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Author: Valerio Maria Murgolo

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Oggi una realtà aziendale per poter essere competitiva sul mercato deve essere data driven, raccogliere, monitorare, analizzare ed interpretare i dati; deve essere "open", deve essere orientata all'apertura, che crei una co-partecipazione e una co-creazione per generare idee innovative; deve essere agile, per essere molto più veloci nel prendere decisioni autonome e bisogna essere clienti centrici, l’utente è al centro di tutti i processi per poter intercettare i suoi bisogni e creare soddisfazione di valore nel lungo periodo.
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COSA SI INTENDE PER DIGITAL MINDSET?QUANTO È IMPORTANTE?Tutti i giorni sentiamo parlare di digitale, di come stia cambiano il mondo, i processi, le opportunità, ma per poterle cogliere è necessario possedere delle competenze e capacità digitali, la mentalità deve essere predisposta al cambiamento, alla percezione umana della tecnologia, al pensiero laterale, al Digital Mindset.Il mindset rappresenta il modo di pensare e porsi verso la realtà, in un approccio dinamico composto dall’insieme delle strutture mentali che si formano tramite le esperienze e le conoscenze vivendo in un mondo digitalizzato.Presenta due aspetti contrapposti, può essere “fixed”, quindi con approccio mentale fisso, statico, non propenso al cambiamento e a sperimentare. La persona con approccio fixed pone resistenza, ha paura e non comprende del tutto le dinamiche, preferisce lo status quo e non desidera crescere e migliorarsi.Può essere “growth, con un approccio mentale flessibile e dinamico, predisposto al cambiamento, ad analizzare i dati e trarre conclusioni solo post esperimento. La persona growth non pone resistenza, anzi coglie le opportunità che gli altri non vedono, vuole migliorarsi, sperimenta, ascolta, è curiosa e sociale.Le sue componenti essenziali vanno esplorate nella direzione cognitiva e comportamentale...
Il mobile ha cambiato la nostra vita!Oggi con lo smartphone o tablet effettuiamo transazioni bancarie, ci colleghiamo con le app, navighiamo in rete e sui social network, consultiamo i nostri indirizzi e-mail, condividiamo e chattiamo, utilizziamo applicazione di navigazione e geolocalizzazione, effettuiamo acquisti, prenotiamo vacanze o accediamo ad enti, immortaliamo la nostra vita con immagini e video…tante altre cose.Ovviamente questi strumenti accumulano dati sensibili e professionali rilevanti per chi li usa, di conseguenza sono una miniera d’oro per coloro che attivano azioni fraudolente per scopo di lucro o reputazionali.Molto spesso tendiamo a dimenticarci i rischi a cui siamo esposti, proprio per il concetto di mobilità che è alla base, quindi di portarci con noi tutti i dati sensibili con i rischi connessi...
Nel corso degli anni abbiamo visto moltiplicare le applicazioni a cui effettuare l’accesso, subendo anche un moltiplicarsi di password da ricordare.Social media, banche, enti pubblici, rete aziendale, siti web, tool, sono tutti punti di accesso a servizi o profili che necessitano di password per entrarvi.Gli studi affermano che non c’è stata mai una particolare attenzione alle proprie password, ma con l’aumentare delle richieste di accesso, le persone sono ricorse ad alcuni errori comuni, come per esempio usare sempre la stessa password, oppure usare password deboli per poterle memorizzare, come per esempio il proprio nome e data di nascita, oppure la stessa password per profili personali e professionali.Il furto o la sottrazione delle password può comportare problemi molto importanti, come l’accesso al proprio conto bancario, oppure la sottrazione della propria identità digitale, la possibilità di poter accedere a tutti gli altri nostri punti di entrata o a tutti le nostre informazioni riservate.Ma i danni posso impattare anche sulla nostra vita professionale, magari con un file malevole all’interno della rete aziendale o ripercussioni reputazionali a causa della violazione dell’identità digitale.Bisogna fare molta attenzione e applicare alcune semplici regole...
Oramai si sa, molte sono le opportunità e le sfide che offre il digitale, e per le aziende è diventato necessario evolvere la propria realtà organizzativa con nuove idee, nuovi processi, nuova mentalità e di conseguenza nuove posizioni lavorative.Per questo motivo molte sono le professioni che stanno ricoprendo ruoli strategici in questa direzione.In questo podcast sentiamo quali sono i principali...
Come gestisci il tuo tempo?Con il sovraccarico informazionale e il moltiplicarsi delle discipline professionali, la gestione del tempo è diventata una competenza fondamentaleIl tempo è una risorsa democratica, è uguale per tutti, e come lo impieghiamo determina il successo delle nostre azioni, tanto nella vita privata quanto in quella professionale.Bisogna imparare a distinguere le azioni importanti, urgenti e quelle prioritarie.•Urgenza; riguarda una variabile oggettiva in quanto determinata dal tempo. Sono quelle azioni che richiedono un intervento a brevissima scadenza oppure che richiedono attenzione immediata.In questo caso bisogna avere ben presente il tempo a disposizione e bisogna conoscere le scadenze per poter programmare con efficienza.•Importanti; sono quelle attività che aggiungono valore al tuo lavoro, sono fondamentali. Importante è un concetto soggettivo, in quanto quello che può essere importante per te può non esserlo per altri, in più ciò che è importante oggi può non esserlo domani.•Prioritarie; sono quelle azioni che risultano sia urgenti che importanti. Quindi che sono rilevanti e fondamentali per il lavoro e che hanno scadenza breve per portarle in esecuzione, quello che viene prima in una graduatoria temporale.Solitamente in azienda esistono obiettivi determinanti, che devono essere raggiunti entro una data prefissata, obiettivi auspicabili, che possono essere raggiunti ma si possono modificare nel tempo e nel contenuto, e obiettivi importanti, che è opportuno raggiungere.Per determinare se le azioni da mettere in campo sono prioritarie, importanti o urgenti ci viene in sostegno la Matrice di Eisenhower, usata per definire le operazioni per lo sbarco in Normandia.
Oramai molti studi dimostrano che l’uso e l’abuso della rete sta comportando dipendenze simili a quelle più comunemente riconosciute all‘alcool, al tabagismo, alla tossicodipendenza, al gioco d’azzardo, al sesso e al cibo.È una dipendenza che sta avvolgendo soprattutto i giovani e presenta problemi quali:1.Bisogno di trascorrere sempre più tempo in rete2.Sviluppo di patologie come agitazione, ansia e depressione con la diminuzione o sospensione del tempo dedicato ad internet3.Necessità di trascorrere in rete più tempo di quello preventivato4.Impossibilità di interrompere la navigazione on-line5.Continuare ad usare internet nonostante la consapevolezza dei danni psico-fisici6.Dispendio di molto tempo sulle attività in reteViene comunemente chiamata “Internet Addiction Disorder”, termine che ci ha offerto lo psichiatra americano Ivan Goldberg, intesa come la sindrome che identifica l’eccessivo e smodato utilizzo del web; appunto “Disturbo da dipendenza da Internet”.
Il 23 ottobre 2019 sul blog della rivista “Nature.com” Google dichiara di aver raggiungo la “supremazia quantistica” con un test effettuato su un processore quantistico di 53 qbit e di essere riuscito ad effettuare in 3 minuti e 20 secondi un calcolo estremamente complesso che il computer Ibm (tradizionale) più potente al mondo avrebbe impiegato 10.000 anni.Ovviamente nessun computer potrebbe sfatare questa tesi, ma gli studi e le applicazioni sui computer quantistici sono da anni all’attenzione del mondo.Il primo a parlare di Quantum Computing fu Paul Benioff, i primi anni 80’, con la macchina di Turing quantistica, che ha trovato maggiori studi negli anni a seguire con diversi accademici che hanno iniziato ad osservare l’applicazione della meccanica quantistica nel computing.Ma negli ultimi anni l’attenzione delle principali aziende di settore, e non solo, si è moltiplicato puntando molto su questa tecnologia che potrebbe cambiare l’uso dei calcolatori.Cosa differenzia il Quantum Computing dai computer tradizionali?
La SEM, Search Engine Marketing, sono quelle attività che hanno come obiettivo l’acquisizione di traffico e visibilità sui motori di ricerca. Si dividono in:•SEO, Search Engine Optimization, che si basa su attività volte ad attivare visibilità naturale o detta organica.•SEA, Search Engine Advertising, che si basa su attività a pagamento, quindi annunci sponsorizzati.La attività di Seo si dividono in:•On-site, che riguardano l’architettura, la struttura e la semantica del sito, che comporta un avanzamento in SERP. Tra le attività principali ci sono la scelta delle keyword, la descrizione a il “tag alt” alle immagini, la creazione dell’architettura e della site-map, la valutazione dei codici e dei titoli, la creazione di contenuti fruibili per l’utente e utili per il posizionamento organico. In questo caso si svolge un’attività di Seo Audit, di scansione del sito e individuazione delle criticità, per poi andare successivamente ad intervenire per migliorare il posizionamento.•Off-site, che riguardano attività di link building, quindi la presenza di link esterni autorevoli che rendono autorevole il nostro sito, e attività di Social Media Management, blogging e Guest Posting. Quindi la creazione di contenuti e attività esterne al sito che portano traffico e indicizzazione.La attività di SEA si basano sulla scelta e acquisto di parole chiave che possono individuare le ricerche degli utenti, e creazione di annunci a pagamento basato sul criterio del “Pay per click”, quindi basata sul pagamento solo quando l’utente clicca sul link. Uno dei principali Kpi da monitorare è il CTR, Click Through Rate, che rappresenta il rapporto tra click e impression. L’acquisto si basa sul processo ad asta.
Oggi la maggior parte delle comunicazioni passano dall’e-mail che in molti casi sono contenitori di informazioni sensibili che rivestono un particolare valore per l’individuo, l’organizzazione e la comunità.Le e-mail sono diventate nel tempo il principale mezzo usato tra truffatori e criminali, che effettuano la maggior parte delle loro azioni fraudolente tramite la modalità di Phishing.La parola Phishing deriva dall’unione delle parole Phreaking, con cui si sono indicate le prime truffe tecnologiche, e fishing che vuol dire andare a pasca.Quindi creare truffe tecnologiche lanciando un’esca, come nella pesca, per conquistare un premio grazie all’inganno.I Phisher inviano una e-mail, un messaggio in chat, un messaggio sullo smartphone, e cos’ via, con un contenuto ingannevole e invitano il destinatario a compiere un’azione generando in lui la possibilità di avere un vantaggio o superare una situazione spiacevole.La possibilità di successo del cyber attacco dipende dalla consapevolezza della vittima del possibile attacco e dalla sua capacità di individuare l’inganno.
Per “singolarità tecnologica” si intende quel momento di uno sviluppo di una civiltà in cui il processo tecnologico accelera tanto da superare la capacità di comprensione dell’essere umano.”Praticamente quel momento in cui l’Intelligenza Artificiale sarà superiore a quella dell’uomo.Bisogna domandarsi: come e quanto possiamo fidarci delle macchine? Come e quanto possiamo relazionarci con loro? Quali obblighi abbiamo nei loro confronti?Stiamo parlando di Etica Digitale!
Il 17 dicembre 2000 un sito andò online, bonsaikitten.com; questo sito divenuto subito virale nell'ambiente online perché forniva le istruzioni, per poter crescere un gatto in versione bonsai, quindi come gli alberi potevi cresce un mini gatto da poter tenere dentro casa. Molte testate giornalistiche commentarono criticando il sito perché trasmetteva crudeltà, anche in Italia testate come La Repubblica o il Manifesto scrissero degli articoli sulla questione. Solo un anno dopo con l'intervento dell’FBI che fece delle indagini e riuscirono a risalire al server che era basato al Massachusetts Institute of Technology dove un gruppo di studenti aveva deciso di creare questa bufala. Uno scherzo in maniera ironica non potendo immaginare l'impatto. Questa è stata una delle prime Fake a livello online che si sono diffuse basandosi su un concetto eticamente scorretto.Una fake news è un'informazione non veritiera che circola a macchia d'olio grazie alla circolarità sui social network, ma anche su altri canali online, che ha l'obiettivo di creare notizie false di divulgazione per poter creare delle contestazioni o attaccare un politico o attaccare determinati valori di enti e organizzazioni. Una seconda forma di fake è il click bait. Questa è una pratica secondo il quale scrivendo dei titoli accattivanti che evocano nelle persone la voglia di voler verificare di voler constatare l'articolo, si clicca su quel link per poter atterrare su siti di acquisto o su altri siti un po' farlocchi con l’intento la tentata vendita.C'è anche la vendita on line su siti falsi e anche in questo caso i rischi sono notevoli e quindi conviene andare a verificare sempre a quale sito ci si sta riferendo per l'acquisto. Prima di poter condividere un'informazione, prima di dover prendere per vera un'informazione, bisogna mettere a terra una serie di attività per poter verificare l'originalità, la veridicità quel contenuto che stiamo andando a leggere o a condividere. Esistono una serie di accortezze e di regole che conviene seguire prima di far proprio un contenuto online, perché in effetti online è molto facile creare delle fake news. Esiste una “fact checking”, un controllo dei fatti, da mettere a terra per poter constatare la veridicità di quel contenuto. •Prima di tutto verificare la fonte e quindi verificare chi ha scritto quel contenuto. Cercare, se ci sono, i link per risalire al contenuto. •Dubitare, appunto, dei click-bait, quindi quei titoli accattivanti che possono indurre a cliccare per curiosità, e quindi verificare sempre la tracciabilità del post. •Verificare l'indirizzo web, alcune volte si clonano domini importanti per far atterrare le persone su pagine dove noi vogliamo. Basta che si cambi qualche lettera, quindi fare attenzione e leggere URL.•Verificare la geolocalizzazione perché alcune volte molti contenuti, soprattutto sui social, hanno un posizionamento. Quindi basta cliccare su Google Map e andare a controllare dove quell'evento è dichiarato. •In ultimo verificare l'attendibilità sui profili social, che per esempio per personaggi noti sono segnalati e hanno una spunta blu. Le fake-news si diffondono con un processo di circolarità delle informazioni quindi una fonte lancia un contenuto fake e piano piano si diffonde; è difficile risalire all'autore, motivo per cui si prende per vero quel tipo di informazione.Un po' come è capitato a La Repubblica o a Il Manifesto proprio nel caso sopra-descritto, il miglior consiglio è fare attenzione alle informazioni che leggiamo, che condividiamo, e cerchiamo sempre di arrivare alla fonte. Per quanto difficile cerchiamo sempre di verificare appunto il dominio e a quali siti fanno riferimento e cercare anche di comprendere perché quel contenuto può essere stato creato e perché lo dovresti prendere per buono. Esistono anche dei siti che permettono di fare le verifiche sulle fake, per esempio sulle immagini, per capire l'immagine inversa quindi per capire dove quell'immagine è stata già utilizzata o diffusa, se sono state ritoccate.Esistono diversi tool tra cui Google Immagini che è abbastanza semplice utilizzare o TinEye o Yandex oppure siti che ci permettono di capire se ci sono delle manipolazioni sui video o sulle immagini, come Fotoforensics o InVide Browser Plug-in oppure siti che raccolgono, verificano e archiviano Fake News e che possiamo andare a verificare in qualsiasi momento e interpretarle per constatare se le informazioni sono veritiere come per esempio Bufale.net o attivissimo.net. In conclusione nel mondo online l'ecosistema Digital è molto complesso. Tutti possiamo intervenire, basta pensare a Wikipedia che fondamentalmente enciclopedia creata dagli utenti, in cui è molto facile trovare anche informazioni che non sono veritiere per scopi personali, per scopi aziendali o di qualcuno che ci vuole portare verso una cattiva informazione. Allora verificate sempre l'informazione, utilizzati tutti gli strumenti a disposizione perché prima di condividere una bufala e renderla una bufala al quadrato conviene fare molta, molta, molta attenzione.
Jim Lecinski nel 2011 coniò il termine di Zero Moment of Truth. Quindi il momento zero prima dell'acquisto, prima della vendita. È quel momento in cui si raccolgono tutte le informazioni on line, ovviamente la democratizzazione dell'informazione ha permesso questo, prima di effettuare un acquisto; quindi è una raccolta, una comparazione e una condivisione dei valori del servizio, del prodotto, del brand, prima di decidere se diventare un acquirente.Ha avuto diverse declinazioni perché da Zero Moment Of Truth si passa al First Moment of Truth, il primo momento della verità, quando si va a fare una comparazione nello store, per esempio. Cerco un advertising di un'azienda, mi interessa quel prodotto e inizio a raccogliere tutte le informazioni. Vado nello store, faccio una comparazione, lo guardo, lo osservo e decido se il prodotto, servizio, mi piace. A quel punto si passa nel Second Moment of Truth, faccio l'esperienza, che sia magari un'esperienza di prova o che sia proprio un acquisto o post acquisto. Vivo l'esperienza e i valori del brand cerco di capire se quel prodotto soddisfa le mie aspettative e quindi si passa nel terzo momento della verità anche definito Ultimo momento della verità, perché in effetti l'ultimo ma è intercambiabile con il primo perché è la parte del fan che riattiva il ciclo, che riporta tutto su, quindi è quella fase in cui l'utente condivide, racconta la propria esperienza e può diventare un ambassador o un fan o addirittura un qualcuno che invece parla male, quindi un hater, qualcuno che ha avuto una brutta esperienza e parla male dell'esperienza avuta con il brand. Questo ovviamente a percussioni sulla reputazione non indifferenti, bisogna considerare tutto il viaggio dell'utente, tutto il viaggio del consumatore, in tutte queste fasi e creare una comunicazione che sia omni-canale, che sia multicanale, che abbia diversi punti di contatto e che sia una comunicazione aperta uno a molti ma anche molti a uno, che sia dotata di consapevolezza e di ascolto, di problem solving e di capacità di doversi adattare e offrire la migliore esperienza possibile al nostro utente, al nostro consumatore. Nella comunicazione online. Tutto questo si tramuta in un processo, in un viaggio, fatto di 5 keyword: Know, Like, Trust, Sell e Love. Know: mi faccio conoscere, attivo una serie di processi e di attività che mi portano a diventare noto. Quindi la famosa fase awareness. Like: quindi metto in campo una serie di strumenti e di contenuti che portano ad essere piaciuti, a farsi piacere. In questa fase c'è anche la coerenza e l'ordine che si mantiene a livello di punti di contatto; se vengo sul sito deve piacermi, come la tua pagina Facebook deve piacermi o come la company page LinkedIn.Trust: è la fiducia su quel brand e su quello che il brand comunica, su quello che il brand mi trasmette. È una fase molto importante che può portare alla conversione.Sell: la vendita arriva solo dopo il passaggio precedente, online non puoi pensare di farti conoscere e vendere ma devi passare sicuramente da tutte queste fasi perché ci sia fiducia e il consumatore, l'utente, scelga te. Love: in cui il tuo utente o consumatore, si innamora di te, ovviamente si innamora è un concetto abbastanza esteso, a tal punto da diventare un fan e quindi consigliare agli amici, il famoso passaparola, condividendo i valori del brand, che attiveranno questo processo ripartendo dalla notorietà. Quindi io parlo a qualcuno del brand e diventa noto per qualcun altro. Non possiamo pensare di saltare qualche fase, strategico e tattico, di questo processo perché tutti noi consumatori viviamo questo viaggio e tutti noi consumatori vogliamo avere queste informazioni prima di decidere se fare le nostre esperienze d’acquisto e successivamente se condividerla, farla nostra, diventare Ambassador e parlar bene.Quindi un passaparola che abbia dei risultati in termini di “valore” importanti per il brand.
Alex Wipperfurth, nel suo libro “Marketing Without Marketing”, definisce la brand anarchia come: “la perdita di potere e controllo da parte dell’azienda sul proprio brand, generata da consumatori-utenti per trasformare e comunicare una diversa personalità, valori e posizionamento sul mercato della marca”.Può avvenire sia off che on-line, ma ha trovato il suo massimo sviluppo con i social media, come principale strumento di viralità.Oggi le aziende devo essere vicine al proprio utente, consumatore, trasmettendo i propri valori, la vision e la mission, facendo sempre molta attenzione alla reputazione on-line.Questo rapporto di condivisione, apertura, co-creazione e co-partecipazione può comportare effetti devastanti sulla propria reputazione, in molti casi ha anche ripercussioni economiche importanti, se non gestita con cura.Infatti oggi è possibile prendere il messaggio del brand e modificarlo per gestire il controllo della notorietà, dei valori e del posizionamento del brand stesso.I brand hijackers possono essere singoli individui o community, e le motivazioni principali che possono spingerli a creare anarchia della marca possono essere per insoddisfazione o attività commerciale verso il brand, per autoaffermazione o visibilità, per gioco o appartenenza.In pratica consiste nella manipolazione, o trasformazione, di un messaggio visivo, soprattutto video, informativo, svelando retroscena, o addirittura d’uso della notorietà del brand per ragioni egoistiche o ostili.Alcune volte può sfociare nel furto di identità digitale, e questo può generare ripercussioni impattanti per la marca.I Social network sono generatori e acceleratori di positività e negatività. Proprio per questo le aziende dovrebbero quanto più rafforzare la propria comunità di fan, al fine di potersi difendere al meglio in caso di attacchi. Spesso si tende a sottovalutare il potere e il valore della Brand Anarchia, al contrario bisognerebbe studiarne il fenomeno con attenzione, perché i prodotti della Brand Anarchia hanno spesso successo, soprattutto quando sono ben fatti, creativi e intelligenti!Come possiamo evitarlo, o almeno arginarlo?•Con la registrazione dei marchi o delle pagine social.•Con attività di buzz monitoring.•Azione legale contro coloro che sono ritenuti responsabili dell'infrazione.Tra i casi più celebri presento quello del marzo 2010 creato dagli attivisti di Greenpeace nei confronti di Nestlé, nello specifico di KitKat.In questo caso è stata riprodotto un video parodia della pubblicità della KitKat, "Take a Break", in cui il protagonista apre una confezione e morde un pezzo a forma di dito di orango.Per effetto del morso esce sangue dal dito che schizza sulla tastiera.Un messaggio molto impattante, a denuncia dell'uso dell'olio di palma da parte della multinazionale legate da operazioni insostenibili in Indonesia, comportando disboscamenti importanti, e il conseguente impatto sugli habitat degli oranghi.Successivamente è stata presa d’assalto, dagli attivisti, la sede centrale della Nestlé nel Regno Unito, creando molto rumore.Il video è diventato virale, costringendo, in errore, l’azienda a rimuoverlo da YouTube.Greenpeace ha subito ripubblicato il video su Vimeo e successivamente sul suo sito, generando un effetto Streisand, producendo quindi una reazione negativa nel pubblico, che non ha tollerato il tentativo di nascondere la “prova”.Il fenomeno va studiato, analizzato e preventivamente circoscritto se non si vogliono avere ripercussioni molto importanti, ricordando sempre che monitorare la propria attività on-line è fondamentale.
Il personal branding è l’insieme delle strategie che possono aiutare a promuovere sé stessi, le proprie competenze, capacità ed esperienze.Sempre più importanti sono diventate le tecniche di marketing per poter sviluppare una comunicazione coerente ed efficace che rispecchi la nostra professionalità, ma anche la nostra persona.Ovviamente porta con sé dei rischi, in quanto i contenuti che diffondiamo sul web potrebbero generare reazioni negative da parte del nostro pubblico, attivando, in molti casi, impatti significativi sulla propria vita.Motivo per cui bisogna essere sempre consapevoli di ciò che decidiamo di diffondere, domandandoci sempre se questo contenuto è aderente all’immagine che vogliamo offrire al nostro datore di lavoro, alla nostra famiglia, ai nostri amici, ai possibili recruiter che cercano talenti.I contenuti che postiamo possono prendere direzioni inaspettate, e seppur non volendolo, possiamo involontariamente generare problemi a noi stessi o agli altri.Quindi prima di premere il tasto “pubblica” pensa, fatti delle domande, qualsiasi sia il contenuto, un video, un post o un commento.Quindi cura la tua reputazione, monitora quello che pubblichi, quello che dicono di te, rispondi sempre e considerando che dall’altra parte c’è un individuo, valuta cosa postare e sii consapevole.I social media acquisiscono importanza quando un’azienda e/o una persona intendono rivolgersi al mercato di massa, usandoli come occasione di visibilità per la propria attività.Possiamo definire i Social Network tutte quelle tecnologie che permettono agli utenti di creare reti sociali virtuali, nelle quali possono creare, scambiare e condividere contenuti di testo, immagini, video e audio.Nel tempo sempre più persone sono passate da essere semplici fruitori passivi di contenuti in creatori di contenuti, generando molta concorrenza, limitando, o rendendo più difficile, la possibilità di emergere.Chris Anderson afferma che “il mercato di massa si è trasformato in una massa di mercati”. Cosa fare allora?Racconta, con lo storytelling, il tuo lavoro, le tue esperienze professionali, il tuo sapere, il tuo vissuto, tenendo presente del pubblico a cui ti rivolgi, della piattaforma che utilizzi, le tono di voce che vuoi usare.Comportati come nella vita off-line, ragiona prima di agire e considera le dinamiche relazionali.Valuta le norme di privacy prima di postare, assicurati di non ledere l’immagine di nessuno e che puoi divulgare i contenuti.Impara e applica la netiquette, che sono regole che prescrivono il comportamento di un utente sul web nel rapportarsi con gli altri utenti.Definite anche le “regole d’oro del galateo su internet” sono:1. Scrivi correttamente: attento ad ortografia e punteggiatura. 2. Attento alle lettere MAIUSCOLE: su web, equivalgono ad URLARE. 3. Non pubblicare informazioni personali o foto imbarazzanti di altri. 4. Se pubblichi testi, foto o video provenienti da altri siti web, cita la fonte. 5. Quando commenti un post, non attaccare l’autore a livello personale. Rispetta i valori, il credo e i sentimenti degli altri. 6. Se entri in una discussione attieniti all’argomento trattato e cerca di contribuire dando un valore aggiunto. 7. Non invitare tutti i tuoi contatti a giochi o pagine. Seleziona quelli che potrebbero essere realmente interessati. 8. Ricorda che l’uso di termini denigratori o di parole d’odio e pregiudizio razziale, religioso o sessuale, sono punibili per legge.
Il Growth Hacking è l’insieme di tattiche e tecniche innovative che utilizzano pochissime risorse al fine di riuscire a far crescere rapidamente una base di utenti che, in breve tempo, generi ritorni economici significativi.In questo caso il termine “Hacker” non è inteso nel senso comune, di pirata informatico per intenderci, ma nel senso di creativo, fuori dagli schemi.Diventa fondamentale imparare a vedere le cose da diverse angolazioni per trovare la leva che messa a terra permetta di generare crescita e scalabilità in breve tempo.Spesso viene associato al marketing, anche se non convenzionale, ma in realtà può toccare qualsiasi punto dell’organizzazione aziendale, processi, prodotti, sistemi interni, comunicazione e valori.Fondamentalmente consiste nel creare un team “agile”, tra 3 e 9 persone, con competenze sia multidisciplinari che verticali, sia tecniche che umanistiche.Non è un caso raro trovare un antropologo o psicologo nel team che collabora con web design, social media manager, copywriter e così via.Nel Growth Hacking le persone sono al centro!Il processo si basa su altri modelli circolari già noti, come Lean o Scrum, e si divide in 4 fasi:•Analisi: raccolta, archiviazione e normalizzazione dei dati.•Ideazione: creazione di idee e sviluppo del pensiero laterale.•Prioritizzazione: scegliere l’idea più impattante e sostenibile.•Esecuzione: mettere a terra l’idea, da scalare successivamente.Il processo dopo l’esecuzione si riattiva partendo dall’analisi.Si organizzano degli “sprint”, time-box fissi e ripetibili solitamente di 1 o 2 settimane, in cui si analizzano i risultati ottenuti dalle task precedenti e si riattivano task da portare a termine prima del prossimo sprint.La parte di analisi si basa sul Funnel dei Pirati (AAARRR), che permette di valutare ogni fase del viaggio dell’utente, definendo anche le singole metriche da misurare e analizzare, per trovare il problema e la soluzione.Le fasi del funnel sono:•Awareness; l’utente ci scopre•Acquisition; acquisiamo l’utente•Activation; l’utente si attiva•Retention; l’utente torna•Revenue; l’utente paga•Referral; l’utente porta altri utentiNella fase di ideazione delle idee molti sono gli strumenti che si utilizzano, ma sicuramente il brainstorming è la più utilizzata ed efficace.Passando alla prioritizzazione è importante coinvolgere tutto il team spingendoli a votare le idee in base all’impatto sui processi e la facilità di esecuzione.Ed in ultimo si utilizzano tutti gli strumenti, digitali e non, per poter prototipare la soluzione e testarla su un piccolo campione.Si riattiva la fase di analisi e raccolta di dati fino alla scalabilità della soluzione.Questa metodologia è nata il 26 luglio del 2010 grazie a Sean Ellis, imprenditore e angelo investitore di StartUp, quando dichiarò in un post del suo blog il Growth Hacking.Alcune strategie utilizzate dal Growth Hacking sono:•Viral Acquisition, facendo parlare e condividere gli utenti le caratteristiche del prodotto.•Paid Acquisition, con attività di advertising per aumentare la visibilità del prodotto.•Content Marketing, creare contenuti innovativi, come notizie e video, che si autoalimentino tramite le condivisioni sui social network•Email Marketing, attività di rapporto e nutrimento continuo con gli utenti•A/B Testing (Split Testing), mettere a confronto più prototipi per determinare quale impatta di più•SEO, ottimizzare il sito per ottenere più utenti.Tra i casi più noti di aziende che sono cresciute in maniera esponenziale in poco tempo c’è Dropbox, Airbnb e Udemy.
Oggi l’ambiente del business è molto più turbolento, con cambiamenti repentini, molto complesso e di difficile adattamento, diventa necessario attivare la “creatività operativa”, nelle organizzazioni, che permetta di identificare, analizzare le situazioni e generare idee creative che prioritizzate permettano di portare soluzioni di crescita e sostenibilità.Il processo di soluzione dei problemi prevede 5 fasi:•Problem finding; la ricerca del problema•Problem setting; definizione del problema stesso.•Problem solving; la produzione delle alternative per risolvere il problema (qui c’è la fase creativa).•Decision taking; presa della decisione (che diventa si/no)•Decision making; eseguire la soluzione scelta.La creatività operativa si basa sul know how, sulle competenze, sulla conoscenza, sull’intelligenza, intesa come la capacità di collegare elementi indipendenti della nostra conoscenza per poter trovare una soluzione, sulla capacità di fare una buona analisi, saper approfondire per arrivare al problema, e sulla pressione delle scadenze, se abbiamo tempo tendiamo a non prendere una decisione creativa. Le due strade percorribili, per risolvere i problemi con creatività operativa, sono quantitative e qualitative.Le quantitative passano dal di + al di -, fare più fatturato, prendere più clienti…fare più cose.Oppure impiegare meno tempo, meno risorse.Le qualitative passano dal nuovo e diverso, è richiede anche la capacità di saper copiare da un competitor, o un settore affine ma differente, per creare qualcosa di nuovo.Le fasi del processo creativo si possono sintetizzare in:✔ Analisi; quindi la capacità di “sollevare la trama”, capire cosa c’è sotto.✔ Diagnosi; “conoscere attraverso il fatti”, apprendere dalla realtà.✔ Sintesi; “riunire insieme” tutte queste informazioni per arrivare ad una soluzione.In conclusione possiamo dire che per la creatività operativa bisogna imparare ad immaginare, a saper giocare con le idee, questo aggiunge sicuramente molto alle nostre conoscenze, bisogna considerare che il processo creativo si sviluppa nel momento della definizione del problema, e infine che un’idea per essere creativa deve essere applicabile.
Consapevolezza deriva dal con-sapevole, che è un etimo di sapere; quindi sapere con cognizione, con etica, con comportamento, con lucidità, con razionalità, coscienza.Dipende dal tronco encefalico. Quindi le neuroscienze definiscono che c'è una parte del nostro cervello che tocca quest'aria, quest'argomento. La consapevolezza è molto importante. Qualche giorno fa ho pubblicato un post su LinkedIn in cui parlavo di coerenza comunicativa sui vari canali, sui vari social, sulle varie piattaforme e da molti commenti sono emerse delle analisi che mi hanno fatto molto pensare. Alcune persone mi hanno scritto che sono su Facebook come se fossero con gli amici o in mezzo agli ex-compagni di classe e fanno quello che vogliono. Non è così. Ci vuole consapevolezza perché Facebook è una piattaforma globale, che ci ospita, è una piattaforma che ha delle regole, policy e governance proprie ed è un'azienda multimilionaria che ha come unico scopo quello di tenerti all'interno della piattaforma con tutti gli strumenti a sua disposizione, psicologici ma anche di intrattenimento, e quindi poter avere l'attenzione delle persone. Ci vuole consapevolezza dell'habitat. Devi ricordarti che sei ospite di una piattaforma di cui non gestisci nulla, se non quello che tu decidi di divulgare in maniera pubblica. Ma questa tua divulgazione, questo tuo contenuto, può raggiungere delle direzioni e velocità tali, anche una dimensione tale, che tu non puoi preventivate. Quindi ci vuole comunque consapevolezza, bisogna essere consapevoli dell'habitat in cui si è. Bisogna essere consapevoli del fatto che non sei tu a decidere le regole ma magari un algoritmo o chi per lui. Poi ci vuole la consapevolezza dell'audience. Hai mai pensato al tuo target? Hai mai pensato a come rivolgerti? Con quale tono di voce? Sei online, non ti sta rivolgendo ad un piccolo pubblico, ma ti stai rivolgendo ad un pubblico potenziale, un pubblico enorme, qualunque sia il tuo obiettivo. Bisogna essere consapevoli a chi si sta parlando, cosa vuole sentire e in che formato, dove e perché deve ascoltare te. Quindi fatti queste domande, fatti le domande di chi è il tuo target, la tua audience e cerca di lavorarci con consapevolezza. Ci vuole consapevolezza comunicativa; sei consapevole di quale tono di voce utilizzare? Se è consapevole che ciò che comunichi può avere un impatto su chiunque a livello globale? Sei consapevole di come ti devi rivolgere? Quali sono i comportamenti di netiquette? Qual è il tuo modo di comunicare, il tuo modo di esprimersi e come dovresti esprimersi?Queste domande sulla consapevolezza sono molto importanti nel poter avere una vita online sana, pura e utile. In ultimo ci vuole consapevolezza di sé stessi. Se non sei consapevole di te stesso è molto difficile che tu sia consapevole di tutto il resto. Devi imparare a conoscerti, è un processo faticoso, un processo in molte situazioni anche doloroso, perché e un processo maieutico, è un processo che devi fare su te stesso, senza avere troppi termini di paragone, ma molto introspettivo e alcune volte richiede molto tempo. Quando comunichi online ciò che sei appare, quindi nel tempo può essere qualcosa che ti si ritorce contro. Quindi in sostanza ci vuole consapevolezza tenendo presente sempre questi quattro livelli.
Responsabilità!

Responsabilità!

2021-02-1302:29

Più il contesto è Volatile, Incerto, Compresso e Ambiguo, maggiore è la necessità per le organizzazioni di avere nell’organico persone responsabili, e maggiore è la necessità di avere leader responsabili e che sappiano educare alla responsabilità.Il problema con la responsabilità è che non si può dare, si può solo assumere.La responsabilità è legata al modo di vivere delle persone più in generale che inteso solo in senso lavorativo.Il termine responsabilità deriva dal latino respònsus, cioè impegnarsi a rispondere, a qualcuno o a sé stessi, delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano.Quindi basata sulla risposta che siamo in grado di dare ad un evento.Gli atteggiamenti possibili sono due: le vittime delle circostanze e padroni del proprio destino.L’atteggiamento vittimistico è di coloro che si domandano “come mai” mi trovo in questa situazione?È l’atteggiamento di chi esternalizza la responsabilità agli altri, che accusa la qualità del prodotto che non vende, o che afferma che l’interlocutore non capisce quando non comprende il suo messaggio.L’atteggiamento di padronanza del proprio destino invece è di coloro che non pone molta attenzione sulle circostanze ma quanto sulla sua capacità di risposta a quella determinata situazione.Quindi cosa posso fare io per vendere il prodotto? Cosa posso fare io affinché l’interlocutore mi comprenda? Non sono io responsabile se il prodotto è buono o no, ma sono responsabile del mio modo di presentarlo. Sono responsabile di come faccio giungere comprensibile il mio messaggio all’interlocutore.Un atteggiamento responsabile, quindi, è quello di chi si concentra sulle risposte possibili per noi adesso.In un mondo, e mercato, Volatile, Incerto, Compresso e Ambiguo una delle priorità delle aziende oggi è di riempirsi in organico di persone che si domandano “cosa posso fare io adesso?” per rispondere ai problemi e agli eventi assumendosi la responsabilità, anche di sbagliare.I manager posso essere vittime o padroni del proprio destino; un manager vittima attribuirà al team la responsabilità sulle performance, un manager padrone si domanda come può rispondere al problema ponendosi come obiettivo di rieducare i propri collaboratori.
L’efficacia operativa di un collaboratore è il rapporto tra produttività e capacità operativa, importante è definire se si sta investendo quindi in risultati di breve periodo senza intaccare la capacità di esserlo di lungo periodo.Praticamente senza spremere il limone.Per capacità produttiva si intende l’allenamento che consente ad un collaboratore di adeguare nel tempo il proprio profilo di competenza.L’obiettivo del coaching è duplice:•Aiutare le persone affidate ad interpretare in modo adeguato, pieno e attivo il ruolo attuale (il noto empowerment).•Favorire la consapevolezza, nelle persone affidate, delle potenzialità personali nei confronti dell’assunzione di ruoli diversi dall’attuale.All’interno delle organizzazioni esistono diversi livelli di apprendimento:•Conoscenze, per lo più tecniche. L’apprendimento avviene tramite studio e formazione.•Abilità, saper fare qualcosa. L’apprendimento avviene tramite l’affiancamento e l’allenamento, occorre fare e provare per apprendere le abilità.•Atteggiamenti e comportamenti che avviene tramite discussioni aperte e autoriflessione.Cosa deve fare un capo se vuole fare coaching ai suoi collaboratori?Prima di tutto deve valutare le competenze dei collaboratori che vuole sviluppare, definire le aree di miglioramento e i punti di forza.Costruire un rapporto di fiducia; senza una relazione di partnership, di stima e fiducia è molto difficile che avvenga una crescita personale e professionale. Il coach deve essere aperto, empatico, disponibile, sincero e trasparente.Accrescere motivazione e impegno, il compito del coach deve far nascere nel collaboratore la voglia e il bisogno di crescere professionalmente. Per l’attività di coaching la motivazione a crescere è fondamentale.Dopo aver creato un rapporto di fiducia e generato voglia di crescere si passa nella fase dello sviluppo delle capacità e competenze che nel tempo attivino anche capacità di autoapprendimento. Lo sviluppo delle capacità e competenze avviene in 4 fasi:•Dimostrativa, è la fase inziale in cui il collaboratore osserva il capo che svolge quella determinata azione. È molto importante mostrare prima perché il collaboratore può imparare guardando anche particolari che per il capo sono scontati. Il collaboratore potrà fare tutte le domande che vuole.•Esplicativa, in questa fase il capo spiega, dopo aver fatto osservare, tutti i passaggi per fare una determinata azione, permettendo anche al collaboratore di fare. Ovviamente il capo dovrà intervenire nei momenti di difficoltà.•Attuativa, il collaboratore fa da solo, il capo spiega solo se necessario.•Autonoma, il collaboratore fa da solo e si assume la piena responsabilità, il capo informa chi è coinvolto.Molto importante è anche definire quali sono gli stili di leadership e in quali casi usarli.Possiamo classificare i collaboratori in base a due variabili: competenze tecniche possedute, alte o basse, e il livello di commitment, quindi la motivazione, che può essere alta o bassa.Nel caso di elevate motivazioni e competenze tecniche l’unico stile è delegare. La persona è pronta e va responsabilizzata.Nel caso di basse competenze ma alto commitment lo stile migliore è quello direttivo, in questo caso l’obiettivo è accrescere le competenze del collaboratore, insegnarli un mestiere.Se un collaboratore ha elevate competenze ma basse motivazioni, lo stile migliore è quello supportivo. Il capo può provare a coinvolgerlo in compiti di maggiore complessità, ascoltandolo e supportandolo nel tempo.Nel caso di basse motivazioni e basse competenze tecniche è valida la soluzione composta sia dallo stile direttivo che supportivo, ma forse è il caso di valutare se ne vale la pena.Oggi, più che mai, un manager ha l’obbligo di ascoltare, valutare, analizzare e supportare le proprie risorse del team per sviluppare nuove professionalità e competenze e creare le basi per una motivazione e soddisfazione che duri nel tempo…
Il termine “motivazione” deriva dal latino “motus”, ossia movimento, inteso come muoversi verso qualcosa di desiderato.Applicato in ambito lavorativo rappresenta l’insieme dei processi psicologici che determinano il movimento e la direzione, delle azioni personali, verso un determinato obiettivo.Chi gestisce, forma e motiva le persone sa che non è un compito semplice, questo a causa della unicità di ogni individuo, con caratteristiche e specificità proprie, e quindi dell’impossibilità di trovare un unico modo, volano, che possa gestire le motivazioni di ogni individuo, ma anche perché le teorie, accademiche e manageriali, sono tante; nel tempo molti studiosi hanno cercato di definire tutti gli elementi, e le rispettive azioni, che muovono verso le motivazioni.Un buon manager deve conoscere tutti questi studi e calibrarli sui singoli individui.In particolare sono 5 le spiegazioni del comportamento alla base delle teorie motivazionali:1.Bisogni2.Rinforzo3.Cognizioni4.Caratteristiche del lavoro5.Sensazioni/emozioniI Bisogni: questa teoria, ispirata da Maslow, afferma che le persone sono spinte da motivazioni basate su bisogni insoddisfatti.La teoria si basa su una piramide di bisogni, da quelli base come i bisogni fisiologici e di sicurezza, per poi salire fino al livello autorealizzativo.Secondo Maslow un bisogno una volta soddisfatto non motiva più, mentre il bisogno non diventa motivante fino a quando non sono soddisfatti i bisogni di ordine inferiore.Il Rinforzo: tra i principali sostenitori di questa teoria emerge Skinner, afferma che il comportamento viene influenzato dalle conseguenze che esso provoca, più che dagli stati interiori ed emotivi.La teoria afferma che le persone sono motivate da quelle azioni che attivano conseguenze positive evitando quelle che hanno generato l’insorgere di conseguenze negative.Su questa teoria si basa l’approccio premio/punizioni.Le Cognizioni: secondo questa teoria, Neisser tra i principali sostenitori, afferma che il comportamento delle persone deriva in larga parte da aspetti interni dell’individuo come le convinzioni profonde, le aspettative personali e i valori.Si basa sulla conoscenza profonda della persona che si vuole motivare per trovare la chiave giusta di spinta.Caratteristiche del lavoro: in questa teoria, sorretta da Hackman & Oldham, è presente il concetto che alla base della motivazione delle persone ci sono le caratteristiche specifiche del lavoro che svolgono.Per esempio un lavoro rutinario potrebbe abbattere la motivazione del collaboratore mentre un’attività sfidante potrebbe incrementarla.Per la teoria le caratteristiche principali del lavoro sono:1.Varietà di abilità2.Identità del compito3.Significato dell'attività4.Autonomia5.FeedbackLe sensazioni ed emozioni: questo approccio si basa su una visione più ampia, afferma che ogni persona si pone obiettivi diversi da quelli connessi ad un miglioramento delle performance lavorative.Quindi le persone potrebbero avere motivazioni esterne all’attività lavorativa ma più estese ad emozioni e sensazioni, come per esempio essere un ottimo padre o un cittadino modello oppure una persona di fede.In questo senso la motivazione lavorativa dovrebbe essere vista in funzione delle sensazioni e delle emozioni della persona in confronto dei suoi diversi interessi ed obiettivi.Tutte queste teorie sono valide ma nessuna esaustiva di per sé, un buon manager deve conoscere tutte le caratteristiche degli individui del team, tutte queste teorie e applicarle singolarmente in base alle necessità.Se utilizzo solo la tecnica del rinforzo posso scoprire magari che la persona non è stimolata dal premio ma per esempio più da aspetti personali ed interiori, oppure nel caso in cui si vuole usare le caratteristiche del lavoro e magari scoprire che non tutti sono motivati da lavori sfidanti e complessi.Tutte le teorie motivazionali, appena descritte, devono per tanto essere prese in considerazione ai fini della motivazione.Un buon manager è colui che oltre a conoscere questi approcci sa come e quando utilizzarli e soprattutto sa cosa è meglio per un dato collaboratore e cosa è meglio per un altro.
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