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Quel che resta del giorno

Author: Linkiesta

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Ogni giorno milioni di notizie attraversano i nostri occhi e scompaiono. “Quel che resta del giorno”, con Massimiliano Coccia, è la feritoia da cui guardare la politica, la stampa, i libri e i conflitti del nostro tempo. Un podcast quotidiano de Linkiesta per ascoltare storie, voci e idee che resistono al rumore dei giorni.
98 Episodes
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Si è spento ad 84 anni Umberto Bossi, fondatore della Lega, inventore della Padania e di una politica autonomista e federalista che sognava il “grande Nord” e si è ritrovata con Matteo Salvini leader di una ridotta para putiniana.Con un ritratto a tinte forti di Filippo Ceccarelli su La Repubblica raccontiamo l'ascesa e caduta del barbaro sognante di cui Berlusconi aveva paura.
Ieri Marco Travaglio ha attaccato Giuliano Vassalli nel suo editoriale toccando così il punto più basso della campagna referendaria (era difficile farlo) e mentre Giorgia Meloni sarà ospite di Pulp, il podcast di Fedez, il dibattito pubblico sembra davvero ad un bivio dove la conservazione, la tentazione al ribasso sembrano avere la meglio e dove il futuro sembra allontanarsi ogni giorno di più.
ll podcast di oggi ricostruisce insieme a Maurizio Molinari e Ruth Dureghello, l’attentato alla Sinagoga di Roma del 9 ottobre 1982, uno dei più gravi attacchi antisemiti nella storia italiana, rimasto per decenni senza piena verità giudiziaria.Attraverso le nuove indagini della Procura di Roma, emergono responsabilità, nomi e connessioni con il terrorismo internazionale legato all’organizzazione di Abu Nidal. La narrazione intreccia memoria, giustizia e geopolitica, collegando Roma agli attentati paralleli in Europa, come quello di Parigi. Al centro, il fallimento delle protezioni, le omissioni e il peso di un contesto internazionale segnato da guerra e tensioni mediorientali.Un’indagine sonora che prova a chiudere un vuoto lungo quarant’anni e capire le connessione con l’attualità
Nel dibattito pubblico contemporaneo gli artisti tornano ciclicamente a esporsi nelle campagne elettorali e referendarie: firmano appelli, registrano video, partecipano a comizi, usano la propria notorietà per sostenere una causa politica. Ma questa mobilitazione serve davvero a orientare il voto? Oppure è soltanto un rituale simbolico che rafforza convinzioni già esistenti?Succede anche con questo referendum (che vive di una bruttissima polarizzazione), ma è davvero utile? E soprattutto voi, avete mai cambiato idea perché uno scrittore, un artista, un attore o un regista vi ha convinto?
Nel nuovo episodio del podcast, Massimiliano Coccia dialoga con Massimiliano Di Pasquale, ricercatore dell’Istituto Gino Germani e studioso dello spazio post-sovietico, a partire dal suo paper Antisemitismo e misure attive russe dagli zar a Putin. La conversazione ricostruisce la lunga genealogia dell’antisemitismo nella cultura politica russa, dalle politiche zariste alla propaganda sovietica fino alle narrazioni strategiche del Cremlino contemporaneo. Al centro dell’analisi il ruolo delle “misure attive”, della disinformazione e della guerra cognitiva utilizzate da Mosca per influenzare il dibattito pubblico occidentale, in particolare su Ucraina, Israele e crisi internazionali recenti. Un viaggio tra storia, ideologia e propaganda per comprendere come vecchi miti e teorie del complotto continuano a essere riattivati nella competizione geopolitica del XXI secolo.
Entriamo nel cuore di una delle dimensioni meno visibili della competizione geopolitica contemporanea: la guerra culturale e informativa condotta dal Cremlino. Partendo dal caso della riammissione della Russia alla Biennale di Venezia, la conversazione con la professoressa Sofia Ventura in collegamento da Kyiv esplora il modo in cui la Russia utilizza strumenti di propaganda, diplomazia culturale e disinformazione per esercitare influenza e divisione nelle democrazie europee.
In questa puntata si torna alle parole di Massimo Bordin sulla separazione delle carriere, rileggendo alcuni editoriali che avevano anticipato molte delle distorsioni del sistema giudiziario italiano. Quelle riflessioni vengono messe alla prova dell’attualità dopo le dichiarazioni di Bartolazzi che hanno riacceso lo scontro politico e mediatico sulla giustizia. Un caso che si inserisce nel clima rovente attorno alla riforma della separazione delle carriere e al referendum costituzionale. A fare da bussola nel dibattito l’analisi di Carmelo Palma su Linkiesta, che difende il sì alla riforma ma mette in guardia dal qualunquismo e dalle scorciatoie populiste nel racconto della giustizia. Tra memoria radicale e polemica del presente, una puntata sul nodo irrisolto della giustizia italiana.
Su La Stampa Bernard-Henri Lévy sostiene che la guerra contro l'Iran sia giusta e auspica che Donald Trump vada fino in fondo, senza lasciare aperta la questione iraniana.Il problema è che Trump non ha mai mostrato particolare entusiasmo per la difesa della libertà o per la lotta alle dittature, che anzi considera spesso più affidabili delle democrazie. Lévy, però, individua l’incoerenza altrove: in chi invoca il diritto internazionale solo a intermittenza, usandolo come principio quando conviene e dimenticandolo quando intralcia le proprie posizioni.Così il diritto internazionale rischia di diventare meno una regola condivisa e più uno strumento retorico nelle battaglie politiche. Un principio evocato selettivamente, a seconda delle convenienze del momento.
Alla Biennale di Venezia, mentre la guerra di Vladimir Putin contro l’Ucraina continua, una rete di artisti russi torna a esporre tra mostre parallele e progetti collettivi. Non è il padiglione ufficiale, ma il segnale politico resta visto che a lavorare alla curatela sono la figlia di Lavrov e del magnate della difesa di Stato Rosatec. Il podcast ricostruisce il progetto “The tree is rooted in the sky”, i nomi coinvolti e le ambiguità di una presenza culturale che riporta la Russia nel cuore della Biennale sotto la direzione di Pietrangelo Buttafuoco.
Dopo l’uccisione della Guida suprema viene scelto suo figlio per guidare l’Iran in questi giorni di guerra. Una scelta che ha molti significati di continuità all’interno del clero sciita. Intanto siamo al quinto giorno di guerra e Emmanuel Macron ha spostato una portaerei e un incrociatore nelle acque di Cipro e nel Mediterraneo. Trump minaccia Sanchez che ha negato le basi spagnole agli USA per i rifornimenti aerei.
Un corteo pacifista a Firenze contro i bombardamenti in Iran viene interrotto da un’attivista iraniana in esilio che accusa i manifestanti di aver taciuto sulla repressione del regime. La sua domanda è brutale: dove eravate quando chiudevano Internet e arrestavano migliaia di persone? Questo episodio cerca di dare una risposta alla domanda di Leila Farahbakhsh e parla di un pacifismo di facciata, di una sinistra distante e che fa il compitino e di come la propaganda iraniana sia più forte che mai negli atenei e nei luoghi dell’informazione.
La morte dell’ayatollah Ali Khamenei chiude un’epoca lunga trentacinque anni e apre una fase di instabilità che l’Iran non conosceva dal 1989. Con la scomparsa della guida suprema, il sistema della Repubblica Islamica perde il suo perno politico, religioso e militare. Intanto il conflitto si allarga: attacchi mirati, minacce sullo Stretto di Hormuz, mercati in fibrillazione. Da Dubai a Tel Aviv si rafforzano le misure di sicurezza, mentre le cancellerie occidentali temono un’escalation regionale. Chi prende il controllo? I Pasdaran rafforzano la presa o si apre una vera transizione? E soprattutto: cosa significa tutto questo per il Medio Oriente e per il dossier nucleare?Cerchiamo di capirlo insieme
Il 28 febbraio, durante un’offensiva militare Usa-Israele contro obiettivi iraniani, la guida suprema iraniana Ali Khamenei viene ucciso. Secondo quanto dichiarato da media israeliani e statunitensi la foto del corpo sarebbe stata mostrata a Donald Trump. È la fine di una lunga dittatura teocratica.  Con Maurizio Molinari e Shervin Haravi analizziamo fatti, fonti e scenari di quanto sta accadendo e di quanto accadrà in Iran e in Medio Oriente.
Questa settimana si sono tutti chiesti dove fosse Elly Schlein, invece di essere in Ucraina, come ad esempio il segretario del Partito Socialista francese Oliver Faure. Era alla presentazione della rivista di Goffredo Bettini, Rinascita e poi a Latina con Carofiglio. Però ha fatto una card per Kyiv e ha ripetuto la solita marmellata sulla questione diplomatica. Nelle stesse ore Erri De Luca rilasciava a Repubblica un’intervista importante tra un convoglio e l’altro di aiuti portati a Kyiv.
Angelo D’Orsi è stato ospite di Vladimir Soloyev sulla tv di Stato russa e ha dato fiato a tutta la propaganda antioccidentale che aveva in serbo, mentre Valery Gergiev, sommo maestro d’orchestra, andava a conferire da Putin. Tre personaggi che inquinano anche il dibattito italiano con falsità, propaganda e minacce. Ma non sono i soli, in questa puntata torniamo a parlare anche di Vincenzo Lorusso e Andrea Lucidi, che recentemente ha dichiarato di interrogare - intervistare prigionieri di guerra in Donbas.
Una canzone simbolo di Napoli che, secondo una narrazione molto diffusa, avrebbe avuto i natali ad Odessa. In questa puntata seguiamo il percorso inatteso di “’O Sole Mio” per raccontare la guerra in Ucraina e noi, l’assurdità delle polemiche di Sanremo e di quanto la semplificazione politica sia dietro l’angolo anche su drammi come l’omicidio di Rogoredo
Il 24 febbraio del 2022 le truppe russe entrarono in Ucraina per quella è divenuto il conflitto più lungo sul territorio europeo dalla Seconda Guerra Mondiale. Ricostruiamo quei giorni con Maurizio Molinari e Gianni Vernetti in collegamento da Odessa in un dialogo intenso tra geopolitica e umanità, tra lotta alla disinformazione e nuovi equilibri mondiali.
Domani saranno quattro anni dall’invasione estesa della Russia contro l’Ucraina, quattro anni in cui il popolo ucraino resiste, combatte, si sacrifica anche per noi. Ripercorriamo questi anni con un editoriale di Paolo Mieli e con una piccola lettera aperta ad un popolo coraggioso
“Mai fidarsi della Cina”, scrive Giulia Pompili su “Il Foglio” raccontando dell’inchiesta che ha pubblicato Repubblica in cui si racconta che 5.000 agenti della Digos sono stati vittime di un’operazione di furto di dati da parte di hacker legati al regime di Pechino. Un confine  davvero labile quello digitale che è ormai una vera e propria emergenza ancora troppo sottovalutata e poco tenuto in conto dal nostro dibattito pubblico.
Ep.78 | Board of pigs

Ep.78 | Board of pigs

2026-02-1815:43

La trovata commerciale di Donald Trump del Board of peace è una specie di truffa del secolo, un posto dove nessuno deciderà nulla se non dove ricostruire qualcosa mentre Israele annette la Cisgiordania. Più che un board per la pace sembra un cda di un’impresa che vende un prodotto inesistente e sconosciuto a molti dei suoi componenti: la democrazia. L’Italia parteciperà da osservatore, dice Antonio Tajani alla Camera e cosa ci sia da guardare però non lo ha spiegato. Proviamo a capirlo insieme.
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Comments (1)

Giovanni Garattini

il podcast è molto interessante. tuttavia se per ogni volta che dici diciamo il conduttore pagasse un euro, avremmo risolto i finanziamenti per l'Ucraina.

Jan 21st
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