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Un avvertimento prima di iniziare
Un avvertimento prima di iniziare
Author: Pablo Trincia - Sky Original
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Description
Il nuovo vodcast Sky “Un avvertimento prima di iniziare”, condotto da Pablo Trincia, racconta storie che mettono al centro le parole delle vittime, dei sopravvissuti, dei loro familiari e dei professionisti coinvolti nelle indagini.
In ogni puntata, Pablo Trincia incontra i protagonisti delle storie, esplorando le zone d’ombra, “la storia dietro la storia” di chi ha subito ingiustizie, abusi, violenze o peggio.
14 Episodes
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Pablo Trincia incontra Alessandra Cuevas, che a circa nove anni fu vittima di abusi sessuali da parte del padre di due sue amiche, Enrico Perillo, vicino di casa a Portici. L’uomo assoldò poi due sicari per uccidere la madre di Alessandra, Teresa Buonocore.
Le violenze proseguirono per circa due anni, finché una segnalazione anonima fece scattare un’indagine per pedofilia nei confronti dell’uomo. Partì così un processo che portò alla condanna di Perillo nel 2010, grazie anche alla testimonianza di Alessandra e di sua madre, Teresa Buonocore, che si era costituita parte civile e che sostenne la figlia durante tutto il processo. Nel 2010, Perillo organizzò il suo omicidio, assoldando due giovani che la uccisero il 20 settembre del 2010, lasciando Alessandra e sua sorella orfane.
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Pablo Trincia incontra Sara Arrighi e Federica Arrighi, figlie di Alberto Arrighi, che il 1° febbraio 2010, uccide a colpi di pistola il suo socio in affari, Giacomo Brambilla.
Dopo l’omicidio, tenta di cancellare le tracce del delitto in un gesto estremo e disperato: separa la testa dal corpo per bruciarla e abbandona il resto del cadavere in un dirupo. Arrighi ha due figlie, Sara e Federica, di 12 e 10 all’epoca dei fatti. Cresciute in una famiglia che dall’esterno sembrava
perfetta, dove non mancava nulla, a un certo punto perdono tutto. Il padre, la casa, gli amici. Da quel giorno, per tutti, diventano “le figlie dell’assassino”. Vengono guardate in modo diverso, spesso evitate, e si ritrovano a crescere più in fretta del previsto, portandosi addosso il peso di una colpa che non è la loro. Con il tempo devono ricostruire la propria vita e curare le ferite di questa tragedia.
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Pablo Trincia incontra Elena Amato, sorella di Elisa Amato, 29 anni, uccisa con tre colpi di pistola, la sera del 26 maggio 2018, dall’ex fidanzato, Federico Zini.
Dopo circa un anno di relazione, Elisa aveva deciso di lasciarlo, anche a causa del suo atteggiamento ossessivo e della gelosia crescente. Dopo la rottura, Federico inizia a perseguitarla: si apposta sotto casa, si fa trovare davanti al negozio dove lavora, le invia messaggi continui arrivando a minacciare il suicidio. La sorella di Elisa, Elena, cerca di convincerla a denunciarlo per stalking. La sera del 26 maggio, l’uomo la aggredisce e la uccide. Poi carica il corpo in auto e lo trasporta fino a un parcheggio nei pressi di un campo sportivo a San Miniato, vicino a casa sua, dove infine si toglie la vita.
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Pablo Trincia incontra Antonella Delfino Pesce, genetista ed esperta forense che fa riaprire il caso dell’omicidio di Nada Cella, portando all’arresto dell’assassina.
Dopo trent’anni è arrivata una verità giudiziaria per l’omicidio di Nada Cella, uccisa a 25 anni il 6 maggio 1995 nello studio di Chiavari dove lavorava. Il tribunale di Genova ha condannato a 24 anni Anna Lucia Cecere, insegnante di 57 anni, grazie alla riapertura delle indagini nel 2021. A rendere possibile la svolta è stata Antonella Delfino Pesce, genetista ed esperta forense, che ha individuato un nuovo elemento decisivo: alcuni bottoni rinvenuti sotto il corpo di Nada, risultati compatibili con quelli trovati nell’abitazione della Cecere. Dal 2017 la consulente, insieme alla madre della vittima, aveva ripreso in mano il caso, analizzando fascicoli, ascoltando testimoni e confrontandosi con le forze dell’ordine, alla ricerca di un dettaglio inedito che potesse spingere la procura a riaprire le indagini. Fino ad allora l’unico indagato era stato il datore di lavoro di Nada, il commercialista Marco Soracco, poi prosciolto nel 1998.
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Pablo Trincia incontra Valeria Collina, la madre di Youssef Zaghba, uno dei
terroristi coinvolti nell’attentato del London Bridge del giugno 2017, in cui
persero la vita otto persone.
Youssef è nato in Marocco, dove Valeria ha vissuto per 20 anni prima di tornare in Italia nel 2015. E in quel periodo che inizia a cogliere alcuni segnali di una progressiva radicalizzazione del figlio, senza però dargli troppa importanza. Il 3 giugno 2017, guardando le notizie, scopre che un commando di 3 uomini ha compiuto un attentato sul London Bridge: con un van hanno investito alcuni pedoni e una volta scesi armati di coltelli hanno attaccato la folla, uccidendo 8 persone. All’inizio non sa ancora che suo figlio Youssef, di soli 22 anni, è coinvolto e che è stato ucciso dalla polizia. La notizia le viene data 3 giorni dopo dagli agenti della Digos. Inizia così per lei un periodo di dolore e sconvolgimento tra la perdita di un figlio, la consapevolezza del suo ruolo nell’attentato, i sensi di colpa e le domande su cosa avrebbe potuto fare per impedirlo.
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Pablo Trincia incontra Mauro Zaratta, un padre tarantino che nel 2014 ha perso suo figlio Lorenzo per un raro tumore al cervello diagnosticato all’età di 3 mesi. Insieme a Pablo e a Mauro, Valentina Petrini: giornalista e conduttrice televisiva, nata e cresciuta a Taranto, considerata una delle voci più autorevoli del giornalismo ambientale e che ha scritto il cielo oltre le polveri.
Anni di cure, interventi e ospedali. Dopo la sua morte i genitori iniziano a
interrogarsi su un possibile legame tra la malattia e l’inquinamento prodotto dall’Ilva, nel cuore della loro città. La storia di Lorenzo diventa il simbolo di una battaglia più ampia, fatta di dolore privato, scienza, giustizia e responsabilità collettiva. Un racconto che intreccia la vita di una famiglia con una delle più grandi emergenze ambientali d’Europa.
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Pablo Trincia incontra Dalia Aly una ragazza che nel 2017, a soli 15 anni registra un video intimo con il fidanzato dell’epoca, un video consensuale, che però viene poi diffuso senza il suo permesso.
Nel 2017, Dalia ha 15 anni, il ragazzo con il quale sta uscendo condivide con gli amici un video di loro due che hanno un rapporto sessuale. Prima in una cerchia ristretta e poi in modo capillare tra scuola e città. Condivisioni su
condivisioni, il video viene mandato addirittura in alcuni gruppi telegram di
materiale pornografico. Nei primi mesi, Dalia sceglie il silenzio, non ne parla con nessuno, per vergogna e per paura, e prova a far finta che tutto possa spegnersi da solo. Decide poi, con il supporto della famiglia, di denunciare e si rivolge a un centro antiviolenza e alla polizia postale per tentare di rimuovere quel contenuto dalla rete, intraprendendo un percorso legale e psicologico che la porterà, anni dopo, a trasformare il trauma in testimonianza pubblica.
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Pablo Trincia incontra Matteo Plicchi, il padre di Vincent, tiktoker bolognese di 23 anni, suicidatosi in diretta, a causa di una violenta ondata d’odio online. A supportare il racconto, Paolo Picchio, presidente fondazione Carolina, a sua volta colpita dal suicidio della figlia Carolina, vittima di cyberbullismo.
Vincent Plicchi, conosciuto come Inquisitor Ghost, il 9 ottobre 2023, si toglie la vita in diretta. Nei mesi precedenti era finito al centro di una violenta ondata d’odio online per delle accuse infondate di pedofilia, nate da rivalità nel mondo cosplay. Dopo il suicidio, il padre inizia una battaglia per ricostruire quanto accaduto: raccoglie da solo migliaia di messaggi, insulti e minacce. Per farlo si affida a un’azienda per identificare gli aggressori e ottiene l'apertura di un fascicolo per istigazione al suicidio e cyberstalking. Ma all’inizio del 2025 il giudice del tribunale di Bologna decide di archiviare le accuse ritenendo che non vi siano elementi a configurare i reati contestati.
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Pablo Trincia incontra Sabrina Prioli, ex cooperante che, nel luglio del 2016, si trovava nel Sud-Sudan sconvolto dalla guerra civile, da una parte le forze governative e dall’altra i ribelli. Sabrina era un’esperta di monitoraggio e valutazione di progetti di cooperazione internazionale e, per lavoro, nel luglio del 2016 si trovava a Juba, capitale del Sud Sudan. All’arrivo in aeroporto viene condotta in un compound isolato, situato a pochi chilometri dalla città, separato dal resto del contesto urbano.
Il Sud Sudan è uno dei Paesi più poveri al mondo: dopo anni di guerra civile ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan nel 2011, ma rimane una nazione profondamente divisa, dove i diritti umani vengono quotidianamente
calpestati e la violenza, compresa quella sessuale, è utilizzata come vera e
propria arma di guerra.
Sabrina Prioli si trova in un compound, alla distanza di
un solo miglio dalla missione di peacekeeping delle Nazioni Unite. Il compound viene attaccato dai soldati delle truppe dell'allora presidente, un giornalista viene ucciso davanti ai suoi occhi e lei, insieme ad altre colleghe, viene tenuta prigioniera, violentata e torturata. Nel 2017 diventa la teste chiave del processo e va di persona, riconosce 4 soldati ma ottiene un risarcimento di soli 4mila dollari. Nel 2022 fa domanda allo stato italiano per essere riconosciuta come vittima di terrorismo, battaglia che porta avanti ancora oggi a distanza di 10 anni.
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Pablo Trincia incontra Marco Piagentini, sopravvissuto della strage di Viareggio e anche familiare delle vittime. Alle 23:48 del 29 giugno 2009, un treno merci che trasportava 681 mila chilogrammi di GPL sulla tratta Trecate–Gricignano Teverola deragliò nei pressi della stazione di Viareggio. Il gas si diffuse velocissimamente nell'aria e in seguito a una scintilla scoppiò tutto, causando la morte immediata di 30 persone e ferendone altri. Marco perse due figli e la moglie, mentre lui e il figlio più grande Leonardo si salvarono. In quel momento capì che poteva
lasciarsi morire oppure continuare a vivere: scelse la vita, per Leonardo e
anche per chi non c’era più. Aveva oltre il 90% del corpo ustionato, affrontò
circa cinquanta operazioni, trascorse un mese e mezzo in coma e sei mesi in ospedale. Marco affrontò un percorso di riabilitazione fisica, terapeutica e psicologica. Indossava una maschera protettiva giorno e notte e, per non
spaventare Leonardo, gli diceva che si stava trasformando in Spider-Man.
Il primo vero contatto con i familiari delle vittime avviene in aula, durante il processo di primo grado. È lì che inizia ad affiancare Daniela Rombi, presidente dell’associazione Il mondo che vorrei, fondata dai familiari, e insieme intraprendono un impegno enorme. Incontrano avvocati, periti, amministratori locali, giornalisti. Investono oltre 600 mila euro in perizie fondamentali per dimostrare le responsabilità delle ferrovie e degli altri enti coinvolti nel processo. Marco ricorda bene la sproporzione di
potere tra le parti: loro potevano contare su avvocati locali e periti “piccoli”, mentre le ferrovie schieravano i migliori professori del Politecnico, capaci di realizzare modellini e plastici per ricostruire la
vicenda in modo da evitare l’attribuzione delle responsabilità ai propri
assistiti. Dopo sei gradi di giudizio raggiungono un risultato storico: gli
amministratori delegati vengono condannati. Le condanne, però, non sono mai state il vero obiettivo: non restituiscono i figli. Ciò che conta davvero è l’accertamento delle responsabilità, che diventa la base per guardare alla
sicurezza in modo diverso.
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Pablo Trincia incontra Mina Martinelli, che si è battuta fino all’ultimo, fino alla sua scomparsa nel dicembre 2025, per ottenere giustizia per la morte della sorella Palmina, bruciata viva nel 1981, a soli 14 anni. Palmina, prima di
morire, fece il nome di due giovani, che l’avrebbero aggredita per essersi
rifiutata di entrare in un giro di prostituzione. Insieme a lei, Debora
Campanella, autrice e profonda conoscitrice della tragedia.
Le persone indicate da Palmina nell’audio sono state definitivamente assolte. A luglio 2025 il Tribunale di Bari ha confermato l’erroneità della tesi del suicidio e ha riconosciuto il coinvolgimento di Bernardi nella stesura del biglietto d’addio di Palmina, disponendo inoltre l’archiviazione del procedimento nei confronti di Cesare Ciaccia.
Mina Martinelli, la sorella di Palmina Martinelli morta a Fasano nel 1981, invoca giustizia e chiarezza sulla morte della sorella. Palmina fu portata in ospedale con ustioni gravissime e, prima di morire, fece il nome di due giovani del posto sostenendo di essere stata aggredita perché si era rifiutata di entrare in un giro di sfruttamento della prostituzione. I due furono processati per poi essere assolti definitivamente: secondo i giudici non vi erano prove sufficienti per attribuire loro il fatto e il caso fu archiviato come suicidio. Dopo le assoluzioni, Mina ha sollecitato la magistratura, collaborato con avvocati e associazioni per ricostruire gli atti e denunciare lacune investigative. A luglio 2025, dopo oltre 40 anni, il giudice del Tribunale di Bari ha finalmente stabilito che la ragazza fu uccisa, anche se da ignoti, smentendo la tesi del suicidio.
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Pablo Trincia incontra Angelo Massaro, ingiustamente accusato di omicidio e condannato a 24 anni per un equivoco linguistico. Nel 2017, dopo oltre 20 anni di carcere, viene assolto “per non aver commesso il fatto”. Accanto a lui Benedetto Lattanzi, fondatore dell’Associazione Errorigiudiziari.com
Angelo Massaro è un agricoltore della provincia di Taranto. Nel 1996 scompare un suo amico e viene ritrovata solo la sua auto bruciata. Pochi giorni dopo, Massaro viene intercettato mentre parla con la moglie: sta trasportando un macchinario agricolo e in dialetto lo chiama “muers”, ovvero questo cavolo di coso, questo coso ingombrante. Gli inquirenti però trascrivono la parola come “muert”, “il morto”, convincendosi che stesse spostando un cadavere. Non c’era un corpo, non c’era un’arma, non c’era un movente. Nonostante ciò, Massaro viene condannato a 24 anni di carcere, sulla base di quell’equivoco linguistico e di testimonianze
poi ritrattate. Solo nel 2017, dopo oltre vent’anni di battaglia legale, viene
assolto in revisione “per non aver commesso il fatto”.
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Pablo Trincia incontra Beatrice Fraschini, sequestrata e brutalmente picchiata per quattro giorni dal suo fidanzato nel quartiere Barona a Milano. Una testimonianza toccante, una vicenda drammatica, a supporto della sua testimonianza, l’avvocata Elena Biaggioni di D.I.R.E (Donne in rete contro la violenza).
Beatrice Fraschini è una giovane donna che vive a Milano. Nel giugno del 2019, è stata sequestrata e brutalmente picchiata per quattro giorni dal suo ex fidanzato, Giacomo Oldrati nel quartiere Barona di Milano.
Una relazione che nascondeva mesi di abusi fisici e psicologici da parte di
Oldrati, già denunciato in passato da un’altra ex fidanzata, ma senza
conseguenze legali per la sua incapacità di intendere e di volere. Nei giorni
del sequestro, ha subito violenze fisiche gravissime, calci pugni e un tentativo di soffocamento, ma è riuscita a fuggire lanciandosi dal secondo piano dell’appartamento in cui era tenuta prigioniera. Nei mesi successivi, Beatrice ha affrontato un lungo percorso di elaborazione e consapevolezza, comprendendo di essere stata vittima di violenza e di un tentativo di femminicidio. L'uomo invece è stato condannato in totale a soli 4 anni per lesioni aggravate, sequestro di persona con l'aggravante della tortura e maltrattamenti. Non è stato riconosciuto il tentato omicidio perchè le ferite riportate da Beatrice non erano compatibili con il rischio di morte.
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