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Pillole di HR
Pillole di HR
Author: Andrea Montuschi
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Description
Pillole di HR è una mini-rubrica all'interno di "Il lavoro a 360 gradi", di Elisa Tagliani.
Samuele Nottegar e Andrea Montuschi parlano di temi legati alle Risorse Umane e alla Employee Experience in "pillole" di pochi minuti.
Samuele Nottegar e Andrea Montuschi parlano di temi legati alle Risorse Umane e alla Employee Experience in "pillole" di pochi minuti.
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Il lavoro da remoto ha trasformato radicalmente il modo in cui i team collaborano, presentando sfide e opportunità uniche. Uno dei problemi principali è la creazione di una cultura condivisa in assenza di interazioni quotidiane in ufficio. La mancanza di un ambiente fisico comune può portare a un senso di isolamento e a una minore coesione del team.Tuttavia, il lavoro da remoto offre anche l'opportunità di attrarre talenti da tutto il mondo, aumentando la diversità e l'innovazione. Per superare le sfide e sfruttare le opportunità, è fondamentale investire in strumenti di comunicazione efficaci, promuovere la trasparenza e stabilire aspettative chiare.
L'intelligenza emotiva non è solo una "soft skill", ma un vero e proprio motore per la leadership efficace. In questo video approfondiamo l'importanza di questa competenza nel mondo del lavoro, esaminando come i leader con alta intelligenza emotiva riescono a creare ambienti di lavoro positivi, a gestire i conflitti in modo costruttivo e a motivare i team verso il raggiungimento degli obiettivi.
L'era digitale ha portato con sé innumerevoli vantaggi, ma anche nuove sfide per il nostro benessere psicologico. L'eccessivo ricorso alle videocall, in particolare, può generare stress e burnout, fenomeni sempre più diffusi nel mondo del lavoro. In questa pillola HR, esploreremo alcune delle cause di questo stress, dall'affaticamento visivo alla sensazione di costante iperconnessione, e forniremo consigli pratici per gestire al meglio queste situazioni.
L'inclusione della neurodivergenza in azienda è più di un semplice atto di responsabilità sociale; è una strategia vincente. Individui neurodivergenti portano prospettive uniche, spesso con capacità di pensiero laterale e attenzione al dettaglio superiori alla media. Questo arricchisce l'ambiente lavorativo, stimola l'innovazione e migliora la risoluzione dei problemi. Ignorare la neurodivergenza significa perdere un potenziale creativo e produttivo significativo, limitando la diversità di pensiero e la capacità di adattamento dell'azienda.
I conflitti in azienda sono inevitabili, ma saperli gestire è fondamentale per mantenere un ambiente di lavoro sereno e produttivo. I conflitti possono partire da mille motivi diversi, ma diventano difficili da gestire quando le due parti in causa non si conoscono abbastanza e, quindi, non sanno come "prendersi" e cosa aspettarsi dalla controparte.Primo punto per evitare che i conflitti diventino guerre, quindi, è stimolare la conoscenza vera tra le persone in azienda.L'obiettivo di ogni buon manager dovrebbe essere quello di rendere improbabile il conflitto tossico, quello che si trascina e lascia scorie.Di più: un bravo manager, secondo me, dovrebbe rendere il conflitto tossico RIDICOLO.
Welfare aziendale e benefit sono due concetti spesso usati come sinonimi, ma che in realtà presentano delle differenze. Il welfare aziendale è un insieme di iniziative che l'azienda mette in atto per migliorare la qualità della vita dei propri dipendenti, sia dentro che fuori dal luogo di lavoro. I benefit, invece, sono dei vantaggi concreti che l'azienda offre ai propri dipendenti, come ad esempio buoni pasto, sconti su prodotti o servizi, assicurazioni sanitarie integrative e altro ancora.Il welfare aziendale può essere visto come una sorta di "ombrello" sotto cui rientrano i benefit, ma anche altre iniziative come ad esempio alcuni programmi di formazione o i servizi di supporto psicologico.
Le performance review annuali, concentrate in un unico momento, rischiano di essere un'istantanea sbiadita, un giudizio tardivo su un anno di lavoro. Oggi, invece, le persone hanno bisogno di feedback frequenti e mirati, di un dialogo aperto con i manager. Questo tipo di feedback non è solo una valutazione, ma una guida, un compagno di viaggio che accompagna le persone nel loro percorso di sviluppo.Certo, per passare da valutazioni sporadiche e una "cultura del feedback", c'è bisogno di un cambio di mentalità, di un impegno costante da parte di manager e collaboratori e di skill specifiche (siamo sicuri che tutti i manager sappiano dare feedback? Ho dubbi). Ma i risultati, una squadra motivata, performante e in continua crescita, valgono lo sforzo.
Nelle aziende di oggi, coesistono fino a 5 generazioni diverse, ognuna portatrice di esperienze, valori e aspettative uniche.Questa diversità, se ben gestita, può rappresentare un valore aggiunto inestimabile, stimolando la creatività, l'innovazione e la collaborazione.Tuttavia, le differenze generazionali possono anche essere fonte di incomprensioni e conflitti, soprattutto in un contesto lavorativo in continua evoluzione come quello attuale.
Cosa succede quando un capo è troppo coinvolto in ogni piccola cosa che fai? Beh, potrebbe essere micromanagement, ed è più comune di quanto pensi! In questo video, esploreremo insieme questo fenomeno, analizzando come influisce negativamente sulla produttività, sulla creatività e sulla motivazione dei team.
In Italia, la soddisfazione riguardo al lavoro flessibile si attesta ad un modesto 56%, un dato significativamente inferiore alla media europea del 66%. Questo divario mette in luce una preoccupante tendenza: il progressivo ritorno a modelli di lavoro pre-pandemia, con una drastica riduzione della flessibilità. Mentre lo smart working si era diffuso durante l'emergenza sanitaria, offrendo ai dipendenti maggiore autonomia nella gestione del tempo e degli spazi di lavoro, molte aziende stanno ora reintroducendo rigide politiche di presenza in ufficio. Questa inversione di rotta rischia di avere conseguenze negative, soprattutto per quanto riguarda l'attrattività delle aziende italiane agli occhi delle giovani generazioni. I lavoratori più giovani, infatti, considerano la flessibilità un elemento fondamentale nella scelta di un'occupazione, e la mancanza di opzioni di smart working potrebbe spingerli a cercare opportunità lavorative in Paesi o aziende più aperte a modelli di lavoro agile.
In Italia, solo il 43% dei dipendenti si sente riconosciuto per il proprio lavoro, un dato allarmante che si posiziona 10 punti percentuali al di sotto della media europea, già di per sé preoccupante. Questo dato evidenzia una grave carenza nell'ambito dei riconoscimenti non monetari, un aspetto fondamentale per la motivazione e il benessere dei lavoratori. Trascurare questo fattore "igienico" significa minare alla base la possibilità di creare un ambiente di lavoro stimolante e produttivo. Se le persone non si sentono apprezzate per il loro contributo, sarà impossibile spingerle a dare il massimo e a raggiungere il loro pieno potenziale. Investire in forme di riconoscimento non monetarie, come feedback positivi, apprezzamenti pubblici, opportunità di crescita e percorsi di sviluppo personalizzati, è un passo imprescindibile per coltivare la motivazione intrinseca e creare una cultura aziendale positiva e performante.
Il rispetto sul lavoro è fondamentale per creare un ambiente sereno e produttivo, in cui ognuno si senta valorizzato e motivato. Purtroppo, l'Italia registra dati preoccupanti riguardo a questo aspetto: secondo i dati Opensquare, il livello di rispetto tra capi e collaboratori - e a volte anche tra colleghi - è inferiore alla media europea. Questo si può manifestare in diverse forme, come episodi di mobbing, discriminazioni, comunicazione aggressiva e mancanza di riconoscimento del lavoro altrui e una situazione di questo tipo non solo crea disagio e sofferenza nelle persone, ma impatta negativamente anche sulla produttività e la competitività delle aziende. È quindi cruciale promuovere una cultura del rispetto nei luoghi di lavoro, attraverso la formazione, la sensibilizzazione e l'implementazione di politiche aziendali che favoriscano un clima di collaborazione e inclusione.
La collaborazione tra team in azienda rappresenta un elemento cruciale per il successo organizzativo, eppure in Italia emerge una significativa criticità. Il dato allarmante del 44% di persone positive sulla collaborazione intra-team - sei punti sotto la media europea - riflette un problema strutturale della cultura aziendale italiana. Le ragioni di questa scarsa sinergia sono multifattoriali: spesso prevalgono dinamiche competitive invece che collaborative, con una tendenza a preservare il proprio spazio e le proprie competenze invece di condividerle. Influiscono inoltre gerarchie aziendali ancora troppo rigide, una comunicazione non sempre trasparente e una scarsa propensione alla condivisione degli obiettivi. La frammentazione dei team, unita a una mentalità che privilegia il risultato individuale rispetto a quello collettivo, ostacola la creazione di un ambiente di lavoro realmente integrato e sinergico. Per superare questi limiti, le aziende italiane dovrebbero investire in formazione sulla comunicazione orizzontale, promuovere una cultura aziendale più aperta e implementare strumenti e metodologie che favoriscano lo scambio di competenze e la collaborazione trasversale.
La situazione delle opportunità di carriera in Italia riflette un panorama complesso e un po' scoraggiante per una significativa parte della popolazione. Questo dato, che vede solo il 42% degli italiani soddisfatti del proprio percorso professionale (fonte: Opensquare), evidenzia le difficoltà strutturali del mercato del lavoro italiano. Le cause sono multifattoriali: dalla persistente crisi economica, che rallenta la crescita aziendale e limita le possibilità di avanzamento, alla rigidità del sistema occupazionale, fino a un contesto che spesso penalizza i giovani talenti.
Spesso, ex-venditori o tecnici, promossi a ruoli manageriali senza un'adeguata formazione in ambito HR, possono incappare in dinamiche "affiliative-collusive" con i propri team. Questo tipo di leadership, caratterizzata da un eccesso di lealtà e da un desiderio di essere amati, può portare a una gestione poco efficace e a una perdita di autorevolezza. I capi affiliativi-collusivi tendono a evitare i conflitti, a procrastinare le decisioni difficili e a favorire un clima di eccessiva informalità, a scapito della chiarezza dei ruoli e degli obiettivi. Questo approccio, sebbene possa creare un ambiente lavorativo apparentemente piacevole nel breve termine, può in realtà demotivare i collaboratori, ostacolare la crescita professionale e compromettere la performance complessiva dell'organizzazione.
L'importanza dell'ESG (Environmental, Social, Governance) per le aziende oggi è cruciale, sia per il successo a lungo termine dell'azienda che per la sua immagine pubblica. Le aziende che adottano un approccio ESG dimostrano di prendere sul serio la loro responsabilità nei confronti dell'ambiente, della società e dei propri stakeholders. Questo si traduce in un'immagine aziendale positiva e in una reputazione di affidabilità e integrità.Un'immagine aziendale positiva può aumentare la fiducia dei clienti, degli investitori e degli stakeholder in generale, nonché attrarre nuove opportunità di business. Inoltre, può aiutare a creare una cultura aziendale incentrata sulla sostenibilità e sulla responsabilità sociale d'impresa, che è sempre più importante per gli stakeholder moderni. In sintesi, l'ESG non è solo un'opportunità per le aziende di creare valore, ma anche un'opportunità per differenziarsi e costruire un'immagine pubblica positiva.
Espando il paragrafo integrando queste importanti osservazioni:Il rapporto tra retribuzione e soddisfazione lavorativa è molto più complesso di quanto possa sembrare a prima vista. Se da un lato è innegabile che un compenso adeguato sia fondamentale per garantire stabilità e sicurezza, dall'altro il paradosso di Easterlin ci mostra come, superata una certa soglia di reddito che permette di soddisfare i bisogni primari, ulteriori aumenti salariali non si traducano automaticamente in maggiore felicità. Questo fenomeno si manifesta chiaramente nell'ambiente professionale, dove fattori come l'autonomia decisionale, il riconoscimento dei meriti, le relazioni con i colleghi e il senso di realizzazione personale giocano un ruolo spesso più determinante del mero aspetto economico. Non è raro infatti trovare persone con stipendi elevati ma profondamente insoddisfatte del proprio lavoro, mentre altri professionisti, pur guadagnando meno, trovano grande appagamento in occupazioni che permettono loro di esprimere talenti e valori personali. È particolarmente interessante notare come nelle indagini di clima aziendale, gli item relativi alla soddisfazione economica tendano sistematicamente a ricevere punteggi significativamente più bassi rispetto ad altre dimensioni come la collaborazione tra colleghi o addirittura l'apprezzamento per il proprio responsabile diretto!Questo dato emerge con sorprendente regolarità anche in contesti dove le retribuzioni sono oggettivamente competitive rispetto al mercato, suggerendo come il tema della "giusta paga" sia influenzato da dinamiche percettive e comparative molto più che da valutazioni oggettive del proprio compenso.
Quando parliamo di "innamoramento" per il proprio lavoro, non intendiamo un sentimento romantico, ma piuttosto un forte attaccamento emotivo e una profonda soddisfazione verso le proprie attività lavorative. Questo fenomeno, spesso osservato, può essere interpretato come un "meccanismo di coping", ovvero una strategia psicologica che mettiamo in atto per far fronte a situazioni stressanti o difficili.Perché ci innamoriamo del nostro lavoro?1) Riduzione della dissonanza cognitiva: Quando compiamo una scelta importante, come quella di intraprendere un certo percorso professionale, può insorgere una dissonanza cognitiva, ovvero una discrepanza tra le nostre azioni e le nostre convinzioni. Per ridurre questa dissonanza, tendiamo a valorizzare gli aspetti positivi della scelta fatta e a minimizzare quelli negativi. In questo modo, ci "convinciamo" che la nostra decisione sia stata la migliore possibile. 2) Aumento dell'autostima: Sentirsi realizzati e soddisfatti nel proprio lavoro contribuisce a rafforzare la nostra autostima. Il successo professionale ci fa sentire competenti e capaci, aumentando la nostra fiducia in noi stessi.3) Senso di appartenenza: Il lavoro ci offre l'opportunità di far parte di un gruppo, di avere colleghi e di condividere obiettivi comuni. Questo senso di appartenenza ci fa sentire meno soli e più integrati nel mondo.4) Evitare di affrontare scelte difficili: A volte, innamorarsi del proprio lavoro può essere un modo per evitare di dover affrontare scelte difficili, come quella di cambiare carriera. Concentrandosi sugli aspetti positivi del proprio lavoro, si evita di considerare alternative che potrebbero sembrare più rischiose o impegnative.L'innamoramento per il proprio lavoro è un fenomeno complesso e multifattoriale. Da un lato, può essere una fonte di grande soddisfazione e motivazione. Dall'altro, se portato all'eccesso, può anche avere conseguenze negative sulla nostra salute mentale e professionale (una per tutte: il burnout). È dunque importante trovare un equilibrio tra la passione per il proprio lavoro e la cura per gli altri aspetti della nostra vita.
L'intenzione di restare è uno degli indicatori fondamentali nelle indagini di clima organizzativo (l'altro indicatore è l'engagement, già trattato in passato).Secondo i dati Opensquare, l'Italia si attesta sul 64% di "intention to stay", dato che, come nel resto del mondo, è in calo. Sta succedendo che, soprattutto i giovani, hanno ormai scollegato la motivazione e la fedeltà: se un tempo le persone felici e/o motivate restavano molto a lungo in azienda (il famoso "lavoro per la vita"), oggi non è inconcepibile manifestare grande soddisfazione e, al contempo, voglia di cambiare. La carriera è concepita sempre di più come una serie di esperienze diverse e forse è il momento di prendere coscienza di questo fatto, smettendo di cercare mille modi per "trattenere" i giovani, bensì pensando a come vivere in un mondo del lavoro più fluido e mutevole.
Il concetto di employee engagement fu introdotto per la prima volta da William Kahn nel 1990, quando lo definì come l'impegno dei membri dell'organizzazione nei loro ruoli lavorativi, con un coinvolgimento fisico, cognitivo ed emotivo. Da allora, il concetto si è evoluto significativamente, diventando un pilastro fondamentale della gestione delle risorse umane, anche grazie ai numerosi studi che dimostrano un forte legame tra engagement e produttività, innovazione e retention dei talenti.Oggi l'engagement è considerato un indicatore chiave della salute organizzativa e sono poche le organizzazioni che non conducono almeno una survey annuale su questo tema.Nel video citiamo dati Opensquare.




