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Appunti - Il podcast della newsletter di Stefano Feltri
Appunti - Il podcast della newsletter di Stefano Feltri
Author: Stefano Feltri
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© Copyright Stefano Feltri
Description
Appunti è il progetto editoriale indipendente curato da Stefano Feltri che offre analisi, approfondimenti e inchieste realizzati insieme a giornalisti, esperti e scrittori.
Nella versione podcast trovate le conversazioni con ospiti italiani e internazionali, la versione audio dei corsi di Appunti e di Appunti di Geopolitica, oltre a brevi episodi dedicati ai libri di saggistica più interessanti e utili per capire l’attualità.
Appunti è un progetto di informazione indipendente, sostenuto soltanto dalle sue lettrici e lettori. Se pensi che sia importante, abbonati o regala un abbonamento a qualcuno a cui tieni
42 Episodes
Reverse
Gli Stati Uniti, dopo la Seconda guerra mondiale, avevano bisogno di organizzare un sistema che impedisse ai veri potenziali concorrenti — Europa e Giappone — di diventare troppo autonomi. La divisione del mondo in blocchi serviva anche a quello. L’Unione Sovietica non è mai stata un vero contropotere paragonabile agli Stati Uniti. Era un nemico utile, anche narrativamente. E il racconto della minaccia sovietica servì moltissimo a consolidare l’ordine americano. Oggi non ci sono più quelle condizioni
Manlio Graziano
Quella che trovate qui è la versione editata di una conversazione con Manlio Graziano, direttore dello Spykman Center, firma di Appunti e del Corriere della Sera – La Lettura, registrata al Casinò di Sanremo il 17 marzo in occasione della presentazione del suo libro per Mondadori Come si va in guerra. Propaganda, interessi, ideologie: cosa infiamma lo scontro tra potenze. Un ragionamento su guerra, declino dell’ordine internazionale e crisi dell’Occidente.
Si ringrazia per l’organizzazione Non dimenticare di ringraziare Marzia Taruffi, responsabile dell’ufficio stampa e cultura del Casinò di Sanremo, che ci ha fornito la registrazione dell’evento.
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L’appuntamento di Appunti di Geopolitica con Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, e Stefano Feltri per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.
Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cerchiamo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.
In questo episodio:
Trump non è una guida, è il segno del caosTrump può fermare o rilanciare la guerra quando vuole, ma proprio questa arbitrarietà mostra che negli Stati Uniti non funzionano più i vecchi contrappesi. Il problema non è fidarsi o no di lui: è che non esiste più un centro decisionale americano stabile.
L’Iran può solo rendere la guerra più costosaTeheran non ha la forza per vincere uno scontro diretto, ma può alzare il prezzo del conflitto per tutti. La minaccia su Hormuz va letta così: una mossa estrema di un paese in difficoltà che prova a impedire una chiusura rapida della guerra.
L’ordine internazionale di prima non c’è piùLa crisi conferma che il sistema di regole degli ultimi decenni è saltato. Non era perfetto, ma offriva un quadro di riferimento; oggi invece anche gli alleati degli Stati Uniti cercano nuovi equilibri senza sapere davvero dove trovarli.
India, Golfo e Cina si adattano a un mondo più instabileL’India continua a praticare il multiallineamento, ma nelle fasi di caos è sempre più difficile restare amici di tutti. Anche i paesi del Golfo capiscono che le basi americane non sono solo una protezione, mentre la Cina non sembra ancora capace di sostituire Washington.
L’Europa non ha ancora una strategia comunePer Maglio Graziano, l’attivismo di Macron non rafforza l’Europa ma ne mostra il limite: senza un interesse strategico comune non esiste una vera politica estera europea. Il problema non è il formato delle riunioni, ma l’assenza di una linea condivisa.
La stabilità di Meloni contava più dell’Italia in séAll’estero il referendum viene letto soprattutto come possibile fine di una delle poche esperienze di stabilità politica in Europa. Ma senza un’alternativa credibile, l’indebolimento di Meloni rischia di pesare più sulla posizione internazionale dell’Italia che sugli equilibri interni.
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L’appuntamento di Appunti di Geopolitica con Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, e Stefano Feltri per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.
Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cerchiamo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.
In questo episodio:
Una guerra senza obiettivo chiaroDonald Trump entra nella guerra contro l’Iran senza definire con precisione quale risultato politico voglia ottenere: contenimento, negoziato o cambio di regime. In queste condizioni la vittoria diventa soprattutto una questione di narrazione: per Washington conta poter dichiarare di aver ristabilito la deterrenza, mentre Teheran punta soprattutto a impedire agli Stati Uniti di chiudere rapidamente il conflitto.
L’Iran usa il caos come levaLa Repubblica islamica arriva alla crisi in una posizione di debolezza e non può sostenere uno scontro diretto con gli Stati Uniti. La strategia consiste quindi nel rendere la guerra costosa per tutti: instabilità regionale, tensioni nei paesi del Golfo e pressione sui mercati energetici.
L’energia torna al centro della geopoliticaOgni escalation nel Golfo si riflette immediatamente sui prezzi del petrolio e del gas. L’impatto non è solo economico ma politico: bollette e carburanti più cari mettono sotto pressione governi e opinioni pubbliche occidentali e riaprono il dibattito sulla sicurezza energetica.
L’Europa resta divisa sulla politica esteraLa tensione tra Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e Kaja Kallas, alta rappresentante per la politica estera dell’UE, evidenzia un problema strutturale: le decisioni strategiche restano nelle mani degli Stati membri. L’Unione europea fatica quindi a esprimere una posizione unica su una crisi come quella iraniana.
Russia e Cina osservano e guadagnano spazioL’aumento dei prezzi dell’energia favorisce economicamente la Russia e rischia di spostare l’attenzione internazionale dall’Ucraina. La Cina, invece, beneficia del fatto che gli Stati Uniti tornino a concentrarsi sul Medio Oriente, rallentando la pressione strategica americana sull’Indo-Pacifico.
Per approfondire: https://appunti.substack.com/
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L’appuntamento di Appunti di Geopolitica: una diretta Substack con Stefano Feltri e Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.
In questo episodio:
Guerra “regionale” e guerra “americana” La sequenza Israele–Stati Uniti–Iran non è il “secondo tempo” di giugno se si guarda a Washington: lì manca proprio la continuità. La variabile decisiva non è l’ennesima dottrina, ma il collasso di coerenza strategica: un Paese che resta il centro del sistema internazionale e insieme si muove in modo erratico, quasi impermeabile a qualunque esegesi razionale.
Trump come sintomo, non come causa Il punto di partenza è brutale: il problema non è l’uomo, è la società che lo porta lì sapendo chi è. Se 77 milioni votano quella promessa e poi arriva l’opposto, la frattura è strutturale. La politica estera diventa una sommatoria di pulsioni, narrazioni concorrenti, cordate interne (Rubio, Vance e il resto) che non producono una linea, ma rumore.
Troppe “spiegazioni” per essere una strategia Regime change, operazione “chirurgica”, diversivo Epstein, nucleare, petrolio, manovra anticinese: ogni racconto regge un pezzo e insieme mostrano il vuoto. Il criterio che taglia via la nebbia è uno: bombardare nel mezzo di un negoziato (per la seconda volta) distrugge credibilità e affidabilità. Dopo una mossa così, chi si siede ancora al tavolo con Washington senza temere la pistola sotto il tavolo?
La guerra che prende vita propria L’innesco è bilaterale, l’incendio diventa rapidamente “tutti contro tutti”: basi, aeroporti, infrastrutture, ambasciate, traffico commerciale, cittadini bloccati. In assenza di un obiettivo dichiarato, il finale lo scrivono i rapporti di forza e la soglia del costo politico interno: puoi “cantare vittoria” finché non perdi una portaerei, o centinaia di soldati, o il controllo della narrativa domestica.
Paesi del Golfo: mediatori costretti a schierarsi Qatar, Oman, Emirati provavano a mediare e vengono presi alla sprovvista; finiscono schiacciati su una postura filoamericana non per convinzione ma per necessità. L’Iran colpendo “le basi americane ospitate da voi” li trascina dentro, e la distinzione semantica non salva gli alberghi né la percezione pubblica.
Israele e l’illusione di un Medio Oriente “presidiato” La chiave di lettura più coerente è israeliana: una regione sotto sorveglianza diretta, con Washington che prima abilita e poi pretende di “disimpegnarsi” lasciando a Tel Aviv il presidio. Ma è un disegno velleitario: Israele senza appoggio americano non regge neppure l’ordinario, figuriamoci l’egemonia regionale.
Macron e il nucleare: “union sacrée” e leadership impossibile Aumento di testate, nuovi sottomarini, “deterrenza avanzata” europea: la lettura interna pesa quanto quella esterna. Senza coperture finanziarie credibili, l’annuncio serve anche a ricompattare e a rilanciare il ruolo presidenziale. Ma l’europeizzazione si autoannulla se il bottone resta solo a Parigi: perché Germania, Italia o Olanda dovrebbero affidare la propria sopravvivenza all’Eliseo, oggi o domani con Le Pen?
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Questo episodio discute il nuovo libro di Manlio Graziano Come si va in Guerra, appena uscito per Mondadori.
In questo episodio:
La guerra è il risultato di una sequenza di scelte politiche, non un evento improvviso.I conflitti armati non iniziano per errore né per automatismi incontrollabili. Sono l’esito di processi lunghi, in cui si accumulano decisioni, omissioni, segnali ignorati e valutazioni strategiche distorte. Gli Stati entrano in guerra quando giudicano che il costo dell’inazione sia superiore a quello dell’uso della forza, anche se questa valutazione si basa spesso su aspettative irrealistiche. La guerra nasce quindi da una razionalità politica imperfetta, non dall’irrazionalità.
Le strutture contano più delle intenzioni dei leader.Dietro le giustificazioni ufficiali – sicurezza, deterrenza, difesa dei valori – operano fattori strutturali profondi: squilibri di potere, dinamiche demografiche, vincoli economici, alleanze rigide, sistemi di sicurezza che non assorbono più le crisi. In questi contesti lo spazio per il compromesso si restringe progressivamente, fino a rendere il conflitto l’esito più probabile. Le decisioni individuali pesano, ma sono fortemente condizionate da contesti che spingono verso l’escalation.
Fare la guerra è prima di tutto una questione di capacità organizzativa e industriale.La capacità militare non si misura solo in tecnologia o armamenti avanzati, ma nella possibilità di sostenere lo sforzo bellico nel tempo. Produzione industriale, logistica, scorte, addestramento, consenso interno e resilienza economica diventano fattori decisivi. Le guerre contemporanee mostrano il fallimento dell’idea di conflitti rapidi e “puliti”: chi regge è chi dispone di strutture statali e industriali solide, non chi punta sull’effetto sorpresa.
Comprendere come si arriva alla guerra è una condizione per evitarla.Se il conflitto è il prodotto di dinamiche riconoscibili, può essere almeno in parte prevenuto. Questo richiede classi dirigenti capaci di leggere i segnali precoci, sistemi politici meno permeabili alla retorica bellicista e un ritorno al realismo nelle relazioni internazionali. Ignorare i meccanismi che portano alla guerra significa accorgersene solo quando le opzioni si sono già drasticamente ridotte.
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Michael Walzer è uno dei più influenti filosofi viventi: Garzanti ha appena pubblicato, con ottimo tempismo, una nuova edizione italiana del suo libro più importante del 1977, Guerre giuste e ingiuste - Una discussione morale con esempi storici.
In quasi 500 pagine, Walzer discute perché esistono guerre giuste e guerre ingiuste, e come si possano combattere in modo giusto guerre ingiuste o in modo ingiusto guerre giuste (riprendendo la distinzione tra ius ad bellum e ius in bello).
Come spiega all’inizio di questa nostra conversazione, in inglese, le radici del libro affondano nella sua esperienza personale: Walzer, oggi novantenne, da bambino vede combattere la Seconda guerra mondiale contro i nazisti e si rende conto dell’impossibilità di professare un pacifismo integrale.
Tra i temi discussi nella chiacchierata:
Per chi combatte o per chi subisce la guerra, c’è una differenza morale tra morire in una guerra giusta e morire in una guerra ingiusta?
La Russia è moralmente nel torto solo perché ha iniziato la guerra in Ucraina, o anche per il modo in cui la conduce?
La distinzione tra guerre giuste e ingiuste funziona ancora per i conflitti contemporanei (terrorismo, guerre asimmetriche, interventi “umanitari”, rivalità tra grandi potenze e guerre per procura), oppure va aggiornata?
Come si applica questa distinzione alla guerra di Israele a Gaza e che implicazioni ha?
L’aggressione è il nome che diamo al crimine della guerra. Riconosciamo questo crimine grazie alla nostra conoscenza della pace che esso interrompe — non la mera assenza di combattimenti, ma una pace con diritti, una condizione di libertà e sicurezza che può esistere solo in assenza dell’aggressione stessa. Il torto che l’aggressore commette consiste nel costringere uomini e donne a rischiare la propria vita per difendere i propri diritti. Li pone di fronte a una scelta: i vostri diritti oppure (una parte delle) vostre vite
Michael Walzer
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In questa puntata, eccezionalmente in inglese, interviene anche Mariam Qureshi, analista dello Spykman Center basata in Pakistan, che è ormai una firma ben nota al pubblico di Appunti di Geopolitica.
In questo episodio:
MULTI-ALLINEAMENTO. L’India come potenza “non allineata 2.0”: strategia di equilibrio tra Stati Uniti, Russia, Unione europea e Paesi del Golfo per massimizzare autonomia strategica, sicurezza e vantaggi economici in un ordine internazionale frammentato.
CRISI CONNESSE. Interdipendenza crescente tra Sud Asia e Medio Oriente: rivalità India–Pakistan, competizione con la Cina, Kashmir e risorse idriche che si intrecciano con il ruolo geopolitico di Emirati e Arabia Saudita come attori regionali e globali.
ISTITUZIONI IN DECLINO. Erosione del multilateralismo tradizionale: Nato e Nazioni Unite sotto pressione, nuove architetture ad hoc come il “Board of Peace”, e un contesto in cui l’Europa è spinta a ripensare ruolo, alleanze e capacità strategiche.
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Roberto Seghetti è una delle firme più apprezzate di Appunti, con i suoi articoli sulla politica economica, sul fisco e sulle trasformazioni dell’economia.
Per Laterza ha appena pubblicato un libro importante che presentiamo in questo video: https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858159972https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858159972.
In questo episodio si parla di:
A cosa servono i ricchi? E davvero dobbiamo cercare di attirarli con incentivi fiscali?
Cosa c’è di diverso in questa nuova generazione di tecno-oligarchi ostili alla democrazia?
Una certa uguaglianza tra cittadini è la premessa per la libertà?
I partiti di sinistra da dove dovrebbero cominciare per contrastare questa deriva feudale delle nostre società?
Roberto Seghetti
Roberto Seghetti, giornalista, ha lavorato per Agi, “Paese Sera”, “Il Messaggero” e “Panorama” occupandosi di economia. È stato dirigente del sindacato dei giornalisti e, durante il secondo governo Prodi, portavoce al ministero dell’Economia per la parte Finanze. Ha insegnato nel master di giornalismo della Lumsa, diventandone direttore. Durante le segreterie di Pier Luigi Bersani e Guglielmo Epifani è stato capo dell’ufficio stampa del PD. Tra le sue pubblicazioni, La bussola dell’informazione (Franco Angeli 1998) e Le tasse sono utili (Nutrimenti 2024).
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L'appuntamento di Appunti di Geopolitica con Stefano Feltri e Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.
In questo episodio:
Perché gli Stati Uniti stanno rischiando di perdere l’India?
Le élite globali che gli Epstein Files stanno mettendo in crisi riescono davvero a spostare gli equilibri nel mondo? O si limitano a trarre profitto dagli eventi?
Che fine ha fatto il negoziato per la tregua in Ucraina?
Cosa resta del “grande gioco” in Afghanistan
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il nuovo appuntamento di Appunti di Geopolitica è ogni martedì alle 17.30: una diretta Substack con Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.
Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cercheremo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.
In questo episodio:
C’è un senso nelle ultime mosse di Donald Trump, tra dazi, Groenlandia e gli omicidi di cittadini americani a Minneapolis?
E se il vero obiettivo del presidente fosse spaccare l’Europa per sottometterla?
Cosa possono fare davvero le “potenze medie” alle quali si è rivolto da Davos il premier canadese Mark Carney?
La puntata si basa su un saggio di Manlio Graziano dedicato alla nuova strategia americana. Qui sotto trovate un estratto centrale del testo, focalizzato sul rapporto tra Stati Uniti ed Europa.
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Il nuovo appuntamento di Appunti: ogni settimana una diretta Substack con Stefano Feltri, curatore di Appunti, e l’analista geopolitico Manlio Graziano, direttore del centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.
Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del centro Spykman, ogni settimana cercheremo di capire come rispondere alle domande che tutti ci facciamo.
In questo episodio:
Cosa c’è dietro l’ossessione di Trump per la Groenlandia?
Quali sono i veri piani del presidente degli Stati Uniti per l’Europa?
Il nuovo ordine mondiale può reggersi sulla Cina?
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Abbiamo cominciato un nuovo esperimento di Appunti: ogni settimana, una diretta Substack con l’analista geopolitico Manlio Graziano, direttore del centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.
Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del centro Spykman, ogni settimana cercheremo di capire come rispondere alle domande che tutti ci facciamo.
In questo episodio:
* Perché gli Stati Uniti di Trump prima dicono di volersi ritirare nel continente americano e poi minacciano interventi in Iran?
* Il regime degli ayatollah può davvero crollare? Come e con quali conseguenze?
* Perché l’Europa non è riuscita ad avere una posizione unica sul rapimento di Maduro e sull’attacco americano al Venezuela?
Ogni settimana la discussione partirà dalle domande che gli abbonati ad Appunti di Geopolitica faranno a Manlio Graziano
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Siamo cresciuti con la promessa di essere felici, attraverso i consumi, ma soprattutto grazie alla possibilità che ci viene offerta di essere “noi stessi”. E se fosse tutta un’illusione?
Questa puntata nasce dalla presentazione del libro La conquista dell’infelicità presso L’Opificio Italiacamp, un centro di cultura e formazione, inaugurato a giugno a Roma. Un luogo suggestivo, nato dal recupero e dalla riqualificazione di un ex-marmificio, nella zona Ostiense-Marconi, quella della prima industrializzazione della Capitale.
Siamo cresciuti con la promessa di essere felici, attraverso i consumi, ma soprattutto grazie alla possibilità che ci viene offerta - se ci impegniamo abbastanza - di essere “noi stessi”, qualunque cosa questo significhi.
E se fosse tutta un’illusione? E se la grande sfida fosse invece imparare a essere infelici?
Stefano Feltri ne discute con Raffaele Alberto Ventura, autore del libro La conquista dell’infelicità (Einaudi)
Raffaele Alberto Ventura è ricercatore presso il Laboratoire d’anthropologie politique dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e progetta percorsi di formazione. Curatore degli scritti di Cornelius Castoriadis (Contro l’economia, Luiss University Press 2022), è autore di vari saggi tra cui Teoria della classe disagiata (minimum fax 2017) e Radical choc. Ascesa e caduta dei competenti (Einaudi 2020).
Questo episodio è realizzato con la collaborazione di Anna Menale.
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Dopo le elezioni presidenziali del primo giugno, il Paese più importante dell’Europa dell’Est rimane spaccato tra due identità, due visioni del mondo e della propria storia. Per capire perché e come questa spaccatura è decisiva per il futuro (e per il passato) dell’Europa, serve l’analisi geopolitica di Manlio Graziano.
Questo è un episodio zero di un’ipotesi di nuovo podcast prodotto da Appunti che vorremmo sperimentare dopo l’estate.
Fateci sapere cosa ne pensate in modo da poterlo migliorare. Potete anche suggerirci nei commenti i temi sui quali vorreste approfondimenti.
Per approfondire c’è il lungo saggio sul tema che Manlio graziano ha scritto per Appunti (lo trovate qui sotto, ora senza paywall):
https://appunti.substack.com/p/due-nessuna-centomila
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Per tutta la durata del suo papato, Francesco ha sempre promesso che la sua Chiesa avrebbe perseguito abusi e abusatori senza incertezze. Ma alle parole non sono mai seguiti i fatti e il Vaticano ha continuato a coprire, insabbiare, negare, e ad abbandonare le vittime.
Il caso più clamoroso è quello di Marko Ivan Rupnik, teologo e artista famoso in tutto il mondo per i mosaici che decorano le chiese più importanti. Per oltre trent’anni le sue vittime hanno denunciato gli abusi subiti, e non è successo niente.
Nel maggio del 2020 padre Rupnik viene anche scomunicato dal dicastero per la Dottrina della fede: ha assolto in confessione il complice, cioè la donna vittima di abusi che la Chiesa considera, appunto, complice.
Nel giro di pochi giorni la scomunica viene revocata. E c’è solo una persona che può prendere una decisione così importante: papa Francesco in persona, amico di Rupnik, gesuita come lui.
Quel favore all’amico è l’ultima goccia in un vaso di scandali. In questa nuova inchiesta seguiamo il filo del caso Rupnik per raccontare le omertà e le complicità di una Chiesa ossessionata dal sesso nella quale il potere è cementato dall’omertà, e gli scandali per abusi servono solo a regolare i conti tra fazioni in lotta.
Dopo il successo de La Confessione, un nuovo lavoro di giornalismo investigativo sul tema degli abusi nella Chiesa firmato da Stefano Feltri, Giorgio Meletti e Federica Tourn
La produzione di questo podcast è sostenuta dalle abbonate e dagli abbonati alla newsletter Appunti dove potete leggere le inchieste di Federica Tourn e gli approfondimenti dei temi trattati nel podcast.
Poiché nessun editore vuole parlare di questo tema, abbiamo lavorato da soli, sostenendo i costi di questo progetto. Se vuoi contribuire puoi farlo sostenendo Appunti o con una donazione per il podcast sulla piattaforma di crowdfunding Go Fund Me
La Scomunica
è un podcast di giornalismo investigativo disponibile su Spotify e tutte le principali piattaforme
di Stefano Feltri, Giorgio Meletti e Federica Tourn
Inchiesta sul campo di Federica Tourn
Story editor Giorgio Meletti
Consulenza musicale e sonora: Stefano Tumiati
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l 5 marzo 2024 don Giuseppe Rugolo è stato condannato a 4 anni e 6 mesi in primo grado, dal tribunale di Enna. Da quasi due anni, con i miei colleghi Giorgio Meletti e Federica Tourn, seguiamo questa storia solo all’apprenza periferica.
La consideriamo così importante da averci dedicato un podcast in sette puntate, La Confessione, di cui qui potete sentire un teaser, che inquadra la vicenda e presenta i fatti.
Perché quella singola vicenda è come un frattale, replica in piccolo tutto il sistema di coperture e insabbiamenti che ha finora impedito che in Italia scoppiasse lo scandalo degli abusi nella Chiesa.
Perché soltanto in Italia non è ancora scoppiato il caso degli abusi nella Chiesa cattolica? Perché il sistema di copertura degli abusatori è ancora in piedi ed efficace, coinvolge decine e decine di preti e vescovi ed è tacitamente approvato da papa Francesco.
Il podcast La Confessione ricostruisce come la Chiesa italiana silenzia le denunce delle vittime, copre i preti sotto accusa e nasconde lo scandalo. E sono loro, i preti, a raccontarlo.
“Ho insabbiato questa storia”, dice il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, intercettato al telefono mentre parla con don Giuseppe Rugolo, condannato a 4 anni e 6 mesi per violenza sessuale in primo grado a Enna martedì 5 marzo.
Per la prima volta possiamo ascoltare direttamente i protagonisti di una vicenda di abusi spiegare come funziona il sistema per insabbiare e depistare, come si usano le risorse della Chiesa per tacitare le vittime e lasciare gli abusatori impuniti. Secondo Gisana, le accuse di violenza sessuale per Rugolo sono un dono di Dio, “per diventare santo”.
Antonio Messina è un ragazzo di Enna che per anni è stato abusato da don Rugolo, fin da quando era minorenne. Nel 2014 inizia a chiedere giustizia alle strutture ecclesiastiche, dieci anni dopo arriva la sentenza della magistratura ordinaria.
Grazie alla sua denuncia, sono emersi i documenti audio su cui si basa questo podcast: intercettazioni telefoniche e dialoghi registrati dai protagonisti all’insaputa l’uno dell’altro.
Sulla newsletter Appunti troverete approfondimenti e commenti ai temi trattati nel podcast.
Per sostenere il progetto della Confessione, seguite il podcast e cliccate sulla campanella, per essere informati sui prossimi episodi.
La Confessione
è un podcast di giornalismo investigativo in 7 puntate disponibile su Spotify e tutte le principali piattaforme
Autori:
Stefano Feltri
Giorgio Meletti
Federica Tourn
Con la collaborazione di Carmelo Rosa
Consulenza musicale e sonora: Stefano Tumiati
Produzione:
Il podcast La Confessione è possibile grazie al sostegno degli abbonati alla newsletter Appunti
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In questo quarto episodio degli Appunti di Geopolitica con Manlio Graziano arriviamo all’attualità, dopo essere partiti da lontano, dalla pace di Vestfalia nel 1648. Abbiamo raccontato come si muova il pendolo dall’ordine al disordine mondiale, come lo sviluppo ineguale dei paesi e delle aree generi tensioni che mettono in discussione le egemonie consolidate. Mentre qualcuno declina, qualcun’altro ascende e ambisce a prenderne il posto. E questo succede sempre, non c’è alcun momento che possiamo classificare come stasi. E quindi è ora di discutere della crisi dell’egemonia americana, di come questo percorso sia avviato su una traiettoria ben riconoscibile e senza ritorno, ma non lineare. Se la crisi in Medio Oriente rende evidente il caos seguito al progressivo ritiro di Washington dall’area, la guerra in Ucraina ha dato l’illusione che i pilastri dell’ordine mondiale americano fossero ancora in piedi - la garanzia di sicurezza all’Europa, la contrapposizione con la Russia - ma gli Stati Uniti non riescono più a reggere il loro ruolo. E dopo la fine dell’egemonia Usa, che cosa ci aspetta? Per saperne di più c'è la newsletter Appunti e il libro di Manlio Graziano Disordine mondiale (Mondadori)
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L’ordine di Yalta è la sanzione della vittoria assoluta degli Stati Uniti sui suoi competitori. È un passaggio storico fondamentale.La Seconda guerra mondiale per gli Stati Uniti è stata in realtà composta da due guerre mondiali, con alleati diversi.C’è una guerra in Europa in cui l’Unione sovietica è alleata e cobelligerante, e c’è una guerra in Asia in cui l’Unione Sovietica non è cobelligerante.Quello che è successo nella Seconda guerra mondiale è un inedito assoluto nel corso della storia: si è affermato un paese in grado di sconfiggere tutti i suoi competitori, e quando dico tutti i suoi competitori non mi riferisco soltanto alla Germania e al Giappone, ma anche alla Gran Bretagna, che era il competitore principale.Nel terzo episodio di questo ciclo di Appunti di geopolitica, con Manlio Graziano approfondiamo l'interpretazione degli eventi seguiti alla Seconda guerra mondiale. La spartizione del mondo tra Stati Uniti e Russia e la costruzione dell'ideologia della Guerra fredda. Per saperne di più c'è la newsletter Appunti e il libro di Manlio Graziano Disordine mondiale (Mondadori)
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Tutta la politica internazionale si può leggere come una competizione per l’egemonia: la potenza in ascesa contende la posizione di primazia all’egemone, che prova a difendersi. Chi è al vertice è destinato a cadere, e di solito il passaggio da un egemone all’altro passa attraverso guerre sanguinose. L’ordine mondiale è dunque un’illusione, è soltanto la parentesi in attesa della prossima guerra? La guerra è inevitabile? Questo è l’argomento del secondo episodio di Appunti di Geopolitica, il podcast con Manlio Graziano. E’ una serie di quattro episodi, se volete che continui, potete suggerire argomenti o modifiche a appunti@substack.com Manlio Graziano vive a Parigi, dove insegna Geopolitica e Geopolitica delle religioni alla Paris School of International Affairs di SciencesPo e alla Sorbona. Dirige il Nicholas Spykman International Center for Geopolitical Analysis, scrive su «Limes», «Gnosis» e il «Corriere della Sera» e collabora regolarmente con «International Affairs Forum». Il suo ultimo libro è Disordine mondiale (Mondadori) che è diventato lo spunto per la serie di podcast Appunti di Geopolitica.
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Inizia con questo primo episodio un ciclo di quattro puntate di Appunti di Geopolitica: con Manlio Graziano seguiamo il filo del ragionamento sviluppato nel nuovo libro di Manlio Disordine mondiale, in uscita il 23 gennaio per Mondadori. Partiamo dalla pace di Vestfalia del 1648 con la nascita dell’idea di Stato moderno, per esplorare la grande tensione al centro delle relazioni internazionali e, più in generale, della politica: ogni Stato che è in condizione di farlo, cerca di conquistare il ruolo di potenza egemonica, ma quando ci riesce mette le basi per la propria caduta, cioè per essere sostituito da un nuovo egemone che a sua volta seguirà la stessa traiettoria.La geopolitica è la disciplina analitica che permette di seguire questo pendolo tra ordine e disordine, capire in quale momento della sua oscillazione ci troviamo e adottare così i comportamenti coerenti con la minimizzazione del danno. Senza essere velleitari, senza condannarsi alla sconfitta.In queste puntate non troverete il commento all’attualità, a volte vi sembrerà che prenderemo la discussione un po’ alla lontana, ma se seguite il ragionamento vi accorgerete che bisogna per capire le tensioni tra Cina e Taiwan, la guerra di Gaza, le mosse di Vladimir Putin sull’Ucraina bisogna infilare gli occhiali giusti, quelli che consentono di vedere le trame profonde, le leggi quasi universali che incrociano la storia con la filosofia e con la strategia. Ogni puntata del podcast è accompagnata da un numero della newsletter Appunti che contiene una versione condensata ed editata della conversazione tra Manlio Graziano e me, per consentire anche a chi non ha tempo di ascoltare il podcast di farsi un’idea, e permettere a chi ha ascoltato di ritrovare e fissare meglio i concetti fondamentali. Manlio Graziano vive a Parigi, dove insegna Geopolitica e Geopolitica delle religioni alla Paris School of International Affairs di SciencesPo e alla Sorbona. Dirige il Nicholas Spykman International Center for Geopolitical Analysis, scrive su «Limes», «Gnosis» e il «Corriere della Sera» e collabora regolarmente con «International Affairs Forum». Il suo ultimo libro è Disordine mondiale (Mondadori) che è diventato lo spunto per la serie di podcast Appunti di Geopolitica.
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