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Edelweiss
Edelweiss
Author: Giulia Bianchi
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© Giulia Bianchi
Description
Nel pieno degli anni Sessanta, un gruppo di giovani vive e cresce tra casa e montagne. La storia di un’amicizia e di un’impresa che nasce a valle e si conclude a 4636 metri sopra il livello del mare, sulla cima del Monte Rosa.
Un podcast del CAI di Cantù, scritto e prodotto da Giulia Bianchi e realizzato con la collaborazione di Cassa Rurale ed Artigiana di Cantù.
Un podcast del CAI di Cantù, scritto e prodotto da Giulia Bianchi e realizzato con la collaborazione di Cassa Rurale ed Artigiana di Cantù.
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Durante la discesa dalla vetta, poco dopo l’alba, è sempre importante che la cordata sia unita, legata da una corda robusta. Bisogna mantenere vigile l'attenzione per superare crepacci e non scivolare, rischiando di trascinare anche gli altri nel vuoto.
A distanza di Sessant’anni dalla salita in cima, la cordata del GEAM sta ancora scendendo; alcuni ragazzi, ormai anziani, non ci sono più, ma non per questo è una sconfitta.I nodi sono forti, il bene resta e tiene in piedi la croce. Questa, dall’alto della Dufour, saluta gli alpinisti che arrivano in cima: è stata restaurata più volte, addirittura ricostruita e riposizionata nel 2021 a causa di un’infelice caduta dalla vetta dove era posta. La targa con l’impresa del GEAM è ancora lì, in cima al Monte Rosa sulla nuova croce, dove vivono i ricordi che bisogna solo registrare affinché restino autentici. La storia del GEAM non muore con quei ragazzi: l’amore per la montagna si trasmette alle nuove generazioni che sono a valle e raccolgono la preziosa eredità di esperienze e ricordi, pronti ad affrontare a loro volta la parete come hanno fatto i loro padri prima di loro.
Quando il sole cala, la neve sui monti si tinge di un rosa tenue, un velo leggero che sembra rivestire tutto. Il tramonto in vetta è un’emozione straordinaria: si assiste al giorno che muore e ci si prepara ad affrontare la notte con il suo freddo e le sue insidie. Nel 1966 il sole scivola veloce fra i monti del passo Gavia, a cavallo tra Valtellina e Val Camonica, tra la provincia di Sondrio e quella di Brescia. La strada per arrivarvi è stretta, spesso a strapiombo sulle scarpate, ma in lontananza si riesce a scorgere una carovana di ragazzi che trasporta tende, legno e zaini. Il GEAM arriva al Passo Gavia, dove monta il campeggio di quell’estate e si preoccupa di ristrutturare con le sue forze la vecchia Chiesetta degli Alpini, dove Sessant'anni dopo ancora celebrano la messa in ricordo degli amici che non ci sono più, di quelli che la montagna ha trattenuto a sè, come fa con il sole quando cala tra le vette. Soprattutto si fa memoria dei bei tempi, vivi nelle parole con cui gli anziani giovani raccontano i loro ricordi.Qui viene piantato un seme, l'idea di un luogo di montagna gestito dai ragazzi per i ragazzi e i passanti; nel 1968 viene acquistato dall'oratorio di San Paolo il Rifugio Forni a Santa Caterina Valfurva, ristrutturato poi negli anni Novanta da quegli stessi ragazzi che ora sono cresciuti e si sono costruiti le loro famiglie. Oggi il rifugio dei Forni è il bivacco di tante persone che in estate passano da quelle parti ma ignorano la storia e l’impegno di chi, con olio di gomito e soprattutto amicizia, ha costruito il tetto sotto il quale riposano.
Il panorama che si ammira dalla vetta di una montagna ripaga di tutta la fatica che si spende durante l’arrampicata, ma al contempo fa sentire piccoli rispetto all’immensità che ci si ritrova davanti.
I ragazzi del GEAM sono arrivati in cima tante volte, ma c’è sempre la necessità di cercare una nuova sfida con cui mettersi alla prova, quella voglia di spingersi dove pochi sono arrivati e segnare la storia.
Nel 1964 finalmente ci riusciranno: dopo un anno di organizzazione e preparazione posizionano sulla vetta Dufour del Monte Rosa, a 4634 metri di altezza, una croce costruita interamente da loro, con una targa che commemora l’impresa e il GEAM stesso. Ancora oggi, si tratta di un traguardo storico: la Dufour infatti è la punta più alta d’Europa dove sia concesso di installare una croce e il primato rimane a quel gruppo di ragazzi poco più che ventenni che con lo zaino in spalla si è messo in cammino.
Il sentiero per arrivare sulla Dufour è lungo: bisogna esplorare il luogo, trovare il campo base dove gettare le tende, progettare la croce, imparare a saldare l’alluminio per costruirla, passare per Roma a ricevere la benedizione di Paolo VI e trascinare a mano, su per 4600 metri, tutto il necessario. La vista e la soddisfazione una volta arrivati in cima, però, sono impagabili.
Durante la scalata, la difficoltà più grande è cercare gli appigli e non mollare la presa, anche se i muscoli iniziano a bruciare e se la testa ti dice di lasciare perdere e tornare giù, che stai facendo una pazzia. Quando si affrontano altezze maggiori di 4000 metri di altitudine, tutto è amplificato, ed è facile pensare di abbandonare l’obiettivo quando sei legato in cordata a strapiombo su un ghiacciaio e la cima sembra non arrivare mai. Eppure a vent’anni, nonostante l’attrezzatura poco performante degli anni sessanta, gli amici del GEAM riescono nell’impresa e affondano i ramponi nella neve del Monte Bianco (4809 m), del Pizzo Bernina (4050 m), del Monte Rosa (4634 m), del Cervino (4478 m), dello Zinalrothorn (4221 m) e della Dent Blanche (4357 m). Iniziano con uscite nei weekend sulle cime più basse che abbracciano il territorio brianzolo, e le cui sagome familiari accompagnano i ragazzi nella vita di tutti i giorni.
La preparazione prima di affrontare una scalata è essenziale; oltre che le attrezzature, anche la parte fisica e psicologica sono importanti per riuscire a raggiungere una meta. Va costruita una cordata, che sia solida nelle corde tanto quanto nei componenti del gruppo a cui vengono legate: è necessario stabilire con gli altri un rapporto di fiducia a cui aggrapparsi durante le difficoltà. Nel 1963 a Cantù, un gruppo di ragazzi stringe legami di forte amicizia e di passione per la montagna; da questi nodi nasce il GEAM, Gruppo Edelweiss Amici della Montagna, che sotto lo sguardo vigile e premuroso di don Nicola Daverio, cresce nella piccola comunità dell’oratorio di San Paolo e diventa un tassello fondamentale nella storia di quei giovani, che ancora oggi lo ricordano con nostalgia e affetto. All’interno della cornice degli anni del secondo dopoguerra, si intrecciano storie di vita personali e gesti altruistici, valori e promesse riposte nello zaino, pronti per partire.




