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In meno di dieci giorni, i giovani manifestanti della Gen Z del Kenya sono riusciti a far ritirare dal presidente William Ruto una legge finanziaria già approvata dal Parlamento. Per farlo sono scesi in piazza senza che fosse possibile distinguere fra loro le linee di divisioni etniche che tradizionalmente incanalano la rabbia dei keniani. E senza che l’opposizione politica riuscisse a metterci la firma, magari riducendo il tutto a schermaglie dell’eterno presente elettorale. Ai partiti è stato chiesto di rimanere in disparte, e così è stato. Non è poco. Certo non è sufficiente a spazzare via la fragilità dell’economia kenyana, gravata da un debito che si potrà alleggerire solo attraversando misure sofferte. Ma resta l’impressione che ci sia stato uno scatto di consapevolezza e che il Kenya, forse, non sia proprio più lo stesso di tre settimane fa. Della protesta contro la legge finanziaria parliamo con Bruna Sironi, collaboratrice di Nigrizia da Nairobi. Puntata a cura di Brando Ricci. Produzione audio: Roberto Valussi.Questo podcast è possibile grazie al sostegno dei nostri lettori e ascoltatori. Per dare spazio a più contenuti del genere, puoi abbonarti a Nigrizia su: https://www.nigrizia.it/abbonamentiPer orientarsi nella puntata:02:53 - La proposta di legge della discordia06:06 - Le ragioni del governo07:50 - La trasversalità delle proteste09:31 - Repressione e rapimenti statali11:47 - Chi sono i Gen Z al centro della protesta?15:06 - Il bypass dei partiti18:10 - Esiti possibili della protesta21:01 - Impatto sul ruolo internazionale del Kenya
Con i suoi 36 anni, il capitano Ibrahim Traoré è il capo di stato più giovane al mondo. Di energie fresche, ce ne vogliono per affrontare le giornate di lavoro da presidente del Burkina Faso. Soprattutto quando si ha come priorità la riconquista della metà del territorio nazionale finito in mano a vari gruppi jihadisti negli ultimi dieci anni.
In situazioni estreme come questa, di guerra effettiva, garanzie e paletti democratici sono destinati a saltare.
Fino a che punto, però, uno stato emergenziale può giustificare le violazioni dei diritti umani che varie organizzazioni internazionali imputano alla giunta militare guidata da Traoré?
I suoi sostenitori lo difendono a spada tratta e lo presentano come l’erede di Thomas Sankara, suo commilitone, suo predecessore come capo di stato e icona panafricanista e ucciso nel 1987.
Ma prima di giudicare a priori sulla tenuta del paragone, vale la pena vedere sul terreno cosa sta accadendo in Burkina Faso.
Ne parliamo con Ilaria Allegrozzi, senior researcher a Human Rights Watch.
Puntata a cura di Roberto Valussi.Questo podcast è possibile grazie al sostegno dei nostri lettori e ascoltatori. Per dare spazio a più contenuti del genere, puoi abbonarti a Nigrizia.
Per orientarsi nella puntata:
02:04 - La crisi umanitaria in Burkina
05:39 - Come si vive nelle zone sotto assedio jihadista
09:03 - L’uso problematico delle milizie volontarie (Vdp)
14:23 - L’inchiesta di HRW sugli eccidi dell’esercito sgradita alla giunta
17:41 - Black-out mediatico
20:32 - I ‘’collaborazionisti’’ civili uccisi dall’esercito burkinabè
23:46 - La questione etnica del gruppo peul tra i fattori degli eccidi
26:15 - Come fa HRW a lavorare sul campo in Burkina con il governo ostile alle sua attività?
L’Unione Europea alla prova dell’Africa ha davanti due strade: una è ricordarsi di essere un miracolo geopolitico e un punto di riferimento, un’oasi di coesione a cui lo stesso continente di fronte si ispira, nell’avanzare generale del caos.
L’altra strada, invece, è quella di proseguire lungo il cammino delle ossessioni che da tempo la inchiodano al palo, condannandola a politiche tanto dispendiose quanto inefficaci come il controllo delle migrazioni e la competizione con la Cina.Sembra un bivio del tutto ideale ma è fatto di politiche concrete.
A produrle queste politiche, è il Parlamento europeo. L’8 e il 9 giugno, 360 milioni di elettori sceglieranno i 720 deputati che lo compongono.
I sondaggi non prevedono grandi scossoni. Non è affatto detto che la temuta marea sovranista travolga le istituzioni europee. Ma la realtà è che forse non serve neanche più: la sinistra che insegue la destra sulle agende chiave si è già impantanata da sola.
E l’Africa dunque? Continua a essere un rompicapo: priorità che non arriva mai per prima, è forse la regione del mondo che più di tutte chiede a Bruxelles di cambiare, magari tornando alle origini.
Di elezioni europee e delle connessioni con le politiche in Africa parliamo con Mario Giro, professore straordinario di Storia delle Relazioni Internazionali all’Università per Stranieri di Perugia, già vice ministro degli esteri e fra le voci più note della Comunità di Sant’Egidio.
Puntata a cura di Brando Ricci. Produzione audio: Roberto Valussi.
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Per orientarsi nella puntata:
02:38 - I contorni del partenariato UE-Africa
05:45 - Il Global Gateway: le infrastrutture e l’ossessione per la Cina
08:30 - Un triangolo Cina-Africa-UE?
10:25 - Il Piano Mattei e il know-how italiano
13:35 - Una nuova politica UE per l’Africa post-elezioni?
17:46 - L’esternalizzazione delle frontiere in pratica
20:07 - L’opzione dei corridoi umanitari
22:01 - Quanto l’Unione Africana imita l’Unione Europea
Promessa tradita o normale transizione politica in un sistema democratico? Se guardiamo in filigrana il declino dell’African National Congress che guida il Sudafrica da trent’anni, quale immagine emerge? Nel 1994 il Sudafrica guidato da Nelson Mandela riuscì in un miracolo politico: il secolo breve, quello dei genocidi e delle guerre mondiali, non si concluse con una nuova, terribile guerra civile. Il paese riuscì a superare, senza violenza diffusa, tre decenni di segregazione razziale istituzionalizzata, l’apartheid.
A 30 anni di distanza, il sogno di Mandela sembra appannato: l’Anc, consumato dalla corruzione, si dimostra incapace di soddisfare anche alcuni tra i bisogni più elementari della popolazione.
Mentre le disuguaglianze che rendevano possibile l’apartheid non sono state cancellate. Anzi. Ma le domande che ci stiamo ponendo non hanno risposte semplici: e a dimostrarlo potrebbero essere le stesse urne, che più che suggellare un fallimento potrebbero finire per battezzare una nuova, sicuramente complessa, coalizione di governo.
E che potrebbero provare quindi, che la lotta di liberazione non è un assegno in bianco per l’eternità.
E che il sistema democratico sudafricano, con tutti i suoi limiti, funziona.
Del Sudafrica che si avvicina al voto parliamo con Rocco Ronza, politologo, docente presso l’università Cattolica e Aseri e membro del programma Africa dell’Ispi.
Puntata a cura di Brando Ricci. Produzione audio: Roberto Valussi.
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Per orientarsi nella puntata:
02:28 - Il lento declino dell’Anc
04:53 - La promessa tradita della rainbow nation?
06:39 - Che governo aspettarsi dalle elezioni?
11:04 - Il Sudafrica sempre più verso i Brics?
13:20 - L’ancoraggio a ovest del paese
15:58 - Cosa vogliono gli Usa
19:16 - La mina vagante Jacob Zuma
23:17 - Le critiche al ‘’compromesso storico’’ di Mandela
25:55 - La tenuta dell’icona Mandela
Ciad e elezioni: non una storia d’amore; semmai di formalità.
Il 6 maggio, i cittadini ciadiani saranno chiamati a votare per scegliere il Capo di stato. Ma le urne qui non determinano tanto il futuro. A contare di più sono la forza militare dei contendenti, le loro trame locali e internazionali.
In Africa subsahariana e non solo, ci sono tanti stati così, in mano a quelli che vengono definiti autoritarismi democratici, dei regimi autoritari con le parvenze di una democrazia. Allora, perché occuparci del Ciad, di cui si parla veramente poco? In primo luogo perché quello che succede qui influenza tutta l’area limitrofa, di cui l’Italia pare si stia accorgendo solo negli ultimi 2 anni, con l’ondata di golpe nel Sahel e il timore per un acuirsi della spinta migratoria.
Altri paesi s’erano accorti ben prima di noi del Ciad e del suo ruolo di cerniera tra Africa del nord e sub-sahariana. Al punto che la Francia ne aveva fatto un suo avamposto militare durante la guerra fredda.
Ma in tempi di declino della françafrique, avanzate russe e passi incerti americani, dove va il Ciad di oggi e come lo fa?
Affrontiamo tutto questo in collegamento con Alessio Iocchi, esperto di Sahel, ricercatore presso la Statale di Milano e docente a Napoli dell’Università Federico II e dell’Orientale.
Puntata a cura di Roberto Valussi.
Questo podcast è possibile grazie al sostegno dei nostri lettori e ascoltatori. Per dare spazio a più contenuti del genere, puoi abbonarti a Nigrizia.
Per orientarsi nella puntata:
01:51 - I vicini turbolenti del Ciad
04:12 - Ciad utile e Ciad inutile
07:02 - Il figlio d’arte del nepotismo: chi è Déby figlio
10:54 - Cugino, oppositore e eliminato: Yaya Dillo Djerou
13:00 - Laureato in matematica e pronto alla ribellione
14:41 - L’esecuzione di Kaka contro il cugino
17:25 - La fu speranza del cambiamento: Succès Masra
20:58 - Masra: l’opposizione cooptata
22:44 - L’oppositore di professione nell’autoritarismo democratico
26:01 - Il Ciad e la françafrique
28:55 - Cosa conta N’djamena per Washington
30:50 - La semplice strategia russa in Ciad
33:50 - Il Ciad nella guerra in Sudan




