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Ricominciodame podcast

Author: Antonio Quaglietta

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Description

Ricomincio da me è il podcast di evoluzione personale.
Un podcast dedicato a chi vuole aumentare consapevolezza e libertà per accrescere il proprio benessere. Un percorso di scoperta per conoscere meglio te stesso ed esprimere il tuo potenziale.
Ogni puntata mira a sviluppare i quattro elementi fondamentali per una vita gioiosa: consapevolezza, responsabilità, probelm solving e comunicazione efficace con se e con gli altri.
190 Episodes
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Trovare lo scopo è un cammino, un percorso che può avvenire in modo graduale e che può essere definito distinguendo principalmente tre livelli della nostra vita.*Primo livello: è il livello della realizzazione; è il livello concreto dell’attività, è il livello degli obiettivi concreti, in cui ci concentriamo sul fare e sulle risorse di cui abbiamo bisogno per realizzare i nostri obiettivi. *Secondo livello: è il livello dell’ autorealizzazione: io come posso realizzare me stesso? In questo livello è fondamentale ascoltarsi per passare dal fare all’essere ed è importante conoscere i propri valori.*Terzo livello: è il livello della realizzazione del sé; si tratta di imparare a conoscersi davvero. È il livello in cui comprendiamo che il vero scopo è la realizzazione della propria umanità, dell’anima. Per poter attraversare i vari livelli e trovare lo scopo della nostra vita possiamo fare delle pratiche per acquisire le risorse necessarie per liberarci. Quali sono?*Cercare nel passato: tornare a delle esperienze vissute soprattutto nei primi sei anni di vita. Tornare indietro nel tempo ai ricordi più belli e gioiosi per recuperare l’esperienza vissuta.*Andare nel futuro …fino alla fine: rintracciare i propri valori e chiedersi da qui a tre anni cosa piacerebbe fare, definendo obiettivi precisi. Inoltre può essere molto utile fare l’esperienza di confrontarsi con la morte, immaginando il proprio funerale. Questo può darci un’idea della autorealizzazione e realizzazione del sé, perché se noi immaginiamo il nostro funerale possiamo chiederci: quali saranno i rimpianti che avrò? Cosa sentirò di non avere realizzato? E quindi possiamo scoprire cosa concretamente possiamo ora per realizzare ciò che desideriamo. *Stare nel presente: vuol dire ascoltarsi , dar voce alle tutte le parti di noi, anche di quelle che consideriamo e giudichiamo non amabili, inadeguate e non vogliamo vedere ed accogliere.Questi passaggi ci consentono di trovare il nostro scopo e la nostra mission.Antonio
In questa live continuiamo l'approfondimento della diretta scorsa sull'argomento del giudizio, partendo da una distinzione fondamentale: la differenza tra discernimento e giudizio.Il giudizio è l'attribuzione di un valore a qualcosa che ha maggiormente a che fare con l’esprimere ostilità, avversione e condanna verso qualcuno o qualcosa. Il giudizio ci stacca dal presente, che è la vita stessa e ci fa entrare nella sofferenza. In questo stato di sofferenza proviamo, tra le altre cose, anche paura. I giudizi trovano il loro terreno fertile nell’ego e si nutrono di emozioni ‘negative’ come rabbia e paura.Il discernimento esprime invece un opinione o un sentire che si basa su un dato di fatto. Quindi è qualcosa di estremamente concreto e non in opposizione a qualcuno o qualcosa o anche a noi stessi.Siamo costantemente immersi nel giudizio e molta della nostra sofferenza è generata proprio dalla difficoltà a comprendere la differenza tra il giudizio e il discernimento. Come possiamo superare la paura del giudizio? Come possiamo smettere di giudicare e di giudicarci?Imparando a fare discernimento sul giudizio e prendendo quello che c’è di costruttivo dal giudizio. Che indicazioni ci sono nel giudizio per migliorare? Cosa mi dice di me il giudizio che tanto mi ferisce? Di cosa ho paura? Cosa sento nel corpo quando mi sento giudicato? Il punto di arrivo è imparare a disidentificarci dal giudizio e riconoscere che stiamo giudicando, in modo da illuminare il giudizio e togliergli il potere di farci cadere nella sofferenza. E tu, quanto sei consapevole dei tuoi giudizi?
La paura del giudizio degli altri spesso limita la nostra vita e il nostro benessere. Per paura del giudizio ci sentiamo insicuri, insoddisfatti di noi stessi e vulnerabili. Questa stessa paura ci impedisce di vivere pienamente la nostra vita, poiché ci blocca e ci imprigiona nell’immagine di noi che vogliamo mostrare agli altri.Ma cosa ci spinge ad avere tanta paura del giudizio altrui e cosa possiamo fare per superarla? Proviamo ad approfondire la tematica della paura del giudizio degli altri seguendo il metodo della meccanica, analizzandone i 4 pilastri: emozioni, convinzioni, bisogni e attenzione.*Emozioni: l’emozione predominante è la paura e subito dopo la paura c’è la rabbia. La paura si attiva in noi per una serie di motivi precisi: in quanto esseri umani, tra i nostri bisogni c’è quello di appartenere ad un gruppo e per paura di non essere parte, registriamo ogni giudizio come un allarme, come qualcosa che ci spinge fuori dal gruppo; si tratta sostanzialmente di paura dell’abbandono. Come possiamo intervenire? Il primo filtro da mettere è che noi possiamo decidere che quella paura non ha senso, non è utile in questo momento. Tra il giudizio dell’altro e l’ emozione che proviamo c’è la nostra elaborazione, la nostra interpretazione, che è determinata dalle nostre convinzioni.*convinzioni: le convinzioni sono i filtri attraverso cui noi interpretiamo la realtà. Nel caso del giudizio degli altri, le convinzioni più radicate sono relative al fatto che sia l’altro a poterci definire e che il nostro modo di leggere i fatti e gli eventi sia quello giusto e assolutamente vero. *bisogni: dietro alla paura del giudizio degli altri sono celati bisogni come quello di piacere a tutti, di accudimento, di essere accolti, di sentirsi parte, che possono tutti essere raggruppati nel più ampio bisogno di sicurezza. *attenzione: noi siamo laddove è la nostra attenzione. In base a dove focalizziamo la nostra attenzione, noteremo o meno i giudizi degli altri. Tutti e quattro questi pilastri sono collegati tra loro e funzionano in maniera sistemica. Lavorando sui pilastri singolarmente e trasversalmente, possiamo iniziare a modificare la relazione che abbiamo col giudizio e la paura ad esso legata.Lavorandoci su, possiamo renderci conto che dal giudizio ricaviamo la maschera che abbiamo e che più è alta la nostra tendenza a giudicare più siamo sensibili al giudizio degli altri verso di noi e di noi verso noi stessi. Quali sono le risorse per liberarci dalla paura del giudizio degli altri? *Accettare il giudizio, poichè è inevitabile. *Vedere l'emozione dell'altro e notare quale parte sta parlando*notare cosa aggancia in noi*Rigirare il giudizio e vedere quanto siamo anche noi nel giudizio*distinguere i tipi di giudizio e utilizzare il buono: ogni giudizi contiene una parte utile per noi. Quindi prendere il giudizio e vedere quale parte vera del giudizio possiamo utilizzare per la nostra crescita.
In questo video, attraverso l’intervista guidata da Assunta Corbo, amica, giornalista, autrice, ho toccato alcuni punti essenziali della mia vita. Ci sono esperienze che ci segnano, passaggi obbligati da attraversare, emozioni da vivere, sofferenze da elaborare. In questo video ho raccontato alcuni episodi, cercando di trasmettere l’insegnamento concreto che si può trarre dalla vita vissuta. Il lavoro su noi stessi non finisce mai; la personale conoscenza interiore può sempre essere approfondita; la crescita e le scoperte possono essere fonte di arricchimento per ognuno.Per questo ringrazio la mia amica Assunta Corbo per avermi guidato nel ripercorrere ricordi e scelte, per aver in modo leggero e allo stesso tempo delicato scavato nel mio passato e nel mio mondo privato, facendo emergere ancora una volta i miei valori e il mio impegno a portarli nel mondo. Riporto la risposta, per sottolinearne l’importanza per me, all’ultima domanda che mi ha fatto a conclusione dell’intervista: “Qual è stata la più grande lezione della vita?” La vita fin qui mi ha insegnato che senza relazioni e condivisione puoi avere tutto, ma sei destinato alla tristezza e alla rabbia. La relazione è lo spazio della vita, è quello spazio vitale in cui può avvenire la crescita.Quindi, relazioniamoci!Antonio
Il nucleo principale del ricominciare è iniziare a vedere, comprendere ed incarnare il fatto che ricominciare è l’essenza della vita; è una possibilità che abbiamo momento dopo momento quella di ricominciare. Ma queste infinite possibilità accadono se ci ancoriamo al presente. La vita è un continuo ricominciare. Poi c’è l’attività della mente che ci fa sembrare che è difficile e ci mette difronte degli ostacoli. Quali sono? Cosa ci ostacola nel ricominciare?1) Il passato: l’ingombro che il passato ha nella nostra mente può impedirci di ricominciare, poiché la mente non vive il presente. Noi spesso vogliamo cancellare il nostro passato, ma elaborare il passato è prendere ciò che possiamo prendere dall’esperienza e poi chiudere il cerchio. Come si fa ad elaborare? Occorre guardare i dati di realtà e distinguerli da emozioni e sensazioni che proviamo. 2) Confusione: spesso tendiamo a confondere emozioni, fatti e giudizi; ma i cambiamenti li realizziamo quando sono chiare le nostre idee su cosa vogliamo raggiungere. Quindi occorre prestare attenzione al linguaggio astratto che utilizziamo.3) Convinzioni: cosa che ci blocca? A tutti i livelli, sia consapevolmente, sia inconsapevolmente, abbiamo delle convinzioni che possono bloccarci nel cambiamento, nel ricominciare. Fare un lavoro sulle convinzioni è fondamentale per vedere cosa concretamente ci blocca.Quali sono invece le risorse che abbiamo a disposizione per poter ricominciare? Cosa possiamo fare?1) Elabora il passato: non sei la storia che ti racconti: occorre prendere il buono dal passato, comprendere gli errori e vedere quali sono le aree di miglioramento. Utilizzare il passato in modo costruttivo ed evolutivo.2) Scrivi il futuro: l’atto dello scrivere ci consente di fare ordine e chiarezza su ciò che vogliamo cambiare e su come possiamo ricominciare.3) Visualizza il futuro: spesso pensiamo al futuro, ma non siamo in grado di visualizzare ciò che vogliamo.4) Accetta il presente: spesso noi viviamo il cambiamento con la spinta del rifiuto di ciò che abbiamo. Invece è necessario partire dall’accoglienza proprio di ciò che abbiamo già. 5) Controlla i valori: cosa è importante per te nella vita? Quali sono i valori che ti guidano nelle tue scelte?6) Condividi: i migliori cambiamenti avvengono anche nella condivisione.Vuoi ricominciare? Torna nel presente!
Che cosa significa relazione difficile? Cosa vuol dire vivere relazioni difficili? Quali sono, invece, le relazioni facili? Le difficoltà sono in realtà l’essenza delle relazioni, sono insite nelle relazioni. Possiamo dire che non esistono relazioni che non abbiano difficoltà. Accade spesso però che individuiamo la difficoltà nell’altro: i problemi sono legati a come l’altro si comporta, a cosa dice, a come ci tratta…noi ci escludiamo come parte del problema e ci consideriamo solo vittime. Questo ci impedisce di lavorare sulle nostre relazioni per superare le difficoltà.Ognuno di noi ha dei copioni relazionali ed agisce in base ad essi. I nostri copioni nascono dalla nostra paura, in particolare dalla paura di soffrire. Si tratta di una paura che si sviluppa nell’infanzia e che ci portiamo dietro, relegandola nell’inconscio, per la nostra vita. La paura di soffrire poi si trasforma in meccanismi di difesa. I sistemi di difesa alimentano le convinzioni. Quindi i nostri comportamenti sono conseguenza di queste convinzioni inconsce dettate dalla paura e dai sistemi di difesa. La nostra paura di soffrire che origina tutto questo sistema è un muro per la nostra libertà di espressione, però più abbiamo paura, meno ci esprimiamo e più soffriamo. Alimentare la nostra paura, alimenta la nostre sofferenza.Il punto di partenza necessario per poter iniziare un lavoro di consapevolezza su noi stessi rispetto a questi meccanismi è iniziare a vedere i nostri copioni, i nostri schemi ripetitivi e successivamente capire quali sono le difese che alziamo ed infine arrivare a comprendere quali sono le nostre convinzioni di fondo inconsce. Possiamo vivere le nostre relazioni difficili come un’opportunità per lavorare su noi stessi e come grande possibilità di evolvere. Le nostre relazioni possono essere sanate se siamo disposti a vivere una quota di sofferenza necessaria, a vivere l’esperienza della relazione ammettendo anche la possibilità di soffrire e di dover affrontare le difficoltà. E tu, quanto sei disposto a impegnarti nelle tue relazioni?
Noi esseri umani costruiamo da soli le nostre trappole mentali. Siamo dotati di capacità di apprendimento e questa capacità ci porta a generalizzare, utilizzando il principio di economia, ovvero 'minima spesa, massima resa'. In base a questo, siamo portati a replicare comportamenti che si sono dimostrati efficaci in passato, convinti che funzioneranno anche per la situazione presente. E spesso lo facciamo ignorando i dati di realtà, che magari ci dicono altro sull'efficacia del nostro comportamento e ci accaniamo producendo risultati disfunzionali.Ci sono in particolare 4 inganni della mente, che ci lasciano ingabbiati: * Pensare positivo: pensare positivo in maniera ingenua, cioè convincersi che basta pensare che una cosa vada bene che così sarà certamente; è quell'illusione, secondo cui basta pensare in un certo modo per vedere realizzato il nostro pensiero; è l'idea che non serve sforzo per avere dei risultati. È l’ottimismo a tutti i costi, la convinzione che l’uomo possa influenzare positivamente il proprio destino con l’ottimismo PERO’ l’ottimismo non è FIDUCIA, non è SPERANZA. Qual è il rischio di questa trappola? E' la depressione se le cose non vanno bene; produce aspettativa, però tralasciando l'impegno e lo sforzo. **Agire in base al sentire: agire in base alle proprie sensazioni; lasciamo alla sensazione il ruolo di fonte certa della verità: si traduce in azioni impulsive e avventate SOLO in base alle emozioni; la parte razionale viene messa da parte e andiamo a caccia di tutto ciò che confermi il nostro sentire.*** Razionalizzare: pensare pensare pensare: siamo convinti che ragionare all’infinito sulle cose sia l’unico modo per risolvere i problemi; siamo certi che il ragionamento sia l'UNICA maniera di risolvere i problemi. In questo modo escludiamo la nostra vita emotiva e congeliamo le nostre emozioni. E' impossibile però poter spiegare ogni cosa, in particolare i sentimenti. **** Conoscere per capire: crediamo di mantenere il controllo su ogni cosa se conosciamo più cose possibili, se capiamo ogni cosa, se scendiamo nei minimi dettagli; ci astraiamo dall'esperienza, perchè restiamo su un livello di conoscenza teorica, pensando che questo basti a vivere l'esperienza. Questo produce in noi una buona dose di sofferenza.Per poter uscire da queste gabbie della mente è necessario equilibrio e flessibilità. In quale di questi inganni ti vedi maggiormente?
Libertà interiore: cosa è? Come possiamo allenarla?*Iscriviti qui al mio videocorso gratuito ‘Libera la mente, apri il tuo cuore’ : https://www.relazioniamoci.it/risorse/per-te/video-corso-2/*Iscriviti ora al per-corso: ‘La magia di ascoltarsi: il dialogo interno consapevole’: https://www.relazioniamoci.it/la-magia-di-ascoltarsi-il-dialogo-interno-consapevole/*Iscriviti ora al per-corso: ‘Io e l’altro: la danza dei bisogni’: https://www.relazioniamoci.it/corso-io-e-laltro-la-danza-dei-bisogni/La libertà è un tema molto ampio. È qualcosa di cui è necessario fare esperienza, per poter essere compresa. È uno stato mentale, oltre che fisico.Parliamo, in questo video, con Fabrizio Giuliani, maestro di meditazione, di libertà intesa come liberazione, così come se ne parla nel buddismo: si tratta di libertà interiore, di coltivare le nostre qualità, di affinare il nostro potere di osservazione, la nostra fiducia, la dedizione, la pazienza e tutte quelle qualità mentali che portano alla liberazione, senza dover necessariamente applicare delle etichette. Coltivare queste nostre qualità rende la mente meno rigida, più malleabile e più presente. Ma cosa è la libertà interiore? Avere libertà interiore vuol dire essere a proprio agio in qualsiasi situazione. È una qualità che va allenata e questo può essere possibile anche attraverso la pratica di meditazione. La pratica può aiutare ad affinare l’osservazione della mente e a disidentificarci da essa e dai pensieri. Molta della nostra sofferenza, infatti, è dovuta proprio al fatto che coltiviamo ed alimentiamo stati negativi. È la nostra identificazione con i pensieri che ci fa restare attaccati all’ego. Se ci fermiamo ad osservare, però, vediamo che non abbiamo controllo e quindi i pensieri non sono nostri. Non sono frutto del causa ed effetto. Non c’è niente di personale. Noi, però, ci spaventiamo difronte a questo e siamo talmente identificati che ci chiediamo: chi sono senza i miei pensieri?Praticare vuol dire togliere energia a questi pensieri, che al 90% sono negativi, ripetitivi e automatici. Osservandoli possiamo vederli per quello che sono (solo pensieri e non la realtà) e decidere cosa vogliamo coltivare, quali energie vogliamo portare a noi stessi e al mondo e in che modo vogliamo e possiamo farlo. Si parte dall’osservazione, dall’auto-osservazione. E ci si allena per accrescere il tempo e lo spazio da dedicare ad attraversare ciò che emerge per arrivare alla conoscenza di noi stessi, con coraggio, per iniziare, e con pazienza, per perseverare. E tu, quali stati vuoi coltivare?
Libertà interiore: cosa è? Come possiamo allenarla?*Iscriviti qui al mio videocorso gratuito ‘Libera la mente, apri il tuo cuore’ : https://www.relazioniamoci.it/risorse/per-te/video-corso-2/*Iscriviti ora al per-corso: ‘La magia di ascoltarsi: il dialogo interno consapevole’: https://www.relazioniamoci.it/la-magia-di-ascoltarsi-il-dialogo-interno-consapevole/*Iscriviti ora al per-corso: ‘Io e l’altro: la danza dei bisogni’: https://www.relazioniamoci.it/corso-io-e-laltro-la-danza-dei-bisogni/La libertà è un tema molto ampio. È qualcosa di cui è necessario fare esperienza, per poter essere compresa. È uno stato mentale, oltre che fisico.Parliamo, in questo video, con Fabrizio Giuliani, maestro di meditazione, di libertà intesa come liberazione, così come se ne parla nel buddismo: si tratta di libertà interiore, di coltivare le nostre qualità, di affinare il nostro potere di osservazione, la nostra fiducia, la dedizione, la pazienza e tutte quelle qualità mentali che portano alla liberazione, senza dover necessariamente applicare delle etichette. Coltivare queste nostre qualità rende la mente meno rigida, più malleabile e più presente. Ma cosa è la libertà interiore? Avere libertà interiore vuol dire essere a proprio agio in qualsiasi situazione. È una qualità che va allenata e questo può essere possibile anche attraverso la pratica di meditazione. La pratica può aiutare ad affinare l’osservazione della mente e a disidentificarci da essa e dai pensieri. Molta della nostra sofferenza, infatti, è dovuta proprio al fatto che coltiviamo ed alimentiamo stati negativi. È la nostra identificazione con i pensieri che ci fa restare attaccati all’ego. Se ci fermiamo ad osservare, però, vediamo che non abbiamo controllo e quindi i pensieri non sono nostri. Non sono frutto del causa ed effetto. Non c’è niente di personale. Noi, però, ci spaventiamo difronte a questo e siamo talmente identificati che ci chiediamo: chi sono senza i miei pensieri?Praticare vuol dire togliere energia a questi pensieri, che al 90% sono negativi, ripetitivi e automatici. Osservandoli possiamo vederli per quello che sono (solo pensieri e non la realtà) e decidere cosa vogliamo coltivare, quali energie vogliamo portare a noi stessi e al mondo e in che modo vogliamo e possiamo farlo. Si parte dall’osservazione, dall’auto-osservazione. E ci si allena per accrescere il tempo e lo spazio da dedicare ad attraversare ciò che emerge per arrivare alla conoscenza di noi stessi, con coraggio, per iniziare, e con pazienza, per perseverare. E tu, quali stati vuoi coltivare?
I desideri dell’ego sono tre: *aspettative: le aspettative sono idee su come la vita dovrebbe essere. Sono delle pretese. L’ego vive di proiezioni, non vive nel presente, ma vive di immagini mentali. Noi siamo pieni di aspettative. La cultura ci fornisce tutta una serie di immagini della nostra vita, impostate e predefinite, che ci aspettiamo (e pretendiamo) si realizzino esattamente come vogliamo noi. L’ego imposta, in questo modo, le delusioni perché basa la vita sulle illusioni. Le aspettative sono delle ambizioni, qualcosa che erroneamente crediamo dovrebbe e debba esserci garantito nel corso della vita. Questo ci procura sofferenza inutile, che nasce proprio dal conflitto, dallo scontro delle pretese egioche con la realtà. L’ ego non conosce la legge principale della vita, quella del causa-effetto e combatte con la realtà a causa di questo. *Ambizione alla felicità: paradosso: il desiderio di felicità origina rabbia e sofferenza perché il nostro ego ci fa mettere le sue regole alla felicità, i suoi vincoli…sarò felice se, solo quando…tutte le condizioni che mettiamo alla felicità la rendono impossibile. Inoltre noi vediamo la felicità come evitamento del dolore e quindi diventa impossibile da realizzare, perché è impossibile eliminare il dolore. L’ego prende la realtà, la divide in due, e vuole, senza sforzo, raggiungere la felicità, l’amore, eliminando la sofferenza. L’ego si aspetta la felicità all’esterno. Scarica la responsabilità sull’altro se non raggiunge questa felicità. Possiamo aspirare, ambire alla felicità, staccandoci però dall’IDEA della felicità che ci siamo creati.*Autostima: è un giudizio su noi stessi, una costante valutazione su noi stessi, che facciamo dipendere dalla considerazione che gli altri ci danno. L’ego vive per essere applaudito, osannato dall’altro, vive di riflesso al riconoscimento che ottiene e se questo gli viene a mancare si sente fallito. Il fallimento rappresenta per l’ego una esperienza drammatica, perché mina l’immagine ideale di noi stessi che abbiamo creato, dando origine alla nostra maschera, alla quale l’ego è molto attaccato.In che modo possiamo illuminare il nostro ego? Possiamo farlo praticando la flessibilità (riconoscendo le nostre rigidità), il non attaccamento (capacità a lasciar andare), l’accettazione e l’apertura (la capacità ad accogliere la vita per come è, non per come immaginiamo che debba essere), il vivere nel presente.Chiediamoci: vogliamo continuare a vivere sotto il dominio del nostro ego oppure vogliamo iniziare a vederlo?*Iscriviti qui al mio videocorso gratuito ‘Libera la mente, apri il tuo cuore’ : https://www.relazioniamoci.it/risorse/per-te/video-corso-2/*Iscriviti ora al per-corso: ‘La magia di ascoltarsi: il dialogo interno consapevole’: https://www.relazioniamoci.it/la-magia-di-ascoltarsi-il-dialogo-interno-consapevole/*Iscriviti ora al per-corso: ‘Io e l’altro: la danza dei bisogni’: https://www.relazioniamoci.it/corso-io-e-laltro-la-danza-dei-bisogni/
I bisogni sono alla base di ogni relazione e non prendersene cura significa non prendersi cura di se stessi , degli altri e delle nostre relazioni.*ISCRIVITI AL PERCORSO: Io e l'altro: la danza dei bisogni: https://www.relazioniamoci.it/corso-io-e-laltro-la-danza-dei-bisogni/Ognuno di noi è spinto dai propri bisogni infatti i bisogni sono l’energia più forte che ci guida. Quando non siamo consapevoli dei nostri bisogni agiamo spinti da forze che non consociamo e comprendiamo, quindi ne siamo spaventati. È necessario partire dai bisogni per far funzionare il sistema UOMO, per poter vivere al meglio e accrescere il nostro benessere.Ma cosa sono i bisogni? Per poter comprendere cosa è un bisogno, dobbiamo considerarne i 4 elementi caratterizzanti:• MANCANZA: quando parliamo di bisogni, parliamo sostanzialmente di una mancanza: abbiamo bisogno di qualcosa poiché non ce l’abbiamo o non ne abbiamo a sufficienza.• IMPORTANZA: non sentiamo la mancanza di qualsiasi cosa non abbiamo o non abbiamo a sufficienza, ma di quello che per noi è indispensabile, ovvero necessario, quindi importante.• PERCEZIONE: il punto di vista psicologico aggiunge un dettaglio importantissimo, che è quello della percezione: il bisogno è correlato alla nostra percezione, ovvero a quello che noi riconosciamo, individuiamo come un bisogno, cioè, come una mancanza di ciò che ci è necessario per il nostro benessere. • DESIDERIO: bisogni e desideri sono strettamente legati tra di loro: il desiderio è un sogno, un’aspirazione, un’ambizione che vogliamo raggiungere, realizzare, concretizzare. Quindi, nella dimensione del bisogno, il desiderio, ancora una volta, è una attrazione a qualcosa che non abbiamo.L’aspetto legato alla percezione è di fondamentale importanza, in quanto accade spesso che ciò che percepiamo come bisogno non è un vero bisogno. E proprio per questo non possiamo soddisfarlo e proviamo malessere e sofferenza.Relativamente ai nostri bisogni commettiamo alcuni errori che ci impediscono di soddisfarli e quindi generano in noi insoddisfazione, rabbia e frustrazione: 1) non sentirli: spesso li neghiamo, li soffochiamo, li reprimiamo, per difesa.2) Non riconoscerli: sentiamo la spinta del bisogno, cioè stiamo male, proviamo malessere, ma non riusciamo a dare un nome al nostro sentire.3) Non esprimerli: pensiamo di esprimerli, ma non ne siamo capaci, non sappiamo farlo. 4) Esprimerli male: non sappiamo farlo in modo efficace e costruttivo, diamo per scontato e non esplicitiamo. Non esprimiamo e poi attacchiamo, questo genera conflitto. 5) Non occuparsene: i veri bisogni sono quelli di cui ci possiamo occupare, se deleghiamo agli altri o pretendiamo da altri sono falsi bisogni. Se impariamo a sentirli, riconoscerli, esprimerli, allora possiamo occuparci dei nostri bisogni e aumenterà il nostro benessere.Il passo fondamentale è partire da noi, iniziare a conoscerci e a curare la relazione con noi stessi.E tu, conosci i tuoi bisogni? Quali sono i tuoi veri bisogni?
*Iscriviti ora al per-corso: ‘La magia di ascoltarsi: il dialogo interno consapevole’: https://www.relazioniamoci.it/la-magia-di-ascoltarsi-il-dialogo-interno-consapevole/Quante volte ci è capitato di guardare all'altro e metterci a paragone con lui? E quante volte questo ha generato in noi un sentimento di frustrazione e rabbia, di invidia? Come possiamo superare l’invidia?L’ invidia è un' emozione secondaria che ogni essere umano prova. Spesso notiamo quando siamo oggetto di invidia per gli altri, ma è più difficile notare quando siamo noi a fare degli altri oggetto della nostra invidia. Infatti l’invidia è una di quelle emozioni che fatichiamo a riconoscere e a riconoscerci come nostra, poiché le attribuiamo un significato negativo. In realtà è un’emozione umana, che ognuno prova e, come ogni cosa che fa parte dell’umano, se non la vediamo e la riconosciamo, lavora dentro di noi e ritorna sempre più forte. Il primo passo fondamentale è proprio imparare a riconoscere la nostra invidia.Cosa è l’invidia?È un’emozione secondaria che si compone di diverse emozioni, caratterizzata da una concentrazione sull’esterno e sull’altra persona, da una percezione che l’altro abbia qualcosa di importante che noi non abbiamo, dalla percezione di una mancanza in noi, che provoca dentro di noi tristezza; a questo si aggiunge l’idea di subire un’ingiustizia (l’altro si ed io no) e quindi proviamo rabbia; poi spesso accade che proviamo anche un senso di impotenza, perché crediamo che noi non potremo mai essere come l’altro o avere quello che lui ha, e quindi esce la paura, o meglio le paure, paura di essere inferiori, amabili, bravi come….etc. Cosa possiamo fare? Come possiamo lavorare in modo costruttivo con la nostra invidia? Ci sono 3 possibili vie d’uscita dall’invidia, 3 passi per superare l'invidia: *Vedere la proiezione: proiettare vuol dire non voler vedere i nostri lati d’ombra e attribuirli all’altro, sia le cose negative sia quelle positive. Divenire consapevoli del fatto che noi invidiamo l’altro e accorgerci del significato che attribuiamo all’invidia, può essere propulsore di un cambiamento di atteggiamento e ci può aiutare a trasformare la nostra invidia in ammirazione. Ciò che invidiamo è un simbolo.*Trovare le nostre risorse: cosa simboleggia ciò che invidi? È necessario vedere ciò che invidiamo e analizzarlo, andare a fondo di ciò che significa per noi e renderlo esplicito. È importante capire il valore che inseguiamo e quali risorse possiamo attivare per raggiungerlo.*Empatia e ammirazione: per superare l’invidia è necessario cambiare stato di coscienza. Occorre cioè lavorare sui pensieri, emozioni, sentimenti che ci impediscono di empatizzare nella gioia. Prestare attenzione a questi punti non significa eliminare l’invidia, ma impareremo ad avere un occhio più attento e allenato a riconoscere l’invidia ed impareremo a gestirla. Cambierà la nostra relazione con l'invidia. E tu, che relazione hai con l’invidia?
Visiona qua il mio Per-corso on line: https://www.relazioniamoci.it/la-magia-di-ascoltarsi-il-dialogo-interno-consapevole/Come gestisci le difficoltà? Come gestire i momenti difficile della vita?Quali sono le emozioni che ti accompagnano nei momenti difficili? Qual è il tuo atteggiamento quando vivi situazioni difficili? Capita ad ognuno di noi di vivere delle difficoltà ed ognuno ha un proprio modo di provare a superarle; ognuno di noi cerca di reagire come può e come sa per poter superare i momenti difficili nel miglior modo possibile. Cosa possiamo fare per gestire al meglio questi momenti?Vi sono quattro passi che possono aiutarci a vivere il momento della difficoltà in modo costruttivo ed evolutivo. Il primo passo è costituito dall’esame di realtà: quando stiamo vivendo un’esperienza dolorosa e difficile possiamo ritornare ai dati di realtà, a ciò che sta accadendo davvero, non alla percezione che abbiamo noi di ciò che sta accadendo. Questo consente di avere la lucidità per affrontare al meglio le nostre difficoltà.Il secondo passo è l’acquisizione di padronanza emotiva: avere padronanza emotiva vuol dire evitare il pendolo tra negare le emozioni oppure controllarle. La padronanza è diversa dal controllo. Vuol dire sentire l’emozione, riconoscerla, accoglierla, padroneggiarla, saperla gestire, ma solo dopo averla riconosciuta e accolta. In questa fase è importante imparare a distinguere tra emozioni di primo livello ed emozioni di secondo livello.Il terzo passaggio è trovare la centratura: come facciamo a capire che non siamo centrati? Quando viviamo solo emozioni negative e basta. In questo caso siamo totalmente in balia della nostra mente. Cosa possiamo fare? Respirazione controllata-meditazione-preghiera-relazioni...ci prendiamo la responsabilità di occuparci della nostra centratura. La centratura è essere presenti a se stessi, stare nel momento con l’emozione che c’è. Non avere la pretesa di controllare tutto e di cacciare via le emozioni spiacevoli. Il quarto passo consiste nel dirigere con padronanza il condominio interno: dentro di noi ci sono tante parti, ognuna con le proprie esigenze, con le proprie emozioni, con le proprie ragioni; ci sono le parti giudicanti, la parte spaventata, la parte arrabbiata, la parte pessimista…possiamo ascoltarle ma non andargli dietro.Infine, il passo più difficile, ma allo stesso tempo necessario è l’ affidamento, il mollare il controllo, accogliere ed accettare la realtà per quella che è.Qual è il passo per te più difficile da concretizzare?
Quanto conosci te stesso? Conoscere se stessi significa innanzitutto essere consapevoli del proprio mondo interno, di ciò che accade dentro di noi, delle nostre emozioni, dei nostri pensieri e dei nostri bisogni.La conoscenza di se è in assoluto un prerequisito per migliorare, possiamo migliorare solo ciò che conosciamo.Jung ha detto: "Chi guarda fuori sogna. Chi guarda dentro si sveglia"Che vuol dire? Spesso noi parliamo di sogni immaginando qualcosa di bello, romantico e piacevole; in realtà molto spesso parlare di guardare fuori, guardare all'esterno di noi stessi, coincide con qualcosa che assomiglia più ad un incubo che ad un sogno: Ci diciamo che la vita non va bene, che le cose ci capitano, che ci sono le ingiustizie, che gli altri sono migliori o peggiori di noi, etc. Lo sguardo è sempre rivolto fuori, verso l'esterno, verso l'altro.. Chi si guarda dentro inizia, invece, a vedere come lui stesso costruisce quello che poi vive. Quando iniziamo a guardarci dentro cominciano ad attivarsi in noi le difese, prima tra tutte le proiezione, per la quale siamo spinti ancora una volta a stare "fuori" di noi. Guardarsi dentro non è un fatto naturale e culturalmente è un fatto quasi deriso. Ma è fondamentale per conoscere se stessi. Guardare dentro significa vedere come costruiamo la realtà, come reagiamo agli stimoli esterni e come queste reazioni si riflettano poi nel nostro mondo interno. L’esterno non possiamo cambiarlo; possiamo però imparare a gestire l’interno. Quali sono i tre passi per conoscere se stessi?Le tre vie per conoscersi sono:1- Ascolto di sé: è fondamentale per conoscersi: come possiamo conoscerci senza ascoltarci? C'è una notevole differenza tra stare tutto in esterna o stare con se stessi. All’inizio, quando cominciamo a frequentare il nostro mondo interno, c’è tanto rumore e confusione, ma poi possiamo imparare a distaccarci da quel rumore, iniziare a distinguere, a sentire cosa passa nel nostro mondo. Se non ci ascoltiamo, non possiamo percepire i nostri pensieri, i nostri bisogni, le nostre emozioni. ma per potere ascoltare ed ascoltarci dobbiamo fare silenzio.2- Consapevolezza: finchè non portiamo a consapevolezza ciò che è inconsapevole siamo automatici, siamo meccanici. E, di conseguenza, non sappiamo gestire il nostro mondo interno. Conoscere se stessi richiede quindi consapevolezza e ci permette di gestirlo. 3- Le relazioni: si cresce nelle relazioni perché le relazioni ci danno la possibilità di vedere ciò che non vogliamo vedere, di rispecchiarci in modo che da soli non possiamo fare. Nelle relazioni intime sono sollecitate tante parti di noi e quindi emergono tante parti di noi. Quando noi diventiamo più consapevole possiamo iniziare a gestire i nostri automatismi e reattività.E tu, quanto conosci te stesso?
Con Roberta Cazzaniga, osteopata e fisioterapista, affrontiamo l'argomento analizzandolo non soltanto da un punto di vista psicologico, ma anche dal punto di vista fisico, approfondendone la natura psicosomatica e la relazione tra la mente e il corpo nella gestione del dolore.Il dolore non è qualcosa di uniforme, ma ha tante sfaccettature, cioè esistono tanti tipi di dolore. Il dolore ha molteplici forme, ma per cultura tendiamo ad appiattire le sfumature del dolore e arriviamo a considerare che tutti i dolori sono uguali. Quando entriamo in contatto con il dolore vogliamo che passi. E anche l’atteggiamento complessivo della società è quello di voler eliminare qualsiasi forma di sofferenza perché vuole avere benessere. Infatti la persona è considerata sana se non prova dolore. In realtà non può essere sempre così. Tra i diversi tipi di dolore possiamo riscontrarne uno per cui, nonostante tutti i tessuti siano intatti, sentiamo comunque il dolore. Si tratta di una alterazione della plasticità neuronale. È un dolore in assenza di danni strutturali, ma comunque un dolore fisico.Il dolore fisico è una percezione corporea che abbiamo, legata ad una sensazione fisica. Successivamente la elaboriamo con la mente, e in qualche modo, più o meno consapevole, noi decidiamo come vivere quella esperienza. Ci sentiamo sbagliati perché proviamo dolore? Sentiamo di aver subito un ingiustizia e proviamo rabbia? Vogliamo scacciarlo e basta? Vogliamo risolvere? Vogliamo solo trovare un colpevole?La sofferenza è diversa dal dolore: è il dolore sul dolore. E si può legare al dolore emotivo, psicologico. Molta della nostra sofferenza è collegata proprio al modo con cui decidiamo di affrontare il nostro dolore. Quanto siamo consapevoli dei nostri bisogni nell’esperienza di dolore che viviamo? Quanto siamo in contatto con le nostre emozioni? Quali sono le nostre convinzioni rispetto alla situazione di dolore e sofferenza che stiamo vivendo? Dove è focalizzata la nostra attenzione? Ecco che, ancora una volta, con la meccanica delle relazioni si possono approfondire tutti questi aspetti necessari a venire a capo delle nostre sofferenze. Se non abbiamo cognizione dei bisogni, delle nostre emozioni, delle convinzioni e di dove è la nostra attenzione, sarà difficile riuscire a gestire il dolore. Anche lì ci vuole la responsabilità di decidere di fare un lavoro sul proprio dolore e su ciò che ad esso si ricollega conseguenzialmente: la sofferenza psicologica e la sofferenza relazionale. Il primo passaggio è quello di mostrare il dolore, imparare ad esplicitare ciò che viviamo, assumendoci anche il rischio di incomprensione, di mancata empatia da parte dell’altro, di solitudine. Partendo dal riconoscimento dei nostri bisogni, possiamo quindi mostrarli all’altro e fare ciò che possiamo concretamente.
Il termine rispetto etimologicamente deriva dal latino 'respicere' e può essere tradotto con guardare indietro. Possiamo dare due interpretazioni a questo “guardare indietro”: per aver rispetto dobbiamo sapere guardarci indietro, ma può voler dire anche sguardo che ci torna dall’altro, ovvero come l’altro mi guarda. Per comprendere cosa sia per noi il rispetto dobbiamo partire dal tipo di linguaggio che associamo al concetto di rispetto, soprattutto ai verbi che usiamo per parlare di rispetto. Esigere rispetto, pretendere, ottenere, guadagnare, dare, concedere il rispetto: questo linguaggio è figlio di una cultura deformata al livello relazionale. Il linguaggio poi diventa un modo di pensare e di agire. Rispetto non è sottomissione, non è paura. Non è un oggetto da scambiare da dare o ricevere.Allora cosa è? Qual è il linguaggio giusto da utilizzare quando parliamo di rispetto?È creare. Creare rispetto. È un valore relazionale che si crea, appunto, in una relazione. Come si crea una relazione di rispetto?4 modi per farsi rispettare, o meglio, per creare rispetto: 1) costruisco trasparenza: quando sono congruente e trasparente creo rispetto nella relazione: conosco i miei bisogni, ma per conoscerli bisogna che io mi ascolti. 2) Mi rispetto e rispetto l’altro: se non ti rispetti gli altri si sentiranno autorizzati ad avere atteggiamenti poco rispettosi. Come posso rispettarmi? Innanzitutto imparando a conoscermi, imparando ad amarmi, a prendermi cura di me stesso. 3) Mostro i miei bisogni all’altro: nella relazione indago i miei bisogni e quelli dell’altro, e non li giudico, li rispetto. Come mostriamo i nostri bisogni? Li mostriamo o li lasciamo intuire? Che linguaggio utilizziamo? Con la pretesa? Con la lamentela? Con l’accusa? Come accogliamo i bisogni dell’altro?4) Stabilisco confini chiari: se un confine non è chiaro, in che modo si può rispettarlo? È impossibile rispettare un confine quando non è ben definito. È necessario, nelle relazioni, chiarire i confini a noi stessi e chiarirli con l’altro. E saperli difendere.Poiché non sappiamo definire in modo chiaro i nostri confini e a volte non sappiamo comunicarli, rischiamo di incorrere in questi due errori:1) pretendo: accumulo rabbia senza esprimere i miei bisogni o stabilire i miei confini e quindi arrivo al punto di pretendere il rispetto.2) Mendico: accumulo tristezza, cercando di ottenere il rispetto compiacendo l’altro.Entrambe queste strategie sono fallimentari, poiché essendo il rispetto un bene relazionale, può essere soltanto costruito, non preteso o mendicato.
Approfondiamo il tema sulle relazioni con la famiglia d’origine. Ci sono nodi da sciogliere legati alla famiglia di origine; consapevolezze da acquisire; decisioni da prendere. È un cammino di crescita personale che ognuno è chiamato a fare, per raggiungere un equilibrio tra il bisogno di appartenenza e il distacco necessario dalla propria famiglia d'origine. Si tratta, fondamentalmente, di un lavoro interno, personale, da portare poi nelle relazioni con gli altri. Perché avvenga un processo di individuazione è necessario un distacco dalla “cultura” della famiglia di origine. Noi nasciamo in una determinata famiglia, con una specifica cultura ed è necessario comprendere che quella cultura non è “il giusto” in assoluto. Riprendendo la distinzione di Minuchin, psichiatra e psicoterapeuta argentino, possiamo fare una distinzione del tipo di famiglia di appartenenza tra famiglia invischiata e famiglia disimpegnata. La famiglia invischiata è quel tipo di famiglia in cui non ci sono confini, in cui lo stato d’animo di uno corrisponde allo stato d’animo di tutti, in cui non si tengono "le porte chiuse". Il vissuto è un vissuto collettivo. Può produrre disturbi nell’area psicosomatica e dei disturbi alimentari. La famiglia disimpegnata è quella famiglia in cui non ci sono vere relazioni di cura, vi è una convivenza “per lavoro”, in cui non ci sono relazioni nutrienti. Potrebbero dare origine a comportamenti antisociali. In una famiglia sana si alternano momenti e fasi diverse, vi è fluidità e cambiamento. Il problema c’è quando l’appartenenza ad uno dei due tipi di famiglia è strutturale. Il primo passo fondamentale è riconoscere, ascoltando il corpo e le proprie emozioni, la propria tipologia di famiglia e darsi il permesso di iniziare un lavoro personale di individuazione, di conoscenza di noi stessi, dei nostri meccanismi interni, delle resistenze e difese che si alzano per il dolore legato alla nostra storia, o meglio all’interpretazione che noi diamo della nostra storia. Quanto sei disposto a lavorare con te stesso, a comprenderti? A superare le tue difese bypassando l’ego?
Dove hanno origine i primi condizionamenti? I primi condizionamenti hanno origine proprio nella famiglia d’origine, in quanto luogo in cui viviamo e in cui riceviamo le prime indicazioni rispetto alle relazioni. Le relazioni, infatti, sono molto più potenti della genetica. Tutto ciò che ci viene automatico è frutto di condizionamenti, a partire proprio dalla famiglia. La famiglia di origine è ciò da cui partiamo. Che vuol dire svincolarsi dalla propria famiglia? Vuol dire diventare se stessi e spiccare il volo. La prima reazione, per quanto inconscia, è la paura: distaccarci dalle persone a cui vogliamo bene, che fanno parte del nostro primo nido, del nucleo in cui impariamo come voler bene, anche se a volte in maniera distorta, ci genera paura.Pensiamo che voler bene significa restare attaccati. Distaccarsi viene vissuto un po’ come un tradimento. Ma svincolarsi dalla famiglia di origine è necessario e significa iniziare un processo di individuazione.Riprendendo il modello di Bowen, possiamo approfondire la relazione con la nostra famiglia di origine concentrandoci su tre concetti fondamentali: *Tre generazioni: quando parliamo di famiglia di origine, generalmente crediamo che sia composta dalla famiglia “stretta” (mamma, papà e fratelli e sorelle); Bowen, invece, parla di tre generazioni. La famiglia non è composta dalle sole persone in vita , ma anche dalle persone delle generazioni precedenti, che influenzano ancora oggi la nostra vita nel presente.*Nella cultura familiare ci sono leggende, storie e miti familiari, che entrano a far parte della nostra psiche in modo molto forte. Tra etichettamenti e destino di quello che diventeremo. Questi miti, queste leggende sono il modo in cui i nostri genitori ci hanno tramandato la cultura delle loro famiglie che loro stessi hanno ricevuto in eredità dalle loro famiglie.*Massa dell’io familiare: ognuno di noi quando entra in iterazioni di un certo tipo con la famiglia di origine regredisce. Non siamo in grado di controllare le nostre reazioni. Annulliamo la nostra individualità ed entriamo nella massa dell’io familiare che ci risucchia dentro e non abbiamo più possibilità di scelta, siamo solo reattivi. Non ne siamo consapevoli e agiamo ciò che non conosciamo. Ciò che iniziamo a conoscere non lo agiamo più, perché ciò che è inconscio ci controlla. Ma quando diventa consapevole siamo noi a controllarlo. All’interno della nostra massa dell’io indifferenziato, noi siamo parte di un ingranaggio e funzioniamo meccanicamente in un certo modo.Il passaggio fondamentale nel processo di individuazione è iniziare a narrare la nostra storia in modo da scioglierne i nodi e prendere consapevolezza del fatto che noi siamo allo stesso tempo unici e parte di una famiglia, di una discendenza. Abbiamo un nome (la nostra unicità) e un cognome (la nostra appartenenza). L’individuazione è riconoscere tutto ciò, dando il giusto peso ad appartenenza e libertà, appartenere restando liberi. Non è rinnegare la propria famiglia, ma permettere alle parti di essere differenziate. Come possiamo fare questo concretamente? Possiamo dedicarci alla pratica, seguendo questi passaggi:* Guardare la famiglia come osservatore esterno.* Scrivere ciò che succede senza giudizio.* Notare il nostro ruolo e darci il permesso di essere altro.A che punto sei nel tuo processo di individuazione? Quali sono le difficoltà che maggiormente incontri?
In questo video abbiamo approfondito l’argomento del lasciare andare rispondendo alle domande. Ci sono due domande fondamentali che ruotano intorno al lasciare andare:Come riempire il vuoto? Come affrontare la paura di lasciare andare?Il lasciare andare è fortemente legato alla libertà, nostra e degli altri. Sostanzialmente è un processo che avviene dentro di noi e che non necessariamente deve coinvolgere l’altra persona.Tutto questo processo gira intorno alla paura: lasciare andare genera paura. E si arriva a voler difendere la propria immagine, il proprio ego. Ogni passo del lasciare andare è strettamente legato ad una particolare paura. Affrontando le paure, accogliendole e divenendone consapevoli, possiamo arrivare a comprendere che ciò che lasciamo andare è davvero nostro per sempre; ciò a cui restiamo attaccati, invece, ci controlla.
5 cose da fare per lasciare andareCosa vuol dire lasciare andare? Quali sono i passaggi necessari a lasciare andare? Perché lasciare andare? Lasciar andare richiede calma, apertura e disponibilità. Generalmente lasciare andare produce dentro di noi la paura per qualcosa che non conosciamo. Lasciare andare vuol dire anche fare spazio. Vorremmo qualcosa di nuovo, ma non abbiamo spazio interno, perché siamo aggrappati a quello che abbiamo. Per questo non riusciamo a lasciare andare. Tutto ciò che non è più utile, funzionale, che non ci fa bene, che è di ingombro, occupa solo spazio ed è fondamentale imparare a lasciarlo andare. Può capitare che ci ripetiamo che non ci riusciamo; ma qui entra in gioco la nostra volontà: lasciar andare richiede un atto di volontà da parte nostra. Quali sono i passaggi per imparare a lasciare andare? 1) Riconoscere gli attaccamenti: se non sappiamo quali sono i nostri attaccamenti, non sappiamo cosa lasciare andare; sentiamo la sensazione di pesantezza, di insoddisfazione, debolezza, ci sentiamo sfiancati, ma non sappiamo cosa è che ci fa stare così. Per rintracciare i nostri attaccamenti, chiediamoci: a cosa sto restando attaccato? A cosa penso spesso? Su cosa la mia mente va in automatico? Quali sono i pensieri che emergono automatici durante la giornata? 2) Rintracciare il vantaggio: Noi siamo fatti di parti, qual è la parte che vuole lasciare andare? Quali sono invece le altre parti che non vogliono lasciare andare? Molte parti di noi si aggrappano a qualcuno o qualcosa, perché ogni parte vede in un determinato modo e le parti di noi che non vogliono mollare, vedono un vantaggio nel non farlo. Chiediamoci, dunque, quali sono i nostri vantaggi nel non mollare? Restare attaccato alla storia, alla persona, al pensiero o alla convinzione che vantaggio mi da? Restare attaccati ci da sicurezza e lasciare andare richiede responsabilità, rischio, paura e noi tendiamo sempre al beneficio, a quello che ci sembra una cosa buona per noi.3) Fare spazio per accogliere: la paura nel mollare è paura del vuoto. Modificando questa visione, cioè se lascio andare sento il vuoto, noi ci focalizziamo solo sulla mancanza di qualcosa, sullo spazio da riempire. E il vuoto ci fa paura: resta un buco. Modificare il linguaggio dicendo “faccio spazio”, “lascio andare per fare spazio, per accogliere” ci fa concentrare sul nuovo, sull’accogliere la novità. Cambia completamente la visione e la percezione delle cose. Chiediamoci: che cosa è ingombrante dentro di me? Cosa è che oggi è inutile a cui dedico energia, pensieri? 4) Imparare ad affidarci: abbiamo paura perché abbiamo il bisogno di controllare. Non riusciamo ad affidarci alla vita. Per lasciare andare è necessario fare un atto di fede, provare fiducia. Fare piccole cose senza avere il controllo di tutto. 5) Accettare e accogliere: spesso l’attaccamento a qualcosa o qualcuno è perché non riusciamo ad accettare che è passata, che una cosa è finita. Non riusciamo ad accettare che l’impermanenza è una legge fondamentale della vita: tutto cambia. Come si fa ad accettare? Accettare è un atto di volontà. Accettare si fa accettando. Accettare vuol dire accontentarsi, nel senso di essere contento, di farsi contento di ciò che c'è.
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