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Jazz Anthology
Jazz Anthology
Author: Radio Popolare
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"Jazz Anthology", programma storico di Radio Popolare, esplora la lunga evoluzione del jazz, dalla tradizione di New Orleans al bebop fino alle espressioni moderne. Il programma, con serie monografiche, valorizza la pluralità e la continuità del jazz, offrendo una visione approfondita di questo genere musicale spesso trascurato dai media. La sigla del programma è "Straight Life" di Art Pepper, tratto da "Art Pepper Meets The Rhythm Section" (1957).
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"Jazz Anthology", programma storico di Radio Popolare, esplora la lunga evoluzione del jazz, dalla tradizione di New Orleans al bebop fino alle espressioni moderne. Il programma, con serie monografiche, valorizza la pluralità e la continuità del jazz, offrendo una visione approfondita di questo genere musicale spesso trascurato dai media. La sigla del programma è "Straight Life" di Art Pepper, tratto da "Art Pepper Meets The Rhythm Section" (1957).
"Jazz Anthology", programma storico di Radio Popolare, esplora la lunga evoluzione del jazz, dalla tradizione di New Orleans al bebop fino alle espressioni moderne. Il programma, con serie monografiche, valorizza la pluralità e la continuità del jazz, offrendo una visione approfondita di questo genere musicale spesso trascurato dai media. La sigla del programma è "Straight Life" di Art Pepper, tratto da "Art Pepper Meets The Rhythm Section" (1957).
"Jazz Anthology", programma storico di Radio Popolare, esplora la lunga evoluzione del jazz, dalla tradizione di New Orleans al bebop fino alle espressioni moderne. Il programma, con serie monografiche, valorizza la pluralità e la continuità del jazz, offrendo una visione approfondita di questo genere musicale spesso trascurato dai media. La sigla del programma è "Straight Life" di Art Pepper, tratto da "Art Pepper Meets The Rhythm Section" (1957).
Gli anni volano e senza neanche accorgercene Franco D'Andrea, grande amico e habitué di Jazz Anthology, non era ospite della nostra trasmissione dall'ottobre 2022. L'occasione per il suo graditissimo ritorno è Live, suo secondo album - un Cd doppio pubblicato da Parco della Musica Records - in trio con Gabriele Evangelista al contrabbasso e Roberto Gatto alla batteria, e anche primo album della lunga carriera di D'Andrea registrato in un club - un vecchio sogno di Franco - nello specifico il Torrione Jazz Club di Ferrara nel dicembre del 2024. Grande protagonista del pianismo contemporaneo, inesausto nella sua originale ricerca musicale, D'Andrea è a Jazz Anthology a ridosso di alcuni appuntamenti importanti, a Bergamo Jazz il 19 marzo, a Jazz a Bollate (nell'ambito di una rassegna interamente consacrata ai cinquant'anni della Red Records) il 20 aprile, al Torino Jazz Festival il 29 aprile, tutti in trio con Evangelista e Gatto. Oltre a presentare una scelta di brani da Live (c'è anche una interpretazione di Norwegian Wood di Lennon McCartney), Franco D'Andrea approfitta del pianoforte dell'Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare (un suo live in solo nel nostro auditorium diventò un album) per illustrare alcune soluzioni "intervallari" utilizzate nei brani, e per improvvisare due brani a mo' di sigla di chiusura della trasmissione. A cura di Marcello Lorrai.
Nell'annata discografica '55 le grandi cantanti di jazz sono ottimamente rappresentate; le uscite intestate a Sarah Vaughan sono parecchie, e ci sono album di Ella Fitzgerald e di Dinah Washington, e anche Billie Holiday si difende molto bene: i suoi due album sono fra i più caratterizzanti dell'anno. Billie Holiday At Jazz at the Philarmonic, pubblicato come 10 pollici dalla Clef di Norman Granz, raccoglie materiale dal vivo del '45-46, registrato in due o forse anche tre sedi diverse, nel corso delle serate allestite da Granz con la fortunata formula appunto di Jazz at the Philarmonic, pacchetti assortiti con popolari protagonisti del jazz di stili e generazioni differenti, bianchi e neri, presentati in grandi sale in una dimensione concertistica spontanea e spettacolare, stile jam session: si tratta di registrazioni di una decina di anni prima, ma - come sottolinea lo stesso Granz nelle note di copertina - l'espressione di Billie Holiday non ne esce affatto datata, perché è senza tempo; fra i brani un toccante Strange Fruit. Nel '55 la Clef pubblica anche Music for Torching, primo album di Billie Holiday che l'etichetta realizza direttamente nel formato di Lp a 12 pollici che sta nel frattempo prendendo piede: i brani, registrati nell'estate del '55, sono torch songs, come sono chiamate le canzoni sentimentali in cui ci si strugge per un amore: oltre ad offrire interpretazioni di grande livello dei brani, il disco è anche da considerare un riferimento - non solo in ambito jazzistico - in quanto album esplicitamente dedicato, e addirittura intitolato, a questo tipo di repertorio. A cura di Marcello Lorrai.
Uno dei concerti più attesi dell'estate del jazz sarà senz'altro quello del quartetto di Charles Lloyd il 6 luglio a Perugia per Umbria Jazz: aspettando di ritrovare il grande sassofonista dal vivo, ascoltiamo il suo ultimo album, Figure in Blue, in trio con Jason Moran al pianoforte e Marvin Sewell alla chitarra, pubblicato in autunno dalla Blue Note, in doppio Cd o doppio vinile. Il 15 marzo Lloyd compirà 88 anni: uno dei fenomeni caratteristici della più recente fase del jazz, del jazz del nuovo millennio, è quello della presenza sulle scena di musicisti di grande longevità, non come semplici sopravvivenze, ma come artisti che contribuiscono ad animare il jazz contemporaneo con percorsi di luminosa creatività, continuando ad essere figure carismatiche e a costituire una preziosa sollecitazione anche per i musicisti delle generazioni più giovani. E' il caso di Lloyd, uno dei personaggi emblematici del jazz degli anni sessanta, che poi, defilatosi nei settanta, è tornato in auge negli ottanta, attraversando gli ultimi decenni del jazz con uno status molto alto. La dimensione del trio stimola Lloyd, che con varie combinazioni strumenatli negli ultimi anni l'ha praticata molto: in Figure in Blue la scelta di evitare la ritmica appare azzeccata, e dà alla musica una morbidezza in cui il sax di Lloyd si inserisce come un distillato di suoni e di espressione, di lirismo e di poesia. A cura di Marcello Lorrai.
Tre brillanti uscite recenti della dinamica etichetta svizzera Intakt. Negli ultimi anni la intakt ha pubblicato diversi album del sassofonista newyorkese Tim Berne - dagli anni ottanta figura cruciale dell'avanguardia - fra cui un suo duo con il chitarrista Gregg Belisle Chi: del quale adesso la Intakt propone un album di interpretazioni in solo di musiche di Tim Berne, alcune già sperimentate da Berne e Belisle Chi in vari organici, altre composte dal sassofonista appositamente per questo album. Se si è avuta l'occasione di ascoltare Alexis Marcelo - newyorkese, afrolatino, con un background musicale molto interessante e articolato - per esempio accanto a James Brandon Lewis, si è rimasti con il desiderio di approfondire la conoscenza del suo pianismo: complimenti alla Intakt che gli ha offerto una bella vetrina dandogli l'opportunità di un piano solo. La sassofonista tedesca Angelika Niescier, che già aveva robusti rapporti con la scena newyorkese, negli ultimi anni ha intensificato quelli con la scena chicagoana: assieme a figure molto rappresentative dell'avanguardia della Windy City, Nicole Mitchell al flauto, Dave Rempis al sax alto e tenore, Jason Adasiewicz al vibrafono, Mike Reed alla batteria, e a Luke Stewart, bassista degli Irreversible Entanglements, Angelika Niescier crea una musica con una grande coesione di gruppo e di rimarchevole densità e slancio. A cura di Marcello Lorrai.
La Blue Note sta puntando su live inediti di grandi protagonisti del jazz pescando in un'epoca ricca di grande musica dal vivo, la metà degli anni sessanta: come il travolgente live del gruppo di McCoy Tyner e Joe Henderson allo Slugs nel '66 portato alla luce nel 2024 e di cui ci siamo a suo tempo occupati (puntata del 30 dicembre 2024). Adesso - con un album disponibile in Cd e Lp - è la volta di Horace Silver, dal vivo nel '65 al Penthouse di Seattle con un quintetto in cui ritroviamo al sax tenore appunto Joe Henderson, e completato dal grande Woody Shaw alla tromba, e da Teddy Smith al contrabbasso e Roger Humphries alla batteria. Sinonimo di hard bop, il genere di cui con Art Blakey alla metà degli anni cinquanta è stato all'origine, emblema della Blue Note, per la quale tra i cinquanta e i settanta incide una trentina di album, all'epoca di questo live Silver è all'apice della popolarità: all'inizio del '65 è uscito l'album Song for My Father, che prende il titolo da uno dei suoi brani più fortunati, e che resterà il suo album di maggiore successo. In questo live Silver interpreta Song for My Father, ma anticipa anche un altro fortunato brano, The Cape Verdean Blues, che darà il titolo al suo album successivo, inciso un paio di mesi dopo l'ingaggio al Penthouse. Un genere - l'hard bop - accattivante, brani di grande presa, e musicisti eccellenti come Henderson e Shaw: senza dimenticare che - come si può ben cogliere da questo inedito - Silver è stato anche uno dei pianisti più importanti e coinvolgenti degli anni cinquanta e sessanta.
Uscito a tamburo battente nell'ottobre '55 - il mese dopo l'esibizione da cui fu ricavato - Concert by the Sea di Erroll Garner è stato uno dei successi più clamorosi del jazz degli anni cinquanta e di tutta la vicenda di questa musica, e continua ancora oggi ad essere uno dei dischi di jazz più popolari. Autentico fenomeno - un virtuoso dello strumento che non imparò mai a leggere la musica - il pianista afroamericano era in ascesa sulla scena del jazz dalla metà degli anni quaranta, ma il vero decollo della sua carriera avviene proprio a partire dalla metà degli anni cinquanta. Nell'estate del '54 Garner registra per la prima volta una sua composizione, Misty, che esce poi nel '55 nel suo album Contrasts, e che avrà un successo enorme. Ma è proprio con Concert by the Sea che Garner consolida definitivamente la sua popolarità. Guidato da uno straordinario fiuto, George Avakian, produttore della Columbia, decise di pubblicare l'album benché la registrazione, effettuata da un militare che lavorava per il network radiofonico delle forze armate, fosse tecnicamente tutt'altro che impeccabile: ma il pubblico fu conquistato dalla freschezza, dalla verve, dalla comunicativa del pianismo di Garner e del suo trio, e prima della fine dell'anno il disco aveva venduto già 225mila copie. L'esibizione di Garner era uno degli appuntamenti jazzistici organizzati a Carmel, in California, dall'animatore radiofonico e produttore Jimmy Lyons: concerti che rappresentano le premesse del festival di Monterey che Lyons avrebbe poi varato nel '58. A cura di Marcello Lorrai.
Souffle Continu è un negozio di dischi parigino, specializzato in jazz d'avanguardia e musica improvvisata. Ma Souffle Continu ha anche una proiezione discografica, l'etichetta dallo stesso nome, con una vivace attività di uscite, sia album nuovi che ristampe. Per quanto riguarda le ristampe Souffle Continu sta rieditando album del catalogo della gloriosa Palm, fondata nel 1973 da Jef Gilson: tra gli ultimi titoli Give the Vibes Some, singolare album registrato a Parigi nel '74 dal vibrafonista afroamericano di Philadelphia Khan Jamal, che nella sua città aveva inciso un disco (riscoperto poi nel nuovo millennio) con il gruppo Sounds of Liberation, fondato assieme al sassofonista Byard Lancaster. Inedito è invece Diriaou, un album di grande prestigio per la Souffle Continu, perché ci propone, in registrazioni dal vivo dell'estate del '98, il sassofonista britannico John Surman - per una volta in libera uscita dalla Ecm - in duo con Kristen Noguès, virtuosa dell'arpa celtica, che dagli anni settanta è stata una figura cruciale del movimento di rinnovamento della musica e della cultura popolare bretone: Noguès, che è mancata prematuramente nel 2007, ebbe occasione di suonare con Surman in vari formati, ma non risultano altri album in comune dei due musicisti. A cura di Marcello Lorrai.
Se il pianismo di Bill Evans ha avuto dalla fine degli anni cinquanta una enorme influenza sul pianismo jazz successivo, i suoi trii sono stati fondamentali per il rinnovamento della logica dell'interplay del trio piano-basso-batteria, e su questo il trio con Scott LaFaro al contrabbasso e Paul Motian alla batteria ha avuto una importanza decisiva. Portrait in Jazz e Explorations sono i due album di studio realizzati da Evans con LaFaro e Motian, usciti rispettivamente nel '60 e nel '61: che ci permettono di entrare nel laboratorio - nel momento in cui è allo stato nascente - della nuova dimensione del piano trio. Delle sedute da cui nacquero i due album, in occasione delle successive ripubblicazioni in Cd erano emerse diverse tracce inedite: ma la raccolta recentemente pubblicata dalla Craft (triplo Cd, quintuplo vinile o digitale) porta alla luce ben diciassette altre tracce inedite, che oltre a darci nuove occasioni di piacere incrementano le possibilità di confronto fra diverse interpretazioni degli stessi brani nel corso di una seduta, portandoci dunque ancora più all'interno del laboratorio del trio. E sono proprio le tracce inedite prima di questa raccolta che privilegiamo in questa puntata. Per ricordare che cosa rappresentano i due straordinari album di Bill Evans ci facciamo aiutare dal libro di Enrico Pieranunzi - da decenni uno dei maggiori pianisti italiani e assai considerato anche oltre Atlantico - pubblicato negli anni novanta e ora opportunamente riproposto dal Saggiatore (Bill Evans. Ritratto d'artista con pianoforte, 220 pp. circa, 18 euro). Pieranunzi, che ha profondamente meditato la lezione di Evans, è nella migliore posizione per illuminare i procedimenti "tecnici" del pianista, ma, in un libro scritto con finezza, accurato e allo stesso tempo agile, dedica molto spazio al "senso" più profondo della sua musica. A cura di Marcello Lorrai.
Fra la seconda metà degli anni cinquanta e il 1964, quando muore prematuramente a soli 36 anni, Eric Dolphy ha attraversato il firmamento del jazz come una luminosa e stupefacente meteora. Claudio Sessa, ospite in studio, ci presenta la nuova edizione, largamente rielaborata e ampliata, del suo libro su Dolphy, adesso riproposto da Quodlibet nella autorevole collana Chorus (che Jazz Anthology ha costantemente seguito: le puntate sono rintracciabili in podcast): Il marziano del jazz. Vita e musica di Eric Dolphy (con contributi introduttivi di Roscoe Mitchell e di Paul Steinbeck, 232 pp., 22 euro). Estremamente approfondito - ma anche di scorrevole lettura - il lavoro di Sessa ha un notevole rilievo in un panorama internazionale in cui, a oltre sessant'anni dalla scomparsa di Dolphy, sulla figura unica e difficilmente incasellabile del polistrumentista californiano i volumi prodotti non abbondano. Col corredo di una scelta di brani, con Sessa parliamo di alcune fondamentali collaborazioni di Dolphy, quelle con Mingus, Coleman e Coltrane, di come collocare Dolphy rispetto al free jazz, del suo ruolo di battistrada di importanti aspetti del post-free, e insomma del perché Eric Dolphy può essere considerato "il marziano del jazz". A cura di Marcello Lorrai.
Graditissimo ritorno a Jazz Anthology di Stefano Battaglia, e questa volta con a disposizione il pianoforte del nostro auditorium Demetrio Stratos. Battaglia ci presenta il suo doppio cd in solo Musica Salva, pubblicato in autunno da Centripeta: diretta da Battaglia, l'etichetta ha debuttato lo scorso anno con Kum! del Tabula Rasa Ensemble, formazione pure diretta da Battaglia nata dalla collaborazione fra due istituzioni del prestigio della Accademia Musicale Chigiana e di Siena Jazz. Battaglia ci parla inoltre dell'importanza dell'improvvisazione nel suo pianismo e nella sua concezione della musica, del suo consolidato rapporto con la Ecm - per la quale ha inciso recentemente un nuovo album, dedicato al popolo palestinese, di cui ci anticipa al pianoforte un brano - e di cosa hanno rappresentato per lui Keith Jarrett e Manfred Eicher, ai quali rende omaggio in Musica Salva con Keyman; e oltre a raccontarci i suoi progetti e impegni per il nuovo anno, ci propone alcuni brani nella dimensione a lui tanto cara del solo. Stefano è cresciuto e si è formato a Milano, e della sua esperienza giovanile milanese ha vivo il ricordo del riferimento che era rappresentato da Radio Popolare: e fra i brani che ci regala in questo live, uno è "per Radio Popolare". A cura di Marcello Lorrai.
Nel nostro gioco sulle annate discografiche del jazz di settant'anni fa, ci pare appropriato per la prima puntata del 2026 un album sui mesi dell'anno, Calendar Girl della cantante Julie London, uscito nel '56. Tra anni cinquanta e sessanta Julie London, nata nel '26, negli Stati Uniti ha avuto un notevole successo come cantante, ma già prima, e poi anche molto oltre la fine della sua presenza sulle scene musicali, ha avuto una fortunata carriera come attrice. Nel '55 il suo primo singolo, Cry Me a River, diventò un hit: nel dicembre del '55 seguì il suo primo album, Julie Is Her Name, e poi nel '56 Lonely Girl, e il suo terzo Lp, Calendar Girl. Con queste prime credenziali, nel '55 e nel '56 (e poi anche nel '57) Julie London viene proclamata da Billboard la cantante donna più popolare. Intanto fin dagli anni della seconda guerra mondiale Julie London si è affermata come una delle pin up dell'epoca: e con il titolo e la copertina di Calendar Girl la casa discografica gioca sulla sua bellezza da calendario sexy. Ma, benché non dotata di clamorose risorse vocali, cosa di cui è consapevole, Julie London non è solo look: è una cantante elegante, sicura, con una bella dizione, il cui fascino risiede in una voce "fumosa" e nel rapporto molto personale, intimo, ravvicinato che pare instaurare con l'ascoltatore. Purtroppo il carattere "oversmoked" della sua vocalità è anche il risultato di un accanito tabagismo e degli eccessi nel bere, che comprometteranno le sue capacità vocali già verso i quarantacinque anni: alla fine degli anni sessanta Julie London deciderà così di abbandonare l'attività di cantante. A cura di Marcello Lorrai.
"Jazz Anthology", programma storico di Radio Popolare, esplora la lunga evoluzione del jazz, dalla tradizione di New Orleans al bebop fino alle espressioni moderne. Il programma, con serie monografiche, valorizza la pluralità e la continuità del jazz, offrendo una visione approfondita di questo genere musicale spesso trascurato dai media. La sigla del programma è "Straight Life" di Art Pepper, tratto da "Art Pepper Meets The Rhythm Section" (1957).
"Jazz Anthology", programma storico di Radio Popolare, esplora la lunga evoluzione del jazz, dalla tradizione di New Orleans al bebop fino alle espressioni moderne. Il programma, con serie monografiche, valorizza la pluralità e la continuità del jazz, offrendo una visione approfondita di questo genere musicale spesso trascurato dai media. La sigla del programma è "Straight Life" di Art Pepper, tratto da "Art Pepper Meets The Rhythm Section" (1957).
Seconda delle due puntate che dedichiamo a Wadada Leo Smith in occasione del suo 84esimo compleanno (18 dicembre), prendendo in considerazione quattro uscite, fra le più significative, ma che solo alcune fra le numerose con cui fra l'anno scorso e quest'anno Wadada, attivissimo, ha ulteriormente allungato la sua già consistente discografia. Defiant Life (uscito quest'anno), è il secondo duo di Wadada con Vijay Iyer - pianista e tastierista (e bandleader) di grande reputazione sulla scena del jazz di oggi - pubblicato come già il primo, uscito nel 2016, dalla Ecm. In Eyes On The Horizon (pubblicato lo scorso anno), Wadada contribuisce ad un album che vuole essere proprio un omaggio nei suoi confronti da parte di Joe Fonda, contrabbassista con una grande curriculum nell'avanguardia (per esempio accanto ad Anthony Braxton per molti anni), per il quale Wadada è stato decenni fa un maestro e ha continuato poi ad essere fino ad oggi una grande fonte di ispirazione. A cura di Marcello Lorrai.
Reduce da una tournée europea densa di date fra ottobre e novembre, il 18 dicembre Wadada Leo Smith compie 84 anni: gli rendiamo omaggio con due puntate dedicate ad album usciti fra lo scorso anno e il 2025. Nella puntata di questa sera accostiamo due suoi duo con pianiste: Central Park (uscito nel 2024), con Amina Claudine Myers, sua antica conoscenza, fin dalla seconda metà degli anni sessanta, quando entrambi gravitarono nell'ambiente della chicagoana AACM; e Angel Falls (uscito quest'anno), con Sylvie Courvoisier, svizzera e newyorkese di adozione ed esponente di una generazione assai più giovane: dal 2017, quando hanno suonato per la prima volta assieme, Wadada e Courvoisier hanno sviluppato una notevole consuetudine, con collaborazioni reciproche. Wadada ama molto la dimensione del duo tromba-pianoforte, che gli è molto congeniale e nella quale lo ritroveremo con Vijay Iyer nella prossima puntata. A cura di Marcello Lorrai.
In un live al piano dal nostro auditorium Demetrio Stratos, Antonio Zambrini, attivo da decenni sulla scena del jazz, racconta e interpreta brani che sono stati particolarmente significativi nella sua carriera o a cui è particolarmente affezionato: fra questi Antonia, uno delle sue composizioni più fortunate, incisa anche da Stefano Bollani in un suo importante album per la Ecm, Garrincha, dedicato al indimenticato calciatore brasiliano, Bluesness, inciso in uno degli album realizzati in duo con Lee Konitz, e non ultimo Crevalcore, che, registrato in trio, fu una sigla di Popolare Network, e nel 2001 fu poi inserita in una delle compilation in Cd di Radio Popolare, Raccolta Differenziata 3. A cura di Marcello Lorrai.
Recentemente nominata direttrice artistica e didattica di Siena Jazz, di cui era già insegnante (e di cui è stata allieva), la contrabbassista Silvia Bolognesi è una delle figure di punta e più dinamiche della nostra scena jazzistica, e con significativi rapporti a livello internazionale (che già diversi anni fa l'hanno portata per esempio ad essere cooptata nella versione allargata e rinnovata dell'Art Ensemble of Chicago). Con l'etichetta Caligola, Silvia Bolognesi quest'anno ha pubblicato un bel lavoro su Ellington, una grande ispirazione che ha sempre tenuto presente: Jungle Duke vuole essere un omaggio al momento in cui Ellington inventa un suono unico, uno dei momenti più "avanguardistici" del Duca, e quello in cui Ellington si afferma come un bandleader-compositore di assoluta e imprescindibile originalità. Con il suo settetto Silvia Bolognesi riesce a creare una rimarchevole dimensione orchestrale, al tempo stesso rispettosa degli originali di Ellington e contemporanea, e con un sensibile impiego di campionamenti dell'inconfondibile, affascinante parlato del Duca. Anche il cantante e poeta afroamericano Gil Scott Heron è stato ed è una grande ispirazione per Silvia Bolognesi: Gil Scott Heron è in questi ultimi anni oggetto di una meritata riscoperta e di rivisitazioni e omaggi, fra i quali si inserisce degnamento l'album - su cui chiudiamo la puntata - Is That Jazz?, pubblicato da Fonterossa e cointestato a Silvia Bolognesi e a Eric Mingus, voce e poetry. A cura di Marcello Lorrai.



