Discover
Cellulite e Celluloide - Il cinema su Radio Elettrica
Cellulite e Celluloide - Il cinema su Radio Elettrica
Author: Gabriele Niola (gabriele.niola@gmail.com)
Subscribed: 83Played: 2,025Subscribe
Share
© Copyleft 2023
Description
Ogni settimana un'ora circa sul cinema in diretta su Radio Elettrica. Cinema e musica, cinema e serie tv, cinema e radio, cinema e cinema commentati da Prince Faster e Gabriele "Vasquez" Niola
425 Episodes
Reverse
Tra **Avvocato di difesa 4** (che viene spacciato come “serie dell’anno” e quasi ci casco) e l’ennesimo brainstorming per resuscitare **Il maresciallo Rocca** dopo **Don Matteo** (via di casting delirante: Nando Gazzolo, Favino, Brignano, **Alessandro Gassmann**, fino a Haber/Montanari), si passa ai film: embargo su **Cime tempestose** con **Margot Robbie** e **Jacob Elordi** e soundtrack di **Charli XCX**, odio eterno per il **biopic di Battiato** e il pasticcio del biopic di **Michael Jackson**. Poi **Il mago del Cremlino**, il consigliato **Due procuratori**, **Agatha Cristian**, il reboot meta di **Anaconda** con **Jack Black**, e il sorprendente capolavoro **Hamnet nel nome del figlio** di **Chloé Zhao**. In coda **Lavoreremo da grandi** (Albanese), **My Father’s Shadow** (noia), la serie indegna **Motor Valley** (contro **Veloce come il vento**) e il “documentario” patinatissimo **Melania** con retroscena **Rush Hour 4** e spie/complotti da **Letture Metropolitane**.
Tra Bond che approda su Netflix “ma è solo noleggio, non fatevi film mentali” e la solita apocalisse dello streaming (prezzi su, pubblicità pure, pirateria che ride), si finisce a spulciare le uscite: tra le cose attese spunta Rivalry su HBO Max. Poi si passa al cinema visto davvero: Il falsario non è male e Castellitto funziona. Ma il piatto forte è Send Help di Sam Raimi, che ti fa arrabbiare come solo Raimi sa fare. In coda: Agata Christian (De Sica detective) e l’idea del biopic sui Beatles, quattro film.
Zalone sbanca ma coi biglietti più cari, mica con più pubblico, e da lì parte il sermone su sale boutique, poltrone fighe e multisala da dimenticare. Poi si vola in Campania con *Gomorra - Le origini*, un disastro girato solo coi primi piani e l’intensità di *Don Matteo*, diretto da Marco D’Amore che si crede Garrone ma gira come in Mediaset. Intanto Sorrentino ci regala *La grazia*, più leggero del solito, con un Servillo comico e un presidente che ascolta Gue Pequeno. Si ride, ma con classe. In chiusura *28 anni dopo: il tempio delle ossa*, sequel del sequel, già in corsa per peggior film dell’anno, e *Sorry Baby*, gioiellino sentimentale su genitorialità e disastri emotivi.
Puntata con spintoni forti tra flop hollywoodiani e deliri da festival. Si parte con Checco Zalone che asfalta Avatar: La via dell’acqua al box office italiano — e no, non è una battuta — scatenando una riflessione su cosa vogliono davvero gli spettatori. Poi si passa a L’ultimo schiaffo, film italiano su tornei clandestini di ceffoni nel gelo friulano, roba da non crederci ma che esiste. Spazio anche per Song Sung Blue, biopic assurdo su due imitatori con Hugh Jackman che fa da ponte tra kitsch e tragedia. Si ripesca Minimarket solo per ricordare che Kevin Spacey ancora esiste. E infine Sirat, filmone d’autore tra rave marocchini e padri disperati. Ma tranquilli, c’è anche del peggio in arrivo.
Vent'anni di “Cellulite e Celluloide” e non sentirli, o meglio: sentirli tutti in una puntata che inizia tra ricordi, lutti e telefonate fuori tempo massimo, per poi affondare nel consueto caos cinefilo. Si parte con i film brutti, ma brutti sul serio: Natale senza Babbo con Gassmann che vorrebbe far ridere e invece fa piangere, In the Lost Lands con Milla Jovovich che vola e rantola in slow motion, e l’imperdibile trash metafisico di In the Hand of Dante con Butler, Malkovich e Franco Nero a caccia della Divina Commedia. Nel mucchio spuntano pure No Other Choice di Park Chan-wook, che scivola nel didascalico più imbarazzante, Una di famiglia con Sydney Sweeney che fa finta di essere italiana, e La piccola Amelie, che nessuno aveva chiesto.
Puntata di fine annata IN PRESENZA. È (di nuovo) tempo di classifiche, ma l’anno è stato talmente fiacco che pure Niola si chiede se quei dieci titoli siano davvero il meglio che si potesse trovare. Prima però, si parte col solito delirio tra pizza, Bernadette con effetti speciali alla *Avatar* e notizie random tipo *Cliffhanger 2* senza Stallone. Poi dentro dritti nel confronto tra *Avatar 3* e il ritorno di Zalone: uno è un kolossal senz’anima che già puzza di flop, l’altro fa riaprire le sale da solo. In mezzo, una serie di sparate sui film visti (o non visti), confessioni da Sorrento e battute sugli executive Medusa che non possono dire la verità neanche sotto tortura. Ma il clou è un test delirante in cui si legge la trama di *Avatar 2* da Wikipedia per vedere se è identica al 3 (spoiler: lo è). Chiusura a colpi di “chi buttiamo giù dalla torre?” e sarcasmo natalizio come se piovesse.
Settimana moscia al botteghino, ma non tra i microfoni di Radio Elettrica. Si parte con The Teacher, film palestinese girato prima del 7 ottobre ma caricato adesso di nuovi significati: dramma scolastico e politico che schiva la retorica e centra il bersaglio. Più intimista invece Un inverno in Corea, storia di sguardi, zuppe e malinconie tra un fumettista francese e un’interprete coreana: lento ma affascinante, con la giusta dose di sciarponi. Breve menzione per Gioia mia, che Niola si risparmia senza troppi rimpianti. In chiusura: entusiasmo per l’anteprima rubata de L’Odissea di Nolan, cavallo di Troia incluso, e sale l’attesa per il nuovo Zalone, in uscita strategicamente vicino ad Avatar. Prevedo danni.
Altro che film della settimana: stavolta si parte col botto con la notizia-monstre dell’anno – Netflix ha comprato Warner Bros. No, non tutta, ma gli Studios e HBO Max sì. E mentre tutti si strappano le vesti gridando all’apocalisse dell’audiovisivo, noi proviamo a capire cosa succede davvero: piattaforme che diventano major, fusioni da 82 miliardi, avvocati che dovranno convincere l’antitrust che “no ma rimaniamo separati, giuro”. Nel frattempo si teme la fine del cinema in sala, e la trasformazione di *Superman*, *Batman* e compagnia in contenuti seriali da piattaforma. C’è anche chi sogna un futuro con Nolan e Tarantino su Netflix, ma per ora l’unica certezza è *The Electric State*: costosissimo e brutto. E in chiusura, giusto per non farci mancare il delirio, scopriamo che Warner ha venduto le voci dei suoi artisti per farle cantare all’AI: presto David Bowie potrebbe intonare un jingle su come uccidere Gabriele Niola. E magari vincerci un Grammy.
Torna il sogno impossibile di “Legge e Ordine: Roma”, un procedural patriottico con 23 puntate già scritte a tavolino, Matilda De Angelis, Tom Cruise a menare e Monica Bellucci che si doppia da sola. Poi arriva “Dottor Casa”, versione romana e scalcagnata di House, con Giallini zoppo e Mastandrea oncologo. Ma è solo brainstorming. I film veri iniziano dopo, con l’entusiasmo sparato per *Zootropolis 2*, sequel che allarga la città degli animali antropomorfi, inserisce pure stereotipi LGBTQ+ e si diverte a prendere in giro la burocrazia con i bradipi. È brillante, divertente, e con un serpente CGI che fa la storia della Disney. In mezzo c'è anche *Die My Love*, drammone francese intenso e disturbante con Marina Foïs: una maternità fuori controllo, dolcezza e squilibrio che si mescolano senza pietà. Veloce citazione per *After Yang* e il documentario su Magnotta, entrambi non visti ma teoricamente nei radar. Puntata bipolare tra il delirio produttivo e due film serissimi. Ma almeno si ride.
Le serie trash italiane fanno sistema e trovano la loro dea madre: *The Lady*. Si parte da qui, con teoria annessa e genealogia che passa per *Hotel Costiera* (inguardabile anche a piccole dosi) e *Prossimi congiunti* (effetti speciali di carta stagnola e mutandoni). Poi si cambia tono con *Wicked 2*, che sorprende per densità politica: rivoluzione vs riformismo nel mondo di Oz, con una strega verde e incazzata che anticipa *Frozen* e influenza perfino *Il cavaliere oscuro*. Infine, un The Rock inedito in *The Smashing Machine* e un Bellocchio in forma per *Porto Bello*. Ma *The Lady* resta.
Puntata fitta come un Predator incattivito: si parte da Predator: Badlands e da lì si apre l’intera enciclopedia della saga, tra Prey, gli esperimenti animati di Predator Killer Day Killer e le derive improbabili del franchise. Si passa poi al mappazzone cinese Ne Zha, due ore e quaranta di mitologia folle e propaganda soft, prima di approdare allo scult di giornata: Anemone, con Daniel Day-Lewis che rientra dalla pensione per pentirsene subito. E sì, stavolta l’alieno non è il peggio.
Si parte col remake di Toxic Avenger, che da ciclostilato punk diventa patinatura hollywoodiana: Dinklage e Bacon non bastano a salvare una roba che prende in giro proprio ciò che ormai è diventata. Poi arriva 5 secondi di Virzì, film medio ma sempre meglio della media altrui: Mastandrea eremita che ritrova la vita grazie a un gruppo di occupanti rumorosi. Su Netflix La ballata di un piccolo giocatore parte come noirone da Macao e finisce per perdersi nei vicoli del caso, mentre il prequel Welcome to Derry riesce nell’impresa di peggiorare Pennywise. Si discute anche di quell’horror romantico dei due fidanzati-magneti che si incastrano come siamesi e diventano un uomo a due teste: splatterone ma con un’idea di fondo più furba del previsto. E infine Io sono Rosa Ricci, prequel di Mare Fuori: estetica Gomorra, regia solida, ma sceneggiatura che sbraga in “sceneggiata napoletana” tra rapimenti, amori col carceriere e battute da TikTok.
Si parte col remake di Toxic Avenger, che da ciclostilato punk diventa patinatura hollywoodiana: Dinklage e Bacon non bastano a salvare una roba che prende in giro proprio ciò che ormai è diventata. Poi arriva 5 secondi di Virzì, film medio ma sempre meglio della media altrui: Mastandrea eremita che ritrova la vita grazie a un gruppo di occupanti rumorosi. Su Netflix La ballata di un piccolo giocatore parte come noirone da Macao e finisce per perdersi nei vicoli del caso, mentre il prequel Welcome to Derry riesce nell’impresa di peggiorare Pennywise. Si discute anche di quell’horror romantico dei due fidanzati-magneti che si incastrano come siamesi e diventano un uomo a due teste: splatterone ma con un’idea di fondo più furba del previsto. E infine Io sono Rosa Ricci, prequel di Mare Fuori: estetica Gomorra, regia solida, ma sceneggiatura che sbraga in “sceneggiata napoletana” tra rapimenti, amori col carceriere e battute da TikTok.
Dal Festival del Cinema di Roma, che feeling non ne ha manco per sbaglio, tra chi va alle proiezioni e poi torna a casa a cambiare il pannolino, parte una puntata condita di lamentele, doppiaggi mancanti e serie mediche coreane tutte uguali. Da The 19 Medical Chart a 25 and 21, fino a Partner Track e Brilliant Minds (quella con Spock, sì lui), è tutta una pioggia di sottotitoli e tirocinanti che balbettano. Ma per fortuna c’è Il Mostro di Stefano Sollima, ricostruzione maniacale di atti processuali e dialoghi veri, che divide: realistico o recitato male? Per noi, gran serie. Settimana mica male: si parte col monumentale Jafar Panahi e il suo Un semplice incidente, film clandestino e potentissimo, presentato in anteprima con tanto di intervista pubblica (e applausi meritati). Poi arrivano le uscite: Bugonia di Yorgos Lanthimos rifà Save the Green Planet ma perde il confronto con la follia coreana, Frankenstein di Del Toro su Netflix è gotico e ben fatto ma pure molle e senz’anima, Springsteen – Liberami dal nulla cerca di fare il Dylan e invece fa il cofanetto (che però è una bomba). Gran finale con House of Dynamite di Kathryn Bigelow: un missile nucleare in arrivo, 20 minuti alla catastrofe e tre punti di vista per raccontarli. E settimana prossima tocca a Dracula, Io sono Rosa Ricci e altre quattro bombe. Letteralmente.
Dalla Festa del Cinema di Roma arriva il film con la gallina protagonista—sì, viva, vera e pensante (o almeno così pare). Una commedia greca assurda e tenera che si piazza dritta nel nuovo filone "animali attori" insieme al polpo, la mucca e l’orso cocainomane. Poi tocca a Paolo Virzì e al suo film strano, incompiuto, con dialoghi che sembrano di prova e un’interpretazione da incubo firmata Galatea Bellugi, ma che chiude con un finale così emozionante da ribaltare tutto. Forse si chiude la sua trilogia depressiva. Nel mezzo, una puntata su asini, dottori televisivi, social, crowdfunding e sogni di gloria cinematografica. Spoiler: non ne usciamo migliori, ma sicuramente più confusi.
Springsteen soffre, soffre, soffre e fa Nebraska, il film gli corre dietro ma inciampa. Liberami dal nulla è il biopic più depresso dell’anno, con Jeremy Allen White che non gli somiglia e canzoni rifatte che suonano bene ma dicono poco. Niola scappa da un’intervista e si salva solo il cofanetto The Lost Albums da 260 euro. Poi si divaga con gusto: i dischi come armi in Tron, la techno che ne ha fatto un culto, i Daft Punk che hanno provato a resuscitarlo. E infine la vetta: Carabinieri, la fiction più soporifera della storia, dove tutto è immobile ma rassicurante. Faster sogna biopic su Aphex Twin, ma solo se non si vede niente. Spoiler: preferiamo tutti un bel documentario.
Si parte da Hotel Costiera, roba che manco Lori Del Santo avrebbe osato, tra sguardi fissi, occhioni azzurri e cagnolini rapiti da salvare a suon di cazzotti. Sì, è una serie vera. Da lì si salta ai redivivi RIS, a 24 e all'estetica split-screen da studiare per diventare youtuber colto. Passa Setzay, delude French Lovers, spunta la proposta geniale di un remake MCU-style su Bernadette. Poi: Young Sheldon fa ridere “come un cretino alle 4 di notte”, Le città di Pianura conquista con anarchia veneta da sbronzi, Testa o Croce prova un western laziale e affonda, Sim parte bene e poi si perde. Bene invece Together, horror di carne magnetica, e The Good Boy. C’è pure McConaughey eroe del fuoco in The Lost Bus, il biopic su Springsteen ancora da vedere ma con vibrazioni brutte, e The Pitt che riporta in vita le serie medical fatte bene. Il resto? Battute, ascoltatori espertissimi, e una gran voglia di Toblerone.
Questa settimana si parte col solito “l’avevo detto io!” sul futuro di James Bond, che secondo Prince Faster è stato copiato direttamente dalla radio – e Hollywood lo sa. Gabriele conferma: Denis Villeneuve alla regia, Steven Knight alla sceneggiatura e una possibile origin story pre-007 che forse non vedremo mai. Si passa poi a House of Guinness, serie ottocentesca di Knight dove magari si colgono indizi bondiani. Arriva anche She Said Maybe, chicca turco-tedesca da non ridere (ma sì). Il pezzo forte è The Pit, serie medica tutta steadycam e tagli a mitraglia, erede diretta di E.R.: chi la ama, chi la pirata, chi la traduce con le cuffie magiche. In ogni caso, ci si diverte.
Si parte col ritorno dalle vacanze e si finisce a Istanbul (televisivamente parlando): scopriamo che i turchi hanno rifatto Dottor House paro paro, con tanto di bastone, pillole, dialoghi identici e pure lo stesso logo. Si chiama “Dottor Akim, medico geniale” e va visto solo per crederci. Da lì si apre il grande capitolo dei remake 1:1, da Metastasis (il Breaking Bad colombiano) a Maschi veri che scimmiotta Machos Alfa. Poi tocca ai film in uscita: sorpresa grossa con La valle dei sorrisi, horror italiano finalmente degno del nome, tra misteri alpini, ginnasti traumatizzati e chiese pagane camuffate da palestre. Non tutto funziona, ma è il nostro miglior tentativo da decenni. Spoiler: c'è anche Citran che tira calci finti.
Tornato da Venezia con più polemiche che premi, Niola racconta un festival spaccato in due: il film sulla bambina palestinese commuove tutti ma prende solo il secondo premio, mentre il Leone d’Oro va al caruccio e innocuo Father Mother Sister Brother di Jarmusch. Italiani in ripresa con Tony Servillo premiato (forse immeritatamente) e un bel docu su Napoli. Ma il vero filmone è Un anno di scuola di Laura Samani, che nessuno considera eppure è una meraviglia. Poi si parla di Silent Friend, di M – Il figlio del secolo, del misterioso docu su Califano, di Downton 3, di Maresco, dei volumi squilibrati sulle piattaforme e pure di Goldrake in Rai. In mezzo, ovviamente, proposte indecenti per sequel apocrifi e qualche stoccata al mercato che resta, purtroppo, sotto il livello pre-pandemia.



