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Author: Gabriele Niola
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© Gabriele Niola
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Fare cinema è un lavoro assurdo. Creare film è ogni volta un piccolo inferno e le persone che ci girano intorno sono strane, originali se non proprio pericolose.
Questo podcast racconta le storie dietro ai film, quelle delle vite degli attori o dei registi e tutto quello di paradossale gira intorno al cinema e chi lo fa. Qui in audio su YouTube pure in video.
Gabriele Niola è un critico cinematografico, podcaster e creatore di contenuti, da anni scrive di cinema e intervista attori e registi. Tutto pur di non lavorare.
Una recensione (a 5 stelle!) è il massimo che puoi fare
Questo podcast racconta le storie dietro ai film, quelle delle vite degli attori o dei registi e tutto quello di paradossale gira intorno al cinema e chi lo fa. Qui in audio su YouTube pure in video.
Gabriele Niola è un critico cinematografico, podcaster e creatore di contenuti, da anni scrive di cinema e intervista attori e registi. Tutto pur di non lavorare.
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La storia di come Hayao Miyazaki e La principessa Mononoke hanno salvato lo Studio Ghibli — e di come Harvey Weinstein ha quasi distrutto tutto. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Se volete approfondire la storia di Hayao Miyazaki e del Ghibli ci sono questi due ottimi libri: https://www.goodreads.com/book/show/6342111-starting-point-1979-1996 https://www.goodreads.com/book/show/18223763-turning-point Nel 1997, La principessa Mononoke era più di un film: era l'arma con cui lo Studio Ghibli voleva conquistare l'America. Il distributore scelto dalla Disney era Harvey Weinstein, soprannominato Harvey Mani di Forbice per la sua abitudine di tagliare e stravolgere i film stranieri. Il contratto firmava il divieto assoluto di tagli, ma Weinstein voleva ridurlo di 40 minuti. La risposta arrivò durante una riunione: Toshio Suzuki aprì un pacco lungo e stretto davanti a tutti, estrasse una katana — una replica perfettamente convincente — la impugnò con fare marziale e urlò in pessimo inglese due sole parole: "No cuts". Il percorso verso La principessa Mononoke era iniziato vent'anni prima, quando Miyazaki lavorava alla televisione su Lupin III e Heidi. Già allora aveva abbozzato i primi concept di Mononoke Hime: una rielaborazione de La bella e la bestia rimasta nel cassetto perché nessuno la produceva. Quando alla fine degli anni '90 torna a quel progetto, il mondo è cambiato — il crollo dell'URSS, il terremoto di Kobe, l'attentato al gas sarin nella metropolitana di Tokyo, la crisi economica giapponese. Miyazaki non vuole più storie rassicuranti: vuole un finale senza speranza, un cattivo affascinante, un Giappone medievale che non assomiglia a nessun film in costume mai visto prima. La produzione fu un'impresa colossale. Miyazaki portò tutto il team nella foresta di Yakushima, visitò un lebbrosario, produsse 300 image boards in due mesi. Parte dello staff sabotò il progetto dall'interno — e Miyazaki li licenziò in tronco. Alla fine, dei 144.000 fogli che compongono il film, ne ha ridisegnati personalmente 80.000. Per la prima volta lo studio integrò la computer grafica, sviluppando con Microsoft una tecnica di cell shading che rendesse il 3D indistinguibile dal 2D. Per l'adattamento americano, Weinstein pensò a Quentin Tarantino — ma fu proprio Tarantino a dirgli: "Non vuoi me, vuoi Neil Gaiman". Lo scrittore britannico costruì un adattamento eccezionale e resistette per mesi alle pressioni. Quando le recensioni uscirono — il New York Times lo definì "la punta più alta della storia dell'arte giapponese" — Weinstein capì di aver perso e fece l'unica cosa che poteva fare: affossò il film, ridusse le copie, tagliò la promozione. Miyazaki aveva annunciato il ritiro dopo Mononoke. Ci ripensò. Quattro anni dopo uscì La città incantata: Orso d'Oro a Berlino, Oscar per il miglior film d'animazione. Ma niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza La principessa Mononoke. Storyline su IG: https://bit.ly/StorylineIG Storyline su TikTok: https://bit.ly/StorylineTK #StudioGhibli #PrincessMononoke #HayaoMiyazaki #HarveyWeinstein #NeilGaiman #Cinema #Animazione #FilmHistory #Mononoke
Come è nato Arrival: la storia di un regista che ha rimandato tutta la vita il suo sogno, di uno sceneggiatore cacciato di casa a 19 anni e di un film che nessuno voleva produrre. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Per chi è interessato a cosa ha portato Villeneuve alla fantascienza questo video è molto interessante: https://www.youtube.com/watch?v=1TgS8r-WhTk Questo invece è tutto sulla scrittura: https://www.youtube.com/watch?v=WDXlaa9JpuI Denis Villeneuve è cresciuto in Canada con due cose davanti agli occhi ogni mattina: la sagoma di una centrale nucleare e le riviste di tecnologia del padre. Tutta la vita ha voluto fare fantascienza. E tutta la vita ha rimandato, convinto di non essere ancora pronto, di non avere gli strumenti giusti, di non voler fare una fantascienza stupida. Nel frattempo ha fatto Prisoners, Enemy, Sicario — film commerciali fuori e d'autore dentro. Esattamente la stessa cosa di cui la Fox avrebbe criticato Arrival.Eric Heisserer invece era stato cacciato di casa a 19 anni dal padre, che non poteva permettersi l'università ma si vergognava a dirlo. Si era ritrovato a Houston a lavorare per conto della NASA, l'unico sobrio alle serate dei fisici teorici, ad ascoltare conversazioni che lo convinsero che la realtà della fisica era più affascinante della fantascienza. Poi andò a vedere Armageddon con loro, e quando partirono i due Space Shuttle insieme si alzarono e uscirono dalla sala. Da quel momento decise che avrebbe scritto fantascienza plausibile. Anni di sceneggiature orrende, remake di Nightmare on Elm Street e Final Destination, fino a quando non lesse il racconto di Ted Chiang Story of Your Life e capì che doveva trarne una sceneggiatura. Era il 2010: l'anno dei franchise, degli universi Marvel, e nessun studio voleva una storia originale.Alla fine si autofinanziarono, portarono il film al mercato di Cannes e la Paramount e Sony si fecero una guerra per aggiudicarselo. Nel frattempo Villeneuve e Heisserer avevano scritto 100 bozze diverse della sceneggiatura — tra la prima versione e l'ultima, l'unica cosa in comune erano le prime e le ultime quattro pagine. La protagonista fu scelta in un caffè di Montréal: ognuno scrisse un nome su un fogliettino, li girarono tutti insieme, su tutti c'era lo stesso nome. Amy Adams. Che disse subito di sì, ma precisò: "La fantascienza non mi interessa. Io interprerò il dramma. Agli alieni pensaci tu." Riprese e montaggio: Bianca Ferrari Storyline su IG: https://bit.ly/StorylineIGStoryline su TikTok: https://bit.ly/StorylineTK #arrival #DenisVilleneuve #ArrivalFilm #Cinema #Fantascienza #FilmHistory #AmyAdams #scifi
Come siamo arrivati all'elevated horror, il genere che ha vinto la Palma d'Oro a Cannes e trasformato il cinema dell'orrore nel settore più vitale di Hollywood. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Nel 2021 Titane ha vinto la Palma d'Oro a Cannes — con Spike Lee che ha spoilerato il vincitore per sbaglio leggendolo per primo. Era un segno del tempo: per la prima volta nella storia del festival, un horror vinceva il premio più importante del cinema. Non era un caso. È il sintomo di qualcosa che si è costruito in vent'anni di produzione, fallimenti, esperimenti e rivoluzioni economiche. Tutto parte dal Blair Witch Project del 1999: costato $60.000, incassò 248 milioni. Il primo film nella storia il cui successo fu costruito su internet, con un marketing che fingeva che i personaggi fossero davvero scomparsi. Quella lezione — l'horror invisibile, la minaccia che non si mostra, il basso costo trasformato in punto di forza — è alla base di tutto quello che viene dopo. Compreso Jason Blum e la sua Blumhouse, che ha industrializzato il modello: mai più di 5 milioni di budget, attori pagati a percentuale, set unici, case come ambientazioni. Paranormal Activity, Insidious, Sinister, La notte del giudizio. Un sistema a prova di flop che ha reso l'horror la scommessa più sicura di Hollywood. Ma il linguaggio visivo dell'elevated horror non viene dalla Blumhouse. Viene dalla Svezia. Lasciami Entrare di Thomas Alfredson nel 2008 ha inventato qualcosa di nuovo: un horror costruito sull'atmosfera invece che sugli spaventi, sull'introspezione psicologica invece che sul mostro, sull'apice narrativo suggerito invece che mostrato. Alfredson disse che il suo obiettivo era uno solo: evitare il tono americano. Nel farlo, ha creato il modello che avrebbero seguito tutti. The Babadook e It Follows nel 2014, The Witch nel 2015 — quando esiste un termine per una cosa, la si può fare, discutere, replicare. Jordan Peele con Get Out, Ari Aster con Hereditary, Robert Eggers che non era neanche un appassionato di horror ma capì che era l'unica forma produttiva in cui poteva esordire con ambizioni autoriali. L'elevated horror ha riempito il vuoto lasciato dal cinema adulto, quello di mezzo tra il blockbuster e il film d'autore. Parla di maternità, cambiamento climatico, bullismo, intelligenza artificiale — e lo fa in sala. Storyline su IG: https://bit.ly/StorylineIGStoryline su TikTok: https://bit.ly/StorylineTK #ElevatedHorror #Horror #Cinema #FilmHistory #Blumhouse #TheWitch #Hereditary #GetOut
La storia di Dune al cinema è la storia di due fallimenti clamorosi che hanno cambiato tutto il cinema di fantascienza. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Per chi volesse approfondire consiglio il film Jodorowsky's Dune e questo libro: https://www.lafeltrinelli.it/masterpiece-in-disarray-david-lynch-libro-inglese-max-evry/e/9781948221290 Nel 1974 i diritti di Dune finiscono ad Alejandro Jodorowsky, il regista surrealista cileno che aveva appena inventato il cinema di mezzanotte con El Topo e La montagna sacra. Lui non l'ha neanche letto il romanzo di Frank Herbert. Non voleva fare un adattamento: voleva fabbricare droga. Un film che aprisse le porte della percezione come l'LSD. E per farlo comincia ad assemblare quelli che chiama i suoi sette samurai: Moebius per lo storyboard, H.R. Giger per i visual del casato Arkonnen, Dan O'Bannon per gli effetti speciali, i Pink Floyd per la colonna sonora. E poi Orson Welles — trovato ristorante per ristorante a Parigi — e Salvador Dalì, pagato 100.000 dollari al minuto di schermo.Dopo due anni e due milioni di dollari spesi, quando la sceneggiatura è pronta, il film durerebbe 10 ore. La Warner si ritira. Il consorzio francese non trova chi la sostituisce. Il film non si fa. Ma quella Bibbia visiva creata da Moebius comincia a girare per gli studi di Hollywood, e da lì nasceranno Alien, Blade Runner e Terminator.I diritti passano a Dino De Laurentiis. Prima ci prova Ridley Scott — che poi li abbandona per lutto familiare e ci porta invece le idee accumulate dentro Blade Runner. Poi arriva David Lynch, fresco di nomination all'Oscar per The Elephant Man, che aveva appena rifiutato di dirigere Il ritorno dello Jedi. Lynch legge il romanzo, lo ama, firma per tre film. E poi comincia il disastro: le riprese in Messico con il 15% della troupe ogni settimana in ospedale, 1000 cappelli fatti a mano per una scena poi tagliata, l'Industrial Light & Magic sostituita con una ditta locale, e uno scontro continuo con De Laurentiis sulla luminosità del film — imposta dai distributori VHS. Il risultato: un montaggio che passa da 4 ore a 2 ore e 17 minuti a suon di tagli con l'accetta. Lynch toglie il suo nome dal film. Dice che senza meditazione trascendentale si sarebbe suicidato.Ma da quel fallimento nacque Velluto Blu. E da quel disastro Lynch capì che l'unica cosa che poteva fare era i suoi film, al suo modo, senza compromessi. A volte le lavorazioni infernali, i fallimenti clamorosi, sono la parte più necessaria di tutto. #Dune #DavidLynch #Jodorowsky #Cinema #Storia #FilmHistory #CinemaMondiale #BehindTheScenes #Fantascienza
Come è stato fatto Il Labirinto del Fauno: dall'inseguimento con la polizia messicana per non perdere i prop di Chronos, all'inferno dei Weinstein su Mimic, al rapimento del padre liberato grazie a James Cameron, fino al taccuino perduto in un taxi a Londra che ha cambiato tutto. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Guillermo del Toro ha fatto un patto con i mostri a 4 anni — per andare a fare pipì senza paura. Lo psicologo gli spiegherà che quella cosa esiste: si chiama fobia inversa. Da quel momento i mostri non lo spaventano più, li ama. Il padre analfabeta vince la lotteria negli anni '70 e si fa installare una gigantesca biblioteca. Del Toro se la divora. Il primo film viene distrutto dai vandali prima ancora di girare. Cronos (1993) si fa in 4 anni con 2 milioni di dollari — di cui 500mila spariti in commissioni bancarie. Per recuperare soldi vende tutto, incluso il furgone. Nel tragitto verso il concessionario, con tutti i prop nel retro, passa col rosso. Non avendo soldi per la mordida — la bustarella alla polizia messicana — scappa, dando vita a "l'inseguimento di polizia più patetico e lento di sempre". Cronos arriva alla Quinzaine di Cannes. Mimic con i Weinstein è devastante: lo vogliono licenziare, è la troupe a ribellarsi. Nel 1997 il padre viene rapito in Messico. James Cameron — nel pieno della post-produzione di Titanic — assume di tasca propria un negoziatore che tratta per 2 mesi e mezzo: il padre viene liberato per 2 milioni. Del Toro dirà che il rapimento era più sopportabile dei Weinstein: "Almeno loro volevano i soldi. Con i Weinstein non ho mai capito cosa volessero." Nel 2003, a Londra, deve scegliere tra il primo Thor e X-Men 3. Dimentica il taccuino su un taxi: 20 anni di idee per Il Labirinto del Fauno, irrecuperabile. Piange in camera d'hotel. Il tassista lo riporta grazie a un foglio col logo dell'hotel trovato dentro. Del Toro attacca il telefono e dice ad alta voce: "Signore, ho capito. Farò il Labirinto del Fauno." Rifiuta il doppio del budget offerto da Hollywood perché richiedevano l'inglese. Zero stipendio, zero percentuale sugli incassi. In Spagna la foresta era bruciata: la dipingono di verde. La protezione civile vieta le armi a salve: gli attori mimano gli spari come i bambini che giocano ai cowboy. L'uomo pallido nasce quando Del Toro disegna gli occhi sulla mano di David Martí per dimostrare l'idea — ispirato a Santa Lucia con gli occhi in mano. Doug Jones dorme con il costume perché ci vogliono ore per toglierlo e rimetterlo. Il mixaggio finale dura 40 ore consecutive: l'ultima revisione si fa con Iñárritu che porta il cibo cinese e aiuta a tagliare 8 minuti. A Cannes: 22 minuti di applausi, record assoluto. Ma la proiezione preferita di Del Toro è quella con Stephen King: "Lo vedevo saltare dalla paura davanti all'uomo pallido." Al Leone d'Oro a Venezia, la traduttrice simultanea capisce male il suo inglese: invece di "I love monsters" traduce "amo la mostarda". Storyline su IG: https://bit.ly/StorylineIGStoryline su TikTok: https://bit.ly/StorylineTK #IlLabirintoDelFauno #GuillermoDelToro #PansLabyrinth #ComeÈStatoFatto #CriticaCinematografica #Cinema #DougJones








