi alleati di Governo. Ecco che allora, stando così le cose, ai Russi – ma, sia chiaro, sono soltanto nostre supposizioni – potrebbe essere venuto in mente di andare a giocarsi la carta di un uomo che avevano sicuramente già conosciuto bene quando era addetto militare alla nostra ambasciata a Mosca e che ultimamente – grazie soprattutto ad un’accanita campagna di demonizzazione condotta nei confronti di un suo irrilevante libercolo – sembra avere raggiunto un certo grado di popolarità: specialmente tra quelle frange di estrema Destra che non hanno mai accettato la Svolta di Fiuggi. E Vannacci – a prescindere da come abbiano poi, comicamente, votato i suoi tre parlamentari alla loro prima uscita su una questione che riguardava proprio il conflitto tanto caro a Putin – è uno che non perde occasione per ribadire che, a suo giudizio, Zelensky sta semplicemente portando il suo Paese al suicidio.
Di conseguenza – ragioneremmo noi se fossimo in Putin – se, alla fine, quel gruzzoletto di voti raccolti dal nuovo partito vannacciano dovesse favorire un’affermazione del Campo Largo sullo schieramento meloniano, non sarebbe poi neanche tanto male... Meglio, infatti, avere a che fare con quella confusa aggregazione in cui albergano le più svariate componenti neutraliste, ingenuo – pacifiste e, comunque, ideologicamente anti occidentali, piuttosto che con l’ormai più che collaudata diffidenza di Mattarella, Meloni o Crosetto…
E a dire il vero, siamo anche portati a pensare che l’operazione Vannacci sia da inquadrarsi in un disegno più ampio, che magari comprenda anche il coinvolgimento di tanti apparenti “utili idioti” che stanno mettendo a dura prova l’ordine pubblico nel nostro Paese. Già, perché se poi tanto “idioti” non lo fossero affatto? Sarà proprio vero, ad esempio, che i black bloc arrivano da Marte e non rientrano, invece, nel contesto di un ben preciso progetto di destabilizzazione che – chissà come mai - su tutto il territorio nazionale, riesce sempre a riproporceli, senza che i loro spostamenti, incontrino ostacoli di alcun genere?
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Il fatto che i nomi di molti dei dimostranti violenti che, per l’ennesima volta, hanno messo a soqquadro una città, siano da tempo noti alle forze dell’ordine e non siano stati preventivamente fermati, induce non pochi osservatori a parlare di incompetenza (se non addirittura di complicità) da parte di alcune istituzioni e formazioni politiche che guidano attualmente il Paese. In altre parole, qualcuno insinua che, se si lascia libertà di agire impunemente agli antagonisti di turno, allora diventa anche lecito ipotizzare che, dietro a questa presunta inefficienza, ci sia, in realtà, un ben preciso disegno liberticida, da parte di un Esecutivo intenzionato a sfruttare le intemperanze di qualche “utile idiota” per poter imporre una svolta autoritaria. Una svolta che comporti, quindi, un controllo di tipo orwelliano sui diritti dei cittadini e sull’autonomia della magistratura, nel quadro di una nostalgica estensione dei poteri di Palazzo Chigi.
Tutte argomentazioni che però - rievocando in qualche modo i maledetti tempi andati della “strategia della tensione” – tendono, comunque, ad ignorare il fatto che quanto è avvenuto a Torino sabato scorso, più che il pretesto tanto atteso (e magari anche provocato) dal duo Meloni / Piantedosi per dare il via ad una fase di repressione reazionaria, ha rappresentato, invece, la ormai classica conclusione di una lunga serie di manifestazioni che non sembrano soddisfare abbastanza se non finiscono con violenze, aggressioni e devastazioni urbane.
D’altra parte, sono stati gli stessi antagonisti ad esprimere, nel comunicato del giorno dopo, la loro più piena soddisfazione per l’esito della bravata, il cui obbiettivo dichiarato era proprio quello di portare la guerriglia nel centro di Torino...Ed a confermare il tutto, è comparsa pure una scritta su un muro del Palazzo Nuovo dell’Università, che auspicava “più sbirri morti, più orfani, più vedove”.
Atti e parole senz’altro esecrabili – commentano dal Campo Largo – ma che, tuttavia, non possono e non devono assolutamente mettere in discussione la possibilità di organizzare cortei pacifici: se poi si infiltra qualche provocatore, il problema riguarda essenzialmente il ministero degli Interni, cui spetta, infatti, la prevenzione degli incidenti. Già, ma in che cosa dovrebbe mai consistere questa davvero problematica prevenzione? Forse nel vietare lo svolgimento di manifestazioni a chi delle ordinanze della prefettura o della questura ha sempre dato prova di infischiarsene beatamente?…Oppure nel dare concretezza alle recentissime disposizioni di quello che rischia di risultare il terzo ed inutile Decreto sulla Sicurezza di questa legislatura?
Noi, pervasi come siamo da una imbarazzante sensazione di disagio e di impotenza, possiamo solo ricordare che la famosa Legge Reale del 1975 non impedì certamente il verificarsi della strage di via Fani e nemmeno di quella della stazione di Bologna…
Per ora non ci resta, quindi, che sperare nel fatto che i movimenti eversivi non siano alla ricerca del morto...Ed a questo proposito, ci sentiamo di sottolineare fermamente che, se un esito così drammatico – diversamente da quanto capitato in altri Paesi europei – da noi non si è più verificato dal luglio del 2001, il merito va attribuito soprattutto alla prudenza ed all’esemplare professionalità delle nostre forze dell’ordine.
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Il tema del povero infermiere di Minneapolis, immobilizzato e poi crivellato di colpi in mezzo alla strada, con il pretesto – poi smentito da numerosi video - che impugnasse una pistola contro gli agenti dell’ICE, ha animato il dibattito politico nostrano in una misura che, nell’ambito del centro- destra, a noi è parsa lacunosa.
La vittima una pistola l’aveva effettivamente con sé: solo che non la teneva in mano, ma nel suo zaino, come lo fanno tanti altri cittadini statunitensi...Una cosa che, per fortuna, in Europa pare inaccettabile, ma che in America è, invece, purtroppo considerata nell’ordine naturale delle cose e, quindi, di conseguenza come un fatto certamente non sanzionabile: tanto meno con la pena di morte...
Non possiamo, infatti, giudicare quello che è avvenuto a Minneapolis – oltre tutto per la seconda volta in pochissimi giorni – diversamente da un chiaro esempio di esecuzione sommaria, effettuata da una milizia che si sente, evidentemente, autorizzata ad uccidere impunemente chiunque: persino un normale cittadino statunitense, autoctono, bianco e senza precedenti penali di alcun genere. Così come era stato, la settimana precedente, anche per la donna freddata senza pietà e colpevole solamente di essersi trovata al volante della sua auto mentre era in corso di svolgimento una manifestazione di protesta.
L’indignazione per questi episodi - suscitata anche all’interno del Partito Repubblicano - ha indotto, nelle ultime ore, l’Amministrazione Trump a smussare un tantino gli angoli del suo brutale approccio iniziale al problema dell’immigrazione irregolare: tuttavia, resta indiscutibile il fatto che la prima reazione della Casa Bianca agli eventi di Minneapolis era stata quella di descrivere le vittime come dei fanatici e pericolosissimi aggressori.
La deriva di questa seconda Amministrazione Trump, che assomiglia sempre meno alla prima, appare, quindi, in tutta la sua allarmante evidenza a chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale per riconoscerla. Spiace, pertanto, dover constatare le difficoltà che, in Italia, certe forze politiche incontrano nel prendere apertamente le distanze da eccessi che stanno ormai segnando un solco quasi invalicabile tra i modelli istituzionali e sociali che – guarda caso, anche grazie all’aiuto degli Stati Uniti – avevamo saputo costruire nel Dopo Guerra e quel caotico mix di fandonie e di prevaricazioni che rischia adesso di affermarsi stabilmente Oltreoceano. In altre parole, ci pare che, pur restando assolutamente lontani da quel campo che il sociologo Luca Ricolfi definisce come il “follemente corretto” (e che – a nostro avviso – con il suo velleitario estremismo ideologico ha poi finito per favorire proprio la rielezione di Trump), sia comunque egualmente possibile
smettere di giustificare, acriticamente, tutto quello che si decide a Washington, senza per questo doversi sentire, per forza e colpevolmente, schierati dalla parte di Maduro o di Xi Jinping.
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Confessiamo di avere incontrato, come al solito, non poche difficoltà nel seguire il filo logico che ha ispirato Donald Trump nel discorso tenuto dinanzi alla platea di Davos. Dalla ormai tradizionale (e davvero fastidiosa) insistenza auto celebrativa, alla strafottenza con cui viene trattato chiunque osi obiettare qualche cosa – dare dello stupido in diretta mondiale a chi governa la Banca Centrale del proprio Paese ci pare proprio un fatto incredibile – un messaggio piuttosto chiaro ci sembra, comunque, di averlo recepito. Il presidente americano è apparso, infatti, molto sincero nel momento in cui, facendosi finalmente serio, ci ha spiegato che “Potete dire sì e saremo molto riconoscenti. Oppure potete dire no, e ce ne ricorderemo”. Queste parole che – non dimentichiamolo – erano rivolte non a degli acerrimi nemici, ma agli storici alleati della NATO, ci hanno confermato – se mai ve ne fosse ancora stato bisogno – quale sia la concezione del potere che guida oggi le scelte della Casa Bianca... Notiamo, infatti, che, rispetto anche ad un recentissimo passato, non si fa neppure più finta di agire nel rispetto di un interesse strategico comune: no, non c’è più alcuno spazio per negoziati e confronti costruttivi, perché i giochi sono profondamente cambiati e, di conseguenza, l’unica regola che adesso vale è quella che pretende fedeltà ed appiattimento assoluti al cospetto di questa specie di imitazione (venuta male) del Marchese del Grillo, il quale – come forse ricorderete – considerava se stesso in un certo modo e tutti gli altri meno di un “c”...
L’Occidente liberale ha dato vita, nel corso dei secoli, ad un sistema fondato sul presupposto che il potere derivi dal consenso e non dalla prevaricazione e che debbano, comunque, sempre sussistere anche dei limiti procedurali – i cosiddetti “pesi e contrappesi” – in grado di limitare qualsiasi pretesa di tipo egemonico. Questo sistema, venutosi a trovare a contatto – specialmente col nuovo Millennio e nell’Unione europea - con problemi di natura economica ed ambientale che ingenuamente erano stati sottovalutati dalle nostre élite liberal democratiche, ha purtroppo cominciato a denotare sintomi di inefficienza e di inadeguatezza burocratica. Sintomi tali da poter creare un terreno fertile per chi certi vincoli istituzionali e morali è abituato, da sempre, ad ignorarli e a disprezzarli: quasi fossero intralci anacronistici che si oppongono alla vitalistica volontà di agire e di prevalere dell’autocrate di turno. E così che il povero Jerome Powell - oltre agli insulti quasi quotidiani – si trova ora in procinto di dover pagare persino a livello penale la sua indisponibilità ad assecondare quella gestione dei tassi di interesse che tanto sarebbe piaciuta al bizzoso e vendicativo tycoon.
Il dopo Davos ci consegna, dunque, un’America che non discute, ma che esige. Trump non si pone, infatti, il problema di rispettare norme che gli risultano sgradite, perché effettivamente, per lui, è molto più agevole bypassarle, dichiarandole inutili e antiquate...e se a qualcuno la cosa non piace, deve farsene una ragione…
Temiamo fortemente l’avvento di un nuovo ordine mondiale in cui il diritto internazionale sarà soppiantato dalla legge del “raffa raffa”, in cui “se voglio la Groenlandia me la prendo e basta” ed in cui “il Donbass e mio perché lo dico io”...D’altra parte, anche fenomeni come la crescita dell’astensionismo elettorale sembrano riflettere la stanchezza e l’incertezza di una società che non ha più voglia di affrontare situazioni complesse, ma chiede invece, essenzialmente, delle semplificazioni, mostrandosi pronta a delegare l’onere di decidere anche al primo che capita, purché le faccia credere di saperlo fare meglio di chiunque altro.
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Dall’osservazione del gruppo di persone abbastanza striminzito che si è riunito dinanzi al Campidoglio per inscenare una farsa di unità sulla politica internazionale tra le forze che compongono il cosiddetto Campo Largo, se ne ricava la delusa consapevolezza di come continuino a rimanere piuttosto vuote le piazze italiane, ogni volta che si tratterebbe di chiamare in causa certi scomodi “compagni di strada” che se ne infischiano beatamente dei diritti umani. Nemmeno le drammatiche immagini relative alla criminale repressione che è in atto nella repubblica islamica sono, infatti, riuscite a fare breccia nel cuore delle tante anime gentili che, quando si tratta di flottiglie sono subito pronte a farsi in quattro per solidarizzare, ma quando si parla, invece, di bambini ucraini sottratti alle loro famiglie o di donne assassinate per un centimetro in più o in meno di copertura del velo, preferiscono osservare un ipocrita e rigoroso silenzio. Forse perché anche in Italia – come già avvenuto, da qualche anno, nella Francia di Melenchon – è ormai presente, non solo nella Sinistra più estrema, ma purtroppo anche in quella tradizionale, una parte consistente che guarda con favore verso il movimentismo islamista, inteso – probabilmente - come punto di approdo per vecchie ragioni ideologiche e politiche rimaste impantanate nel secolo scorso, ma che oggi sperano di poter trarre nuova linfa vitale da una sorta di rinnovato terzomondismo, che manda in pensione Castro e Che Guevara per affidarsi a Hezbollah e ad Ali Khamenei. Ed a questo proposito, non ricordiamo l’espressione di alcun cenno di condanna, da parte ad esempio dell’ANPI o della CGIL, nei riguardi dei tanti episodi di vero e proprio “squadrismo” che si sono verificati in Italia a danno di chi, negli ultimi due anni, ha cercato di manifestare liberamente - nelle scuole o nelle università - il proprio pensiero sulla realtà mediorientale oppure (fatto degno di una condanna al rogo) ha persino osato presentare un libro non propriamente in linea con la vulgata gradita alle nostrane formazioni pro – pal. Chiedere, per informazioni più dettagliate, ai giornalisti Molinari e Parenzo...
Spiace davvero a chi è figlio di partigiani e di formazione socialista osservare come oggi il maggiore Sindacato italiano stia prendendo così profondamente le distanze da quel riformismo che tanto aveva contribuito sia alla crescita economica del nostro Paese, che al superamento degli “anni di piombo”. Spiace davvero sentire l’erede di Luciano Lama parlare di Maduro come di un “presidente eletto dal popolo”.
Per non dire dell’ANPI, la quale - già da ben prima del 7 Ottobre - aveva (a nostro avviso inspiegabilmente) cominciato a coinvolgere le associazioni palestinesi nelle manifestazioni celebrative del 25 Aprile: e diciamo “inspiegabilmente”, per il travisamento degli eventi storici che la cosa comporta: dal momento che, effettivamente, anche i Palestinesi parteciparono alla Seconda Guerra Mondiale...solo che lo fecero dalla parte di Hitler...Gli ebrei che, invece, avrebbero ampiamente titolo – e forse più di ogni altro – per sfilare nei cortei della Liberazione, se non si sono ancora stancati di farlo, lo fanno, comunque, a proprio rischio e pericolo, esponendosi agli insulti ed agli sputi (quando va loro bene) oppure alle minacce da parte di chi della Resistenza mostra di avere capito quasi niente.
Tempi difficili, quindi, per le minoranze riformiste e garantiste che pure ancora, timidamente, militano in un Campo Largo, la cui trazione appare però, sempre più confusamente orientata verso uno sbocco politico pericolosamente radicalizzato.
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Ad ormai un anno dall’avvenuto insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, sono probabilmente in pochi ad aver compreso, fino in fondo, quale sia realmente la linea politica che, in questi dodici mesi, ha guidato, in maniera spesso ondivaga, le scelte dell’uomo più potente del Pianeta. E’, forse, quella ispirata alla confusa dottrina MAGA, enunciata durante la campagna elettorale e capace di rivitalizzare la vecchia anima isolazionista degli Usa, rimasta a lungo assopita dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma pur sempre ancora ben radicata nel sentire di un’America profonda, di cui il vice presidente J.D. Vance è, probabilmente, l’esponente più emblematico? Oppure è quella che, quando è il caso, non si fa poi troppi problemi ad inviare bombardieri in Iran o in Nigeria per “rimettere le cose a posto”? E’ quella che, sciaguratamente, è parsa più volte disposta ad abbandonare l’Ucraina ad un infausto destino nelle mani dell’ amico Putin o è quella che, improvvisamente, non lo considera più tale e gli sequestra le petroliere clandestine, così indispensabili al Cremlino se vuole continuare a finanziare la sua aggressione all’Ucraina, senza proprio finire alla canna del gas?
L’impressione generale che adesso sta facendosi prepotentemente spazio - anche alla luce di certi successi militari e di altrettante esternazioni pubbliche - è quella che, quando il Tycoon si vanta di avere ripescato dagli archivi del primo Ottocento la Dottrina Monroe (da lui, non a caso, ridefinita “Dottrina Donroe”), non stia affatto scherzando. Si direbbe, infatti, che abbia invece ben stampato nella sua mente il proposito di dare “l’America ai nord americani”, facendo dell’intero Continente una sorta di giardino di casa.
E dinanzi a certe recenti scosse telluriche, talmente potenti da sconvolgere ottant’anni di equilibri e diplomazie mondiali, paiono abbastanza bizzarre le rimostranze dei Russi, che accusano gli Americani di uso illegittimo della forza per avere sequestrato, dopo due settimane di inseguimento, una loro petroliera. Stentano evidentemente a capire che per Washington il petrolio venezuelano è ritornato ad essere una cosa seria e che, d’ora in poi, anche Russia e Cina ne dovranno amaramente prendere atto.
Quanto all’Europa, in presenza di uno scenario globale in così rapida mutazione, possiamo dire che, dopo un iniziale balbettio timido e disorientato, il Vecchio Continente una prima risposta ha, comunque, cominciato a darla, prendendo la decisione di riarmarsi autonomamente sia per fronteggiare il neo-imperialismo di Putin, che per acquisire una propria autonomia strategica nei confronti di quegli Stati Uniti dai quali non si sa più cosa aspettarsi...E si tratta, tra l’altro, di una
risposta resa, ultimamente, ancora più urgente dalle rivendicazioni che Trump ha avanzato nei riguardi della Groenlandia, da lui probabilmente intesa addirittura come la 51esima stella della “Stars and Stripes”. Una malaugurata eventualità, quest’ultima, che – se poi fosse realizzata “manu militari” - porterebbe, quasi inevitabilmente, ad una gravissima crisi transatlantica, che, di fatto, sancirebbe la fine della NATO.
Le acque in cui l’Unione europea si vede oggi costretta a navigare non sono, dunque, certamente, tra le più calme ed rassicuranti, ma la espongono, invece, ad una tipologia di tempesta di cui, da diversi decenni, aveva ormai perduto persino la memoria. Di conseguenza, il dilemma esistenziale che, al momento, tutte le cancellerie continentali si stanno ansiosamente ponendo, è quello legato al fatto se davvero ci si possa permettere di fare a meno degli Stati Uniti, rassegnandosi magari pure all’idea di non averli più come imprescindibili alleati.
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Francamente, tra le tante dipartite che hanno segnato l’anno che ci siamo appena lasciati alle spalle, ad amareggiarci maggiormente è stata quella – anche a costo di apparire irriguardosi – di Brigitte Bardot, la donna più bella di sempre.
La ragazzina irrefrenabile che “fulmina” letteralmente il mondo, esordendo, nel 1956, sotto la regia di Roger Vadim nel film “E Dio creò la donna” – nel quale, tra l’altro, appare distesa al sole completamente svestita – diventa immediatamente un mito globale irraggiungibile, inimitabile e tale da incarnare un modello di femminilità destinato ad andare ben oltre i confini del pianeta cinema. Brigitte seduce, infatti, in maniera naturale, selvaggia e provocante (ma al tempo stesso quasi ingenuo), affascinando l’immaginario collettivo dell’epoca. Quel suo muoversi con la grazia di una ballerina, indossando i vestiti più semplici – che però su di lei hanno un effetto devastante – fa subito della ragazza parigina uno spontaneo e, forse, inconsapevole simbolo rivoluzionario di libertà al femminile.
B.B. rappresenta, quindi, fin dall’epoca del suo esordio, un nuovo tipo di icona cinematografica, che ben poco ha a che vedere con il modo di porsi e di essere delle altre dive degli Anni 50 e 60, in gran parte costruite, nei minimi dettagli, negli Studios hollywoodiani. Nessun’altra come lei riuscirà, infatti, a creare una così travolgente energia femminile, limitandosi ad un filo di trucco o a camicie e jeans presi un po’ a caso, ma capaci, comunque, di esaltare la sua bellezza disarmante.
Irrequieta e talvolta capricciosa, nonostante lo straordinario successo raccolto in vent’anni passati da un set all’altro, la Bardot avrà sempre un rapporto contrastato con la celebrità: al punto di avere spesso dichiarato di sentirsi “prigioniera” della sua stessa immagine pubblica. Una sorta di prigionia che, infaustamente, la indurrà, più di una volta, a cadere persino in tentazioni suicide. E, forse, è proprio questo il motivo che la porterà a prendere – a soli 39 anni – la clamorosa decisione di dire addio al cinema, per dedicarsi totalmente alla difesa degli animali, mettendo così al servizio della loro causa tutta la sua visibilità e dando, pertanto, voce a chi purtroppo ne aveva sempre avuta pochissima. Per oltre mezzo secolo, Brigitte sarà quindi, la più nota militante animalista al mondo.
Dopo aver vissuto in maniera straripante la sua giovinezza, allo stesso modo interpreterà il suo nuovo ruolo umanitario, non senza, più volte, sconfinare nel politicamente scorretto, come quando – con tutto il nostro più convinto appoggio – si schiererà contro alcuni tipi di macellazione che, facendo riferimento ad anacronistici dettami religiosi, non prevedono la sedazione o lo stordimento dell’animale prima del suo abbattimento. Tutte battaglie che, tra l’altro, le costeranno – spesso e volemtieri - non poche beghe giudiziarie: ma l’intrepida attrice di “Babette va alla guerra” non era certo il tipo da farsi intimidire facilmente…
Adesso però, tornata finalmente allo splendore dei suoi anni più belli, aspetta senz’altro l’arrivo dell’estate per riproporci quelle magiche stagioni fatte di play boy italiani, paparazzi, flirts ferragostani, scie di motoscafi all’avventura e danze sfrenate fino all’alba nei locali della “sua” Saint – Tropez.
Davvero incredibile che non ci sia più.
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In questa settimana si è molto discusso – e assai opportunamente anche su Giornale Radio - del caso dell’imam che una pronuncia della Corte di Appello di Torino ha salvato, in extremis, dall’esecuzione di un provvedimento di espulsione che lo avrebbe ricondotto nel suo Paese di origine, dove, per altro, sembra non sia neanche particolarmente bene accetto.
In sua difesa, da più parti, si è invocato il sacrosanto diritto di opinione che il nostro ministero degli Interni e gli altri soggetti deputati a combattere il terrorismo in Italia, avrebbero violato nei confronti di questo 47enne egiziano che, da 21 anni, guida una moschea nel capoluogo piemontese.
La Corte ha argomentato la sua decisione, sostenendo che “ in uno stato di diritto, opinioni politiche o religiose non possono da sole fondare un giudizio di pericolosità”. Un ragionamento che anche noi ci sentiamo di condividere nella maniera più convinta. D’altra parte, se si dovessero espellere od arrestare tutti quelli che straparlano di politica internazionale – magari anche in prima serata televisiva – altro che carceri sovraffollate…
Tuttavia, non può passare neppure inosservato il fatto che un imam – straniero o italiano che sia - non è un cittadino qualsiasi, dal momento che il suo ruolo è quello di guidare una comunità di persone che a lui si ispirano e si rivolgono per trarre degli insegnamenti e delle indicazioni di carattere non solo prettamente religioso, ma anche giuridico, morale e, quindi, in definitiva, pure politico. Esiste, quindi - e a nostro avviso non va affatto sottovalutato – il rischio che alcuni commentatori del Corano possano trasformarsi – più o meno consapevolmente – in “cattivi maestri”, tanto per richiamare alla mente una definizione che ci riporta agli Anni di Piombo. Anni nei quali non pochi intellettuali e docenti universitari, pur non avendo certamente mai preso personalmente una pistola in mano, fornirono, comunque, delle malate giustificazioni ideologiche a troppi individui che non esitarono - sciaguratamente per se stessi e per gli altri - a seguirne alla lettera gli insegnamenti.
Questo per dire che, durante i tradizionali sermoni islamici del venerdì – soprattutto perché si tengono in arabo – non è poi così difficile predicare certe cose, per poi smentirle tranquillamente quando ci si trova di fronte ad un interlocutore italiano...E qui, torniamo a sottoporre alla vostra attenzione un concetto sul quale il Punto della Settimana, più di una volta, si è già soffermato in passato. E stiamo parlando della “Taqiyya” (parola che significa dissimulazione), ossia di quella pratica che consente al fedele musulmano di nascondere o negare esteriormente i propri principi per tutelarsi dai suoi nemici, ma che talvolta è stata, purtroppo, anche interpretata come una sorta di licenza generale all’inganno politico. Ed a questo proposito, due giorni fa, ci è capitato di leggere di un tentativo di realizzare, a Cremona, un’esperienza di tipo ecumenistico tra la comunità cattolica e quella islamica. Erano gli inizi di questo secolo e, spesso e volentieri, vescovo ed imam prendevano parte a dibattiti e manifestazioni congiunte in cui non si faceva altro che parlare di pace e di fratellanza umana. Peccato però, che nell’aprile del 2003, il “moderato”imam cremonese sia stato arrestato – unitamente ad altri suoi adepti – mentre stava preparando una strage tremenda nel Duomo di Milano...
In conclusione, abbiamo tutti ben chiaro come sia quasi impossibile entrare nei retro pensieri altrui per coglierne la sincerità oppure la doppiezza. Non resta, quindi, che un’alternativa tra il confidare nella buona fede di chi si dichiara in un certo modo - per poi, magari, dover raccogliere cadaveri innocenti – ed una sofferta cautela che, invece, pur di evitare il peggio, può talvolta sconfinare anche nell’ingiustizia.
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L’insidioso sentiero che Giorgia Meloni si è trovata a dover affrontare, nel corso di una settimana caratterizzata da una serie di scosse tellurico / politiche così violente come quella che ci siamo appena lasciati alle spalle, non è certo dei più invidiabili. Non ci vuole, infatti, un grosso sforzo di fantasia per immaginare lo stato di forte imbarazzo con cui la nostra premier deve aver ricevuto Zelensky a Palazzo Chigi (per confermargli la ormai tradizionale solidarietà italiana), proprio mentre dalle agenzie di stampa arrivavano le ultime dichiarazioni rilasciate da Donald Trump sul conto del leader ucraino, definito dal tycoon come “un venditore di fumo ineguagliabile” che “ha persuaso il disonesto Joe Biden a dargli 350 miliardi di dollari”, andati tutti in fumo, dal momento che “il 25 per cento del suo Paese è scomparso”. Parliamo di imbarazzo perché Meloni, in questa fase della politica internazionale in cui a prevalere è essenzialmente l’incertezza, da un lato non può permettersi di distanziarsi troppo dagli altri Paesi europei: pena la perdita di quella credibilità - appena faticosamente conquistata su scala continentale - di leader affidabile, coerente e distante da certe velleità che caratterizzano, invece, le altre Destre europee. Dall’altro, perché, al tempo stesso, intende anche assolutamente evitare di mettere a repentaglio quel rapporto privilegiato che, forse, ha veramente stabilito con l’attuale inquilino della Casa Bianca. Pertanto, dinanzi a Giorgia Meloni, si pone oggi un dubbio amletico, rappresentato da due tipi di scelta che, alla lunga, potrebbero rivelarsi addirittura inconciliabili tra di loro: e cioè, se puntare decisamente sull’amicizia americana, oppure se continuare ad appoggiare strenuamente la resistenza di Kiev.
Come erano belli e facili i tempi in cui, sotto la presidenza Biden, armare Kiev, sottoscrivere le sanzioni a Putin e denunciarne i crimini di guerra, significava non solo seguire le indicazioni dell’Unione Europea, ma confermare anche serenamente la realtà di una relazione speciale con Washington... Oggi, purtroppo, lo scenario è profondamente cambiato: al punto che, comunque si muova, il Governo italiano rischia seriamente di deludere qualcuno... Gli Stati Uniti, se si mostra troppo comprensivo nei confronti delle ragioni di Zelensky, oppure gli altri partners europei se, invece, cerca di prendere tempo, nella speranza che, prima o poi, qualcosa di buono cada dal cielo... Così si spiegano
le dichiarazioni molto sfumate del dopo-vertice romano, attraverso le quali il presidente ucraino ha espresso genericamente la sua gratitudine nei riguardi del nostro Paese per il suo “ruolo attivo nel processo di pace”, senza però accennare nemmeno di sfuggita a nuove forniture di armi o al destino dei 210 miliardi di beni russi bloccati dall’Europa. Si tratta, infatti, di temi sui quali l’esecutivo Meloni – almeno per il momento – preferisce ancora, nei limiti del possibile, prudentemente sorvolare. E non a caso, una nota di palazzo Chigi, a commento della giornata dedicata alla visita di Zelensky, si limiterà, banalmente, a ribadire la solita e scontata importanza “dell’unità di vedute tra i partner di Usa ed Europa”.
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All’inizio dello scorso week end, la redazione de ‘La Stampa’ di Torino è stata – come tutti ormai ben sappiamo - oggetto di una scorribanda orchestrata dai militanti filo palestinesi del centro sociale Askatasuna, i quali hanno potuto entrare indisturbati dentro la sede del giornale, mettendola a soqquadro, spruzzando scritte antisemite e rovesciando una quantità non trascurabile di letame al suo ingresso.
Nell’apprendere la notizia, siamo rimasti piuttosto sorpresi, considerata la linea certamente ben poco amichevole tenuta – almeno fino a quel momento – dal quotidiano piemontese nei confronti di Israele. Anzi, a voler essere più precisi, ci sono venute in mente le risultanze di una una ricerca sull’antisemitismo – recentemente presentata al CNEL dal professore di Statistica, Sergio Della Pergola – secondo la quale, tra le principali testate italiane, sarebbe proprio La Stampa quella che, più di ogni altra, dal 7 di ottobre al 19 settembre 2025, ha seguito una marcata linea narrativa anti israeliana. Ed effettivamente, chi come noi non manca di andare ogni giorno sulle pagine del giornale diretto da Andrea Malaguti, avrà senz’altro notato la presenza sistematica di editoriali, cronache ed interviste che portano le firme di giornalisti e studiosi apertamente schierati a favore della causa palestinese. Ma forse, pretendere che gli assatanati profanatori di una sede - dinanzi alla quale, non dimentichiamolo, nel 1977 le BR uccisero l’allora vice direttore Carlo Casalegno – conoscano veramente il pensiero dei tanti intellettuali che esprimono la loro condanna nei confronti dello Stato ebraico, è pretendere un po’ troppo. Presumiamo, invece, che – anche in considerazione del prestigioso incarico che (forse immeritatamente) ricopre – certe letture Francesca Albanese sia solite farle...Per questo motivo ci appaiono gravissime, intimidatorie e senza attenuanti le sue parole circa il “monito ai giornalisti per tornare a fare il proprio lavoro”. Che cosa ha, dunque, inteso dire? Che se proprio un giornale non giustifica apertamente la violenza e non si presta a farsi megafono di una spudorata propaganda anti occidentale, allora è meglio che chiuda prima che a farglielo capire intervengano le brutte maniere? Durante la Rivoluzione Culturale Cinese, iniziata nel 1966, Mao Tze Tung invitava le sue guardie rosse a “colpirne uno per educarne cento”...Ebbene, il senso di quanto dichiarato dalla Albanese a proposito dei fatti di Torino, ci sembra avvicinarsi di molto a quello inteso dal Grande Timoniere, esponendo, in generale, la categoria dei giornalisti, al rischio di cadere vittime di altri attacchi.
Immaginiamo che d’ora innanzi – soprattutto a Sinistra – qualcuno incominci a pensarci non due, ma duemila volte prima di rilasciarsi andare a quei troppo facili ed ingannevoli innamoramenti, che hanno indotto parlamentari ed amministratori locali a conferire, demagogicamente ed incautamente, onorificenze che, adesso, se potessero, vorrebbero magari anche revocare...Purtroppo però, le ambiguità e gli opportunismi che, negli ultimi mesi, hanno spinto partiti e sindacati ad assecondare le pretese delle flottiglie ed i capricci di Greta Thumberg, il danno che dovevano fare, ormai lo hanno fatto. E vedrete che adesso, tanto per archiviare la pratica, anche per Francesca Albanese, il futuro avrà i contorni di un bel seggio a Strasburgo.
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Nel seguire la vicenda della famiglia nel bosco – con tutte le discussioni che ha alimentato – ci siamo chiesti a chi, in definitiva, appartengano veramente quelli che noi siamo soliti considerare come i “nostri” figli. Certamente non allo Stato, ma nemmeno a noi. I bambini sono, infatti, esseri umani assolutamente liberi e nei confronti dei quali i genitori non possono vantare alcun diritto di “proprietà”, potendo, invece, accollarsi soltanto dei doveri di “responsabilità”, inerenti alle decisioni che si presume siano le più adeguate da prendere nel loro interesse. Tuttavia, se la famiglia manca a questo riguardo, qualcuno dovrà pure occuparsene e, allora, sembra quasi inevitabile che ad intervenire siano le istituzioni pubbliche. Anche se, a ben vedere, stabilire esattamente in che cosa poi davvero consista il meglio per un bambino, è un problema che lascia sempre aperto un certo margine di incertezza interpretativa.
Quante volte, infatti, abbiamo sentito dire che quello del genitore è “il mestiere più difficile del mondo”, perché, in genere, per troppo amore, si finisce spesso e volentieri per sbagliare...Certamente, tanto per fare un esempio, quel padre e quella madre che hanno deciso di non mandare i propri figli a scuola non avranno agito nella consapevolezza che, una volta divenuti adulti e non disponendo di alcun titolo di studio legalmente riconosciuto, questi verranno a trovarsi, dall’oggi al domani, a dover fare i conti con una società che non potrà loro riservare altro che disoccupazione e gravi difficoltà di inserimento...No, quei genitori avranno senz’altro creduto di poter proficuamente investire, per i propri pargoletti, in un futuro nel quale ad un colloquio di lavoro sarà sufficiente raccontare di non essere diplomati o laureati, ma di avere, comunque, studiato lo stesso, in qualche modo, per conto proprio...E qui, pur non volendo affatto esprimere giudizi di merito su una questione così delicata, ci viene però spontaneo richiamare in causa quel concetto di “responsabilità”, cui abbiamo prima accennato. Quella responsabilità che non dovrebbe mai farci scordare il fatto che ogni scelta che noi compiamo liberamente – in mala o buona fede che sia – produce sempre delle conseguenze sugli altri. E, soprattutto quando si tratta dei figli, responsabilità significa essenzialmente comprendere che la nostra autonomia decisionale finisce proprio là dove a cominciare è il loro avvenire.
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L’impressione che ci è rimasta - riflettendo sulla “querelle” sorta, in questa settimana, sulle parole che il consigliere della Presidenza della Repubblica per la Difesa, Francesco Garofani, si è lasciato incautamente sfuggire in merito ad un auspicato “scossone” in grado di far sloggiare Giorgia Meloni da Palazzo Chigi - è quella che il vero “bersaglio” del ragionamento di Garofani non fosse tanto la Premier, quanto la Segretaria del Partito democratico. Ed in effetti, a ben vedere, al di là delle intenzioni del quotidiano che le ha diffuse, si tratta di affermazioni che non paiono tanto orientate ad esecrare la presenza della Meloni al Governo, quanto, invece, a lamentare l’inadeguatezza di un’opposizione che - a meno, appunto, di uno “scossone” inviato dalla provvidenza - non sembra assolutamente in grado di rappresentare un’alternativa politica credibile (e, quindi, potenzialmente vincente) rispetto all’attuale maggioranza che guida il Paese.
Pertanto, questo “scossone” della controversia riteniamo vada inteso – negli auspici di chi lo ha evocato - come un qualche cosa che dovrebbe cadere dal cielo proprio sul Campo Largo e possibilmente – considerato il passato politico, da ex democristiano, dello stesso Garofani - a favore dei Centristi che oggi militano, contando davvero pochino, nel PD.
Intendiamoci, non è affatto normale che un consigliere di Mattarella faccia determinate esternazioni in un ristorante, facendo, di conseguenza, sorgere legittimamente dei dubbi circa il suo modo di essere “super partes”, ma è anche vero che stiamo pur sempre parlando di un personaggio che, avendo anche ricoperto cariche parlamentari nel PD, non lo si scopre certamente oggi...Impensabile, infatti, che, come per magia, una volta arrivato a frequentare le stanze del Quirinale, abbia improvvisamente subito una mutazione genetica tale da renderlo, del tutto, politicamente rigenerato. Ecco perché, nella sostanza (ma non nei modi irrituali), pensiamo che non ci sia poi da meravigliarsi troppo per quanto Garofani abbia detto in un momento trascorso con vecchi amici e parlando più che altro di calcio tra una portata e l’altra. Piuttosto, ci sarebbe stato da stupirsi se, da quella tavolata, fossero arrivati giudizi lusinghieri su Giorgia Meloni e sul suo Esecutivo... Invece, il dato politico più rilevante che ne è emerso è quello che, al Quirinale, c’è qualcuno che, evidentemente, non considera la candidatura della Schlein come una valida opzione da contrapporre a quella della Meloni.
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Se la morte di un figlio, già di per sé, rappresenta l’esempio più inequivocabile di ciò che possiamo considerare come un evento “contra naturam”, quando è poi addirittura un genitore a causarla intenzionalmente, allora ogni tipo di riflessione - morale o intellettuale – non può che lasciare spazio al più profondo e puro sgomento. Quello che avviene in questi casi è, infatti, il più drammatico ribaltamento di tutti i più basilari istinti amorosi e protettivi che si possa concepire.
Giovedì scorso, abbiamo avuto notizia , contestualmente, di una madre che, a Trieste, ha ucciso con una coltellata alla gola il proprio bambino di nove anni e di un’altra che, a Bergamo, è stata giudicata penalmente irresponsabile (per incapacità di intendere e volere) in merito alla soppressioni di due figli: una quando aveva quattro mesi e l’altro quando ne aveva, invece, due.
Per quanto incredibili ed assolutamente inaccettabili, i dati ufficiali ci rivelano che, in Italia, dal 2000 al 2023, sono stati 535 i genitori che hanno personalmente posto fine all’esistenza dei loro figli, con una prevalenza (nella misura del 60%) della componente materna.
In genere, a commento di questi fatti, psichiatri, assistenti sociali e magistrati ci spiegano che tutto è stato reso possibile da stati di “profonda depressione” o da sensi di inadeguatezza di fronte ai compiti previsti da ogni percorso genitoriale. Sarà senz’altro così. Anzi, è senz’altro così. Tuttavia, noi ci chiediamo, profondamente angosciati, per quale ragione tutte queste argomentazioni vengano, solitamente, chiamate in causa quando oramai è troppo tardi per impedire il verificarsi di una tragedia. Possibile che il destino di un bambino o di una bambina - lasciati in balìa di soggetti spesso manifestamente inadeguati rispetto sia ai doveri, che alle gioie genitoriali - debba davvero significare così poco per la società in cui tutti viviamo? Possibile che la maggior parte di noi trovi sufficientemente rassicurante pensare che, per quanto si tratti certamente di accadimenti tristissimi, sono pur sempre cose che a noi non capiteranno mai? Possibile che le pareti delle nostre case siano talmente ovattate da risultare del tutto insonorizzate di fronte a certe grida di disperazione?
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Il successo ottenuto dai democratici nella tornata elettorale del 4 novembre scorso, è un qualche cosa che, indubbiamente, è andato al di là delle più rosee aspettative che potessero nutrire i militanti di un Partito che, dopo la sconfitta di Kamala Harris alle ultime presidenziali, sembrava davvero brancolare nel buio. Invece, gli ampi margini di scarto ottenuti dai suoi candidati nei confronti dei loro avversari repubblicani – su tutti, il neo sindaco di New York, Zohran Mamdani, che ha preceduto di circa 200mila preferenze l’ex governatore Andrew Cuomo – stanno a rivelare che il suo encefalogramma era ancora ben lontano dall’essere divenuto completamente piatto. In particolare, le analisi post voto hanno registrato una recuperata capacità, da parte democratica, di raccogliere consensi anche presso alcune componenti sociali – come l’afroamericana e l’ ispanica – che, esattamente lo scorso anno, si erano, invece, espresse in favore di Donald Trump e del Grand Old Party.
Forse, il deludente risultato ottenuto dai repubblicani, trae origine, in buona misura, dalla volontà di una fetta consistente dell’elettorato americano, di reagire dinanzi a certi aspetti arroganti e confusi della politica trumpiana. E forse, tra quelli che si sono recati alle urne, non sono stati in pochi a farlo pur di andare contro alla presidenza più istrionica e divisiva di cui si abbia memoria. Certo è che il Partito democratico non si è limitato soltanto a riprendersi dalla batosta del 2024, ma ha pure finito per stravincere il confronto con un Partito repubblicano che si è – come già si ipotizzava – confermato un po’ troppo dipendente dalla presenza o meno del suo leader sulle schede elettorali. Cosa che, soprattutto in vista delle prossime consultazioni di medio termine del 2026, farà squillare un campanello di allarme particolarmente sonoro nelle orecchie dei sostenitori dell’ideologia MAGA.
Mattatore assoluto della giornata elettorale è risultato, senza dubbio, il giovane Mamdani che, pur partendo dalla scomoda posizione di perfetto sconosciuto, ha, comunque, saputo conquistare i favori di oltre il 50% dei votanti, grazie ad una campagna condotta prevalentemente sui social e ad un programma politico insolitamente “socialista” per la società statunitense. Il suo primo discorso, da sindaco della Grande Mela, ha assunto immediatamente toni di sfida nei confronti del Tycoon che, non a caso, è stato invitato ad “alzare il volume”, per meglio ascoltare la rivendicazione delle sue origini, della sua religione e delle sue posizioni politiche, intese come basi sulle quali costruire un meccanismo di assalto al sistema di potere trumpiano. Propositi, quindi, molto ambiziosi e determinati che, probabilmente, battezzano la nascita di un nuovo personaggio nella politica a stelle e strisce, anche se - almeno a nostro avviso - è ancora abbastanza prematuro consideralo come un vero e proprio punto di riferimento imprescindibile ed alternativo per una strategia politica nazionale. Mamdani rappresenta, infatti, un nuovo populismo di sinistra, in qualche modo, quasi speculare rispetto al populismo di destra che ha riportato Trump alla Casa Bianca. A ciò va aggiunto che, nello stesso martedì elettorale, i democratici, oltre al brillante risultato di New York, ne hanno anche ottenuti diversi altri, assai significativi: su tutti, i governatorati della Virginia e del New Jersey, andati a due donne moderate, Abigal Spanberger e Kikie Sherrill – entrambe con un passato nella CIA o nell’esercito – le quali hanno lasciato da parte i pregiudizi woke ed i sofismi del politically correct, per puntare molto più concretamente su temi che investono la vita quotidiana degli Americani come la sanità o il costo della vita.
Al momento, all’interno del Partito Democratico, si fronteggiano, quindi, due anime che si auto candidano per recitare la parte di anti-Trump. E certamente - fermo restando che a Mamdani, non essendo nato negli USA, una eventuale corsa alla Casa Bianca sarà sempre impedita per legge - possiamo lo stesso immaginare che sulla scelta delle future candidature democratiche – siano esse per il mid term o per la Presidenza nazionale – inciderà moltissimo anche l’esito del suo esperimento newyorkese. Esperimento che però, oggi, appare ancora del tutto immerso nell’imponderabile: animato com’è da entusiasmi egualitari, non sempre così facili da tradurre in fatti concreti.
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Vogliamo evitare – anche se, in verità, un minimo di tentazione ci sarebbe – di considerare l’intervento della Corte dei Conti sul Ponte di Messina come una sorta di bomba ad orologeria, il cui timer era stato posizionato proprio sulla data in cui il Senato avrebbe dato il via libera definitivo alla Riforma Nordio. Si sarà, senz’altro, trattato di una banalissima coincidenza, anche se resta il fatto che, comunque, i magistrati contabili hanno stoppato una grande opera per la quale era ormai tutto pronto, ignorando, tra le altre, anche le aspettative di migliaia di lavoratori che il cuore su questo travagliato Ponte lo avevano già messo sul serio, facendo affidamento, per se stessi e per le loro famiglie, su stipendi garantiti per diversi anni.
Nel bocciare la delibera Cipess del 6 agosto che avrebbe segnato l’avvio operativo per il Ponte sullo Stretto, la Corte dei Conti ha, pertanto, deciso di fermare un progetto strategico già approvato da Parlamento, Governo e organi tecnici, pur nella consapevolezza – almeno si spera – di bloccare non soltanto la realizzazione di una straordinaria sfida ingegneristica, ma anche un’importante opportunità di sviluppo per l’intero Mezzogiorno. Aveva davvero il potere di farlo? In Italia si, a differenza di quanto accade nel resto d’Europa, dove – si vedano gli esempi di Francia, Germania e degli altri principali Paesi continentali – alle magistrature contabili vengono assegnate esclusivamente funzioni di revisione ed eventuali responsabilità ex post. Solo da noi la Corte può intervenire ex ante, inibendo così l’attuazione di decisioni politiche già deliberate e solo in Italia può, quindi, esercitare un controllo preventivo che non ha eguali nelle altre Nazioni europee.
Del resto, di questa nostrana anomalia funzionale ne erano certamente già consapevoli i membri della Commissione Bilaterale per le Riforme Costituzionali presieduta da quel “bieco reazionario” di Massimo d’Alema, che, alla fine degli Anni 90, avevano addirittura concepito la soppressione della Corte dei Conti, distribuendo le sue funzioni giurisdizionali al Consiglio di Stato e quelle consultive all’Avvocatura dello Stato. E si trattava di una chiara presa di coscienza circa l’incompatibilità sussistente tra controllo preventivo e responsabilità politica. Poi, ovviamente, come di tante altre riforme italiane, non se ne fece più niente.
In conclusione, ci pare che la Corte dei Conti vada profondamente riveduta, secondo criteri conformi alle esigenze del nostro tempo. Con ciò non intendiamo certo dire che i controlli non debbano rimanere puntigliosi e severi: tuttavia, bisogna assolutamente fare in modo che non possano più aprioristicamente frustare l’azione governativa. In altre parole, il controllo di legalità è una cosa, mentre l’interferenza sulla volontà politica è un’altra.
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In queste ultime ore, quello che, per la maggior parte dei media italiani, era diventato un modello assoluto ed inarrivabile di classe sportiva e di fair play - da esibire orgogliosamente al mondo intero quale massima gloria nazionale - è ritornato ad essere, improvvisamente, quell’ingrato “crucco” che, lo scorso anno, aveva già deciso di disertare i Giochi Olimpici di Parigi. E si, perché il fino a ieri tanto idolatrato, Jannik Sinner, ha pensato bene di ricordarci di non essere - contrariamente a quanto abbiamo sempre preteso da lui - un autentico semi dio, ma di appartenere, invece, molto più banalmente (e facciamocene una ragione) anch’egli alla specie umana. Niente finale di Davis, quindi, per la condanna corale pronunciata da una sbrigativa campagna di denigrazione giornalistica che, insolitamente, è riuscita nella non facile impresa di accomunare testate di tutti gli schieramenti politici.
Si è chiesto, per primo, l’eterno Bruno Vespa perché mai un italiano dovrebbe tifare per Sinner. Per uno che è tedesco di lingua madre, che risiede a Montecarlo e che decide di non giocare per la nazionale in Coppa Davis solamente perché vuole prendersi una settimana di vacanza in più. Forse, la domanda Vespa la dovrebbe rivolgere ai milioni di Italiani che sono rimasti attaccati al televisore per oltre cinque ore, quando il fuoriclasse di San Candido era unanimemente percepito come l’eroe azzurro che, alla fine, trionfava là dove nessuno dei nostri tennisti era mai riuscito ad arrivare. Alla faccia - in quelle esaltanti giornate di Wimbledon o di Roland Garros - della sua germanica chioma fulva che ha finito per far piacere le carote anche a chi non le aveva mai mangiate o del suo modo di porsi garbato e distaccato che, certamente, ha ben poco di campano o di romagnolo.
Meno male che tutti quelli che si intendono di tennis – compresi i mitici campioni della Davis del 76 Panatta, Bertolucci e Barazzutti – hanno evitato di buttare la croce addosso a Sinner, riconoscendo un certo fondamento alla scelta di rinunciare ad un trofeo divenuto ormai molto meno prestigioso che in passato, per rifiatare in attesa degli impegni che contano maggiormente. Del resto, anche Federer, per la storica Insalatiera, ha giocato, con la nazionale elvetica, una sola volta in tutta la sua carriera, privilegiando sempre i tornei individuali. Così come anche hanno, a loro volta, fatto pure Nadal e Djokovic. Il grande tennis oggi non è più quello di Pietrangeli o di Panatta, ma è un altro e l’Italia, in questo momento, sembra stranamente essere l’unico luogo al mondo a non essersene ancora accorto.
Quello di Jannik Sinner non è, dunque, un tradimento della Patria, anche perché la Davis non è l’equivalente tennistico di un mondiale di calcio. Il tennis è uno sport individuale che, tra l’altro, negli ultimi anni, ha esasperato questa sua caratteristica, alimentando una distanza quasi abissale tra l’interesse che un qualsiasi giocatore professionista nutre per un ricco torneo dello Slam e quello che può, invece, provare verso un’Insalatiera d’altri tempi.
Pertanto, in vista delle APT Finals che si giocheranno a Torino a novembre e degli Open di Australia in programma a gennaio, è più che comprensibile la scelta di Jannik e del suo team di saltare la Davis. Davis di cui, comunque, l’Italia ha vinto le due ultime edizioni anche grazie al contributo determinante fornito proprio dal nostro “ingrato crucco”.
Saremmo, infine, anche curiosi di leggere le reazioni e i commenti di certi nazionalisti dell’ultima ora se, venendo incontro alle loro attuali pretese, Sinner ritornasse sui suoi passi, giocasse per la nazionale compromettendo la sua preparazione e poi, magari, disputasse una stagione deludente nel 2026.
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Sembra che il fragile “cessate il fuoco” che Donald Trump - con la sua solita faciloneria auto celebrativa - ha presentato “urbi et orbi” come fosse un autentico e consolidato piano di pace, stia, purtroppo, cominciando a rivelare i suoi limiti.
Se, infatti, mettiamo da parte gli unici effetti immediati e davvero importanti dell’Accordo di Sharm el Sheikh – ossia il rilascio degli ostaggi vivi da parte di Hamas e la riapertura (almeno parziale) di Israele ai valichi che consentono l’ingresso a Gaza dei generi di prima necessità - per il resto, la situazione pare tutt’altro che rassicurante. Non soltanto Hamas resta ferma nella sua - del resto mai negata - intenzione di non rinunciare affatto ad una porzione della sua dotazione militare, ma ha pure continuato a farne ampiamente uso, lanciando una spietata caccia ai membri di altre organizzazioni gazawite rivali. Con tanto di esecuzioni pubbliche e sommarie, delle quali tutti noi abbiamo potuto comodamente prendere visione, attraverso foto e video che si direbbero realizzati apposta per ricordarci che, nella Striscia, a comandare sul serio è ancora chi, a partire dal 2007, non ha fatto altro che colpire a morte chiunque si azzardasse a contestarne il potere assoluto.
Tra l’altro, il tutto avviene se non con il placet, almeno nel cinico e superficiale disinteresse dell’ottimo Trump, il quale, parlando con la stampa, ha liquidato le immagini di quelle esecuzioni, accennando ad “un paio di bande che erano particolarmente pericolose” e la cui eliminazione non gli ha, quindi, “dato molto fastidio”...Anzi, come è noto, il suo Piano di pace prevede pure che ad Hamas venga assegnato un controllo, sia pur temporaneo (ma staremo a vedere quanto) su alcune parti di Gaza, conferendo, di fatto, al gruppo terroristico una sorta di via libera ad operare come “forza di polizia” nella Striscia. Almeno fino a che non prenderà corpo quell’amministrazione transitoria, che dovrebbe essere costituita da un comitato palestinese tecnocratico e apolitico, responsabile della “gestione quotidiana dei servizi pubblici e dei municipi per il popolo”.
Si fida, quindi, la Casa Bianca, fino al punto di individuare in un’organizzazione di barbari dal grilletto facile, un valido strumento di controllo territoriale. Poi chissà - in fondo siamo pur sempre in Terra Santa - un giorno o l’altro avverrà pure un miracolo e, magari, Hamas accetterà persino di disarmare spontaneamente...
In un contesto di questo tipo, risulta alquanto assordante il silenzio generale delle Sinistre europee, dei centri sociali, dei gruppi pro-Pal (e magari anche dei maranza), in merito alle violenze esercitate da Hamas nei confronti di altri palestinesi. Strano che proprio coloro che dichiarano di avere così a cuore la causa del popolo palestinese non spendano neanche una parola per condannare il clima di terrore che, pure in queste ore, continua imperterrito ad imperversare su Gaza...Quasi esistessero vittime gazawite di categorie diverse: alcune da commemorare ed altre meno, a seconda di chi è il boia...
E per la verità, almeno fino ad oggi, anche la Destra nostrana, adeguandosi al prevalere di un opportunistico senso di sudditanza trumpiana, ha preferito sorvolare sulla gravità di certi accadimenti, negando, a sua volta, a quelle sventurate genti, un sia pur minimo cenno di solidarietà umana.
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