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Racconti dell’Ottocento: i palchettisti del Teatro Cagnoni di Vigevano
Racconti dell’Ottocento: i palchettisti del Teatro Cagnoni di Vigevano
Author: eArs
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Scopri la Vigevano di fine Ottocento attraverso i palchettisti del Teatro Cagnoni.
In ogni episodio esploreremo la città e conosceremo la sua storia attraverso la voce dei palchettisti storici del suo principale teatro.
Un podcast dallo stile narrativo adatto sia per chi vuole sapere di più su questa città, sia per gli appassionati della Belle Époque.
In ogni episodio esploreremo la città e conosceremo la sua storia attraverso la voce dei palchettisti storici del suo principale teatro.
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Di un teatro si può parlare descrivendone la bellezza: drappi di velluto, statue d’ottone, stucchipreziosi o perfino parlando dei concertisti e ballerini che hanno eseguito la loro miglioreesibizione. Oppure, invitandovi a mettervi comodi in un luogo speciale: tra ipalchetti d’onore, dove incontreremo le voci delle donne e degli uomini illustri che hanno datovita alla storia del Teatro Cagnoni di Vigevano.Siamo arrivati all’ultimo episodio del nostro podcast. In questa serie abbiamo conosciuto il teatro Cagnoni attraverso la voce dei suoi palchettisti ed insieme a loro, un po’ della storia di Vigevano. L’abbiamo visitato durante la sua inaugurazione, nella scorsa puntata. Oggi, daremo uno sguardo al teatro non più da fuori, né dai suoi palchi… ma da dietro le quinte! Infatti incontreremo Italia Giorgio: soprano e interprete del personaggio principale di una delle più belle opere messe in scena sul palco del Teatro Cagnoni, la Carmen di Georges Bizet…Italia Giorgio: Oh, scusate! Non mi ero accorta che foste già qui! Mi sto preparando per il mio debutto. Non il primo in assoluto, ma quando devo esibirmi in un nuovo teatro, è quasi come fosse ancora la mia prima volta. Chissà che pubblico incontrerò, se la critica verrà in mio favore o dirà male della mia voce. Sapete, essere attrice - seppur di repertorio di tutto rispetto - non è facile al giorno d’oggi - o meglio, ai giorni miei! Non è da molto che noi donne prendiamo parte alle rappresentazioni teatrali, quanto sarà…duecento anni? Be’, insomma, abbiamo cominciato a prendere parte in modo significativo in teatro solo nel XVII secolo. E non è che a fine Ottocento le cose vadano tanto meglio: di donne sul palco ne è pieno il mondo, ma guai a chiamarle “attrici”. Nossignori, meglio farci chiamare benestanti; dicono che la parola attrice sia…come dire… che non stia bene, ecco.Narratore: La Carmen suonò per la prima volta assoluta al Cagnoni nel 1892, quando ancora prendeva il nome di Teatro Municipale. La prima Italiana dell’opera era stata nel 1879, al San Carlo di Napoli, e la sua rappresentazione tornerà al Cagnoni ancora molte volte, fino all’ultima del 2014, sotto forma di balletto. I: Notevole! Peccato che non sarò sempre io ad impersonare Carmen e ad intonare le note di Georges Bizet, ma che volete farci, il tempo scorreva veloce anche ai miei giorni… e a proposito di tempo, non manca molto all'ouverture, sentite l'orchestra? Sta già accordando gli strumenti, tra poco entro in scena. Non so se possiate vederli anche voi, ma se siete davanti la buca dell’orchestra, vi prego di prestare attenzione alla conta delle poltrone degli orchestrali… quante sono lo sapete? Ve lo dico io: c’è spazio per 36 professori d’orchestra - vale a dire i musicisti - 25 coristi uomini, 12 coriste donne e 12 paggi cantori. Di là, nel retroscena, dietro al sipario, trovano posto 40 comparse, 9 attori e persino due cavalli di scena… cavalli in carne ed ossa, eh!Niente male, vero? E non è finita qui. Sono moltissimi i mestieri e le maestranze che lavorano insieme per dare vita allo spettacolo: levatori di sipario, maschere - che non stanno sul palco, ma vegliano tra di voi in platea quando tutto intorno si fa buio - e poi ci sono i vestiaristi, i bigliettai, gli attrezzisti, i calzolai e naturalmente, macchinisti, impresari, registi e direttori d’orchest… forse questo non avrei dovuto dirlo, ma già che ci sono… parliamone un po’. Si dice che il teatro sia la mimesi della vita, il principio secondo cui l’arte riflette la realtà. E così, come nella vita vera, capita che non fili sempre tutto liscio, e che qualche intoppo accada anche poco prima di una messa in scena importante. N: In occasione della Carmen, fu presentata una dichiarazione dall’orchestra perché indignata dal fatto che non venisse diretta, come di consueto, dal Maestro Domenico Cagnoni - il fratello di Antonio Cagnoni, il compositore a cui più avanti venne intitolato il teatro. Al suo posto era stato scelto il maestro Vincenzo Maria Pintorno. Questi vantava un curriculum di tutto rispetto: amico di Mascagni e Puccini, aveva diretto opere nei più importanti teatri d’Italia. Ma le cronache dell’epoca non lasciano dubbi sul gusto dei vigevanesi per la gente del luogo. E tuttavia, nonostante le proteste, nulla impedì quella sera a Pintorno di dirigere una delle più belle rappresentazioni della Carmen. I: Nella mia lunga carriera mi è successo altre volte di vedere certe rimostranze, accadono in tutti i teatri; capita quando c’è da mettere d’accordo un centinaio di persone. Nel corso della sua storia il Teatro Cagnoni ha ospitato più di 400 rappresentazioni. Antiche e moderne, di teatro classico, lirico e contemporaneo. Da qui sono passati alcuni dei nomi più noti della drammaturgia, del mio e del vostro tempo. N: Oltre alla nostra Italia Giorgi, tra opera e prosa al Teatro Cagnoni sono passati molti volti dello spettacolo tra cui le soprano Renata Tebaldi e Margherita Carosio, le attrici Anna Proclemer, Emma ed Irma Grammatica e gli attori Renzo Ricci, Ugo Tognazzi e Walter Chiari.I: A proposito di grandi nomi, vorrei citarne uno che, seppur non abbia mai calcato la scena del Cagnoni, è comunque legato a Vigevano e, perciò, mi piacerebbe ricordarlo.Sono certa che non abbia bisogno di presentazioni: Eleonora Giulia Amalia Duse, nota a tutti “semplicemente” come la Divina. Figlia di due attori, è stata una delle più importanti attrici di teatro della mia epoca, e so per certo che la sua fama sia ancora viva. Quello che forse non tutti sanno è che sia nata proprio qui, a Vigevano. Di lei si dirà: “la sua recitazione era ridotta alla più pura e limpida essenzialità, assolutamente scevra dei tanti barocchismi e capricci vocali cari alle attrici sue contemporanee.” Un’ispirazione per tutte noi. Sono felice di essere stata in vostra compagnia, le sentite? Sono le note de La Habanera, la prima aria di Carmen, il mio personaggio! Mi attendono sul palco. Ma vi dico un’ultima cosa: questo brano in principio era un ballo di origine cubana. Con il suo ritmo coinvolgente e le atmosfere ammalianti, grazie all’estro geniale di Bizet è diventato una delle arie più famose di tutti i tempi. Violini, viole, violoncelli, contrabbassi e quelle irresistibili note che preparano l'entrata della voce con il celebre motivo "L'amour est un oiseau rebelle". Significa che l’amore sfugge a tutte le regole, come l’arte, anche quella del teatro dove tutto è possibile, basta solo crederci! Fatemi gli auguri, vado… “Racconti dell’Ottocento: i palchettisti del Teatro Cagnoni di Vigevano” è un podcast realizzato dall’Associazione Amici del Teatro Cagnoni di Vigevano. Curatela scientifica dei contenuti di Valeria Silvia Francese.Progettazione e produzione di testi, speakeraggio e postproduzione a cura di eArs.Si ringrazia il personale dell’Archivio Storico del Comune di Vigevano per il prezioso supporto nella ricerca dei contenuti.Il brano Ouverture dell’opera Il Ballo in Maschera di Giuseppe Verdi riprodotto nell’episodio è stato eseguito dall’ Orchestra Città di Vigevano. Questo podcast è stato realizzato con il contributo della Fondazione di Piacenza e Vigevano e della Fondazione Comunitaria della Provincia di Pavia Onlus, grazie ai fondi messi a disposizione da Fondazione Cariplo.
Di un teatro si può parlare descrivendone la bellezza: drappi di velluto, statue d’ottone, stucchi preziosi o perfino parlando dei concertisti e ballerini che hanno eseguito la loro migliore esibizione. Oppure, invitandovi a mettervi comodi in un luogo speciale: tra i palchetti d’onore, dove incontreremo le voci delle donne e degli uomini illustri che hanno dato vita alla storia del Teatro Cagnoni di Vigevano.Narratore: Vestitevi a festa, in questa puntata speciale siamo invitati a partecipare all’inaugurazione del Teatro Cagnoni di Vigevano! Pronti con le stole e i papillon? Per l’occasione, per questa puntata lascio i miei panni di Narratore, per unirmi agli altri giornalisti invitati per il grande evento!Giornalista 1: Eravamo tutti in fibrillazione. Eravamo i giornalisti scelti per raccontare cosa sarebbe accaduto a Vigevano il giorno dell’inaugurazione del Teatro Cagnoni, al tempo, Teatro Municipale. Alcuni di noi si trovavano in città già da un paio di giorni. Temevamo che non ci fosse posto sulle carrozze dei treni, e di fatti, fu istituito appositamente un treno notturno speciale che avrebbe portato le genti dentro e fuori Vigevano, fino alla mezzanotte e mezza del giorno del primo spettacolo. Nulla di tutto questo era mai accaduto, e mai più accadde, neppure per i giorni dell’annuale fiera di Vigevano che si tennero proprio all'indomani dell’inaugurazione del Cagnoni! In città non si parlava d’altro e quando finalmente arrivò il giorno, l’11 ottobre 1873, noi giornalisti fummo felici di esserci portati dietro fogli su fogli per scrivere ciò che accadde quella sera. L’apertura era prevista per le 20.00, ma la fila al botteghino era già cominciata un’ora prima. L'impazienza era tanta che per fare largo la gente fu costretta ad aspettare in piedi nelle piccole traverse adiacenti al Teatro, davanti al portone ancora chiuso, non c’era più neppure un gradino vuoto in cui sostare. Brutto segno per la concorrenza… per l’altro teatro, dico, il Teatro Galimberti. Nonostante un evento di questa portata, ha voluto comunque tenere la sua rappresentazione quella medesima sera. E certi suoi fedelissimi palchettisti - che magari erano pure contrari all’apertura di un nuovo teatro a Vigevano - ci sono anche andati. Credo più per una questione di principio che altro… Contenti loro!Giornalista 2: Io, invece, ero tra quelli sul treno delle 19 in partenza da Milano, avevamo solo un'ora per giungere a Vigevano in tempo, e ci riuscimmo. Sedevo insieme a ottime firme come Dobelli della Gazzetta, Sonzogno e Romussi del Secolo, e qualche cultore d’arte e notabile impresario teatrale di cui non ricordo il nome. Non eravamo i soli diretti all’inaugurazione. Da qualche parte, seppi più avanti, che sedevano in treno anche Giulio Bellinzaghi, sindaco di Milano, accompagnato dagli assessori Lubus e Finzi. C’erano anche quelli delle ferrovie, Ingegner… Ingegnere…Ingegner Bontempelli. E ora che ci penso, c’era pure il Cavalier Lazzati, il presidente dell’amministrazione Ferroviaria. Chi avrebbe mai fatto arrivare il treno in ritardo con lui sopra?G1: Nei pochi attimi di silenzio, si potevano scorgere in lontananza le note dell'orchestra che accordava gli strumenti. Un violino, un fagotto o una viola al ripasso sui passaggi più incerti dei brani del Ballo in Maschera di Giuseppe Verdi. Dirigeva i musici il maestro Cagnoni, bisognava stare attenti però a non confondere i due fratelli: uno, Domenico, il direttore per questa serata, molto amato anche lui, a dire il vero, da orchestrali e cittadini; e l’altro, Antonio, anche lui musicista e compositore che appena un giorno dopo la sua morte nel 1896, diede il proprio nome al teatro. Fu una decisione del consiglio comunale, degli stessi, o forse solo alcuni, che poterono assistere all’inaugurazione. G2: S’erano vestiti tutti a gran festa, sfoggiando lusso, ricchezza ed eleganza. In particolare la signora Costa, moglie del deputato, aveva fatto vestire a festa anche le due figlie che vestite di bianco sembravano due sposine. Era una poesia di veli, gemme, orli in organza, seta, faille e ricami. Erano presenti tutte le nobil donne delle città: la contessa dalla Croce, la signora Campari, Comelli, Silva, Vandone, Fusi, Gusberti, Rigoni e Zanetti… G1: Che riempirono pian piano tutti i palchetti d’onore del Teatro. Le fecero accomodare, insieme ai di lor mariti, tra cui il sindaco Bretti e il Cav. Ing. Andrea Scala, ideatore del teatro. Come fosse una maschera e non il più specializzato dei progettisti di teatri, Scala fece a tutti, indistintamente dal rango, da guida per il teatro. E quando di colpo la sala si illuminò con le fiammelle a gas, Scala spiegò loro il prodigio di quella bellissima illuminazione interna. Alcuni cronachisti dicono che presenti in sala v’erano pure l’architetto bolognese Gaetano Canedi, che aveva disegnato gli interni del teatro. Il teatro, decoratissimo, raccoglieva le opere di numerosissimi autori del tempo, comprese le pitture di un artista vigevanese, tale Schenone. Un gran medaglione al centro del velario rappresenta il Trionfo delle Muse, dipinto da uno dei mastri pittori più fidati di Scala, un tal Federico Andreotti, fatto venire apposta dalla Toscana, così come l'ornatore e lo stuccatore. G2: La pittura del sipario e del comodino, invece, vennero affidate al Garberini, un artista vigevanese. Il sipario raffigura la cacciata degli Sforza da Vigevano, mentre il comodino un agape campestre sulle amene rive del nostro Ticino. Cos’è un comodino? No, non intendo il tavolino accanto al letto. Si tratta… di un velario in tela, posto all'interno del palcoscenico, un sipario dietro il sipario. Viene calato tra i vari atti dello spettacolo per nascondere al pubblico i lavori di preparazione della scena successiva… Come quando un mago mette il telo davanti al suo banco prima di svelare la sua magia dicendo…et voilà! Ma torniamo a noi… le decorazioni insomma erano assai belle! Degne dello spettacolo che a momenti avrebbe preso inizio. Questo era stato commissionato dagli impresari Scalaris e Signoris, e sebbene non fosse certo una prima assoluta, fu scelto perché il risultato fosse degno di tale circostanza. G1: Dopo le bellissime interpretazione di ottimi soprani e tenori, la serata si concluse con un terzetto danzante, ma non corriamo troppo. Torniamo un momento a quella sera, l’orchestra ha finito di accordare gli strumenti, sta per iniziare Un Ballo in Maschera, del maestro Giuseppe Verdi. Ecco che con le note di questa Ouverture si aprono insieme l’opera… e la storia del nostro amato teatro!“Racconti dell’Ottocento: i palchettisti del Teatro Cagnoni di Vigevano” è un podcast realizzato dall’Associazione Amici del Teatro Cagnoni di Vigevano. Curatela scientifica dei contenuti di Valeria Silvia Francese.Progettazione e produzione di testi, speakeraggio e postproduzione a cura di eArs.Si ringrazia il personale dell’Archivio Storico del Comune di Vigevano per il prezioso supporto nella ricerca dei contenuti.Il brano Ouverture dell’opera Il Ballo in Maschera di Giuseppe Verdi riprodotto nell’episodio è stato eseguito dall’ Orchestra Città di Vigevano. Questo podcast è stato realizzato con il contributo della Fondazione di Piacenza e Vigevano e della Fondazione Comunitaria della Provincia di Pavia Onlus, grazie ai fondi messi a disposizione da Fondazione Cariplo.
Di un teatro si può parlare descrivendone la bellezza: drappi di velluto, statue d’ottone, stucchi preziosi o perfino parlando dei concertisti e ballerini che hanno eseguito la loro migliore esibizione. Oppure, invitandovi a mettervi comodi in un luogo speciale: tra i palchetti d’onore, dove incontreremo le voci delle donne e degli uomini illustri che hanno dato vita alla storia del Teatro Cagnoni di Vigevano.In questa puntata non saremo in compagnia dei soliti notabili conti, industriali e cavalieri vigevanesi, ma incontreremo uno dei volti più noti della beneficenza di Vigevano e palchettista del Teatro Cagnoni... Adele Fleissner. Adele Fleissner: Cosa credevano loro, nobili signori? Che una volta rimasta vedova avrei rinunciato per sempre al mio posto a teatro? Che senza un marito di fianco non sarei stata più capace di badare a me stessa? Mio padre, che fu un buon pittore - si chiamava Andrea Fleissner - ritrasse decine di uomini e donne della media e alta borghesia. Nei loro occhi, anche dipinti, potevi già leggere tutta la durezza delle regole del loro mondo. “Adele, orsù cara, stai a casa, non dire sciocchezze, le donne non votano, non viaggiano da sole, non dirigono le fabbriche. Non dirci ancora frottole…”Così. Noi donne tutto il giorno a sentir parlare in codesta maniera gli uomini di rango e anche le loro mogli… ma ci pensate? Narratore: Adele Fleissner era la moglie di Vincenzo Rigone, un fabbricante di seta vigevanese scomparso prematuramente. Per lui, al tempo, vennero pronunciate parole care. Di lui fu detto che era stato un uomo buono, cortese con gli operai che lavoravano per lui. Tanto che le cronache dell’epoca dicevano della fabbrica che somigliava “all’interno di un’operosa famiglia". Aveva istituito per gli operai dell’opificio una cassa di mutuo soccorso, a cui in seguito contribuì anche Adele. In principio, era stato chiesto a ciascun lavoratore di cedere una piccola parte del proprio salario diurno, a beneficio di tutti, e la parte restante sarebbe stata versata dai proprietari della fabbrica. Ma l’idea non piacque, eppure al mutuo soccorso non si poteva rinunciare. Così, i coniugi si fecero interamente carico della spesa. La fabbrica ora era anche il luogo dove a ciascun dipendente era garantito aiuto in caso di malattia o di un cattivo incidente. Alla cassa di previdenza volle partecipare anche il signor Giovannella, socio di Vincenzo, e venne deciso di versare un centesimo al giorno per ciascun operaio.A: Be’, in certe situazioni, io arrivai a stanziare anche 100 Lire, e non centesimi come quegli altri. Lo feci quando ce n'era di bisogno, ad esempio per gli operai del cotonificio Crespi colpito da un incendio nel 1881. La cifra più alta, insieme a quella di Crespi stesso. E non fu l’unica opera di bene: feci il mio dovere quando ci fu il terremoto a Casamicciola, e ogni volta che Vigevano ne ebbe di bisogno. Non vorrei farmene vanto, vi prego per questo di non travisare le mie parole, e - per carità - neppure le mie intenzioni. Vi dico quanto vi ho detto, solo perché vorrei tenervi al corrente che al tempo anche le donne erano ottime benefattrici. Ma quanti mezzi busti avete visto in giro per le vostre città mantenere viva la memoria di una donna? E i nomi delle scuole? A quante poetesse? La storia delle volte ha la memoria corta, e non si sa perché, i nomi coperti da strati di indifferenza e dimenticanza sono sempre i nostri. E a proposito di nomi. Ve ne dico uno: Emma Tettoni… Vi dice qualcosa?Niente? Non mi stupisce.Il suo è proprio uno di quei nomi persi qui e lì nella storia. Era mia nipote, e fu allieva di Giosuè Carducci. Emma era più che una ragazza colta. Emma aveva idee, era una visionaria capace di vedere avanti più di cento anni di progresso, ed è per donne come lei che oggi molte delle cose date per scontate possono esserlo. Era una mente brillante, appassionata. Con la sua attività di conferenziera ha saputo scardinare le regole di un modello di donna insostenibile: ci volevano sempre taciturne, accomodanti, composte, amorevoli, premurose, e soprattutto, silenziose.Nel tempo che rimase con me a Vigevano, andavamo spesso al Teatro Cagnoni dove, dal mio palchetto, assistemmo alle più belle note e messe in scena di tutte le rappresentazioni del nostro tempo. Sedavamo nel palco numero 7 di destra. Il palco era intestato a mio marito Vincenzo, e mio cognato Cesare, suo fratello. Ma sul finire del secolo me lo feci intestare, diventando una delle prime palchettiste donne del teatro. Un passaggio per eredità… in quegli anni era difficile per una donna acquistarne uno tutto per sé, e quindi era più facile vedere nomi di donna titolari di palchi solo per passaggio da padre in figlia o da marito a moglie. Alla mia epoca, tuttavia, il Cagnoni contò in tutto 16 donne titolari, su 68 palchi presenti. Poco sì, ma già molto per il tempo.N: Assieme ad altri palchettisti, Adele Fleissner fu anche promotrice di spettacoli di beneficenza, alcuni dei quali furono organizzati con la conduzione del maestro Domenico Cagnoni, fratello di Antonio Cagnoni a cui verrà poi intitolato il teatro nel 1896. Al tempo le donne non avevano molte occasioni di ricoprire ruoli attivi nella società, ma potevano ottenere ruoli di rappresentanza legati al circuito della carità e delle opere di bene. La beneficenza quindi era per una donna anche un metodo per ottenere il dovuto prestigio nella società. Di Adele si dice, ad esempio, che quando scoppiò l’incendio al cotonificio dei Crespi - ce lo ha appena ricordato -, versò alla cassa degli operai una cifra alta tanto quella di Crespi stesso, o ancora, che donò una cifra di 100 Lire al Comitato di Soccorso per i Danneggiati delle Inondazioni. Il comitato era stato fondato a seguito dell’inondazione delle province di Rovigo, Venezia e Verona, e Adele, nonostante la lontananza, fu colei che si adoperò con la cifra più alta… Non abbiamo certezze su questo fatto, ma forse in quest’ultimo caso la sua opera di beneficenza fu di tale entità perché all’epoca sua nipote Emma Tettoni si trovava già a Rovigo, dove era stata nominata insegnante di pedagogia e direttrice della scuola normale femminile . A: Partecipai anche al comitato di costruzione della Chiesa di San Francesco, oggi nell’omonima piazza di Vigevano. Ne avete già sentito parlare nell’episodio dedicato al caro Carlo Scotti, vi ricordate? Penso vi ci avesse condotto lui stesso in quell’occasione… be’, potreste farci ancora un salto nell’attesa che cominci il nuovo spettacolo al Teatro Cagnoni, sono pressappoco 200 metri a piedi, e sono sicura che sia ancora lì! “Racconti dell’Ottocento: i palchettisti del Teatro Cagnoni di Vigevano” è un podcast realizzato dall’Associazione Amici del Teatro Cagnoni di Vigevano. Curatela scientifica dei contenuti di Valeria Silvia Francese.Progettazione e produzione di testi, speakeraggio e postproduzione a cura di eArs.Si ringrazia il personale dell’Archivio Storico del Comune di Vigevano per il prezioso supporto nella ricerca dei contenuti.Il brano Ouverture dell’opera Il Ballo in Maschera di Giuseppe Verdi riprodotto nell’episodio è stato eseguito dall’ Orchestra Città di Vigevano. Questo podcast è stato realizzato con il contributo della Fondazione di Piacenza e Vigevano e della Fondazione Comunitaria della Provincia di Pavia Onlus, grazie ai fondi messi a disposizione da Fondazione Cariplo.
Di un teatro si può parlare descrivendone la bellezza: drappi di velluto, statue d’ottone, stucchi preziosi o perfino parlando dei concertisti e ballerini che hanno eseguito la loro migliore esibizione. Oppure, invitandovi a mettervi comodi in un luogo speciale: tra i palchetti d’onore, dove incontreremo le voci delle donne e degli uomini illustri che hanno dato vita alla storia del Teatro Cagnoni di Vigevano.Narratore: In questo episodio incontreremo Cesare Bonacossa, commendatore e Grande Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia, nominato Conte da Sua Maestà il Re, e industriale di Vigevano. Cesare Bonacossa: Chissà quante volte, passandovi uno scampolo di seta tra le mani, vi è capitato di pensare al tempo che c’è voluto per realizzarlo. Qualcuno tra di voi dirà 10 ore, 20, 50. Io vi dico, che per realizzare la seta migliore, ci vogliono anni. Forse centinaia. E non perché un baco impiega così a lungo per fare il proprio dovere, e la colpa non è neppure delle mie macchine da filanda… Per realizzare la seta migliore serve conoscenza, esperienza, e per quello ci vogliono anni. Perciò, ogni volta che vi passate un pezzo di seta liscia tra le mani, pensateci. Pensate alla sapienza tramandata della lavorazione della seta, e al viaggio lungo che ha compiuto, dall’Oriente fino a noi, per arrivare anche qui a Vigevano. N: Quella della seta vigevanese è una storia antica, che si intreccia ai ricordi di un'epoca lontana fino al tempo di Ludovico Sforza, tra tutti forse il vigevanese più noto. Allora, quando le spedizioni tornavano cariche di novità e meraviglia, cominciò a fare la prima comparsa un tessuto di una consistenza fina e incantevole. Ludovico ne rimase così affascinato da ordinare che venissero piantati alberi di Gelso nelle sue terre, di cui i bachi da seta sono ghiotti. Il “murôn”, gelso in lombardo, divenne un tratto distintivo di Ludovico che tutti conosciamo come il Moro forse proprio per questo motivo.C: In alcune delle nostre filande scorrevano fili di seta dei bachi cresciuti mangiando le foglie dei gelsi discendenti di quelli del Moro.N: Il Duca inaugurò una tradizione che sarebbe durata secoli, e che, in un certo senso avrebbe fatto la fortuna della famiglia Bonacossa. Della filatura della seta loro ne fecero una vera industria, aprendo diverse filande da centinaia di lavoratori, di cui una a Vigevano. Della storia degli imprenditori vigevanesi, si possono vedere le tracce in un museo speciale, quello dell’imprenditoria, in cui potrete ammirare anche una bella pianta di quella che era la Cascami seta, una fabbrica fondata anch’essa da Cesare Bonacossa a Vigevano. Il museo è accolto all’interno dell’ex orfanotrofio Merula, nell’attuale via Merula al numero 40. CB: Ma torniamo alla mia filanda. Tutto andò bene fino al 7 gennaio del 1877. Avevamo fatto costruire la fabbrica più grande di Vigevano, al cui interno correvano giorno e notte le avanguardistiche macchine a vapore da filatura. Non immaginavamo che sarebbero bastate tre ore per mandare in fumo l’attività di una vita per noi e per i nostri operai. N: Fu un incendio come non se n’erano mai visti a Vigevano. Lo stabilimento sorgeva lungo via Rocca Vecchia, all’angolo con Corso Carlo Alberto, l’attuale via Buozzi. “Suonavano le due della notte passata e dal campanile della chiesa del Carmine gli allarmanti rintocchi che segnalavano il fuoco facevano trepidare tutti i vigevanesi non immersi in sonni profondi". La filanda sorgeva a 50 metri dal vescovado, “perfino monsignor Gaudenzi uscì con un domestico per osservare l'incendio". Tutti corsero in strada per vedere cosa fosse quella nube arancione che aveva illuminato la notte ovunque in città. Insieme ai pompieri arrivarono i soldati del presidio che si diedero subito da fare "troncando la comunicazione del gas e lasciando libero il vapore della motrice". L’incendio fu testimoniato da un quadro di Giovan Battista Garberini, pittore locale, anche autore dei velari del teatro Cagnoni. CB: Accorremmo anche noi, fummo tra i primi ad arrivare. La fabbrica che io e mio fratello Giuseppe avevamo voluto per Vigevano era immersa tra fiamme e scintille che divoravano ogni cosa: le macchine da filanda, i decori della facciata... non risparmiarono nulla. Di un edificio di ben cinque piani in cotto - portabandiera della nostra industria manifatturiera - non era rimasto che uno scheletro di travi e pilastri. Ci vollero tre ore per domare le fiamme alte più di venti metri.Al mattino, tra quel poco che fu risparmiato, con la gola secca per l’odore pungente, dovemmo ricostruire dalla cenere tutta la nostra fiducia nel futuro. N: Qualcuno disse che fu colpa del gas, altri ancora della legna o delle candele lasciate accese. Cosa accadde con certezza i Bonacossa non lo seppero mai. Più sicuro, invece, fu il grave problema sociale che ne seguì.CB: Come per noi, anche per i nostri lavoranti divampò l’incertezza. È vero che la mia famiglia poté contare su altri fondi: soldi, titoli azionari, proprietà e crediti che ci permisero di ricominciare. Ma le centinaia di famiglie di operai impiegati nella fabbrica avevano bisogno di qualcosa di più certo che promesse di occupazioni future. Già una settimana dopo il Ministero dell’Interno destinò 4000 mila lire per provvedere al loro sostegno. Cifra poi triplicata grazie alla generosità di altri notabili e benestanti di Vigevano. Un bagliore di speranza che riaccese la fiducia in città, e ci diede la giusta tregua per capire cosa fare. N: La soluzione arrivò presto e aveva tutta la forma di una nuova filanda. A questa si aggiunse la fondazione della Cascami seta, di cui accennavamo prima, dedicata all’impiego dei residui derivati dalla lavorazione dei bozzoli dei bachi, chiamati appunto “cascami”. Il Conte Bonacossa fece costruire tutto intorno alla fabbrica un quartiere che fu servito da dormitori, asili, astanterie e tutto ciò di cui avevano bisogno gli operai che vi lavoravano e le loro famiglie. Ancora oggi è conosciuto come quartiere Cascame di Vigevano. CB: Tornò il buonumore, e potei dedicarmi alle altre attività come le opere di bene per Vigevano, prima tra tutte, un nuovo ospedale: l’Ospedale Civile di Vigevano. Poi, mi dedicai al mecenatismo d’arte, e alla mia grande passione, il teatro. In famiglia possedevamo un palco alla Scala di Milano e uno al teatro Galimberti. Quando seppi del Teatro Cagnoni, decisi di acquistare lì un palco uno tutto mio. Un teatro bellissimo che, per certe occasioni speciali volli illuminare con l’elettricità. Una di queste me la ricordo bene: fu una grande festa da ballo nel Cagnoni, tutto ornato di fiori provenienti dalle ricche serre del marchese Saporiti, era il 1898. Dell’illuminazione me ne interessai personalmente, feci portare la corrente elettrica fin lì e in un istante ogni cosa fu illuminata di nuova bellezza. Come si dice in questi casi: fiat lux! “Racconti dell’Ottocento: i palchettisti del Teatro Cagnoni di Vigevano” è un podcast realizzato dall’Associazione Amici del Teatro Cagnoni di Vigevano. Curatela scientifica dei contenuti di Valeria Silvia Francese.Progettazione e produzione di testi, speakeraggio e postproduzione a cura di eArs.Si ringrazia il personale dell’Archivio Storico del Comune di Vigevano per il prezioso supporto nella ricerca dei contenuti.Il brano Ouverture dell’opera Il Ballo in Maschera di Giuseppe Verdi riprodotto nell’episodio è stato eseguito dall’ Orchestra Città di Vigevano. Questo podcast è stato realizzato con il contributo della Fondazione di Piacenza e Vigevano e della Fondazione Comunitaria della Provincia di Pavia Onlus, grazie ai fondi messi a disposizione da Fondazione Cariplo.
Di un teatro si può parlare descrivendone la bellezza: drappi di velluto, statue d’ottone, stucchi preziosi o perfino parlando dei concertisti e ballerini che hanno eseguito la loro migliore esibizione. Oppure, invitandovi a mettervi comodi in un luogo speciale: tra i palchetti d’onore, dove incontreremo le voci delle donne e degli uomini illustri che hanno dato vita alla storia del Teatro Cagnoni di Vigevano.In questo episodio incontreremo il Cavalier Giuseppe Crespi, palchettista del Teatro Cagnoni e spettatore di uno dei passaggi più significativi della storia dei diritti dei lavoratori…Narratore: Con contratti stipulati in Torino il 12 settembre venne accordata alla Ditta Crespi la facoltà di poter impiantare numero 2 linee telefoniche a uso privato, di cui una dalla propria Abitazione in Vigevano fino alla filatura di Cotone della Sezione di Predolato e l’altra dalla suddetta abitazione alla fabbrica di Cassolnuovo. Giuseppe Crespi: Sono le parole deI Bullettino Telegrafico del Regno d’Italia, era il 1883, lo ricordo bene. Fu l’anno in cui persi mio padre ma ereditai le sue fabbriche nelle quali, appunto, installai una linea telefonica collegata direttamente con casa mia. Producevamo ottimi filati di cotone. Se non erro, dovreste aver sentito già qualche voce sul cotonificio Crespi, appartenuto prima ai Corsiglia, una nipote dei quali sposò Giovanni Battista Mollo, di cui so che avete fatto la conoscenza. È possibile che abbiate sentito circolare però anche altre voci su di me e sulle mie fabbriche, che magari possono sembrare poco edificanti, a proposito di una certa pratica… lavorativa. Vedete, ai miei tempi accadevano delle cose, come dire, spiacevoli senz’altro, che però in quel periodo apparivano più che normali. N: La rivoluzione industriale portò in Europa innovazione e cambiamenti. Come ricchezza e riorganizzazione degli agglomerati urbani. Molti di quelli che avevano abitato a lungo nei luoghi di campagna preferirono trasferirsi nelle città per cogliere l’occasione di cambiare vita, abbandonare il duro lavoro nei campi e assicurarsi un posto tra gli ingranaggi delle fabbriche. Un momento di crescita economica e sociale non privo certo di lati foschi.C: Nell’Impero Britannico di sua Maestà la Regina Vittoria, battezzarono queste città con il nome bizzarro di Mushrooms Town, nient'altro che città-fungo tradotto nella nostra lingua. Città e villaggi che spuntavano in fretta, come funghi, costruiti tutt’intorno a un centro d’interesse non più sociale come una piazza o una chiesa, ma economico, come una fabbrica. Ora, non è che Vigevano fosse proprio spuntata dal nulla come un fungo, ma di sicuro crebbe parecchio con l’industrializzazione. Se ai tempi di Napoleone eravamo appena 12.000 abitanti, quando ereditai il cotonificio eravamo praticamente raddoppiati e nei primi del Novecento diventammo quasi il triplo. Un aumento di 20.000 abitanti in appena un secolo! Erano appunto i contadini che raggiungevano le fabbriche della città, come i miei cotonifici. Perché ne avevo più d’uno. N: L’industria, in particolare quella dei cotonifici, era una vocazione di famiglia per i Crespi. Oltre al padre, anche il fratello di Giuseppe, Cristoforo Benigno Crespi, fondò nel 1878 lo stabilimento di Crespi d'Adda, famoso ancora oggi per il villaggio operaio costruito intorno ad esso, divenuto patrimonio dell’UNESCO. Giuseppe Crespi partecipò alla fondazione di diversi stabilimenti, sempre adibiti a cotonificio, nel circondario di Vigevano. Tra questi uno a Cassolnovo, già citato nel Bullettino, ed uno in zona Mora Bassa. C: In quest’ultimo pensai anche alla costruzione delle case per le famiglie degli operai. Infatti al lavoro in fabbrica partecipavano spesso tutti i membri della famiglia. E con tutti, be’, intendo proprio tutti. Ed ecco le dolenti note cui accennavo all’inizio. Al tempo, come vi dicevo, non era disdicevole che i fanciulli indossassero tute da operai e lavorassero alla catena di produzione. Non fui certo l’unico, né il primo, ma sicuramente, uno degli ultimi a permettere tale consuetudine. Il nuovo Regno d’Italia stava prendendo provvedimenti… N: Quando il Cavalier Crespi parla di "fanciulli" ahimé, miei cari ascoltatori, fa proprio riferimento a dei bambini. L’abolizione del lavoro minorile non fu repentina. Gli industriali temevano di rallentare la produzione, ma anche, come Crespi, che il licenziamento dei piccoli operai causasse improvvisi malumori gettando intere famiglie vigevanesi in stato di indigenza economica.C: Dapprima limitammo il più possibile le ore di lavoro notturno dei fanciulli, e successivamente istituimmo l’ora di riposo per il turno di notte. L’abbandono del lavoro minorile fu un passo avanti, ma se fosse stato troppo repentino avrebbe causato diversi problemi: vedete, non erano poche le famiglie che potevano mantenersi anche grazie all’assegno portato a casa da questi ragazzini. Siete fortunati adesso a vivere in un’epoca in cui problemi come questi sono superati… almeno in Italia.Poi, nel 1894, grazie anche all’interessamento di mia moglie Virginia, arrivammo persino ad aprire un asilo infantile per lo stabilimento di Cassolnovo, proprio di fianco alla fabbrica.N: All’interno degli stridori dello sviluppo industriale, la famiglia Crespi si impegnò in diversi gesti di benevolenza per gli abitanti di Vigevano. Solo un anno prima, nel 1893, Virginia Longhi vestì “a nuovo” ottanta tra fanciulli e fanciulle, figli degli operai del cotonificio di Cassolnovo, in occasione della Cresima. I coniugi Crespi furono poi tra i più importanti benefattori dell’opera caritatevole per il nuovo ospedale. A testimonianza di ciò, si trova ancora oggi un busto di Giuseppe Crespi nell’atrio dell’Ospedale di Vigevano.C: Non lo feci per quello, ma per amore della mia città e dei suoi abitanti. Mi presi cura anche della passione che tiene in vita l’uomo come una medicina, l’arte. Mi appassionai, e collezionai opere pittoriche e scultoree che successivamente entrarono a far parte della pinacoteca. Volli sprovincializzare le opere d’arte figurativa che riempivano le collezioni dei vigevanesi, e acquistai opere di importanti artisti, come Pompeo Mariani, con cui arredai casa mia in via Cesarea. A proposito, oggi la strada si chiama via Cavour e quello che un tempo era il mio palazzo, adesso lo conoscete come la biblioteca comunale… ma un tempo quelle erano le stanze private della mia dimora. Quindi, se vi capita, passate dalla biblioteca di Vigevano… Fate come se foste a casa mia! Ah-ah…!N: Come tutti i personaggi del nostro podcast, anche Giuseppe Crespi fu palchettista al Teatro Cagnoni, ma anche al Teatro Alla Scala di Milano. Tuttavia, tra lui e i palchettisti del Cagnoni doveva essersi instaurato un legame particolare… Lo si vide ad esempio in occasione di un incendio che colpì uno dei suoi cotonifici. C: Fui davvero grato ai palchettisti di Vigevano. In quel frangente, con premura, raccolsero per me i fondi per una donazione agli operai dello stabilimento, per aiutarli in questa tragedia. Così, quando mi capita di andare a teatro, non applaudo soltanto agli artisti, ma anche un po’ a loro, ai miei compagni di palco al Cagnoni!“Racconti dell’Ottocento: i palchettisti del Teatro Cagnoni di Vigevano” è un podcast realizzato dall’Associazione Amici del Teatro Cagnoni di Vigevano. Curatela scientifica dei contenuti di Valeria Silvia Francese.Progettazione e produzione di testi, speakeraggio e postproduzione a cura di eArs.Si ringrazia il personale dell’Archivio Storico del Comune di Vigevano per il prezioso supporto nella ricerca dei contenuti.Il brano Ouverture dell’opera Il Ballo in Maschera di Giuseppe Verdi riprodotto nell’episodio è stato eseguito dall’ Orchestra Città di Vigevano. Questo podcast è stato realizzato con il contributo della Fondazione di Piacenza e Vigevano e della Fondazione Comunitaria della Provincia di Pavia Onlus, grazie ai fondi messi a disposizione da Fondazione Cariplo.




