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Author: Gabriele Niola
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© Gabriele Niola
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Fare cinema è un lavoro assurdo. Creare film è ogni volta un piccolo inferno e le persone che ci girano intorno sono strane, originali se non proprio pericolose.
Questo podcast racconta le storie dietro ai film, quelle delle vite degli attori o dei registi e tutto quello di paradossale gira intorno al cinema e chi lo fa. Qui in audio su YouTube pure in video.
Gabriele Niola è un critico cinematografico, podcaster e creatore di contenuti, da anni scrive di cinema e intervista attori e registi. Tutto pur di non lavorare.
Una recensione (a 5 stelle!) è il massimo che puoi fare
Questo podcast racconta le storie dietro ai film, quelle delle vite degli attori o dei registi e tutto quello di paradossale gira intorno al cinema e chi lo fa. Qui in audio su YouTube pure in video.
Gabriele Niola è un critico cinematografico, podcaster e creatore di contenuti, da anni scrive di cinema e intervista attori e registi. Tutto pur di non lavorare.
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Come è stato fatto il primo film di Harry Potter: dalla resistenza di JK Rowling contro Hollywood, alla scelta del regista, al casting che ha rischiato di portare a un Harry Potter americano. E il problema del titolo. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Il titolo stava per essere il primo ostacolo: la casa editrice americana voleva chiamarlo "School of Magic", la Warner lo trovava invendibile. Rowling ha ceduto solo sulla parola — "Philosopher" diventa "Sorcerer" per gli USA — e ogni scena in cui si cita la pietra è stata girata due volte identiche. Rowling ha venduto i diritti per meno del dovuto pur di ottenere il controllo su sceneggiatura e casting. Ha detto no a Spielberg (voleva fare un film animato), no a Zemeckis, Rob Reiner e Peter Weir (volevano ambientare tutto in America), e quasi sì a Terry Gilliam — bloccato dagli studios. La scelta è ricaduta su Chris Columbus, presentatosi al colloquio con una sceneggiatura completa scritta di tasca propria, dopo che la figlia lo aveva martellato per mesi.Il casting è stata un'altra battaglia: 40.000 bambini vagliati, Rowling irremovibile sull'inglese. Il favorito era Haley Joel Osment (il bambino del Sesto Senso). Rowling ha telefonato personalmente a Columbus per bloccarlo e ha spinto per Daniel Radcliffe. Rupert Grint ha mandato un VHS in cui rappava, Emma Watson è arrivata grazie alla sua insegnante di teatro. Per Severus Piton, Tim Roth ha rifiutato per girare Il Pianeta delle Scimmie: è arrivato Alan Rickman, a cui Rowling ha svelato l'intera traiettoria del personaggio. Segreto che Rickman ha tenuto per 10 anni senza dirlo a nessuno. La produzione si è insediata agli studi Leavesden, ex hangar della Rolls-Royce: ambienti costruiti per durare una saga intera, con pavimenti in vera pietra, mappe architettoniche di Hogwarts condivise con lo scenografo Stuart Craig, candele fluttuanti passate in CG perché la cera colava ovunque. Il protagonismo che ha reso Harry Potter il film che è — il controllo maniacale di Rowling su ogni aspetto — è la stessa personalità che oggi la rende una figura controversa sui diritti trans. #HarryPotter #JKRowling #ChrisColumbus #AlanRickman #DanielRadcliffe #ComeÈStatoFatto #CriticaCinematografica #Cinema
Ultimo giorno alla Mostra del Cinema di Venezia 2026: Dio Ride di Giovanni Veronesi è molto più drammatico del previsto, Father Joe di Luc Besson è una stupidaggine gigantesca ed estremamente divertente, No Paradise If You're Killed by a Woman è uno dei migliori film del festival. E le previsioni sui premi. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Dio Ride è il film di chiusura: Pierfrancesco Favino è un frate francescano nel Medioevo che predica la parola di Dio facendo ridere, Silvio Orlando è l'inquisitore inviato a fermarlo. Ci si aspettava una commedia o un dramedic stile La Vita è Bella — invece è un film drammatico, punto. Le prediche umoristiche del frate sono coerenti con l'umorismo da giullare medievale, non con il nostro. La cosa più intelligente del film è che non nobilita l'umorismo in sé, ma l'impresa: raccontare cose serie cercando di far ridere per arrivare a tutti. Una gigantesca apologia del cinema popolare. Favino usa un'inflessione umbra per rendere il personaggio umile e tenero — la tenerezza smielata non è proprio il mio genere, ma il film è più corretto e strutturato di quanto temessi. Father Joe: scritto e prodotto da Luc Besson (non diretto), con Kiefer Sutherland nei panni di un prete cattolico di New York negli anni '90, reduce del Vietnam, armato fino ai denti, che sgomina le gang della droga per salvare i giovani. Sparatoria in chiesa al ralenti, bazooka, esplosione con camminata a rallentatore sui canti gregoriani. Una stupidaggine gigantesca, un B-movie post-tarantiniano che trova l'equilibrio perfetto tra "Madonna che stupidaggine" e "divertiamoci". In sacrestia c'è un'armeria, i chierichetti sono artisti marziali, i rabbini hanno sistemi informatici, l'imam contribuisce alla causa. Le religioni sono in pace tra loro e combattono il crimine per la salvezza degli orfanelli. Voglio il crossover con L'Esorcista del Papa di Russell Crowe. No Paradise If You're Killed by a Woman è uno dei migliori e più inaspettati del festival. Produzione Kurdistan iracheno-Svezia, regia norvegese-irachena. Una cecchina Pashmerga cerca la sorella prigioniera dell'ISIS tra le macerie di Mosul — girato nei luoghi veri, ambientazione fuori dalla grazia di Dio. Asciuttissimo, stile cinema europeo di tensione (sembra Sollima), azione contaminata da melodramma mediorientale. La protagonista è caratterizzata non dalla forza ma dalla resistenza al dolore, che è la chiave del grandissimo finale. Fuori concorso, ma è il candidato agli Oscar per l'Iraq. Le previsioni: probabile Leone d'Oro a Possible Love, ma il leone che vorrei è per Dau — un pezzo di storia del cinema che però scotta politicamente. Il mio palmarès ideale: Leone d'Oro a Dau, Gran Premio della Giuria a Possible Love, Miglior Attore a Lino Musella, Migliore Attrice a Vanessa Scalera, Miglior Sceneggiatura a Martin McDonagh, Miglior Regia a Werner Herzog, Leone del Futuro alle bambine di Look Back. Riprese e montaggio: Bianca Ferrari #FestivalDiVenezia2026 #Venezia83 #DioRide #PierfrancescoFavino #FatherJoe #KieferSutherland #LucBesson #NoParadise #MostraDelCinema #CriticaCinematografica #VeneziaDailyVlog
Penultimo giorno alla Mostra del Cinema di Venezia 2026: Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis è il migliore dei film italiani in concorso, A Bit of Light delude tantissimo e La Moola non mantiene le promesse. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET A Bit of Light di Aliasgari era uno dei più attesi — e la delusione è proporzionale. Racconta un uomo a Teheran che ha deciso di farla finita, con i parenti e amici che lo sanno. Il clima del regime iraniano è lo sfondo, ma il film non racconta mai davvero il dramma della persona, le cause rimangono vaghe, il protagonista è fastidioso nella sua passività, e la cosa più imperdonabile è il ritmo: il cinema iraniano contemporaneo ha sempre avuto una scrittura forsennata, questo è appositamente dilatato fino a sembrare un cortometraggio allungato a dismisura. Deludentissimo.La Moola stava in Orizzonti, Barbera l'aveva speso molto in conferenza stampa. L'idea è buona — un finto documentario sul traffico di droga a Marsiglia, found footage stile I Promessi Sposi ("abbiamo ritrovato questo reportage"). Nella pratica è realizzato da quattro soldi, i gangster recitano male il loro essere gangster, i momenti di tensione non lo sono, l'incastro narrativo è poco chiaro. Un'originalità che esiste solo sulla carta. Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis è probabilmente il migliore dei cinque italiani in concorso. Un paramedico che negli anni '70, giovanissimo studente di medicina, veniva usato dalla dittatura argentina per tenere in vita i detenuti durante le torture — costretto, senza alternative, ma collaborazionista. Oggi è convocato a testimoniare al processo. Adriano Giannini è eccezionale nel portare un personaggio combattuto tra tutto: sopravvissuto e complice, vittima e carnefice suo malgrado. Bechis conosce la macchina cinema alla perfezione e usa una leggera patina di genere per farti passare le domande impossibili del cinema d'autore. Riprese e montaggio: Bianca Ferrari #FestivalDiVenezia2026 #Venezia83 #MarcoBechis #AdrianGiannini #MostraDelCinema #CriticaCinematografica #VeneziaDailyVlog
Nono giorno a Venezia 2026: un film francese in concorso di commiserazione totale, il documentario sui soldati israeliani che confessano le vittime collaterali e Scherzetto di Mario Martone — un film sbagliatissimo con un'unica scena che vale tutto il resto. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET One Minute to Midnight è l'ennesimo film francese in concorso che non regge il peso della selezione. Un uomo deve aspettare 7 giorni a Parigi per una questione di eredità, ritrova le persone con cui gestiva un giornale anni fa, ascolta da tutti quanto i suoi atteggiamenti fossero tossici e maschilisti. Dialogatissimo, alla Linklater ma senza la profondità — le conversazioni non sono sempre interessanti, il protagonista assorbe tutto senza mai fare sintesi, e la tesi finale è la più banale possibile: viva le nuove generazioni. Naza era il film più atteso con più peso — annunciato in ritardo per ragioni di sicurezza, prodotto dal Guardian, girato da Rachel Szor con 24 soldati israeliani che confessano come funzionano i bombardamenti via drone. Naza è il nome tecnico per le vittime collaterali: anziani, madri, neonati — tutti Naza. Le confessioni sono sconvolgenti. L'unica idea cinematografica davvero forte è quella delle sagome nere intervistate sui tetti di Tel Aviv, con i palazzi illuminati sullo sfondo a "interpretare" i palazzi di Gaza. Per il resto è un reportage — fortissimo giornalisticamente, nullo come linguaggio cinematografico. Scherzetto di Mario Martone (fuori concorso) sprecava un'opportunità commerciale enorme: Tony Servillo, nonno e nipote, Napoli. La parte più bella è quella non commerciale — i fantasmi del passato che appaiono nella casa dell'infanzia, e una scena nei quartieri popolari di Napoli che ha il respiro del grande cinema. Il problema è il bambino, che è spontaneo ma non recita, e Servillo che non fa il lavoro che dovrebbe: recitare anche per lui. Gli ultimi venti minuti sono terribili. Un film sbagliatissimo con dentro una scena straordinaria. Riprese e montaggio: Bianca Ferrari #FestivalDiVenezia2026 #Venezia83 #MarioMartone #Naza #MostraDelCinema #CriticaCinematografica #VeneziaDailyVlog
Ottavo giorno a Venezia 2026: la storia impossibile del progetto Dau e il film monumentale che è diventato, l'italiano The Bear di Edoardo De Angelis e Petit Soldà di Briset con un'Alba Rohrwacher da premio. Acquista "Fare film è un inferno": https://bit.ly/InfernoUTET Dau è un pezzo di storia del cinema che si sta facendo adesso. Nel 2006 Ilya Khrzhanovksy vuole girare un film su Lev Landau, lo scienziato che sviluppò l'atomica per i russi. Ottiene fondi da un oligarca russo, costruisce a Kharkiv la replica funzionante del centro di ricerca in cui Landau lavorò — cucine, bagni, oggetti d'epoca — e lo popola con 300 non attori pagati per viverci tutti i giorni, senza copione, in costume dal 1938 al 1968, con i telefoni sequestrati. Per tre anni. Con cimici ovunque e una troupe pronta a girare quando succedeva qualcosa di interessante. Nel 2020 escono 13 film da 700 ore di girato. Ora arriva Dau il film, e le immagini più clamorose che Khrzhanovksy aveva girato non erano in quelli — ricostruzioni di Leningrado su scala reale, senza effetti digitali, con un gusto estetico che toglie il fiato. È il film di questa edizione. Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis è l'italiano The Bear: una famiglia napoletana a Natale, la madre che arriva, i rapporti incancreniti, il caos visivo ordinato da una mente precisa. Vanessa Scalera espressionista e Lino Musella che lavora in sottrazione — per me è lui il cuore del film. Sound design curatissimo, mai teatrale nonostante sia tutto in una casa, e un segmento con Tommaso Ragno che è tra i momenti più divertenti visti al festival. Serio contendente per il premio agli attori. Un bon Petit Soldat di Stefan Briset è forse il suo migliore film sul lavoro. Alba Rohrwacher è la vice HR di una grande azienda francese tossica — il capo imprevedibile, gli yes-man, le campagne sul benessere degli impiegati mentre li trattano malissimo — e si impegna come non si vede spesso negli attori italiani all'estero. Altra ipoteca sul premio per gli attori in una categoria densa come poche. Riprese e montaggio: Bianca Ferrari #FestivalDiVenezia2026 #Venezia83 #Dau #EdoardoDeAngelis #AlbaRohrwacher #MostraDelCinema #CriticaCinematografica #VeneziaDailyVlog





