Laser
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Author: RSI - Radiotelevisione svizzera

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Laser è un magazine di approfondimento dell’attualità politica, culturale, sociale. Interviene sulla stretta attualità di giornata, solo in casi particolari, di grande rilevanza. Dà spazio anche a tematiche di interesse pubblico o a quante vengono trascurate dai grandi media. Il taglio è storico–sociologico. I registri comprendono interviste, reportage, documentari, incontri biografici. Spazia dal locale all’internazionale, da tematiche accademiche a questioni di vita quotidiana. Presta particolare attenzione alla forma radiofonica, all’abbinamento di contenuti di sostanza con uno stile divulgativo. È il magazine di riferimento della Rete Due per réportages e documentari.

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Quando scendi in una grotta entri in un luogo che non fa più filtrare la luce. Sei sottoterra. E l’illuminazione di cui ti devi accontentare è quella artificiale: oggi torce elettriche, un tempo candele. Cosa ha significato per i tre adolescenti che hanno scoperto la grotta di Pech-Merle nel 1922 accedere a queste cavità e osservare i dipinti rupestri alle pareti con la sola luce cangiante e tremolante delle loro lanterne? Cosa vuol dire oggi scendere in questo posto buio, da turisti e da guide, e assaporare i dipinti con l’assenza della luce immaginando il tempo che fu, e vedere i cavalli prendere vita grazie alle candele? Ma soprattutto, come ha fatto – e perché l’ha fatto -  25 mila anni fa l’uomo di Cro Magnon a realizzare le impronte delle mani, l’Orso, i Bisonti, i Cavalli e il Mammuth qui sotto?Queste alcune tra le molte, troppe, domande che una famiglia in gita si pone visitando un monumento preistorico nella Francia sud-occidentale, in una caldissima giornata di fine giugno.  La grotta di Pech-Merle è stata definita una ‘galleria d’arte in un palazzo naturale’, che si dipana in un percorso di cunicoli e cavità di due chilometri su 300 scalini sparpagliati, tra stalattiti, stalagmiti e drappeggi minerali. Valentina Grignoli, accompagnata dalla sua famiglia prova a raccontarla.
A cent’anni dalla morte di Antoni Gaudì Laser si mette in cammino tra le strade della capitale catalana per decifrare l’eredità di un architetto visionario che non ha lasciato solo edifici, ma veri e propri organismi pulsanti. Gaudì ha passato la vita a spiare i segreti della natura, che per lui non era un modello da copiare, ma un alfabeto scritto nel paesaggio che l’architetto aveva il compito di tradurre in pietra.Il viaggio sonoro si addentra nel cantiere infinito della Sagrada Familia, una foresta di pietra dove la luce filtra tra colonne che sembrano alberi secolari. Ma il racconto uscirà dal recinto del sacro per toccare il ferro battuto di Casa Batllò e le pareti sinuose di Casa Milà. Attraverso i suoni dei laboratori artigiani che ancora oggi lavorano il mosaico trencadís e le voci di storici e architetti, esploreremo il paradosso di un artista che era insieme un rivoluzionario d’avanguardia e un asceta radicale.
Nel Delta del Danubio, sul territorio rumeno, la guerra è a soli pochi metri di distanza. Da quasi tre anni gli abitanti di Tulcea, Chilia Veche e Periprava vengono svegliati dagli allarmi dei droni russi e dalle esplosioni che colpiscono infrastrutture strategiche ucraine sulla sponda opposta del fiume. Seguendo il ramo di Chilia fino al Mar Nero, questo reportage (in due puntate) entra nelle vite di chi abita una terra remota e bellissima, improvvisamente diventata cruciale per il destino del nostro continente. Lungo questa prima tratta incontriamo Dicu, una guardia carceraria impegnata per il futuro del suo villaggio; Ciaus, un sindaco ambizioso che sogna di trasformare Chilia Veche in una località attraente grazie ai fondi europei; e i coniugi Pohirca, sposati da quarant’anni e appartenenti a due comunità storicamente in lotta tra loro, i lipovani (di discendenza russa) e i kahol (di discendenza ucraina).Nel Delta del Danubio, al confine tra Romania e Ucraina, la guerra ha trasformato una periferia d’Europa in una frontiera strategica. La seconda tappa di questo viaggio è Periprava, a casa di Cerasela Cilibon, sceneggiatrice arrivata nel Delta per fuggire dal caos della città e diventata suo malgrado la «signora dei droni», perché ha iniziato a predirne l’arrivo. Sempre qui, dove il presente della guerra si sovrappone alle tracce di una colonia penale comunista, Laura Tuzlaru gestisce Ultima Frontiera, una struttura ricettiva che prova a dare nuova vita a un luogo segnato tristemente dalla storia. Intanto, l’antropologo e ambientalista Alexandru Bălescu cerca un equilibrio possibile tra la tutela dell’ecosistema unico del Delta e le esigenze di chi lo abita.Ed eccoci alla terza e ultima destinazione: Sulina, affacciata sul Mar Nero, dove la frontiera assume un altro volto ancora. Il fotografo Liviu Simioncencu conserva la memoria di una città che fu porto cosmopolita, crocevia di lingue e commerci. L’esperto di difesa Claudiu Degeratu aiuta a leggere le nuove minacce e gli equilibri regionali; il vice comandante della polizia di frontiera Marian Stanciu mostra il sistema di sorveglianza che tiene sotto controllo il territorio, mentre a bordo di un’imbarcazione di pattugliamento è il comandante Cătălin Stratina a metterlo in pratica.La guerra ha acceso i riflettori su questa periferia, trasformandola in una frontiera da proteggere e in una via commerciale da controllare. Ma quando l’emergenza sarà finita, chi continuerà a guardare il Delta? E chi si prenderà cura di chi ci vive?
Nel Delta del Danubio, sul territorio rumeno, la guerra è a soli pochi metri di distanza. Da quasi tre anni i suoi abitanti vengono svegliati dagli allarmi dei droni russi e dalle esplosioni che colpiscono infrastrutture strategiche ucraine sulla sponda opposta del fiume.Seguendo il ramo di Chilia da Tulcea fino al Mar Nero, questo reportage entra nelle vite di chi abita una terra remota e bellissima, improvvisamente diventata cruciale per il destino del nostro continente. Lungo questa prima tratta, ambientata a Chilia Veche, incontriamo Dicu, una guardia carceraria impegnata per il futuro del suo villaggio; Ciaus, un sindaco ambizioso che sogna di trasformare un luogo dimenticato in una località attraente grazie ai fondi europei; e i coniugi Pohirca, sposati da quarant’anni e appartenenti a due comunità storicamente in lotta tra loro, i lipovani (di discendenza russa) e i kahol (di discendenza ucraina).Attraverso le loro storie emerge un territorio sospeso tra la paura della guerra e problemi che vengono da molto più lontano: lo spopolamento, l’isolamento, la mancanza di infrastrutture e la sensazione di essere stati dimenticati. Mentre l’Europa guarda al Delta come a una frontiera da proteggere, chi ci vive continua a chiedersi quanto all’Europa importi davvero della loro vita.Questo è un viaggio lungo il Danubio per capire cosa succede quando una periferia diventa, improvvisamente, il centro dell’Europa.
​​Definire Daria Deflorian significa immergersi in una delle traiettorie più singolari e necessarie del teatro contemporaneo europeo. Attrice, autrice e regista, la sua non è stata una scalata rapida, ma una maturazione “misurata in centimetri”: un lunghissimo apprendistato fatto di ascolto e di ombra, che l’ha portata alla piena fioritura artistica solo intorno ai cinquant’anni. La sua cifra stilistica è quella che lei stessa definisce un’immedesimazione senza personaggio. In scena, Daria non “recita” una parte nel senso tradizionale; si espone, restando sulla soglia sottilissima tra il proprio sé e la figura che evoca, che sia una donna qualunque o una voce letteraria. Il suo teatro è lo spazio delle “persone storte”: quelle esistenze dimesse o “riuscite a metà” che portano su di sé le crepe e i disagi della nostra coscienza occidentale.Attraverso un uso della parola scarno ma densissimo, la Deflorian trasforma la letteratura - presentissima in tutto il suo teatro attraverso gli autori e soprattutto le autrici che ama di più (da Ingeborg Bachman passando per Annie Ernaux fino a Han Kang) - un’esperienza fisica e presente, capace di dare corpo ai silenzi dell’anima. Laser l’ha incontrata al Piccolo Teatro di Milano di cui è artista associata. Ne è scaturito un ritratto completato dalle note critiche della storica del teatro Rossella Menna che alla Deflorian ha dedicato il saggio “Qualcosa di sé” (Luca Sossella editore, 2023)​ ​​
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