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BASTA BUGIE - Islam

Author: BastaBugie

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Gli islamici applicano il Corano sull'esempio del loro fondatore Maometto... perché stupirsi delle conseguenze?
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VIDEO: Perché i terroristi hanno scelto l'11 settembre? ➜ https://www.youtube.com/watch?v=dJNFYEn8DkMTESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6733NEL 2021 IN AFGHANISTAN L'ISLAM HA VINTO E L'OCCIDENTE HA PERSO di Roberto de MatteiIn un articolo sul Corriere della Sera del 28 agosto 2021, Ernesto Galli della Loggia pone la seguente domanda: "Sono ancora in grado le nostre società di fare la guerra? Di sostenere psicologicamente l'urto terribile di una dimensione per così dire volontaria della morte? Siamo ancora noi capaci di accettare l'eventualità di dare o ricevere consapevolmente la morte, così come da sempre vuol dire "fare la guerra".A questa domanda cruciale il politologo italiano risponde esaminando il peso militare che nelle operazioni contro i talebani hanno assunto i cosiddetti contractor. Utilizzati dagli Stati Uniti in tutti i teatri di operazione (dai Balcani all'Iraq) questi combattenti civili sono assunti da ditte private le quali hanno stipulato appositi contratti con il Pentagono. Essi sono l'espressione di un dato storico di fondo: la fine in Occidente dell'esercito nazionale, sostituito da un vero e proprio outsourcing della guerra affidata ad un esercito di specialisti che in Afghanistan hanno perso la vita in numero maggiore dei soldati della US Army. Ma, osserva Galli della Loggia, "con un'armata di specialisti e di mercenari si possono fare al massimo operazioni di polizia; e anche quelle si finisce inevitabilmente per perderle nella maniera più rovinosa se ci si ostina a farle passare per qualcos'altro" [spesso infatti le azioni di guerra sono chiamate dai media "missioni di pace", proprio per nascondere dietro alle parole la cruda realtà, anche perché non si capisce se i soldati le missioni di pace le facciano con i fiori oppure con i fucili, N.d.BB].Un popolo combatte se è disposto a sacrificare la propria vita per gli ideali in cui crede.Oggi, però, il bene comune sembra coincidere con quello della massima "sicurezza". L'Occidente pretende di combattere una guerra a morti zero, e se ciò non accade la reazione non è controllata, ma ansiosa ed emotiva.L'immagine del presidente degli Stati Uniti di America Joe Biden che piange in diretta tv, osserva Alessandro Sallusti sul quotidiano Libero del 28 agosto, non è un segnale incoraggiante per il mondo occidentale. Il comandante in capo della prima potenza mondiale non può farsi prendere dall'emozione come un qualsiasi anziano pensionato, ma deve essere in grado di mascherare la propria fragilità. Il dato psicologico di questa scena, osserva sullo stesso quotidiano Renato Farina, "non solo corrisponde in pieno alla durezza della catastrofe che stiamo vivendo, ma è pure una profezia per il futuro". Un futuro di lacrime appunto per l'Occidente.Quando Winston Churchill disse di non avere altro da offrire che "sangue, fatica, lacrime e sudore", aggiunse: "Chiedete qual'è la nostra politica? Rispondo che è condurre la guerra per mare, per terra e per cielo, con tutta la forza e lo spirito battagliero che Dio può infonderci".Chi è in grado oggi di affrontare i nemici con tanta determinazione? L'Occidente non ha ancora compreso qual è il nemico esterno che ha di fronte. Come osserva Maurizio Molinari su "La Repubblica" del 29 agosto, la faida jihadista per il controllo di Kabul fra i talebani di Abdul Ghani Baradar e l'Isis del Khorasan contrappone due modelli rivali per l'Afghanistan: "I talebani con la riedizione del loro Emirato islamico puntano a diventare l'esempio più rigido di Stato fondamentalista". L'Isis del Khorasan "persegue invece la creazione di un "Califfato" nei territori di Afghanistan e di ampie regioni limitrofe in Iran, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghistan e Tagikistan, fino a toccare i confini con la Cina di Xi Jinping". Entrambi i progetti "nascono dal pensiero jihadista di Abdullah Azzam, il fondamentalista palestinese assassinato a Peshawar nel 1999 e considerato il mentore di Osama Bin Laden, secondo il quale la ‘guerra agli infedeli' in Afghanistan avrebbe segnato ‘l'inizio della Jihad globale' portando alla sottomissione del mondo intero all'Islam. Ma puntano a realizzarlo in maniera opposta: edificando un Emirato nazionale o creando un Califfato regionale centro-asiatico".Collaborare con i "moderati" talebani, per isolare l'Isis, significherebbe ignorare chi si ha di fronte. L'islamismo contemporaneo, come osservano tutti i suoi studiosi ha il suo nucleo nella dottrina del jihad. Essa, si si esprime nella nuova guerra di religione mondiale che, sotto le vesti dei talebani o quelle dell'Isis, ha nell'Islam radicale il suo partito combattente.Di fronte a questo nemico ideologico la guerra è inevitabile, ma deve essere combattuta senza lacrime, a ciglia asciutte, con la determinazione a vincere. Ma quali sono gli ideali e i valori a cui si richiama la classe dirigente occidentale? È in grado essa di discernere una "guerra giusta", e di condurla con credibilità fino in fondo? Le guerre possono essere occasioni di grandi rinascite o di grandi catastrofi, a seconda degli uomini e delle contingenze storiche. Quale affidamento dare a chi non sa neppure attribuire agli eventi bellici il loro nome?Mentre la seconda guerra mondiale volgeva al termine, Pio XII indicava le linee maestre della ricostruzione nel ritorno delle società e delle nazioni all'ordine stabilito da Dio, cioè "a un vero cristianesimo nello Stato e fra gli Stati" (Allocuzione al Concistoro, 24 dicembre 1945). E all'indomani del conflitto il Papa, individuava le cause profonde della guerra nell'abbandono e nel disprezzo della legge di Dio, che costituisce il solo fondamento della pace interna degli Stati e della pace internazionale (Radiomessaggio al mondo del 24 dicembre 1941). Oggi non solo nessun uomo politico parla questo linguaggio, ma i vertici stessi della Chiesa lo hanno abbandonato e invocano una falsa pace che porta alla disfatta.In guerra non prevale la forza militare, ma quella morale. Se l'attentato dell'11 settembre 2001 fu una dichiarazione di guerra dell'Islam alla nostra civiltà occidentale, la vergognosa fuga da Kabul sancisce, dopo vent'anni, la sconfitta militare, ma soprattutto morale dell'Occidente. Solo uno straordinario aiuto divino può capovolgere le sorti di un conflitto planetario, il cui esito è altrimenti segnato. Per questo è l'ora della lotta e dell'immensa fiducia.Nota di BastaBugie: la storica Angela Pellicciari nell'articolo seguente dal titolo "Quell'11 settembre sotto le mura di Vienna" spiega come l'11 settembre 1683 veniva spezzato l'assedio di Vienna. L'espansionismo islamico ottomano in Europa venne fermato per sempre. Il 12 settembre, papa Innocenzo XI, attribuendo la vittoria all'intercessione della Vergine Maria, istituiva la festa del Santo Nome di Maria. Venne ripristinata da Giovanni Paolo II nel 2002, dopo un altro 11 settembre. L'Occidente cristiano, però, ha perso la sua memoria, mentre l'islam la conserva.Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 12 settembre 2021:L'11 settembre del 1683 Vienna è assediata da un immenso esercito turco comandato dal gran visir Kara Mustafà e, ridotta alla fame, è prossima alla resa. I turchi, arrestati per mare a Lepanto nel 1571, hanno continuato via terra la loro avanzata che sembra inarrestabile e, dietro Vienna, intravedono Roma e San Pietro. Tutto è pronto per l'evento cui da mille anni l'islam lavora. Le forze turche sono nettamente superiori a quelle cristiane ma succede l'imprevisto. Fanno la differenza un geniale condottiero polacco, re Jan Sobieski, e il frate cappuccino Marco D'Aviano. Incaricato da Innocenzo XI di formare una Lega Santa contro i turchi, diventato consigliere e confessore dell'imperatore Leopoldo I, Marco riesce a coalizzare gli sforzi di Spagna, Portogallo, Polonia, Firenze, Venezia e Genova.Alla vigilia dello scontro, affidate alla Vergine Maria le sorti di Vienna, il frate cappuccino si rivolge a Dio con questa supplica: "O grande Dio degli eserciti, guardaci prostrati qui ai piedi della tua maestà, per impetrarti il perdono delle nostre colpe. Sappiamo bene di aver meritato che gl'infedeli impugnino le armi per opprimerci, perché le iniquità, che ogni giorno commettiamo contro la tua bontà, hanno giustamente provocato la tua ira [...] Non dimenticare, o Signore, che, se tu permetterai che gl'infedeli prevalgano su di noi, essi bestemmieranno il tuo santo Nome e derideranno la tua potenza, ripetendo mille volte: ‘Dov'è il loro Dio, quel Dio che non ha potuto liberarli dalle nostre mani?' Non permettere, o Signore, che ti si rinfacci di aver permesso la furia dei lupi, proprio quando t'invocavamo nella nostra miserevole angoscia. Vieni a soccorrerci, o gran Dio delle battaglie!".Mentre Vienna è in preghiera, dopo aver celebrato la messa sulla collina di Kahlenberg davanti a tutto l'esercito, rivolto a Sobieski Marco grida: Iohannes vinces (Giovanni vincerai). La vittoria dell'esercito cristiano sull'esercito turco è una disfatta di proporzioni incalcolabili quanto impreviste. Al punto che Maometto IV invierà al suo gran visir una corda di seta verde invitandolo a mettere fine alla sua vita con quella. L'indomani, mentre si dice che i pasticceri viennesi inventino i cornetti, un dolce a forma di mezzaluna, nella chiesa della Madonna di Loreto viene celebrato il solenne Te Deum di ringraziamento e Innocenzo XI, attribuendo la vittoria all'intercessione della Vergine Maria, decide di festeggiare lo scampato pericolo istituendo il 12 settembre la festa del Santo Nome di Maria.Al contrario dell'Occidente cristiano che non sa più chi sia e che, di conseguenza, ha perso la memoria, l'islam la storia la ricorda bene. Dopo trecentodiciotto anni, un 11 settembre, l'11 settembre del 2001, l'islam è in grado di prendere la rivincita e le torri di Manhattan crollano.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6579LIBERTA' RELIGIOSA VIOLATA PER 5 MILIARDI DI PERSONEIl Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo 2021, pubblicato dalla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) e giunto alla sua XV edizione, evidenzia che in una nazione su tre si registrano gravi violazioni della libertà religiosa. Secondo lo studio, presentato oggi ufficialmente a Roma con la partecipazione di Asia Bibi (in collegamento) e in altre grandi città in tutto il mondo, questo diritto fondamentale non è stato rispettato in 62 dei 196 Paesi sovrani (31,6% del totale) nel biennio 2018-2020.IL CALIFFATO TRANSCONTINENTALE E L'ABUSO DELLA TECNOLOGIA DIGITALE«In 26 di queste nazioni si soffre la persecuzione», dichiara Alessandro Monteduro, direttore di Acs Italia. «Nove Paesi per la prima volta si sono aggiunti alla lista: sette in Africa (Burkina Faso, Camerun, Ciad, Comore, Repubblica Democratica del Congo, Mali e Mozambico) e due in Asia (Malesia e Sri Lanka). La causa principale è la progressiva radicalizzazione del continente africano, specie nelle aree sub-sahariana e orientale, dove la presenza di gruppi jihadisti è notevolmente aumentata», prosegue Monteduro.Violazioni della libertà religiosa si sono verificate nel 42% delle nazioni africane. Burkina Faso e Mozambico rappresentano due casi eclatanti. «Questa radicalizzazione non si limita tuttavia all'Africa. Il Rapporto - sottolinea Monteduro - descrive il consolidamento di un network islamista transnazionale che si estende dal Mali al Mozambico, dalle Comore nell'Oceano Indiano alle Filippine nel Mar Cinese Meridionale, il cui scopo è creare un sedicente califfato transcontinentale».Il Rapporto evidenzia una nuova frontiera: l'abuso della tecnologia digitale, delle cyber networks, della sorveglianza di massa basata sull'intelligenza artificiale (Ai) e sulla tecnologia del riconoscimento facciale per assicurare un maggiore controllo con finalità discriminatorie. Questo fenomeno è evidente soprattutto in Cina, dove il Partito Comunista sta reprimendo i gruppi religiosi con l'ausilio di 626 milioni di telecamere di sorveglianza con tecnologia Ai e con l'aiuto dei sensori degli smartphone. Anche i gruppi jihadisti stanno impiegando la tecnologia digitale per favorire la radicalizzazione e per il reclutamento di nuovi terroristi.In 42 Paesi (21% del totale), abbandonare o cambiare la propria religione può determinare gravi conseguenze legali e/o sociali, con uno spettro di possibili conseguenze che va dall'ostracismo familiare alla pena di morte. La ricerca di Acs denuncia anche l'incremento della violenza sessuale impiegata come un'arma contro le minoranze religiose, in particolare i crimini contro donne adulte e minorenni le quali vengono rapite, violentate e costrette a ripudiare la loro fede per abbracciare coattivamente quella maggioritaria.LA PERSECUZIONE "EDUCATA" E L'IMPATTO DEL COVID-19Il 67% circa della popolazione mondiale, pari a circa 5,2 miliardi di persone, vive attualmente in nazioni in cui si verificano gravi violazioni della libertà religiosa. Fra di esse vi sono quelle più popolose: Cina, India e Pakistan. Anche la persecuzione religiosa da parte dei governi autoritari si è intensificata. La promozione della supremazia etnica e religiosa in alcune nazioni asiatiche a maggioranza indù e buddista ha contribuito a intensificare l'oppressione ai danni delle minoranze, riducendone spesso i componenti a livello di cittadini di seconda classe. L'India rappresenta il caso più eclatante, ma tali politiche vengono applicate anche in Pakistan, Nepal, Sri Lanka e Myanmar.In Occidente si registra una diffusione della «persecuzione educata», secondo l'espressione coniata da papa Francesco per descrivere il conflitto fra le nuove tendenze culturali e i diritti individuali alla libertà di coscienza, conflitto a causa del quale la religione viene relegata nel ristretto perimetro dei luoghi di culto.Il Rapporto fa cenno anche al profondo impatto della pandemia da Covid-19 sul diritto alla libertà religiosa. A fronte di una tale emergenza, i governi hanno ritenuto necessario imporre misure straordinarie, applicando in alcuni casi limitazioni sproporzionate al culto religioso, specie se confrontate con quelle imposte ad altre attività secolari. In alcuni paesi, come ad esempio il Pakistan e l'India, gli aiuti umanitari sono stati negati alle minoranze religiose. La pandemia è stata utilizzata specie nei social network quale pretesto per stigmatizzare alcuni gruppi religiosi accusati di aver diffuso o addirittura causato la pandemia.Secondo Alfredo Mantovano, presidente di Acs Italia, «a causa della pandemia ci siamo abituati a ragionare e a operare in termini di zone rosse, zone arancione, e così via, a seconda dell'intensità del contagio. Il Rapporto adopera da 22 anni la differente intensità dei colori per rendere visivamente chiara l'intensità della persecuzione religiosa nel mondo. Ma nel Rapporto ai colori non corrisponde la tipologia di esercizi commerciali che possono stare aperti o che devono chiudere. Le restrizioni», prosegue Mantovano, «attengono all'esercizio di un diritto umano fondamentale, dai luoghi nei quali la condanna a morte colpisce chi mostra in pubblico i segni della propria fede, a quelli che sono teatro tragico dell'uso seriale e programmato della violenza sessuale nei confronti delle giovani donne colpevoli di appartenere a una comunità religiosa da cancellare», conclude il presidente di Acs Italia.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6559COPRIFUOCO DURO PER I CRISTIANI IN EUROPA, MENTRE PER I MUSULMANI... di Mauro FaverzaniInutile illudersi. L'islam è islam. E vani sono i tentativi d'occidentalizzarlo o di "democratizzarlo" (ammesso che, in merito, l'Europa abbia realmente qualcosa da insegnare e modelli da "esportare"). Ma non tutti lo capiscono, c'è chi ancora si ostina.Come la Germania. Si è saputo che in dieci anni ha concesso oltre 750 milioni di euro «per erigere istituzioni democratiche» nei Paesi, che furono teatro delle cosiddette «primavere arabe». Benché anche Berlino le consideri un sostanziale fallimento, alla fin fine ritiene che per certi cambiamenti politici occorrano anni. Da qui i rubinetti ancora abbondantemente aperti. Non solo. Il ministro degli Affari esteri tedesco, Heiko Maas, ha evidenziato come il suo governo sia il solo a dare ancora credito ad un'eventuale svolta "democratica" di quei Paesi, chissà perché...Le «primavere arabe» - val la pena ricordarlo - iniziarono nel dicembre 2010 e coinvolsero una dozzina di Stati del Nord-Africa e del Medio Oriente, dalla Tunisia all'Egitto, dallo Yemen alla Siria sino alla Libia; ma le riforme invocate in piazza e finanziate in buona parte da agenzie straniere (come, ad esempio, la Open Society Foundation di George Soros, secondo quanto dichiarato dalla rivista Eurasia) si tradussero, in realtà, in una recrudescenza di assolutismi, di radicalismi e di terrorismo islamico dagli effetti devastanti. Perché finanziare ancora tutto questo? Ed a chi sono andati quei 750 milioni di euro tedeschi? Per farne che?LIBERTÀ PER IL RAMADANEppure la sudditanza, la voglia matta di cancel culture e la sostanziale ignavia dell'Occidente nei confronti dell'islam partono anche dalle piccole cose (che poi tanto piccole non sono...) di casa nostra. Lo scorso 13 aprile ha avuto inizio il periodo del Ramadan, che si concluderà il prossimo 12 maggio. Ebbene, secondo quanto pubblicato da Le Figaro, «la direzione dipartimentale dell'Hérault avrebbe ricevuto un'informativa dal ministero dell'Interno, con cui si comunica che una certa "tolleranza venga accordata" ai "fedeli" [musulmani-NdR], che desiderino pregare al mattino, prima del termine previsto per il coprifuoco"». Lo stesso dicasi alla sera. E non si tratta di una concessione isolata, poiché è stata fatta anche altrove. Prosegue, infatti, l'articolo del prestigioso quotidiano francese: «Nel Tarn le forze dell'ordine sono state incaricate dalla Prefettura di non sanzionare i musulmani circolanti» durante il coprifuoco imposto con l'emergenza Covid, né di verbalizzare eventuali «assembramenti in strada o nei pressi delle moschee» o ancora «consegne di cibo ad amici e familiari». Indicazioni analoghe anche nel dipartimento della Gironda. Una disponibilità al «deconfinamento», che si scontra col pugno duro viceversa utilizzato nei confronti dei cattolici per l'intero periodo della Quaresima, quando non furono ammesse né concessioni, né deroghe alle norme previste.Stesso copione in Spagna, dove il presidente della Città autonoma di Melilla, Eduardo de Castro, dallo scorso 22 aprile, su richiesta della locale Commissione islamica, ha fatto ampie concessioni circa il coprifuoco sia per gli spostamenti che per gli assembramenti, affinché i musulmani, durante il Ramadan, possano riunirsi in preghiera nelle moschee. È lo stesso presidente, che viceversa a febbraio decretò la chiusura domenicale delle chiese dalle otto del mattino sino a mezzanotte, per "contenere" la pandemia, nonostante le proteste del Vicariato episcopale.IL CASO DELLA TUNISIAProvvedimenti ampiamente discriminatori, ma dovrebbe far riflettere quanto accaduto in Tunisia, dove si è registrato un rapido e preoccupante incremento dei casi di Covid-19 proprio a partire dall'inizio del Ramadan: qui si è passati, infatti, nel giro di soli dieci giorni da 1.079 a 2.305 casi di contagio. Segno evidente di come certe concessioni siano decisamente fuori luogo. Per questo le autorità hanno mantenuto il coprifuoco, forse ricorreranno anche alla chiusura delle frontiere con Libia e Francia, al fine di contenere gli spostamenti, soprattutto in zone considerate a rischio. Ma il Paese non può alzare troppe barriere, per evitare la crisi economica prima e sociale poi: il settore turistico, principale fonte di entrate, ha subìto l'anno scorso un calo degli introiti pari al 65% e non può permettersi il bis, ragion per cui non sarà troppo esigente sul fronte sanitario nei confronti dei vacanzieri, intenzionati a trascorrere qui le proprie ferie.La Tunisia ha almeno l'attenuante di doversi salvare dalla bancarotta. L'Occidente, invece, non si capisce per quale motivo sia così rigido nei confronti dei cattolici e stranamente così blando nei confronti dei musulmani.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6556INCUBO TERRORISMO IN FRANCIA... MA IN TELEVISIONE NESSUNO CE LO DICE di Caterina GiojelliQuartiere popolare di Devèze a Béziers (Hérault, sud della Francia). È la notte del 4 aprile, l'orologio segna l'1.55, quando le forze dell'antiterrorismo e della Direction générale de la sécurité intérieure (Dgsi) sfondano la porta dell'appartamento della famiglia B. Le quattro donne presenti, una madre e le sue tre figlie, finiscono in manette mentre inizia la perquisizione.Pochi giorni prima la Dgsi aveva ricevuto una segnalazione dall'intelligence: una giovane francese convertita all'islam si appresta a compiere un attentato nel weekend di Pasqua, aggredendo i fedeli di una chiesa di Montpellier o Strasburgo con una sciabola. I servizi di sicurezza marocchini hanno individuato il suo account e pseudonimo Telegram, "Ab-2770" e l'indirizzo Ip da cui si connette postando video dei bambini soldato dell'Isis che giustiziano ostaggi: corrisponde a quello della signora B.Coltelli, sure, la testa di PatyInizia come un film, la straordinaria inchiesta pubblicata da Le Parisien sull'arresto di Leila B., la diciottenne incriminata per associazione terroristica internazionale che prometteva di dare il proprio sangue per spargere quello cristiano. Una vendetta meditata e raccontata nel suo spaventoso diario di adolescente trovato la notte dell'irruzione, quando, spalancando la porta della stanza di Leila, gli agenti si sono trovati davanti a un santuario dell'orrore: al muro è appeso un poster delle Torri gemelle in fiamme, stampe del corpo mutilato di Samuel Paty, sul comodino un coltello da cucina da 30 centimetri.E poi bottiglie di acido solforico, acetone, alcolici metilati, siringhe, cavi elettrici, ingredienti per fabbricare ordigni esplosivi, tracce di bruciature sul pavimento, bottiglie collegate con cavi alla batteria di un cellulare, sure che incitano al jihad. Scrive Le Parisien: «Non ha la personalità di un'ordinaria apprendista terrorista. Leila B. cresce in un ambiente socialmente e culturalmente svantaggiato. Terza di cinque figli, il più piccolo dato in affido, figlia di un padre alcolizzato e gravemente malato, ha abbandonato due anni fa la scuola dopo essere stata espulsa da un corso professionale di moda in un liceo di Béziers. Da allora ha passato le giornate chiusa nella sua stanza, arrivando a smontare la maniglia della porta perché nessuno potesse entrarvi, uscendo in rare occasioni e parlando solo con sua madre».ANDRÒ A FARE UN MASSACRO AL LICEO, TAGLIERÒ TESTENella sua stanza Leila passa le giornate sui siti "gore", i più macabri e pericolosi del deep web. Guarda e riguarda i video delle stragi scolastiche, come il massacro della Columbine High School, e le decapitazioni diffuse dai fanatici dell'Isis. Ha già una denuncia all'attivo: ha minacciato una studentessa su Instagram, ha affermato che avrebbe ammazzato qualcuno sparando dal balcone prima di suicidarsi. La polizia l'ha già interrogata, «mi piace guardare le persone decapitate, vedere qualcuno che soffre, vedere chi taglia la testa, la morte», ha ammesso agli agenti. Fantasie macabre, eppure c'è molto più di quanto temeva l'intelligence nel suo diario, dove la ragazza annota il sogno di comprare «fucili d'assalto» e uccidere «centinaia» di persone, arrivando a pianificare l'assalto della sua ex scuola:«Il D-Day mi alzerò al mattino, preparerò tutto in anticipo. Verso le 9-10 ucciderò uno dei miei vicini e poi deciderò se ucciderne altri tre [...]. Dopodiché andrò al liceo e inizierò il massacro. Farò saltare in aria, distruggerò cose, ucciderò tutte le persone sul mio cammino. Il piano dettagliato consiste in bombe posizionate in luoghi diversi, saranno posizionate in anticipo».Al di là dei "sogni", c'è soprattutto nel suo diario la piantina della chiesa di Béziers, su cui affaccia la finestra della sua stanza, annotazione degli orari di apertura, punti di ritrovo, appunti e aggiornamenti sulle fasi di produzione degli esplosivi. E poi ci sono le conversazioni e i messaggi intercettati con i soggetti radicalizzati con cui discuteva su Telegram: «Ucciderò i cristiani. Taglierò teste. Ucciderò la gente di chiesa, sì, a Montpellier in Francia». Interrogata, la ragazza spiega di non essere musulmana praticante, ma di essere attratta da nazismo e jihadismo. Fa anche parte di un gruppo Telegram neonazi, "Atomwaffen Command", ma solo per «spaventare le persone».METTERÒ IN CHIESA UNA BOMBA: UCCIDERÒ I CRISTIANITuttavia il suo delirio l'ha resa facile preda di un uomo che le racconta di vivere in Turchia: è stato lui, spiega la ragazzina, a proporle un attacco coordinato «a una chiesa o a una sinagoga con le armi. Attentati suicidi. Dovevamo colpire lo stesso posto, Strasburgo o Montpellier, non era deciso [...]. Sapeva che avevo l'attrezzatura per fabbricare bombe, gli avevo mandato una foto [...]. Ho disegnato in poco tempo la pianta della chiesa che vedevo dalla mia finestra. Volevo creare una bomba con il Tatp (esplosivo da fabbricare in casa con ingredienti reperibili facilmente e in voga tra attentatori suicidi dell'Isis, già usato dai terroristi di Parigi e Bruxelles, ndr), volevo mettere questa bomba in chiesa. Ma non avevo ancora deciso quando l'avrei fatta esplodere, né l'ora né la data».«E adesso? E domani? Dopo le lacrime e gli omaggi, dopo i grandi discorsi e le manifestazioni, dopo gli hashtag, che cosa succederà? Continueremo con i compromessi davanti alla minaccia islamista o ci risveglieremo, opponendo alla guerra che ci è stata dichiarata un'altra guerra? Questa è la sola domanda che dobbiamo farci», scriveva il direttore del Figaro, Alexis Brézet, in seguito alle manifestazioni per ricordare Paty, il professore pugnalato e decapitato in Francia a Conflans-Sainte-Honorine da un diciottenne, attaccando islamisti e radicalizzati che tengono in ostaggio scuole e giovani di Francia.Scuole in cui il 40 per cento degli insegnanti «si "autocensura" su alcuni temi per non creare incidenti» (è ancora Brézet), attivisti che «non avranno armato direttamente la mano dell'assassino, ma hanno senza dubbio ispirato il suo gesto». Nel tempo permeato dal dubbio, in una Francia che come spiegava a Tempi Christophe Desmurger - insegnante delle elementari a Parigi, tra i primi a denunciare la radicalizzazione dei giovani musulmani - ha scoperto bambini diventare «assassini nel nome di una causa malata», ideologie e soluzioni radicali corrono sul web, si fanno strada oltre la scuola, entrano nelle camere degli adolescenti: «Sono le 12:11, mi sono appena svegliata e ho molte cose da fare. Devo andare a comprare un vestito, acqua ossigenata, un contenitore di vetro [...]. Presto sarà tutto finito, presto mi vendicherò. D'ora in poi nessuno potrà fermarmi», scriveva Leila B. nel suo diario.Nota di BastaBugie: l'articolo seguente dal titolo "Assassinio + cannabis = penalmente irresponsabile" mette in luce l'episodio di un musulmano che in Francia ha ucciso una madre di tre figli al solito grido di "Allah Akbar" e non è stato ritenuto colpevole dal tribunale perché, poverino, era sotto l'effetto di uno spinello.Ecco l'articolo completo pubblicato su Tempi il 26 aprile 2021:Migliaia di persone si sono riversate nelle piazze francesi - ma anche in alcune piazze europee, come a Roma - per chiedere giustizia per Sarah Halimi, la donna ebrea di 65 anni che fu uccisa a Parigi il 4 aprile 2017 da Kobili Traorè, 27enne musulmano.Quel giorno la donna, madre di tre figli, fu aggredita e gettata da una finestra dall'uomo, suo vicino di casa. Mentre la uccideva, Traorè recitava versetti del Corano e urlava «Allah Akbar» e «ho ucciso Satana». Ma la Corte di Cassazione nel dicembre del 2019 ha sentenziato che l'assassino non può essere processato e il 14 aprile ha confermato il verdetto.Secondo i giudici, infatti, l'uomo non può essere ritenuto colpevole in quanto «penalmente irresponsabile». Tre diverse perizie - non concordi tra loro - hanno appurato che, trovandosi egli sotto gli effetti della cannabis, non era capace di intendere e volere.Secondo l'articolo 122-1 del codice penale non è perseguibile chi soffre di disturbi psicotici. Era questa, secondo i giudici, la situazione in cui si trovava Traorè, reo confesso, che fumava «fino a 15 spinelli al giorno». La Corte ha riconosciuto il carattere antisemita dell'omicidio, ma non ha mandato a processo il musulmano.Ieri sono sfilate per le strade parigine 22 mila persone che hanno scandito lo slogan «Senza giustizia, non esiste la Repubblica». Veementi sono state le reazioni in tutto il paese di fronte a una decisione che è percepita come profondamente ingiusta e irrazionale. [...]Il Consiglio superiore della magistratura è però intervenuto in difesa dei giudici: «L'istituzione giudiziaria deve poter continuare a giudicare, libera da pressioni, con completa indipendenza e imparzialità»
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6544LA SVIZZERA DICE NO AL BURQA di Lorenza FormicolaDomenica gli svizzeri hanno votato a maggioranza ristretta a favore del divieto di nascondere il volto. Un segnale forte contro l'islam e l'islamizzazione d'Europa, per chi lo ha proposto; iniziativa xenofoba e sessista per gli altri.Votando contro l'uso del velo integrale nella sfera pubblica, la Svizzera si unisce a Francia, Austria, Bulgaria, Belgio e Danimarca, dopo anni di dibattiti. Le Courrier si domanda se la Svizzera abbia "paura del burqa o dell'islam", Liberation sul confine della xenofobia e islamofobia.Il testo, proposto dal partito di destra Udc, ha ottenuto il 51,21% dei voti e la maggioranza dei cantoni, come raccontano i risultati ufficiali pubblicati dal governo federale. Il referendum non faceva riferimento a burqa o niqab esplicitamente, motivo per cui da oggi in Svizzera sarà vietato coprirsi integralmente il viso in pubblico in qualsiasi occasione. Il che vale anche per i manifestanti incappucciati, ma sono previste eccezioni per i luoghi di culto. Dalle urne elvetiche sono usciti, domenica 7 marzo 2021, così, contemporaneamente un ‘sì' all'iniziativa popolare per il divieto di velarsi e un ‘no' alla legge sull'identità elettronica, che prevedeva un sistema misto, pubblico-privato, per la gestione dell'identità digitale per gli acquisti online.SCONFITTE IPOCRISIA E RETORICAPer entrambi i quesiti identitari, il Comitato di Egerkingen, animato dall'Udc, destra moderata e primo partito svizzero, ottiene una vittoria. Il quesito sull'identità digitale era stato promosso da ecologisti e socialisti. E in questo caso la vittoria del fronte referendario è andata addirittura al di là dei sondaggi, oltrepassando ampiamente il 60% dei no. In 18 Cantoni su 23 hanno sostenuto, e quindi approvato, l'iniziativa referendaria. In testa il Giura (60,7% di sì), seguito dal Ticino e da Svitto. Interessanti i risultati del Vallese (58,3% di sì) e di Friburgo (55,9% di sì). "Significativo che i cinque cantoni citati siano rispettivamente francofono, italofono, tedescofono e gli ultimi due bilingui francese-tedesco", scrive Giuseppe Rusconi sul sito Rossoporpora.org.Alla vigilia della festa della donna, la Svizzera mette così di fatto al bando il burqa nei luoghi pubblici. E stende un velo su ipocrisia e retorica. Anche se già quando si annunciò il referendum si parlava di "razzismo". Oggi la querelle è solo più esasperata. In Italia, nel 2009, fu Souad Sbai a proporre l'abolizione del velo islamico con una proposta di legge presentata in Parlamento. Inutile scrivere che quella legge non vide mai la luce. Nel commentare il risultato del referendum la Sbai dichiara, "È una bellissima notizia. La mia proposta di legge del 2009 fu fermata da una richiesta mandata all'allora Presidente della Repubblica, Ciampi. Tra i firmatari di questa petizione c'erano alcuni personaggi che, a distanza di qualche anno, si recarono in Siria per combattere con l'Isis. In ogni caso, è un bell' 8 marzo. Spero che l'Occidente apra gli occhi su questo, perché non è vero che danneggia la libertà della donna. Sì, qualcuna non uscirà di casa, ma tante avranno la libertà e non saranno sottomesse, come forse vorrebbero alcune donne di sinistra. Oggi saranno arrabbiati radicali e estremisti che vedono la donna come loro proprietà". E aggiunge, "forse questa legge darà fastidio anche agli esponenti di una certa sinistra. A questo punto, speriamo che in tanti prendano esempio e abbiano il coraggio di dire ‘no' all'estremismo islamista che avanza, e rallentarne il processo. Questa legge - conclude Souad Sbai - è più che altro rivolta alla sicurezza. Quante persone possono nascondersi dietro a quel burqa e niqab e passare inosservate, magari per compiere un atto terroristico?".IL VELO RAPPRESENTA LA CHIUSURA CONTRO LA CULTURA EUROPEACertamente il tema della sicurezza è al centro delle istanze che hanno spinto anche gli altri Paesi europei a muoversi nella stessa direzione. Ma la verità è che il dibattito ossessionato dal razzismo denuncia un'ignoranza di fondo sul velo e sul suo significato per giornalisti, analisti e politici. È piuttosto insignificante l'idea per cui, presi singolarmente gli elementi dell'islam, possano risultare innocui. Compongono l'ampiezza del sistema politico che è l'islam.Lo hijab, il burqa e il niqab non hanno mai rappresentato un dogma della religione islamica, e non sono un simbolo religioso. Il primo ad utilizzare la parola "velo" fu il giurista Ibn Taymiyya nel XIV Secolo. E lo fece prendendo spunto dal versetto 31 della sura 24 del Corano. Dal velarsi al velo. Da azione ad oggetto, fu questo il passaggio. Nasce per creare un confine che separi, che respinga gli sguardi. Nel mondo islamico, infatti, è ovunque sottolineato come la donna non debba guardare e soprattutto non debba farsi guardare. Per l'islam la femminilità è associata alla concupiscenza e il sesso femminile è associato al disordine. Il velo è allora lo strumento per conseguire l'obiettivo della purezza.Ma non solo. Nel mutamento linguistico s'inserisce anche quello di carattere sociale. Il credente si trova costretto a scontrarsi con l'essere musulmani in una società a maggioranza non musulmana, l'Occidente. E allora il velo rappresenta la chiusura contro la cultura europea. Nega la libertà come fattore di "occidentalizzazione", e inventa regole giuridiche per tenere sotto controllo la propria gente e l'islam stesso.Oggi più che mai il velo non è un look islamico, ma la differenza che corre tra un donna di Allah e tutte le altre donne. È, quello sì, razzismo puro.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6526ALL'ISLAM PIACE L'EUROPA E... VUOLE CONQUISTARLA A TUTTI I COSTI di Mauro FaverzaniUna cosa è certa. All'islam l'Europa piace. Al punto da farne spesso campo per la jihad. Presente e futura. Lo confermano le cronache dei giorni scorsi.In Spagna l'intelligence della Polizia Nazionale, in collaborazione con l'Europol, è riuscita a smantellare una banda dedita al finanziamento del terrorismo camuffato da donazioni per i bambini orfani siriani: il denaro, in realtà, è stato raccolto presso la moschea Abu-Bakr di Madrid, seconda per importanza nella capitale, e poi in gran parte inviato all'ong al-Bashaer, legata all'organizzazione jihadista Yeish-al-islam ovvero «Esercito dell'islam», a sua volta collegata al Fronte al-Nusra, in Siria. I soldi finivano così in una scuola di addestramento per futuri mujaheddin gestita dalle milizie di al-Qaeda, dove effettivamente i minori c'erano, sì, ma per imparare ad usar le armi, con cui emulare e vendicare i loro padri caduti in combattimento.Il giudice del Tribunale nazionale, Joaquín Gadea, ha pertanto spedito in galera, con le pesanti accuse d'appartenere ad un'organizzazione terroristica e d'averne finanziato l'attività, Mohamed Hatem Rohaibani, tesoriere dell'Ucide-Unione delle Comunità islamiche di Spagna, che, con le circa 800 realtà religiose aderenti, fa parte della Cie-Commissione Islamica di Spagna, entrambi organismi retti da Ayman Adlbi, già arrestato e poi rilasciato nell'ambito delle stesse indagini, in attesa d'esser chiamato a testimoniare assieme ad un altro individuo, di cui sono state diffuse al momento soltanto le iniziali, M.S.B.K.LE STRATEGIE ISLAMISTEIn effetti, molti sono i gruppi jihadisti, che, in un groviglio quasi inestricabile di sigle, proseguono le azioni terroristiche in Siria, beneficiando delle campagne di reclutamento e dei canali di finanziamento tessuti in Europa, ora nel mirino dei servizi d'intelligence di tutto il mondo. I più importanti sono tre, tutti sunniti: al primo posto si mantiene saldamente al-Qaeda, seguita dall'Isis e dalle milizie di Hayat Tahrir al-Sham, composte per lo più da siriani decisi a riconquistare una fetta del Paese, per imporvi la sharia.In un'intervista pubblicata sul settimanale L'Express il ministro francese per la cittadinanza, Marlène Schiappa, ha sollevato il caso dei 2,5 milioni di finanziamento inviati dalla giunta municipale di Strasburgo all'associazione islamica Millî Görűs, evocando pericolose prossimità ideologiche tra il sindaco, Jeanne Barseghian, esponente della lista EELV-Europa Ecologia I Verdi, e l'islam politico. Il contributo, destinato alla costruzione di un grande centro religioso comprendente la moschea, è permesso dalla legge francese, che non applica il principio di «laïcité» in tre dipartimenti della regione del Grande Est, di cui Strasburgo è capoluogo. Ciò detto, va anche aggiunto che l'associazione Millî Görűs si trova attualmente nel mirino del ministero dell'Interno francese, per il fatto d'essersi rifiutata di firmare la Carta sul rispetto dei valori della Repubblica e del principio di laicità (con annessi appositi corsi di formazione), imposta a tutti i soggetti morali pubblici e privati, specialmente se beneficiari di fondi pubblici. E c'è un precedente: i soldi dati dal sindaco di Grenoble, Eric Piolle, pure dell'EELV¸ al CCIF-Collettivo contro l'islamofobia in Francia, sorto nel 2003 e disciolto l'anno scorso con apposito decreto del consiglio dei ministri, poiché ritenuto dal ministro dell'Interno, Gérald Darmanin, «un'officina islamista operante contro la Repubblica».DANTE CENSURATOTutto ciò appartiene, del resto, a quella sorta di «cultura dell'annullamento» e di sottomissione ideologica all'islam, di cui è preda parte dell'Occidente e dell'Europa in particolare, come hanno confermato anche le recenti celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri.In Italia han fatto clamore le sconcertanti critiche rivolte dal giornalista tedesco Arno Widmann al Poeta, pubblicate dal quotidiano Frankfurter Rundschau, critiche smontate da un altro tedesco, Eike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi di Firenze, per il quale le affermazioni del suo connazionale denoterebbero «una totale ignoranza dell'argomento. Widmann è un personaggio di forte vis polemica, che ha sempre fatto parlare di sé grazie a teorie volutamente provocatorie oppure, talvolta, di complotto. La sua opinione non coincide affatto con l'opinione generale su Dante in Germania, non rappresenta nemmeno una corrente di pensiero». Peccato che abbia trovato spazio però su di un giornale regionale autorevole e con una tiratura di oltre 180 mila copie.Ma c'è di peggio: come la traduzione fiamminga "islamofila" della Divina Commedia, curata da Lies Lavrijsen, diffusa in Belgio ed in Olanda, epurata da qualsiasi riferimento a Maometto. Non stupisce che, in Italia, la notizia sia stata riferita in modo asettico dal quotidiano della Cei Avvenire, che, guardandosi bene dal difendere l'originale del testo sfregiato ed il relativo autore, si limita a commentare come «la posizione di Dante nei confronti della cultura arabo-musulmana» sia «molto complessa». Solo l'europarlamentare Silvia Sardone della Lega ha espresso su Facebook, in modo esplicito, il proprio sdegno: «Purtroppo in Europa invece di celebrare il Poeta si arriva a censurarlo - ha scritto - Per i buonisti di oggi bisogna cancellare persino la storia della letteratura. Dante, per qualcuno, è razzista, islamofobo e poco inclusivo. Ma ci rendiamo conto?». Già, ci rendiamo conto? Titolo originale: Europa, campo per la jihad dell'islamFonte: Radio Roma Libera, 29 marzo 2021Pubblicato su BastaBugie n. 710
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6509IL VIAGGIO DEL PAPA E LA DRAMMATICA SITUAZIONE DEI CRISTIANI PERSEGUITATI IN IRAQFino a trent'anni fa la popolazione di Bartella era al 100% cristiana, poi è passato l'Isis e poi gli shabak sciiti con la loro pulizia etnico-religiosa (VIDEO: la città cristiana invasa dai musulmani)di Leone Grotti«Siamo felici che arrivi il Papa perché qui aspettiamo un difensore, qualcuno che dica alle autorità politiche, religiose e militari: basta perseguitare i cristiani. Perché quello che stanno facendo qui ha un solo nome: pulizia etnico-religiosa». La città di Bartella dista appena 15 chilometri da Qaraqosh, ma sembra di entrare in un altro mondo. Gli stessi pali della luce che nella città principale della Piana di Ninive ospitano i cartelloni di benvenuto a papa Francesco, qui sono disseminati di bandiere nere e immagini del generale iraniano Qasem Soleimani, ucciso dagli americani a Baghdad il 3 gennaio dell’anno scorso. È un chiaro segnale di chi comanda ormai nella città storicamente cristiana: gli shabak, etnia di fede sciita.Come Qaraqosh, anche Bartella ha subìto le angherie e le violenze dell’Isis, e anche qui solo il 30-50 per cento dei cristiani che vi abitavano prima del 2014 ha fatto ritorno. Gli shabak invece sono aumentati di numero e sono riusciti a prendere il controllo della città, sia dal punto di vista amministrativo che militare. La forza di polizia che controlla la città, infatti, è formata dalla 30esima Brigata delle Pmf (Forze di moblitazione popolare), che è formata da shabak e da membri dell’organizzazione Badr (sciiti filo-iraniani del Sud), che non perdono occasione per discriminare e angariare i cristiani.IL NOSTRO INCUBO PEGGIOREDi fianco alla parrocchia di San Giorgio è di stanza il distaccamento di una milizia cristiana, a guardia della chiesa e della zona circostante. La loro presenza è fondamentale: nel 2018 un commando di shabak si è presentato davanti alla chiesa armato di kalashnikov, sparando in aria, poi ha fatto irruzione dentro i locali della parrocchia, terrorizzando i fedeli. Nessuno è stato ferito, lo scopo era lanciare un avvertimento: dovete andarvene.Chiediamo ai soldati cristiani il permesso di girare la città, per fotografare come gli sciiti se ne sono impossessati, ma non ce lo permettono. La tensione è troppo alta e percorrere le strade con una telecamera è sconsigliato. Accettano solo di farci vedere il quartiere attorno alla chiesa, distrutto dalla guerra, ma solo sotto scorta di un soldato armato. L’impronta dell’Isis, come a Qaraqosh, è dovunque: palazzi sventrati, case diroccate, crateri grandi quanto campi da tennis, polvere e macerie dappertutto immerse in un silenzio surreale.Padre Behnam Benoka è nato nel 1978 a Bartella e denuncia senza mezzi termini quello che sta avvenendo in città: «L’Isis è acqua passata. Qui il nostro incubo peggiore porta un altro nome: Shabak», ci confida accogliendoci in canonica. «Vogliono cacciarci dalla nostra città per islamizzarla. Stanno mettendo in atto un’operazione di pulizia etnico-religiosa. Ormai parlano apertamente di fondare uno Shabakistan. Le loro bandiere nere non hanno scritte, ma sono uguali a quelle dell’Isis. I cristiani hanno paura: si sentono estranei a casa loro».SADDAM, IL CALIFFATO, L’INVASIONE MUSULMANAL’invasione degli shabak a Bartella è iniziata negli anni Ottanta sotto Saddam Hussein, che ha creato nelle città della Piana di Ninive dei quartieri per i militari, confiscando la terra ai cristiani e costruendovi sopra case e moschee, laddove prima c’erano solo chiese. Era una strategia ben studiata: «Indebolire i cristiani per arrivare a cacciarli in futuro». La differenza tra Bartella e Qaraqosh è che in quest’ultima città i cristiani hanno subito raccolto un’ingente quantità di denaro per convincere i musulmani a rivendere loro la terra. Così sono riusciti a preservare l’identità cristiana della città: Bartella non è stata altrettanto fortunata o lungimirante.Fino al 2003, però, Saddam Hussein teneva a bada i musulmani stanziati nelle città cristiane. A partire dall’invasione americana, invece, la situazione è cambiata radicalmente. Gli shabak alzano al massimo il volume degli altoparlanti delle moschee, che vengono puntati verso le case dei cristiani e verso le chiese. La polizia molesta apertamente le donne e i bambini, per spaventarli nella speranza di convincerli ad andarsene.Dopo il 2003 l’amministrazione di Bartella, che è sciita, ha spostato da Mosul oltre 5.000 famiglie shabak, anch’esse perseguitate dai jihadisti sunniti, e invece di farle trasferire nei villaggi storicamente appartenenti all’etnia, le ha fatte risiedere in città, dando loro terre da coltivare su cui i musulmani hanno costruito, in barba alla legge, quartieri residenziali. «Qui non succede come da voi in Europa. Magari dal Sud ci si sposta al Nord per studiare o lavorare, ed è normale. Qui invece i musulmani vengono spostati nella nostra città per invaderci e sbarazzarsi di noi», riassume padre Behnam. Il risultato è che se fino a 30 anni fa la città era al 100 per cento cristiana, dopo il 2003 è diventata al 60 per cento cristiana e al 40 shabak. Dopo l’invasione dell’Isis, invece, i cristiani sono diventati una minoranza.Il cambiamento demografico è stato così imponente negli ultimi anni che se prima i cristiani riuscivano a eleggere 7 o 8 membri nel Consiglio distrettuale di Al Hamdaniya, che comprende molte città della Piana di Ninive, ora potrebbero non averne più neanche uno. A Bartella i cristiani erano più di 15 mila nel 2014: oggi forse raggiungono la metà. «Prima avevamo peso politico ed economico. Ora i musulmani ci rubano anche il lavoro e siamo diventati quasi dei mendicanti: ecco perché non possiamo ricostruire da noi stessi le case distrutte dall’Isis. L’ultimo elemento che rende gravissima la nostra situazione è l’emigrazione, non solo numerica, ma anche di qualità: a essere fuggiti all’estero sono i nostri medici, professori universitari, ingegneri».Padre Behnam teme davvero che l’identità cristiana sarà presto cancellata. [...]Nota di BastaBugie: nel seguente video (durata: 1 minuto) dal titolo "Bartella, la città cristiana invasa dai musulmani" si può vedere l'attuale situazione nella città descritta nel precedente articolo.https://www.youtube.com/watch?v=XNEIDusI1Q4 Titolo originale: I cristiani di Bartella: «Stanno islamizzando la nostra città. Il Papa ci aiuti»Fonte: Tempi, 3 marzo 2021Pubblicato su BastaBugie n. 707
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6494LIBERATA LA BIMBA CATTOLICA RAPITA, TORTURATA E SPOSATA A FORZA CON UN MUSULMANORacconto terrificante con lieto fine: il tribunale pakistano invalida il matrimonio e la conversione forzata della dodicenne e la restituisce al padre (la madre era morta)di Caterina GiojelliÈ a casa Farah: il giudice Rana Masood Akhtar del tribunale di Faisalabad l'ha restituita al suo papà e ai suoi cinque fratelli, al nonno e alla comunità cattolica che per otto mesi ha battagliato perché fosse liberata. Liberata dal suo aguzzino musulmano, liberata dalle funzionarie preposte a rafforzare in lei la conversione all'islam nella Dar-ul-Aman, liberata dalle umiliazioni di poliziotti e magistrati compiacenti con chi l'aveva rapita, convertita, sposata a forza e ridotta a schiava incatenata in un cortile. Farah Shaheen, orfana di mamma, aveva solo 12 anni il giorno in cui venne sequestrata e costretta a chiamare "marito" un pakistano musulmano di 45 anni.Sorride Farah nelle foto diffuse il giorno del suo rilascio da Aid to the Church in Need, circondata da parenti e una folla di bambini come lei: non c'è traccia dello smarrimento che le abitava gli occhi a dicembre, quando la polizia aveva fatto irruzione nella casa di Khizar Hayat. Qualcuno aveva fatto girare le immagini delle sue caviglie sbendate, mostrando la pelle ridotta a cuoio indurito da piaghe, cicatrici e macchie di sangue raggrumato, segni delle pesanti catene che la piccola si era trascinata tra i liquami del cortile, pulendo lo sterco delle bestie di quell'uomo che la mattina del 25 giugno l'aveva sequestrata, convertita all'islam, stuprata, sposata a forza.LA TANA DELL'AGUZZINOPer mesi il suo papà Asif Masih aveva provato a denunciare il rapimento invocando l'applicazione della legge pakistana che vieta rapporti con i minori, per mesi aveva chiesto indagini su Hayat, principale sospettato. La polizia aveva tergiversato fino al 5 dicembre, quando l'attenzione mediatica sollevata da recenti casi di rapimenti e conversioni forzate di altre ragazzine cattoliche che mettevano in discussione l'operato della giustizia compiacente con i rapitori, li aveva rassegnati a un controllo a sorpresa: la bambina, ritrovata ammanettata mani e piedi in una stanza della casa di Hayat, aveva raccontato terrorizzata la sua storia, quella di una schiavetta obbligata a pulire escrementi fin dall'alba. «Sono una donna libera, l'ho sposato e ho abiurato volontariamente, riportatemi da lui»: perché allora Farah nell'udienza del 23 gennaio aveva supplicato terrorizzata i giudici di riportarla dal suo aguzzino? Che cosa era accaduto nelle settimane successive alla sua liberazione? La stessa cosa capitata alla piccola Arzoo, salvata a novembre da una sentenza ma non dal lavaggio del cervello dei radicali islamici e dalle minacce dei familiari dell'uomo che l'aveva rapita, sposata e violentata: come Arzoo, anche Farah non era stata restituita alla famiglia d'origine, era stata invece condotta alla Dar-ul-Aman, case di accoglienza accreditate dal governo. Lontana dal padre, le funzionarie le avevano messo in mano un rosario islamico, insegnato le preghiere del profeta, obbligandola a recitarle ogni giorno. Era spuntata fuori una anche una perizia medica, denti e genitali, diceva il referto presentato alla Corte, corrispondono a quelli di una ragazza tra i 16 e i 17 anni. A nulla era valso il certificato di nascita, le proteste del padre, il suo corpo da bambina: il giorno dell'udienza, facendo cadere tutte le accuse verso il rapitore, il magistrato non chiese nemmeno a Farah perché suo marito la tenesse in catene.IL RITORNO A CASAPoi, il 16 febbraio, la svolta: «Sia lodato Gesù Cristo, il nostro angioletto Farah è tornato a casa», ha proclamato ad Acn Uk il vescovo Iftikhar Indryas che ha affiancato la famiglia della ragazzina assicurandole assistenza legale nel tentativo disperato di cambiare esito alla sua vicenda giudiziaria. Il giudice Rana Masood Akhtar ha invalidato il matrimonio che non risulta registrato presso alcuna autorità locale. Di più, ha invalidato la perizia medica che attestava la maggiore età della bambina e stabilito che la sua permanenza presso la Dar-ul-Aman non potesse essere protratta a tempo indeterminato: la volontà del padre di accogliere Farah e l'impegno assunto insieme ai famigliari a «impedire a chiunque di arrecare danno alla sua vita e alla sua libertà» ha consentito al tribunale di lasciarla tornare a casa sotto la sua esclusiva responsabilità. Racconta monsignor Indryas che la piccola, sentite le parole del giudice è scoppiata in lacrime di gioia mentre dalle case di amici e parenti scrosciavano applausi e preghiere.La storia di Farah è quella di duemila ragazzine cristiane e indù che lo scorso anno in Pakistan sono state rapite, sottomesse all'islam e ridotte in spose o schiave sessuali di orchi senza scrupoli. Alla piccola di Faisalabad, a Maira, Huma, alla minuscola Arzoo e a un popolo di povere famiglie, vescovi, politici cattolici e coraggiosi avvocati che battagliano per salvarle sfidando la mafia che alimenta matrimoni forzati e sequestri (imam, magistrati, poliziotti corrotti e uno Stato complice) Tempi ha dedicato un ampio servizio sul numero di febbraio. A guidarci nella "terra dei Puri" e tra le storie di ragazzine violentate e umiliate tutti i giorni della loro vita, Shahid Mobeen, fondatore dell'associazione Pakistani cristiani in Italia, amico e consulente di Shahbaz Bhatti, ministro cattolico che sacrificò la sua vita per difendere le minoranze religiose in Pakistan assassinato il 2 marzo 2011 a Islamabad. Nota di BastaBugie: per ricordare chi era Shahbaz Bhatti si possono leggere gli articoli pubblicati nel dossier "Cristiani in Pakistan". Titolo originale: Faisalabad annulla le nozze della sposa-bambina. Farah torna a casaFonte: Tempi, 20 febbraio 2021Pubblicato su BastaBugie n. 705
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6451MACRON FINGE DI COMBATTERE L'ISLAM ILLUDENDOSI DI RENDERLO DEMOCRATICOLa carta dei principi dell'islam è un accordo che non ha nessun valore e serve solo a gettare fumo negli occhi all'opposizione e all'opinione pubblicadi Mauro FaverzaniO l'Eliseo, nonostante l'alto prezzo in vite umane pagato dalla Francia alla jihad, non ha ancora ben compreso quale sia il vero volto dell'islam oppure lo ha compreso, ma, pur di portare a casa l'illusione di un successo politico purchessia, è pronto ad accontentarsi di accordi-papocchio, aventi la stessa consistenza della carta velina, da gettare come fumo negli occhi dell'opposizione e dell'opinione pubblica.Si presenta così l'accordo annunciato sabato scorso dal CFCM-Consiglio francese del culto musulmano circa l'elaborazione di una «carta dei principi» dell'islam; nella più benevola delle ipotesi si può parlare di un'intesa soltanto di massima: il documento, infatti, non è stato ancora convalidato da tutte le federazioni aderenti al CFCM, dopodiché dev'essere trasmesso ad Emmanuel Macron, per cui la versione definitiva del testo non è ancora stata resa pubblica.Ma quel che è trapelato è già sufficiente, per dubitare che siano state poste davvero solide basi per una convivenza pacifica tra islam e Repubblica. Nonostante il ministro dell'Interno, Gérald Darmanin, nel corso di una riunione svoltasi a Beauvau con i leader delle tre principali correnti islamiche, abbia parlato di un «progresso molto significativo» e di un impegno contro «l'islam politico», è certo che il tavolo delle trattative solo un mese fa fosse quasi "saltato" a causa delle divergenze interne, e che il rettore della grande moschea di Parigi, Chems-Eddine Hafiz, alla fine di dicembre, avesse abbandonato clamorosamente le negoziazioni, sbattendo la porta.LA FRAGILITÀ DEL COMPROMESSOA volere tale accordo a tutti i costi è stato fin dall'inizio Macron, per uno scopo principalmente politico, quello di rafforzare la sua offensiva dichiarata contro l'islam radicale e quello di avviare una ristrutturazione della presenza musulmana in Francia: per questo, a metà novembre, il presidente francese ha chiesto ai vertici del CFCM di mettere a punto un documento, in cui il Consiglio si impegnasse, nero su bianco, a rafforzare «il rispetto dei principi della Repubblica», per giungere alla creazione del CNI, il Consiglio nazionale degli imam. Ancora agli inizi di gennaio, però, tutto era in alto mare, anzi i contrasti tra l'ala più radicale e quella più moderata rischiavano realisticamente di far capitolare miseramente l'ambizione di Macron, che a quel punto ha buttato i pugni sul tavolo ed ha intimato alle federazioni islamiche rimaste di «superare le divergenze, di ritrovarsi e di uscire» dall'impasse.Alla fine si è raffazzonata un'intesa, convergendo su di una soluzione al ribasso. In un proprio comunicato, il CFCM ha annunciato di aver trovato la quadra ed ha presentato un accordo «sulla compatibilità della fede musulmana coi principi della Repubblica, sul rifiuto della strumentalizzazione dell'islam per fini politici, sulla non-ingerenza degli Stati [stranieri-NdR] nell'esercizio del culto musulmano in Francia e sul principio di uguaglianza Uomo-Donna». Già da qui si può intuire quanto lontani siano tali propositi dall'islam reale. Ma la fragilità del compromesso messo in piedi si evince più dalle frasi cancellate che da quelle scritte.Il settimanale Charlie Hebdo, a suo tempo profondamente colpito dal terrorismo islamico, ha dichiarato di aver avuto la possibilità di leggere l'«ultima versione» del testo dell'accordo, almeno quella datata dicembre ed all'epoca «ancora in via di elaborazione».TAGLI PREOCCUPANTIEbbene, sarebbe stata eliminata la seguente frase: «Il fatto che una federazione [islamica-NdR] non revochi un imam contravvenente e/o che non proceda alla sua esclusione può legittimare l'esclusione della suddetta federazione». Tolto anche il passaggio, con capriole lessicali da saltimbanchi della diplomazia sintattica, con cui i firmatari si sarebbero dovuti impegnare «a rifiutarsi d'aderire a qualsiasi azione che promuova ciò ch'è conosciuto sotto l'appellativo di islam politico». Cancellato anche il riferimento, teso ad impegnare le sigle sottoscrittrici «a non usare l'islam per le necessità di un'agenda politica dettata da una potenza straniera, che neghi la pluralità consustanziale all'islam, rigetti la libertà di coscienza, la democrazia, l'eguaglianza donne-uomini o che promuova l'omofobia, la misoginia, il razzismo o l'antisemitismo. Noi rifiutiamo che i luoghi di culto servano a diffondere discorsi politici o che importino conflitti, in corso in altre parti del mondo». Sono cioè state tolte tutte quelle frasi, che avrebbero dato senso e sostanza all'intesa, d'altro canto, però, proprio per questo totalmente incompatibili con l'islam reale, cui è impossibile chiedere di sottoscrivere concetti quali democrazia, egualitarismo gender, libertà di coscienza e via elencando: pretenderlo vuol dire non aver mai letto il Corano.È già certo sin d'ora che il rettore della grande moschea di Parigi non figurerà tra i firmatari. Una scelta quanto meno coerente rispetto ad un testo surreale ed, in questo senso, assolutamente non vincolante. Non è con una propaganda ipocrita e demagogica, fatta a colpi di intese fragili sin da principio, che la Francia e l'Europa possono sperare di sottrarsi ai pericoli, cui politiche immigrazionistiche totalmente ideologiche ci hanno esposti da anni ed ancora ci espongono. Titolo originale: Macron ora pretende di avere un islam democraticoFonte: Corrispondenza Romana, 20 gennaio 2021Pubblicato su BastaBugie n. 702
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6442L'ISLAM ORMAI CONTROLLA LE SCUOLE FRANCESI E I PROGRAMMIIn tutta la Francia è diffuso il separatismo religioso (il 60% degli docenti si è trovato di fronte ad allievi che sfidano con arroganza l'insegnante quando questo contraddice il Corano)di Lorenza FormicolaPer una strana coincidenza, la scuola di Battières, a Lione, che ha scioperato due giorni, è dove Samuel Paty, il professore assassinato il 16 ottobre 2020 a Conflans-Sainte-Honorine (Yvelines), ha iniziato la sua carriera poco prima del 2000. Scuola elementare che traccia un legame simbolico tra il terrorismo islamico, la libertà di espressione occidentale e il separatismo scolastico in Francia. Perché là un professore si è appena dimesso, ha lasciato l'insegnamento e si sta trasferendo in un'altra città in seguito alle minacce, protratte per mesi, di alcuni genitori islamici dopo una lezione sulla laicità e il libero pensiero. Una settimana dopo il tributo a Samuel Paty, un insegnante di storia e geografia teneva una lezione sulla libertà di espressione, come da programma scolastico, a una classe di quinta elementare. Ad un certo punto spiega perché Emmanuel Macron non è "islamofobo", lo fa dopo le osservazioni di uno studente che accusa il governo francese di odio nei confronti dell'islam. Nella discussione s'intromettono due gemelli stranieri e che parlano male il francese, eppure riescono a cogliere bene di cosa si sta trattando. Tempo il giorno dopo e l'insegnante riceve la visita del padre dei bambini. Poi anche di altri genitori. Subisce minacce ed intimidazioni. Gli spiegano il confine tra quello che può dire e quello che ha detto. Il docente sporge denuncia, ma non riceve poi tutta questa solidarietà. Il 4 gennaio alcuni colleghi scioperano in sua difesa - chiedendo anche l'intervento delle istituzioni -, eppure il professore oggi è stato trasferito. In parte ha vinto anche la paura visto che nella borsa di uno degli studenti (un bambino di quinta elementare!) prima delle vacanze di Natale è stato trovato un coltello.I PROFESSORI MINACCIATI SONO AUMENTATIPaty doveva diventare il volto della Repubblica, ma a tre mesi da uno degli episodi più gravi di inciviltà e terrorismo degli ultimi tempi, i professori minacciati sono addirittura aumentati, forse perché gli odiatori sono stati galvanizzati da quel gesto esemplare. Recentemente il ministro Blanquer ha annunciato che la nota professoressa Fatiha Boudjahlat dopo aver rimproverato cinque studenti per non aver rispettato il minuto di silenzio per Samuel Paty è finita sotto scorta. I sindacati di sinistra, confessa Boudjahlat, hanno chiesto che ad essere punita fossi io."Sono passati diversi anni da quando ho parlato con i miei studenti della prima media del Corano, anche se è nel programma". Jeanne, è un'insegnante di francese in una scuola a Yvelines. A Le Figaro ha spiegato: "Lavoro in una zona dove gli studenti hanno un'educazione religiosa ben precisa. L'imam del loro quartiere è molto virulento. E non fanno che ripetere che il Corano ha sempre ragione, e la sua legge prevale sul diritto penale e i testi scientifici. Ho sempre sentito di essere su un terreno scivoloso, fino a quando ho smesso di parlarne. Inoltre sono una donna bionda, mi hanno fatto capire che rappresentavo un po' la figura del diavolo". Iannis Roder, professore associato di storia dal 1999 in un liceo a Seine-Saint-Denis e responsabile dell'Osservatorio sull'istruzione della Fondation Jean Jaurès, ha appena condotto un sondaggio (IFOP / Fondazione Jean Jaurès) sul separatismo scolastico in Francia. Ciò che l'indagine ha inteso per "separatismo religioso" è qualsiasi atto o manifestazione che si traduca in un rifiuto di attività, una richiesta specifica, una sfida all'educazione in nome delle convinzioni religiose. Il rapporto contiene discussioni circa i programmi e persino le discipline. Sono elencate per esempio le infinite controversie sull'educazione fisica avanzate da ragazzine cui l'islam impone un certo tipo di comportamenti e abbigliamento negli spogliatoi e nello sport. E poi le mense halal, le gite scolastiche e il velo.I dati appena pubblicati raccontano di oltre il 59% degli insegnanti che dichiara di aver già incontrato una forma di separatismo religioso nel proprio istituto attuale. Ed è il 24% dei docenti a fare esperienza "regolarmente" o "di tanto in tanto" di sfide sfacciate al proprio insegnamento. Il dato è aumentato di 9 punti rispetto al 2018. Il rapporto rivela che i casi coinvolgono tutta la Francia, e non più solo periferie e banlieu. Diventa pertanto più importante l'autocensura degli insegnanti.L'ISLAM ORMAI CONTROLLA LE SCUOLE FRANCESI E I PROGRAMMIMolti per evitare una possibile destabilizzazione della classe e le manifestazioni di protesta di vario genere, preferiscono tacere ed evitare di affrontare determinati argomenti. È paura? Secondo chi ha redatto il rapporto, sì. Più spesso perché si sentono abbastanza soli nell'eventuale battaglia. È sorprendente notare che il 16% degli insegnanti afferma di non denunciare gli incidenti di cui sono stati testimoni. D'altronde solo il 56% dichiara alla propria dirigenza le forme di separatismo, e quindi di rifiuto della Francia e delle sue leggi, cioè poco più di 1 su 2.Il 49% degli insegnanti solo delle scuole secondarie afferma di essersi già auto-censurato durante le lezioni. Osservazione sconvolgente per gli analisti francesi se si considera che l'ultimo studio IFOP per la Fondazione Jean-Jaurès è stato realizzato in occasione del sesto anniversario dell'attentato a Charlie Hebdo. Un dato da evidenziare con l'assassinio di Samuel Paty perpetrato lo scorso ottobre e che è aumentato di 12 punti in meno di tre anni. L'islam ormai controlla le scuole francesi e i programmi. Aurélien, che insegna storia in un liceo nei distretti occidentali di Nîmes, ormai è terrorizzata quando le tocca parlare di Medio Oriente. "Faccio attenzione a ogni frase, a ogni parola. Qui, a seconda di come trasformi la frase, l'intera classe può affrontarti ed anche i genitori. Quando si parla di islam, l'atmosfera si fa subito tesa. Alcuni studenti delle superiori ci respingono e insultano. Ci dicono che non capiamo niente, che non li rispettiamo, che siamo ignoranti. Philippe Watrelot, professore di scienze economiche e sociali a Parigi, ha ricordato quanto successo ad un suo collega qualche settimana fa. "Voleva rievocare l'affare Mila - la ragazzina minacciata di morte dopo aver criticato l'Islam. All'improvviso, i suoi studenti sono diventati violenti. Si sono alzati in piedi per spiegare al professore che Mila meritava il suo destino e che non andava difesa". Titolo originale: Nelle scuole francesi regna il separatismo islamicoFonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 18-01-2021Pubblicato su BastaBugie n. 700
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6425MILLE RAGAZZE OGNI ANNO RAPITE E CONVERTITE ALL'ISLAM CON LA FORZAIn Pakistan se così tante giovani sotto i 16 anni vengono sequestrate è grazie alla complicità di imam, magistrati, poliziotti corrotti e uno Stato deboledi Leone GrottiAlmeno 1.000 ragazze appartenenti a minoranze religiose, circa 700 cristiane e 300 indù, vengono rapite ogni anno in Pakistan, sposate sotto minaccia e convertite a forza all'islam. Il famoso studio del 2014 del Movimento per la solidarietà e la pace è ancora valido secondo la commissione americana sulla libertà religiosa internazionale.Quest'anno hanno avuto particolare risalto mediatico i casi di Maira Shahbaz - 14enne cattolica rapita da un musulmano a Madina Town, vicino a Faisalabad, violentata, costretta ad abiurare con l'inganno, scappata e ora nascosta in un luogo segreto insieme alla famiglia mentre prosegue il processo -, Huma Younus - cristiana rapita il 10 ottobre a 14 anni a Karachi da tre uomini, sposata a forza a uno di loro e convertita all'islam - e Arzoo Raja - cristiana di 13 anni rapito il 13 ottobre a Karachi.Meno conosciuto è il caso di Sadaf Masih, cristiana protestante di 13 anni rapita in un villaggio remoto della provincia del Punjab e costretta a sposare un uomo che da allora l'ha indotta ad abortire tre volte, segregandola in casa e usandola come schiava nei campi: a nulla è servito ai suoi genitori rivolgersi all'autorità giudiziaria per ottenere il suo rilascio.Poco conosciuto anche il caso di Neha, raccontato dall'Associated Press: la giovane 14enne con la complicità della propria famiglia di provenienza è stata rapita e costretta a sposare un musulmano di 45 anni, che l'ha obbligata ad abbracciare l'islam e a cambiare nome in Fatima. Scappata, ma rinnegata dalla famiglia, è stata accolta da una chiesa di Karachi. Ma per ogni caso che viene raccontato dalla stampa, ce ne sono altri cento che restano nascosti.Le conversioni forzate sono vietate in Pakistan. La legge proibisce anche di sposare ragazzine sotto i 16 anni, classificando come stupro ogni rapporto al di sotto di questa età. Ma la legge islamica permette di prendere in moglie bambine anche molto piccole dal momento che la sharia richiede per le nozze soltanto il raggiungimento della «maturità sessuale», normalmente intesa con il sopraggiungere della «pubertà».Secondo quanto spiegato all'Ap dall'attivista Jibran Nasir, il business dei matrimoni con giovani sequestrate appartenenti ad altre religioni è una vera e propria «mafia» che coinvolge tutti: «Le giovani spesso sono rapite da conoscenti o parenti conniventi oppure da uomini alla ricerca di mogli. Spesso vengono accettate da ricchi possidenti come pagamento da parte di famiglie indebitate, mentre la polizia guarda dall'altra parte. Una volta convertite, le ragazzine vengono rapidamente sposate, spesso a uomini più anziani o ai loro rapitori. Le conversioni forzate prosperano in modo incontrollato grazie a una rete che frutta molto composta da chierici islamici che celebrano i matrimoni, magistrati che legalizzano le unioni, poliziotti locali corrotti che aiutano i colpevoli rifiutandosi di investigare e sabotando le indagini».A rimetterci sono le minoranze religiose, ovviamente, ma anche il Pakistan stesso, perché dà di sé all'esterno l'immagine di un paese corrotto dove a farla da padrone sono ricchi possidenti musulmani e imam estremisti, e non la legge della Repubblica Titolo originale: Pakistan: la mafia che rapisce e converte all'islam 1.000 cristiane all'annoFonte: Tempi, 29 dicembre 2020Pubblicato su BastaBugie n. 698
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6420LE PRIMAVERE ARABE FURONO (E SONO) UN INCUBODopo 10 anni è evidente: oggi rimangono soprattutto le macerie (centinaia di migliaia di morti, guerre civili, terrorismo islamico, paesi divisi, caos e disperazione)di Leone GrottiIl 17 dicembre di dieci anni fa il rivenditore ambulante di frutta Mohamed Bouazizi si diede fuoco nella città tunisina di Sidi Bouzid per inscenare un'ultima estrema protesta contro i continui soprusi subiti per mano della polizia del regime di Zine el Abidine Ben Ali. Il suo gesto scatenò un movimento inaspettato di rivolta contro la dittatura che deflagrò l'anno successivo in tutto il mondo arabo. Iniziò così il movimento conosciuto come Primavera araba, che convogliò l'entusiasmo e il desiderio di cambiamento di migliaia di giovani nei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Grazie anche al sostegno interessato dell'Occidente, in particolare degli Stati Uniti del premio Nobel per la pace Barack Obama, le piazze di Tunisia, Egitto, Libia, Siria, Yemen e Bahrein furono invase da manifestazioni variopinte, attraversate da richieste legittime e prese di posizioni coraggiose. Ma il sogno di quei giovani, per motivi che variano da paese a paese, si trasformò rapidamente in incubo e a dieci anni di distanza di quell'esperienza rimangono soprattutto le macerie: centinaia di migliaia di morti, guerre civili e per procura, terrorismo islamico, paesi divisi, dissolti o distrutti, caos e disperazione che hanno fatto la fortuna di alcuni (come Erdogan) e portato alla luce la debolezza e la divisione di altri (come l'Unione Europea).IN TUNISIA VINCE LA DISILLUSIONELa Tunisia, dove tutto ebbe inizio, è l'unico paese che può vantare in mezzo a mille problemi rimasti irrisolti qualche successo. I tunisini possono ora eleggere i propri rappresentanti, hanno la libertà di criticare lo Stato, la Costituzione è stata riscritta e migliorata ma nessuno ha voglia di festeggiare. Disoccupazione e disuguaglianze, terrorismo e instabilità, continuano ad affliggere il paese: il Parlamento è frammentato e incapace di dare vita a un governo stabile, un numero incredibilmente elevato di giovani non desidera altro che salire su un'imbarcazione di fortuna per tentare l'ingresso illegale in Europa, mentre il jihad continua a rappresentare l'unica valida alternativa per migliaia di persone. Ne sa qualcosa la Francia, dove il 29 ottobre il 21enne tunisino Brahim Aoussaoui, sbarcato clandestinamente a Lampedusa il 20 settembre, ha ucciso tre fedeli nella basilica di Notre-Dame a Nizza al grido di «Allahu Akbar». «Qualcosa è andato storto negli ultimi dieci anni», dichiara sconsolato alla Reuters un giovane disoccupato di Sidi Bouzid, che non sa che farsene del suo diritto di voto. «Il governo non fornisce alcun aiuto e quest'anno la rabbia è molto più grande che in passato».IN EGITTO L'ESERCITO MANTIENE IL CONTROLLODifficilmente a gennaio Piazza Tahrir, al Cairo, si riempirà di nuovo come nel gennaio 2011. La rivoluzione portò alla deposizione di Hosni Mubarak, è vero, ma il tentativo dei Fratelli Musulmani di conquistare il potere assoluto e la conseguente deposizione manu militari del presidente della Fratellanza Mohamed Morsi da parte dell'allora generale e oggi presidente Abdel Fattah al Sisi hanno dato a troppi egiziani l'impressione che, in fondo, non sia cambiato nulla. A comandare in Egitto è ancora l'esercito (il caso Regeni è solo un piccolo esempio di quanto esso possa commettere abusi nella totale impunità), dissentire con le politiche governative è impossibile e le più ampie libertà sognate dalla piazza sono rimaste tali: un sogno. I cristiani copti tendono a vedere l'altro lato della medaglia: senza l'intervento dell'esercito oggi l'Egitto sarebbe probabilmente un califfato islamico. I Fratelli musulmani sono stati dichiarati un'organizzazione terroristica, lo Stato ha pagato la ricostruzione delle oltre 60 chiese bruciate dalla Fratellanza nel 2013 e ha finalmente autorizzato la costruzione di nuovi edifici di culto anche per i cristiani. Nonostante questo, i copti difficilmente possono sentirsi al sicuro a casa loro e l'assassinio pochi giorni fa di un cristiano in pieno giorno da parte di due estremisti islamici ad Alessandria ne è la prova più tangibile.LA LIBIA DISTRUTTA E "CONQUISTATA" DA ERDOGAN La Libia è uno dei paesi che ha pagato più a caro prezzo una concezione idolatrica e storicamente disincarnata della libertà. Il dittatore Muammar Gheddafi è stato eliminato il 20 ottobre 2011 grazie all'intervento della Nato che, spinta da una Francia spregiudicata e desiderosa di scippare all'Italia la sua posizione privilegiata nell'ex colonia ricca di petrolio, insieme al regime ha abbattuto anche il paese nordafricano. Oggi non esiste più un vero Stato unitario chiamato Libia, ma solo un insieme di territori divorati da una guerra civile sanguinosa della quale hanno saputo approfittare attori luciferini e senza scrupoli. L'Isis è stato per fortuna debellato, anche se il sangue dei 21 martiri copti non verrà facilmente lavato dalle coste di Sirte. Ma il paese dove l'unità sembra ancora irraggiungibile, e dove il peso politico dell'Italia è sempre più evanescente, è ora sotto la sulfurea influenza del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, desideroso di affermare la sua potenza nel Mediterraneo e pericolosamente a guardia dei flussi migratori in grado di destabilizzare politicamente l'Europa intera.IN YEMEN LA CRISI UMANITARIA PIÙ GRAVE DEL MONDODi ciò che una volta veniva chiamato Yemen restano soltanto le macerie ormai. Il vuoto lasciato dalla cacciata del dittatore Saleh è stato riempito da una guerra civile sponsorizzata dagli eterni contendenti del mondo arabo: Arabia Saudita da una parte e Iran dall'altra. L'Occidente ha presto dimenticato il paese della Penisola araba, dove il potere è attualmente diviso tra ribelli sciiti houthi, il governo sunnita appoggiato dai sauditi, il Consiglio meridionale di transizione, lo Stato islamico e Al Qaeda. La guerra che va avanti ormai da sei interminabili anni ha già fatto più di 100 mila morti, molti dei quali civili, caduti spesso sotto le bombe saudite che l'Onu non ha mai avuto il coraggio di condannare, nel paese è in corso la più grave crisi umanitaria del mondo e 13 milioni di persone rischiano attualmente di morire di fame.LA FOLLE MATTANZA SIRIANAIl 15 marzo la guerra siriana compirà dieci anni. Le cifre non possono bastare a dare l'idea della devastazione subita dalla popolazione per mano di una coalizione internazionale di paesi che ha appoggiato con soldi e armi un gruppo di "ribelli" che si sono presto rivelati jihadisti, amanti (poco) della libertà e (molto) del terrore. Il dittatore Bashar al Assad, grazie all'intervento di Russia e Iran, è rimasto in sella ma nel paese mediorientale sono morte tra le 400 mila e le 600 mila persone, circa il 2 per cento della popolazione. Come se non bastasse, gli sfollati interni sono almeno 6,5 milioni, oltre ai tre milioni scappati all'estero.La guerra siriana, fomentata dall'Occidente, ha fatto la fortuna di gruppi jihadisti come Al Qaeda e lo Stato islamico, che ha ricambiato l'Europa con una serie interminabile di attentati terroristici, arrivando a instaurare un vastissimo Califfato in Iraq e Siria, poi crollato nel giro di due anni. Attualmente rimane una sola provincia, quella di Idlib, in mano agli islamisti sostenuti politicamente dalla Turchia ma la popolazione siriana è stremata e la sua condizione è ulteriormente aggravata dalle sanzioni occidentali.IL DISASTRO DI OBAMALe Primavere arabe non sarebbero state possibili senza la politica ondivaga e irrazionale di Barack Obama. Il presidente americano, infatti, insignito nel 2009 con il premio Nobel per la pace preventivo (mai nomina si rivelò più sbagliata), prima scaricò davanti alle proteste di Piazza Tahrir Mubarak, alleato decennale degli Usa, poi salutò con entusiasmo l'elezione a presidente di Morsi, infine non denunciò il colpo di Stato di Al Sisi, lasciando dichiarare al suo segretario di Stato, John Kerry: «La rivoluzione è stata rubata dai Fratelli musulmani».Allo stesso tempo diede il via libera per il bombardamento della Libia, salvo poi abbandonarla al suo destino (la guerra civile), e fece di tutto per appoggiare le milizie islamiche siriane e abbattere Assad, senza (fortunatamente) percorrere l'ultimo miglio e invadere il paese. Infine, non ha alzato ciglio davanti alla repressione delle proteste in Bahrain, appoggiando militarmente l'Arabia Saudita per reprimere quelle in Yemen. Infine, ha trovato un accordo con l'Iran per il congelamento delle attività nucleari.Ricapitolando: ha appoggiato i Fratelli musulmani in Egitto e Libia contro i rispettivi governi, poi ha sostenuto l'esercito contro i Fratelli musulmani in Egitto; ha fiancheggiato i sunniti contro gli sciiti in Bahrein e Yemen e poi ha trovato un accordo con l'Iran sciita per danneggiare l'Arabia Saudita sunnita. In Siria ha finanziato i ribelli siriani, facilitando la diffusione dell'Isis, per poi combatterlo, anche se in modo non risolutivo.LA POLITICA DELL'INSTABILITÀAl di là degli errori strategici di Obama, il politologo francese Henri Hude ha commentato così la politica di quegli anni: «Gli Stati Uniti conducono una politica egemonica camuffata da politica liberale universalista. Il gioco sul "grande scacchiere" consiste nel mantenere il loro potere evitando l'emergere di un rivale globale. A questo scopo, l'islamismo è l'alleato a rovescio tanto indispensabile agli Stati Uniti quanto lo erano i turchi per il re di Francia contro l'imperatore d'Asburgo. Questo principio permette di comprendere come gli Stati Uniti mantengano una relazione ambigua con gli islamisti, che ostentano odio per il "Grande Satan
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6352MA VOI UNO COSI LO LASCERESTE CIRCOLARE LIBERAMENTE? IN AUSTRIA SI... E STRAGE FU! di Leone GrottiSe l'Austria è rimasta sorpresa dalla strage compiuta a Vienna il 2 novembre dal terrorista islamico Kujtim Fejzulai non può che incolpare il proprio apparato di sicurezza. Il ventenne con doppio passaporto austriaco e macedone, armato di tutto punto, ha ucciso quattro persone nella capitale dopo aver aperto il fuoco sui passanti e i clienti di bar e ristoranti in diversi punti del centro, prima di essere ucciso dalla polizia.Fejzulai, il cui attentato è stato rivendicato dallo Stato islamico, era infatti stato condannato a 22 mesi di carcere nell'aprile 2019 dopo aver cercato di viaggiare in Siria per unirsi all'Isis. Nel settembre 2018 si era recato in Turchia per attraverso il poroso confine con la Siria, ma era stato fermato e rimpatriato in Austria, dove fu arrestato nel gennaio 2019.Ora la polizia austriaca ha arrestato 14 tra i suoi amici e conoscenti, ma nel luglio 2020 ignorò completamente l'allarme lanciato dalla Slovacchia. In estate il terrorista si era infatti recato nella confinante Slovacchia per acquistare una scorta di munizioni per un Ak-47. L'acquisto non andò a buon fine perché Fejzulai non era in possesso di un regolare porto d'armi. La polizia slovacca avvisò immediatamente l'Austria parlando del tentato acquisto da parte di un «sospetto austriaco». L'intelligence austriaca archiviò la segnalazione, senza fare nulla.Il terrorista aveva frequentato in passato una nota moschea estremista nell'area di Ottakring, a Vienna, il cui imam era poi partito per la Siria, dove aveva creato una brigata jihadista di lingua tedesca. Quando nel dicembre 2019 Fejzulai è stato rilasciato, il ministro dell'Interno ha spiegato che aveva convinto le autorità di avere abbandonato le sue idee e i suoi propositi estremisti. In realtà, la Derad, associazione che si occupa di de-radicalizzare gli islamisti austriaci, ha affermato di non aver mai ottenuto alcun successo con lui.La leggerezza con cui Vienna ha gestito il caso di Fejzulai è indicativo di quanta strada abbia ancora l'Europa da fare nella lotta al terrorismo islamico che, come dichiarato da Angela Merkel all'indomani dell'attentato, «è il nostro nemico comune». Nota di BastaBugie: Mauro Faverzani nell'articolo seguente dal titolo "L'ignavia dell'Occidente e la violenza dell'islam" parla da una parte della cieca inerzia dell'Occidente e dall'altra dell'aggressiva intraprendenza del mondo islamico. Vediamo nel dettaglio a che punto siamo.Ecco l'articolo completo pubblicato su Radio Roma Libera il 26 ottobre 2020:Da una parte, la colpevole e cieca ignavia dell'Occidente; dall'altra, l'aggressiva intraprendenza del mondo islamico: potrebbe essere questa una fotografia realistica della situazione geopolitica e religiosa contemporanea.Sull'Occidente molto si è già detto, senza tuttavia che, per questo, la situazione sia mutata, come provano le cronache. Vediamo gli ultimi fatti. Secondo quanto riferito nei giorni scorsi dal ministro dell'Interno francese Gérald Darmanin, Oltralpe ben 851 immigrati clandestini sono accusati di «radicalizzazione di natura terroristica». Ma, di questi, solo per 231 è prevista l'espulsione e solo 180 si trovano attualmente in carcere. Ciò significa che gli altri 620 possono per ora andarsene più o meno indisturbati a zonzo per le strade francesi e non solo.L'avv. Thibault de Montbrial, fondatore del Centro di Riflessione sulla Sicurezza Interna, nel suo recente saggio Osiamo l'autorità, ha offerto un'analisi pessimistica, benché realistica della situazione in Francia in particolare ed in Europa in generale: «Ci rendiamo conto delle cifre sbalorditive, quando guardiamo l'aumento della criminalità legata all'immigrazione in Italia, Svezia e Germania dal 2015 - ha dichiarato - Queste cifre vengono nascoste, perché la gente si sente estremamente a disagio a parlarne. Molti, anche tra le forze dell'ordine e nei palazzi di giustizia, ritengono che verosimilmente non si sfuggirà ad un periodo di grande violenza. Nessuno sa quando esploderà, né quale possa esserne l'ampiezza, né come possa andare a finire. Ma è alquanto minoritaria l'ipotesi di un miglioramento della situazione senza traumi».In Danimarca, il primo ministro Mette Frederiksen ha avuto il coraggio di denunciare l'origine «non occidentale» della crescente criminalità, dilagante ormai nel Paese nordico: «Senza generalizzare, dobbiamo comunque riferirci ai fatti - ha dichiarato due settimane fa - Le ragazze vengono insultate o molestate semplicemente perché danesi. Oppure minacciate e sottoposte a tutela sociale, perché diventate troppo danesi. Un carretto di salsicce a Brønshøj è stato attaccato, perché vendeva carne di maiale. Un giovane su cinque di origine non occidentale è stato condannato al carcere prima dei 21 anni. Non è una novità ed è questo il problema. Va avanti da troppi anni». Una denuncia forte, chiara, circostanziata. Però rimasta sostanzialmente inascoltata. La misura più significativa assunta ha riguardato il bando per due anni da bar e locali notturni per i membri delle baby-gang. Quando è evidente, dalle parole dello stesso premier danese, come il problema non sia tanto la microcriminalità quanto l'intero sistema delle politiche migratorie, ben più impegnativo e tale da richiedere provvedimenti ben più complessi e drastici di un semplice maquillage sociale.Non serve a nulla, anzi è gravemente controproducente assecondare l'andazzo, come hanno fatto viceversa i giudici del tribunale amministrativo di Münster, in Germania, permettendo ad un muezzin, dopo cinque anni di silenzio, di ricominciare pure a chiamare la comunità islamica turca di Oer-Erkenschwick in moschea, diffondendo l'adhan, cioè il richiamo, con l'altoparlante per un massimo di 15 minuti tra mezzogiorno e le 14 di ogni venerdì. È stata così respinta la richiesta di silenziarlo, avanzata cinque anni fa da una coppia di coniugi tedeschi, Hans-Joachim e Lieselotte Lehmann, residenti nei pressi ed infastiditi dal rumoroso strumento. In primo grado, nel 2018, fu data loro ragione, ma quella sentenza è stata ora ribaltata e ciò si configura oltre tutto come un pericoloso precedente, perché altri possano decidere di fare altrettanto sull'intero territorio nazionale. Giungendo al paradosso di scatenare gli altoparlanti islamici proprio quando vengono imbavagliate le campane delle chiese cattoliche da giudici non altrettanto tolleranti verso la nostra religione...Anche in Italia episodi quali la rivolta degli immigrati presso il centro rimpatri di Milano o le ripetute aggressioni con tanto di coltello presso la stazione di Barletta sono solo segnali, offerti dalla cronaca nera, di un disagio molto più ampio, preoccupante e soprattutto, al momento, senza reali argini. Persino il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, lo scorso luglio ha dato la sveglia al governo «nella sua interezza», richiamandolo ad agire, sulla questione migranti, «con una politica adeguata». Segno evidente di come, ad oggi, adeguata non sia.Il problema non è congiunturale, ma strutturale. Il che significa che, anche al netto della jihad, cioè anche senza considerare le espressioni di puro terrorismo, è la concezione della persona e della società, ad esser radicalmente ed inconciliabilmente diversa tra l'Occidente con i suoi valori, quando accolti e non rinnegati, e l'islam con prassi, ad esser benevoli, sin troppo "disinvolte"...Il report stilato dal Carnegie Endowment for International Peace, ad esempio, evidenzia il ruolo giocato da Dubai nell'agevolare corruzione, criminalità e flussi di soldi illeciti, provenienti da Europa, Afghanistan, Russia, Iran ed Africa orientale, aggravando così i conflitti e la malavita internazionale, a tutti i livelli. In particolare, nell'emirato, il mercato immobiliare rappresenterebbe una fonte attrattiva di denaro sporco, complici anche regole minimali e sin troppo tolleranti.La Cbs ha denunciato la presenza, nelle carceri egiziane, di ben 60 mila prigionieri politici ancora in attesa o in assenza di processo. Tra di essi, figurerebbero molti attivisti ed accademici. Ma l'impermeabilità ai diritti umani riguarderebbe anche il ricorso alla tortura nei commissariati ed i fermi arbitrari, documentati ormai da diverse organizzazioni e da più fonti.Non solo. Già in passato il governo egiziano si è distinto per aver bloccato 21 siti web ritenuti «mendaci» ed accusati di sostenere «terrorismo ed estremismo». Tra i media colpiti figurano anche nomi "eccellenti" come Al-Jazeera, Asharq, Masr al Arabia, Al Shaab, Arabi 21, Rassd ed altri. Mada Masr, editato in arabo ed in inglese, non aveva alcuna contiguità con la Fratellanza Musulmana, ma era "reo" d'aver espresso posizioni critiche nei confronti dell'amministrazione alla guida del Paese.Sempre sul fronte mediatico, la Tunisia ha invece il problema opposto: un'autentica campagna d'odio viene promossa, qui, inquinando così la «formazione della coscienza collettiva - ha scritto Anwar al-Jamawi, docente universitario, sull'agenzia Al-arabi al-Jadid - Gli incitamenti dei media alla violenza ed alla ribellione non fanno altro che minacciare la stabilità e la pace sociale. Secondo un rapporto pubblicato da due associazioni tunisine, il Consiglio nazionale delle libertà e la rete dell'Alleanza per le donne tunisine, il 90% delle testate giornalistiche contiene discorsi di esortazione all'odio. Il 13% dei mass-media invita in maniera esplicita a fare ricorso alla violenza ed il 58% delle piattaforme mediatiche trasmette discorsi provocatori o di parte.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6331ATTENTATO ISLAMICO A NIZZA: LA SHARIA E' LEGGE IN FRANCIA di Lorenza FormicolaL'11 settembre di Francia s'è consumato in poche ore. Proprio come a New York. Nella mattina di giovedì 29 ottobre l'islam colpisce a Nizza, Avignone, Gedda e Lione.A Nizza, nella cattedrale di Notre Dame, nella prima mattinata di ieri due donne e un uomo vengono assassinati da un terrorista islamico. In sottofondo sempre la stessa colonna sonora, Allah Akbar. Tutti e tre erano in preghiera quando il maomettano, nell'ordine, prima ha decapitato un'anziana signora, poi si è scagliato su una trentenne con un numero imprecisato di coltellate - morirà poco dopo, dissanguata, dopo aver provato a strisciare fuori la cattedrale - e infine si è accanito sullo storico sacrestano della cattedrale. Tre nuove vittime immolate sull'altare del multiculturalismo e proprio in una chiesa dove di lì a poco si sarebbe dovuto celebrare un altro sacrificio su un altare ben diverso.Del terrorista islamico si hanno generiche informazioni e non ancora perfettamente verificate dagli inquirenti. L'unica certezza è che l'uomo a fine settembre era a Lampedusa, dove era stato messo in quarantena dalle autorità italiane prima di essere lasciato libero: l'unico documento in possesso è quella della Croce Rossa italiana, c'è un nome e una data di nascita che nessuno dà per certi. L'Italia si conferma il ponte senza pedaggio del terrorismo islamico.E mentre nessuno lo ammette, quando tutti piangono lacrime di coccodrillo e la Francia si dimentica persino del nuovo lockdown annunciato da Macron nella serata di mercoledì, ad Avignone, c'è un altro uomo armato di coltello. Sempre al grido Allah Akbar prova ad aggredire due poliziotti in strada. Ma sarà lui stesso a perdere la vita dopo essere stato disarmato. Più o meno negli stessi minuti, ma ad altre latitudini, un uomo accoltella la guardia di sicurezza del consolato francese a Gedda.Nel primo pomeriggio, a Lione, viene fermato un altro islamico armato di coltello: l'arresto evita un'altra tragedia.Tre attentati islamici e uno sventato nel giorno in cui, quest'anno, i maomettani celebrano la nascita del profeta Maometto. La Francia, l'Europa sono in guerra. Il terrorismo islamico l'ha iniziata tempo fa. Ma dirlo è sconveniente. Però alle 4 del pomeriggio Macron finalmente ammette, per la prima volta, che la Francia è "sotto attacco".MA CHI LA STA ATTACCANDO?Non si sa, di sicuro non si tratta del nuovo coronavirus.La chiesa cattolica francese fa suonare le campane a morto in tutte le chiese del Paese alle 15. Il silenzio che segue è commovente. I vescovi uniti scrivono un comunicato in cui chiedono che urgentemente venga fermata la "cancrena". Questo è solo l'ultimo attentato contro il cristianesimo. In Francia ce n'è uno al giorno, ma pochissimi sono i colpevoli e i sacerdoti lo sanno bene. Qualche giovane sacerdote francese, come il noto padre Pierre-Hervé Grosjean, osa scrivere di barbari islamisti.Dal Vaticano il Papa si limita ad un tweet e fa sapere al mondo che «assicura la sua vicinanza alla comunità cattolica di Francia». Qualcuno si domanda se quei morti e la cattedrale insanguinata non sia cosa sua. Non sono i suoi figli? La vaghezza però trova come contraltare la fermezza dell'arcivescovo di Rouen, monsignor Lebrun, che nel 2016 ha visto un suo sacerdote, padre Hamel, morire da martire sempre per mano di un terrorista islamico, e tuona: "Non dobbiamo cedere alla paura. Non dobbiamo chiudere le nostre chiese". A Nizza la cattedrale è blindata per le indagini, ma le campane vengono fatte suonare oltre un'ora. E in serata arriva l'appello spontaneo dei cattolici: si riuniranno davanti alla statua di San Michele nel 5° arrondissement. "Ci sentiamo soli, ma non siamo soli". La stampa e la politica (soprattutto italiana), intanto, parlano di fanatismo, ma per la prima volta si evita l'espressione "disturbato mentale". Ad aprile 2019 Notre Dame a Parigi finiva ingoiata, misteriosamente, dalle fiamme, ad ottobre 2020 a Notre Dame a Nizza i cattolici finiscono decapitati.Erdoğan aveva solo pochi giorni fa chiamato a raccolta, e al boicottaggio, il mondo islamico contro la Francia di Macron, che difende la blasfemia e le vignette ironiche su Maometto, ma sbaglia chi crede che questi attentati siano una risposta all'aspirante sultano.Il problema francese ha radici più profonde e nessuno, oggi, può dire quando finirà la stagione del terrorismo islamista. La progressiva intensificazione delle manifestazioni di terrorismo non sono legate ad un mandante o a una cellula: l'uno ha galvanizzato l'altro nel desiderio atavico di rispondere al jihad chiesto da Allah.PRONTI A COLPIREUn mese fa, il ministro dell'Interno annunciava pubblicamente la presenza di 8000 radicalizzati, liberi, pronti ad attaccare in Francia. Gli "attentati al coltello", che da queste pagine non abbiamo mai smesso di denunciare e che hanno assuefatto i francesi come gli inglesi, erano stati teorizzati dallo stato islamico già 2014, incoraggiando tutti gli adepti che vivevano nelle terre degli infedeli (i cristiani!) ad impugnare coltellacci e a servirsi di automobili come kamikaze contro i crociati. Sempre Nizza era stata teatro di un attentato, il 14 luglio 2016, quando 86 persone vennero uccise in un attacco con camion lanciato sulla folla.La Francia, che pure durante la quarantena aveva dimostrato di essere preda della guerriglia islamica nei quartieri a predominio islamico, quest'estate è stata raggiunta dalla Gran Bretagna. Ad oggi gli inglesi detengono la classifica del Paese più colpito dall'epidemia di crimini da coltello. E saranno sempre tutti squilibrati, ma guarda caso sono sempre squilibrati islamici.In Francia negli ultimi quattro anni sono stati sventati 61 attentati terroristici di matrice islamica. Negli ultimi 24 mesi, più o meno, invece ben 34 sono riusciti. La Francia è a tutti gli effetti una polveriera, complice la politica migratoria incontrollata - tanti dei terroristi sono stati spesso finti richiedenti asilo spacciati per minorenni -, un multiculturalismo osannato e l'incapacità di definire l'islam e le sue caratteristiche.Entro la fine dell'anno verranno scarcerati oltre 500 islamici messi dentro per terrorismo, altri 700 hanno già fatto i bagagli. Non sono entrati come terroristi, ma è stato già certificato dai responsabili delle carceri che si tratta di ex criminali oggi radicalizzati. E chissà quanti altri sfuggono alla casistica.LA SHARIA È GIÀ LEGGEIn Francia esistono corti islamiche, la sharia è già legge (vedi decapitazioni per aver offeso Allah!), alcuni quartieri sono completamente persi, l'ingresso è interdetto alla polizia. L'ex ministro dell'Interno Collomb (dimissionario in protesta contro Macron e la sua ritrosia ad intervenire davvero) parlava di quartier de reconquete républicaine.La Francia, ma poi l'Europa tutta, hanno un problema serissimo, ma si preoccupano di sorridere delle vignette, provocare come alle scuole elementari, ma non dare un nome alle cose che non si combattono se non si definiscono.Il problema francese è l'islam, ma Macron parla ancora di "separatismo" al plurale imputando parte di tante responsabilità anche all'estrema destra, non solo al terrorismo maomettano.Nel frattempo solo ventiquattro ore prima dell'attentato nella cattedrale cattolica, la procura di Parigi annunciava l'avvio di indagini su 30 episodi di apologia del terrorismo e minacce di morte: in tutti i casi si giustificava e incitava a nuovi casi 'Samuel Paty'. Per il ministro dell'Interno, Gérald Darmanin, sono 80 le inchieste aperte in tutta la Francia contro quanti stanno cercando e difendendo l'omicidio del professore. L'attentato era annunciato, sì! Ma non da Erdoğan.Chi oggi si batte il petto, parla di tolleranza, solidarietà e accoglienza, sta continuando a fare il gioco del terrorismo. Indossa la stessa casacca del kamikaze che sogna il paradiso islamico con 72 vergini. Non c'entra niente l'islamofascismo, parola che riecheggia in queste ore e che non vuol dire tecnicamente niente. Gli attentati non si fermeranno e Allah Akbar continuerà a riecheggiare in Europa e in qualsiasi altro angolo del mondo che possa dirsi "non musulmano".Solo i paesi europei, però, potevano pensare di innovare negando la loro gloriosa storia, convinti che la legge e il commercio avrebbero governato il mondo. Il risultato è un fallimento assoluto: i popoli d'Europa sono arrabbiati per il pentimento permanente; le nazioni sono distrutte dal multiculturalismo e tanti stati se ne stanno con le mani legate dall'Ue.Non restano che le contraddizioni, le debolezze, la ridicolaggine del doppio gioco che è diventato il "doppio discorso" per non offendere nessuno. E nel frattempo i morti si moltiplicano. Mentre l'Italia è sempre più vicina ad essere la prossima della lista.Nota di BastaBugie: le chiese bruciate e il sacerdote decapitato nel 2016 fanno capire che la situazione francese è veramente drammatica. Per approfondire si possono (ri)leggere i seguenti articoli.L'INCENDIO ALLA CATTEDRALE DI NANTES E L'ODIO CONTRO I CRISTIANIIn Francia due chiese al giorno vengono vandalizzate e, guarda caso, in zone ad alta concentrazione musulmanadi Antonio Soccihttp://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6210IL ROGO DI NOTRE DAME E' IL SIMBOLO DELLA FRANCIA CHE HA TENTATO DI ESTIRPARE LA FEDESono centinaia le chiese cattoliche francesi colpite, profanate o demolite ogni anno: questa situazione è il frutto di una cultura dell'odio, del rancore e del disprezzo per il cristianesimodi Enrico Maria Romanohttp://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5619IL SACERDOTE SGOZZATO E' UN MARTIRE CHE DA' FASTIDIOLa
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6334LA FRANCIA REAGISCE ALLA DECAPITAZIONE DEL PROFESSOR PATYDa 15 anni fingiamo di non vedere l'islam radicale nelle scuole francesi, ora ci hanno dichiarato guerra, cosa rispondiamo?di Leone Grotti«Io sono anni che non parlo più del Corano ai miei alunni di 11-12 anni, anche se dovrei farlo in base al programma. Lavoro in una zona dove gli studenti ricevono una educazione religiosa fondamentalista. L'imam è molto aggressivo. Le prime volte che ne ho parlato i giovani sono insorti con veemenza, dicendomi che avevo torto, che il Corano ha sempre ragione e che prevale sulla legge penale». Così dichiara al Figaro Jeanne, docente di francese in una scuola secondaria del dipartimento degli Yvelines. La paura e la preoccupazione tra gli insegnanti francesi è grandissima dopo la decapitazione di Samuel Paty a Conflans-Sainte-Honorine.Il percorso che ha portato all'attentato è emblematico. Il 5 ottobre il professore di storia e geografia tiene una lezione sui «limiti della libertà di espressione» nella sua scuola di Bois d'Aulne, mostrando due caricature di Maometto realizzate da Charlie Hebdo. Per impedire che i suoi alunni musulmani si offendano, preannuncia ciò che sta per mostrare, consigliando a chi non se la sente di guardare di uscire per un momento dalla classe o di chiudere gli occhi, per poi rientrare in occasione della discussione.Il 6 ottobre, la madre di un'alunna protesta con la preside della scuola, sostenendo che la figlia «è stata confinata nel corridoio perché musulmana». Il 7 ottobre il padre di un'alunna denuncia «un clima d'islamofobia» nella scuola e chiede la sospensione di Paty. Brahim Chnina, la cui figlia frequenta la classe terza (equivalente alla nostra seconda media), parla su Facebook dell'immagine mostrata dal professore e invoca una «mobilitazione contro l'insegnante». Chnina, la cui sorellastra si è unita allo Stato islamico nel 2014, invita tutti a denunciare il professore al Collettivo contro l'islamofobia in Francia (Ccif).IL RADICALIZZATO, I VIDEO E LA DECAPITAZIONELa preside dell'istituto inizia a ricevere minacce e il 7 ottobre Chnina denuncia Paty per «diffusione di immagine pornografica». Anche la figlia denuncia il suo professore, nonostante non fosse in classe il giorno in cui aveva mostrato le vignette. L'8 ottobre Chnina, accompagnato da Abdelhakim Sefrioui, inserito dai servizi segreti nella lista dei soggetti radicalizzati, va dalla preside a protestare e la sera pubblica un video nel quale rivela il nome di Paty e incita i musulmani «a dire basta». I sindacati degli insegnanti chiedono alle autorità di ritirare il video, sapendo che «Paty rischia grosso», e chiedono al sindaco di Conflans-Sainte-Honorine di proteggere il docente. Il 12 ottobre Chnina, insieme alla figlia e a Sefrioui, pubblicano un secondo video spiegando i fatti e chiedendo la sospensione di Paty. Lo stesso giorno il professore, insieme alla preside dell'istituto, sporge querela per diffamazione. Il 16 ottobre Paty viene pugnalato e decapitato da un rifugiato russo 18enne di origine cecena, Abdhoullakh Anzorov, poi ucciso dalla polizia.Ieri i francesi sono scesi in piazza contro il terrorismo islamico e per ricordare Paty. Molti insegnanti hanno denunciato il «clima di tensione» in classe ogni volta che si parla di islam, testimoniando i frequenti insulti agli ebrei e a Israele e gli attentati terroristici giustificati dagli alunni, che spesso gridano in classe «Allahu Akbar». Come testimoniato a Tempi da Bernard Ravet, direttore per tre anni di tre collège pubblici nelle banlieue di Marsiglia e autore del libro Principal de collège ou imam de la République?, le scuole francesi sono troppo spesso completamente in mano agli islamisti e le autorità si disinteressano a un fenomeno che «mette in serio pericolo le fondamenta dello Stato».Anche Dominique Schnapper, che dal 2018 presiede il Consiglio dei saggi della laicità, voluto dal ministro dell'Educazione nazionale, Jean-Michel Blanquer, ha riconosciuto che «da quindici anni ci rifiutiamo di guardare in faccia la crescita dell'islam radicale nelle scuole». DOPO LE LACRIME E GLI HASHTAG, COSA FAREMO?È il segreto di Pulcinella che il direttore del Figaro, Alexis Brézet, ha voluto sottolineare ancora una volta nel suo editoriale:«Per due settimane Samuel Paty è stato oggetto di un complotto metodicamente ordito, attentamente organizzato. Dei militanti islamisti l'hanno preso di mira, perseguitato, calunniato. Tra loro un genitore ma anche un attivista islamista, schedato, membro di un "consiglio di imam di Francia". I membri di questa piccola banda l'hanno denunciato alla gerarchia. L'hanno segnalato alla polizia. Hanno gettato il suo nome in pasto ai social media. Hanno postato dei video ingiuriosi nel sito di una moschea. Non avranno armato direttamente la mano dell'assassino, ma hanno senza dubbio ispirato il suo gesto. "Non passeranno!", si dice. Ma la triste verità che tutti sappiamo è che sono già passati. L'influenza islamista pesa sulla scuola. Secondo un recente sondaggio, il 40 per cento degli insegnanti si "autocensura" su alcuni temi per non creare incidenti. La verità è che questi islamisti sono ben organizzati: hanno nel Ccif la loro vetrina ufficiale, hanno i loro negozi, le loro imprese, i loro brillanti avvocati, i loro attivisti, i loro predicatori che riempiono le moschee, i loro soldati e sicari. Possono contare sui partiti e i media. E adesso? E domani? Dopo le lacrime e gli omaggi, dopo i grandi discorsi e le manifestazioni, dopo gli hashtag, che cosa succederà? Continueremo con i compromessi davanti alla minaccia islamista o ci risveglieremo, opponendo alla guerra che ci è stata dichiarata un'altra guerra? Questa è la sola domanda che dobbiamo farci. Va bene la legge contro il separatismo ma questi islamisti non sono separatisti, sono conquistatori che vogliono sostituire, territorio per territorio, le nostre leggi con la sharia. Bisogna chiudere tutte le moschee dove si insegna a odiare la Francia. Espellere immediatamente gli imam stranieri che predicano l'odio. Espellere i radicalizzati stranieri e impedire ai francesi schedati come radicalizzati di essere assunti in impieghi sensibili. Bisognerà infine affrontare il tema dell'immigrazione incontrollata. Ci vuole coraggio, come quello che ha avuto Paty».Nota di BastaBugie: nell'articolo seguente dal titolo "Perché la Francia non riesce a espellere i migranti irregolari radicalizzati" spiega che la Francia espelle appena 20 mila migranti all'anno a fronte di 100 mila domande d'asilo rigettate.Ecco l'articolo completo pubblicato su Tempi il 26 ottobre 2020:Si aspettava solo la conferma ufficiale ed è arrivata puntuale venerdì: Abdullakh Anzorov, il giovane che ha decapitato il docente francese Samuel Paty, aveva legami con i jihadisti in Siria. Il 18enne era un rifugiato con regolare permesso di soggiorno fino al 2030, ma in reazione all'ennesimo attentato terroristico è cresciuta in Francia l'insofferenza verso l'incapacità del paese di espellere gli immigrati (radicalizzati o meno), soprattutto quando non sono in possesso di un permesso di soggiorno.Un'indagine del Figaro mostra quanto sia legalmente difficile espellere gli ospiti irregolari. In un articolo per il quotidiano francese Didier Leschi, direttore generale dell'Ufficio francese dell'immigrazione e dell'integrazione (Ofii), spiega che anche quando l'Ufficio francese di protezione dei rifugiati e degli apolidi (Ofpra) rigetta una richiesta d'asilo, è sempre possibile effettuare ricorso alla Corte nazionale del diritto d'asilo (Cnda), potendo contare in automatico sull'assistenza di un avvocato pagato dallo Stato. Il ricorso impedisce di ricondurre alla frontiera il richiedente quando questo proviene da un paese che non è ritenuto «sicuro». L'Ofpra respinge ogni anno circa 100 mila richieste di asilo ed è compito dei prefetti, una volta bocciato il ricorso, emettere l'ordine di espulsione (Oqt). Questo può essere però contestato entro un mese e in ogni caso il soggiorno clandestino in Francia non è più un reato dal 2012. Anche chi viene ritrovato senza documenti non può essere arrestato ma detenuto in un centro amministrativo per un massimo di 90 giorni.Spesso l'espulsione viene bloccata perché il richiedente presenta all'Ofii una richiesta di interrompere la procedura a causa di un precario stato di salute. Fino al 2016, quando le richieste erano gestite dalle aziende sanitarie locali, l'80 per cento delle richieste veniva accettato. Dal 2016, da quando cioè le richieste vengono gestite direttamente dall'Ofii, il tasso è diminuito al 50 per cento. In aggiunta, resta il problema dei paesi d'origine, che possono sempre rifiutarsi di far rientrare l'immigrato, insieme ai «problemi di sicurezza sull'imbarco di passeggeri recalcitranti su un aereo». La pandemia complica tutto: i paesi d'origine richiedono che gli immigrati siano in possesso di un tampone negativo. «Il tampone però non può essere fatto con la forza. Chi si rifiuta deve essere obbligato con l'intervento della giustizia. Che però non sempre interviene». Titolo originale: Da 15 anni fingiamo di non vedere l'islam radicale nelle scuole francesiFonte: Tempi, 19 ottobre 2020Pubblicato su BastaBugie n. 688
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6303MUSULMANO PAKISTANO STUPRA UNA BAMBINA CRISTIANA DI 6 ANNI di Leone GrottiTabitha, giovane cristiana pakistana di 6 anni, è stata aggredita mentre rientrava da scuola da un un giovane musulmano di 18 anni, Muhammad Waqas, trascinata in casa, spogliata e stuprata. Il crimine è avvenuto a Lahore un anno fa, il 12 settembre, e non solo giustizia non è stata fatta, ma la famiglia della bambina è costretta a scappare per le minacce della comunità islamica locale.Dopo aver trovato la figlia con i vestiti strappati fuori dalla casa di Waqas (molti testimoni avevano visto il giovane trascinare la bambina), il padre di Tabitha, Munir Balli Masih, denunciò il ragazzo musulmano alla polizia, che lo arrestò il giorno stesso. Portata in ospedale, una perizia medica confermò lo stupro e l'autore della violenza.La famiglia di Waqas propose subito ai cristiani di accettare un risarcimento in denaro e di ritirare la denuncia, ottenendo però da Masih un rifiuto. Il 4 febbraio una prima richiesta di rilascio su cauzione del musulmano è stata respinta dai giudici. Successivamente, però, le pressioni e le minacce della comunità musulmana alla famiglia cristiana si sono fatte insistenti: «Due imam delle moschee locali sono venuti a casa mia e mi hanno chiesto di ritirare la denuncia», spiega Masih alla British Pakistani Christian Association. «Mi hanno detto: "Se non lo farai, bruceremo la tua casa e porteremo via le tue altre figlie". Io per la paura sono scappato subito con mia moglie e le mie bambine in un villaggio vicino da alcuni familiari».Ma anche lì fu rintracciato dai Waqas, che si appellò ad alcune potenti famiglie locali per far desistere Masih. «Hanno invitato me e mia moglie a casa di un influente musulmano. Lui e gli altri sedevano su poltrone e divani, noi abbiamo dovuto sederci per terra. Ci chiamavano "Churas", sporchi cristiani, e insistevano perché prendessimo i soldi e ce ne andassimo per sempre».Masih rifiutò di nuovo 60 mila rupie (300 euro) e tornò a casa sua, non sentendosi più al sicuro nell'abitazione dei familiari. Poche settimane fa, l'8 settembre, Muhammad Waqas è stato liberato su cauzione in attesa dell'inizio del processo, gettando nello sconforto la famiglia della piccola Tabitha, che alla Bpca dichiara: «Ho paura a tornare a scuola, ho paura che mi picchi e mi trascini a casa sua di nuovo».Tabitha non è la sola cristiana ad aver subito violenze e ingiustizie. Ogni anno 2.000 ragazze circa appartenenti a minoranze religiose vengono rapite e maltrattate, spesso convertite a forza all'islam e obbligate a sposarsi. Tra i casi più recenti, hanno fatto enorme scalpore quelli di Maira Shahbaz e Huma Younas, entrambe quattordicenni.Nota di BastaBugie: il precedente articolo si concludeva ricordando il caso di Maira Shahbaz. Nell'articolo seguente dal titolo "Maira, rapita da un musulmano e violentata, è scappata" se ne racconta la drammatica storia.Ecco l'articolo completo pubblicato su Tempi il 26 agosto 2020:Mohamad Nakash, l'uomo che secondo l'Alta Corte di Lahore sarebbe suo legittimo marito perché, secondo il giudice, l'adolescente si sarebbe convertita all'islam. Maira dopo la fuga si è recata presso una stazione della polizia riferendo fra l'altro di essere stata filmata mentre veniva violentata dal sequestratore. La ragazza di Madina Town (Punjab) insieme alla madre Nighat e a tre fratelli sono attualmente in fuga dall'abitazione di Nakash, residente nei pressi di Faisalabad, luogo dove secondo fonti vicine ai familiari della vittima sarebbe stata anche costretta a prostituirsi. Maira ha confermato di rifiutare l'abiura della propria fede cattolica, sottolineando di essere stata ingannata tramite la firma di documenti in bianco estortale dal rapitore. Ha aggiunto che il sequestratore e i suoi complici l'hanno minacciata di pubblicare online il video dello stupro qualora non si fosse attenuta alle loro richieste. La fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) è entrata in possesso, tramite il legale della famiglia, l'avv. Khalil Tahir Sandhu, del documento attestante le dichiarazioni rese da Maira alle forze di polizia. Descrivendo quanto accaduto dopo il sequestro avvenuto lo scorso aprile la minorenne ha dichiarato: «Mi sono trovata in un luogo sconosciuto dove l'accusato mi ha costretta a prendere un bicchiere di succo contenente un alcolico. In quel momento ero semi cosciente e l'accusato mi ha stuprata violentemente e mi ha anche filmata mentre ero nuda. Quando sono tornata in me ho iniziato a gridare e a chiedere loro di lasciarmi andare. Hanno minacciato di uccidere tutta la mia famiglia. Mi hanno anche mostrato il video in cui ero nuda e le foto che avevano scattato con i loro cellulari mentre mi stupravano». La vittima ha ribadito: «La mia vita era in balia dell'accusato e... Nakash mi ha stuprata ripetutamente e violentemente». L'attivista per i diritti umani Lala Robin Daniel, in un colloquio con Acs, ha descritto la vita in fuga della vittima, costretta a spostarsi continuamente da un posto all'altro. «Maira è traumatizzata. Vogliamo portarla da un medico ma temiamo di essere scoperti». La famiglia ha richiesto l'arresto di Mohamad Nakash per crimini sessuali ai danni di un minore e l'avv. Tahir Sandhu si è rivolto all'autorità giudiziaria per ottenere l'annullamento del presunto matrimonio e il riconoscimento della violenza subita anche per ottenere la conversione all'islam. Il presunto sequestratore ha reagito richiedendo l'arresto della madre della vittima, Nighat, degli zii e di Lala Robin Daniel asserendo che loro avrebbero rapito la ragazza portandola via dalla propria casa nei pressi di Faisalabad. Sono passate quasi tre settimane dopo la decisione assunta dall'Alta Corte di Lahore a favore di Mohamad Nakash, nonostante il legale di Maira abbia prodotto un certificato di nascita ufficiale dal quale risulta che l'adolescente aveva 13 anni al tempo del presunto matrimonio che si sarebbe consumato mesi prima del sequestro, lo scorso ottobre. Il religioso islamico citato nel certificato di matrimonio lo ha peraltro dichiarato falso e si è rivolto alle forze di polizia. Dopo mesi dal sequestro e dalle violenze fisica e spirituale Maira attende giustizia, e con lei restano in attesa le altre 2.000 ragazze che ogni anno in Pakistan subiscono trattamenti simili. Titolo originale: Pakistan, musulmano aggredisce e stupra una bambina cristiana di 6 anniFonte: Tempi, 22 settembre 2020Pubblicato su BastaBugie n. 684
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6219SANTA SOFIA TRASFORMATA IN MOSCHEA: ERDOGAN VUOLE RESTAURARE L'IMPERO OTTOMANO di Souad SbaiSe qualcuno nutriva ancora dei dubbi sulle intenzioni restauratrici neo-ottomane del sultano Erdogan, la decisione della Corte suprema turca che spiana la strada alla riconversione in moschea di Santa Sophia a Istanbul dovrebbe mettere in chiaro una volta per tutte la realtà della minaccia rappresentata dai Fratelli Musulmani.Obiettivo della Fratellanza fin dalla sua fondazione in Egitto nel 1928, è la rinascita del Califfato abolito da Ataturk nel 1924. Attraverso i decenni, è passato quasi un secolo, tale aspirazione ha trovato pieno slancio e vigore politico proprio in Turchia nell'islamismo incarnato da Erdogan, di cui solo la decadenza culturale occidentale poteva non riconoscerne immediatamente la vera natura. Eppure Erdogan lo aveva detto in maniera chiara e inequivocabile già prima d'intraprendere la scalata politica e istituzionale che lo avrebbe portato al vertice supremo del regime fondamentalista e liberticida da lui oggi instaurato: "I minareti sono le nostre baionette, le cupole i nostri elmetti, le moschee le nostre caserme". E per averlo detto ha affrontato persino il carcere. Alla sua chiarezza, non è stato però dato sufficiente credito, al punto che Europa e Stati Uniti ne hanno persino favorito l'ascesa al potere. Inutile ora piangere sul latte versato, di fronte al "mostro" che mostra in tutta evidenza i suoi tratti somatici.I numerosi manifestanti accorsi nel piazzale antistante Santa Sophia per festeggiare subito dopo la sentenza della Corte, alzando il braccio con le quattro dita della "rabia", gesto tipico dei Fratelli Musulmani ripetutamente utilizzato da Erdogan, hanno così lanciato la sfida dell'islamismo al mondo intero, come a dire: "Siamo tornati, e vinceremo", una dichiarazione di guerra che ha scaldato i cuori dei milioni di seguaci della Fratellanza diffusi e ben radicati in tutti i continenti. Niente più ricerca del dialogo e della coesistenza pacifica tra religioni e culture diverse, dunque, ma sottomissione e predominio, a partire da Santa Sophia, simbolo della chiusura del capitolo storico delle guerre con il cristianesimo, capitolo che Erdogan ha invece riaperto, rilanciando contemporaneamente con le sue dichiarazioni (in arabo) quello relativo a Gerusalemme e alla moschea di Al Aqsa, quali culmine della riconquista del Medio Oriente di ottomana memoria.Le vicende di Siria, Egitto, Tunisia, Libia, per citare i casi più eclatanti, non ci dicono ancora nulla? Come contrastare, oggi e domani, l'espansionismo militare islamista capitanato da Erdogan, che per avanzare si serve senza scrupoli anche del terrorismo jihadista? Il prossimo passo sarà la ricostituzione ufficiale del Califfato: il sultano Erdogan I e i suoi successori non si fermeranno.Nota di BastaBugie: Silvia Scaranari nell'articolo seguente dal titolo "Basilica, moschea o museo: il difficile ruolo di Santa Sofia" racconta la storia della Basilica di Santa Sofia voluta dall'imperatore Costantino nel IV secolo e che è stata per oltre mille anni una chiesa cristiana.Ecco l'articolo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 6 luglio 2020:Santa Sofia a Istanbul è simbolo di un passato che non è più. [...] Progettata a partire dal 350 d.C., più volte distrutta e ricostruita con significativi cambi di stile, deve l'aspetto attuale all'imperatore Giustiniano che ne ordina la nuova progettazione nel 532, dopo l'ennesimo incendio che l'aveva distrutta quasi completamente, affidandone il progetto a Isidoro di Mileto. Sempre Giustiniano la fa consacrare nel 537 e da quel momento diventa la sede del Patriarcato di Costantinopoli e delle cerimonie imperiali bizantine.Dopo lo scisma fra cattolici e ortodossi del 1054 resta ovviamente di rito ortodosso tranne un breve periodo in cui è trasformata in cattedrale cattolica durante la IV crociata e il successivo Regno Latino d'Oriente (1204-61) divenendo anche luogo per l'incoronazione ad imperatore di Baldovino I.Ritornata in mano ai bizantini nel 1261 subisce un nuovo e radicale cambio di destinazione nel 1453 dopo la conquista della città da parte dei musulmani guidati da Maometto II. Nella sua decisa avversione verso i cristiani ordina subito che venga convertita in moschea con il nome di Aya Sofya. Fa costruire all'esterno i minareti che ancora oggi la circondano e coprire con calce bianca gli affreschi interni. Inoltre la dota di un ricco mihrab, la tipica nicchia che indica la direzione della Mecca e di fronte alla quale i fedeli musulmani compiono le preghiere rituali. Molti elementi tipici dell'arte ottomana sono aggiunti nel tempo per rispondere al desiderio dei sultani di abbellire questo luogo sacro, luogo di preghiera ma soprattutto luogo simbolo della sconfitta dei cristiani.Con la fine della Prima Guerra Mondiale la Turchia, cuore dell'impero ottomano sconfitto e sgretolato in diversi staterelli dagli accordi di Sèvres, si trasforma in una Repubblica laica sotto la guida del Presidente Mustafa Kemal Atatürk (Padre dei Turchi, 1881-1938).Mustafa Kemal, nato a Salonicco da una famiglia di condizioni medio-basse (il padre prima ufficiale dell'esercito poi commerciante di legname) viene educato all'islam ma fin da giovane si avvicina ai Giovani Turchi, di impostazione nazionalista e laica, poi fa una brillante carriera militare e aderisce alla massoneria turca relegando la fede ad una dimensione puramente formale. Salito al potere instaura una politica di severa laicizzazione in tutta la Turchia, introducendo riforme che portano sempre di più la nuova nazione nell'orbita occidentale. Nel 1935 improvvisamente una decisione azzardata ma di forte valore simbolico: la moschea Aya Sofya deve essere trasformata in un museo. [...]Sotto la guida del Governo da parte di Erdoğan, dal 2013 dai minareti del "museo" viene lanciato l'invito alla preghiera. Il Presidente della Repubblica, visitando il Museo in veste ufficiale nell'anniversario della conquista di Costantinopoli, ha recitato l'apertura del Corano in ricordo di tutti quelli che hanno lavorato per restaurarla ma soprattutto per coloro che l'hanno conquistata. Con questo gesto ha palesemente espresso l'intento di ripristinare l'antico ruolo di moschea dell'attuale museo.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6173I PIU' GRANDI SCHIAVISTI DI NERI SONO STATI I MUSULMANI di Marco Di MatteoTra le tante menzogne storiografiche c'è la convinzione che la tratta degli schiavi rappresenti una pagina nera della storia umana da addebitare solo all'Occidente cristiano, mentre le comunità musulmane sarebbero state immuni da discriminazioni e pregiudizi razziali.In realtà, come riconosce lo storico francese Pétré-Grenouilleau, «ci sono tanti esempi, sparsi nel tempo e nello spazio, che ci indicano come la presenza di schiavi non fosse di minore importanza nel mondo musulmano». Anzi, ribadisce l'economista belga Paul Bairoch, «rispetto al commercio di schiavi neri organizzato dagli Europei, il commercio di schiavi del mondo musulmano è iniziato prima, è durato più a lungo e, cosa più importante, ha colpito un numero maggiore di schiavi». D'altra parte il Corano legittima la schiavitù dei non musulmani.Per lo studio del fenomeno è utile distinguere tre periodi: VII-XII secolo, XVI-XVIII secolo, XIX-XX secolo.1) LA SCHIAVITÙ ALLE ORIGINI DELL'ISLAM E NELL'IMPERO ABBASIDE (750-1258)Il commercio degli schiavi nell'Islam cominciò già nel 652, allorché il generale Abdallah ben Said impose ai cristiani della Nubia (alta valle del Nilo) la consegna di 360 schiavi all'anno. Nelle grandi estensioni mesopotamiche, all'inizio dell'era musulmana, gli schiavi neri erano impiegati per togliere lo strato di natron che ricopriva il terreno. Nell'impero dei califfi della dinastia degli Abbasidi, la schiavitù rappresentò uno dei pilastri economici. Fondamentale fu il loro utilizzo nella bonifica della regione del basso Iraq, che allora era un'immensa palude. Vi lavoravano soprattutto gli Zandj dell'Africa Orientale, che costituivano, per l'immenso numero, «greggi di uomini macchina» (Pétré-Grenouilleau) che, a causa delle durissime condizioni in cui operavano, morivano come mosche. Anche l'estrazione mineraria delle pietre preziose e dell'oro della Nubia, l'estrazione del sale di Tegazza e Taoudeni nel Sahara, nonché la pesca delle perle nelle regioni del Mar Rosso, erano affidate agli schiavi di colore. Questi potevano svolgere anche la funzione di scorta per le carovane, guardiani delle merci, portatori, magazzinieri, eunuchi addetti alla custodia degli harem, soldati negli eserciti.2) LA TRATTA DEI NERI TRA XVI E XVIII SECOLONel XVI secolo in prima linea nello sfruttamento della popolazione di colore fu il Marocco, che fece prosperare le sue piantagioni di canna da zucchero grazie al massiccio ricorso alla manodopera schiavile. La conquista marocchina della grande ansa del Niger ebbe come scopo principale proprio quello di procurarsi i prigionieri necessari a quell'impiego. Nel 1698 la conquista delle isole di Zanzibar e Pemba da parte del sultanato di Oman innescò un cospicuo traffico di schiavi neri, che venivano sfruttati sia nel commercio delle spezie che nella produzione di avorio, trasportato in condizioni disumane.A volte gli schiavi servivano anche come moneta di scambio per mercanzie e servizi vari. Oltre all'avorio, Zanzibar e Pemba detenevano il monopolio mondiale nella produzione di chiodi di garofano. Il lavoro dei neri era utilizzato anche nella produzione di miglio, sesamo e noci di cocco, nelle piantagioni di canna da zucchero di Pangani e in quelle di cereali sulle coste del Kenya. Nelle zone sahariane dell'Africa del Nord, così come negli spazi saheliani del Sud, gli schiavi furono addetti alla costruzione e manutenzione dei sistemi di irrigazione, in particolare delle foggara, gallerie in gran parte sotterranee che servivano a convogliare l'acqua. Nei dintorni del lago Ciad la tratta fu intensamente praticata dagli stati musulmani di Baguirmi, Wadai e Darfur. Nelle regioni del golfo Persico gli schiavi coltivavano la terra, curavano i palmeti, facevano la raccolta dei datteri.3) LO SCHIAVISMO TRA XIX E XX SECOLONell'Ottocento il ruolo degli schiavi impegnati nell'agricoltura nelle regioni saheliane crebbe ulteriormente. Senza di loro le oasi non avrebbero potuto funzionare e il deserto avrebbe rappresentato una barriera impenetrabile tra l'Africa tropicale e il mondo mediterraneo. Le montagne e le oasi del Sahara possono essere considerate l'equivalente arabo delle isole dell'Atlantico, cuore della tratta occidentale.Molto importante era anche la rotta che seguiva lo spartiacque tra il Nilo e il fiume Congo, frequentata da negrieri (come il famoso Tippu Tip di Zanzibar) provenienti dell'Africa orientale, dove promotori del commercio di schiavi furono i popoli musulmani Yao, Fipa, Sangu e Bungu. Il sultanato di Jumbe, che si sviluppava intorno al lago Nyasa, fu istituito nel 1846 proprio con lo scopo di favorire la tratta. Nelle regioni del Mar Rosso in questo periodo fu ulteriormente incrementata, mediante l'utilizzo massiccio di schiavi, la pesca delle perle.In tutti questi casi, il trattamento riservato agli schiavi di colore da parte degli arabo-islamici era durissimo: conferma di ciò è l'assenza nei paesi arabo-musulmani di comunità di colore numerose e originali, a differenza delle Americhe, dove vivono oggi 70 milioni di discendenti di schiavi o meticci africani. Tra le cause principali dell'esiguità e insignificanza delle comunità nere nei paesi arabi, sono da menzionare: l'altissima mortalità, dovuta alle disumane condizioni di lavoro e alla crudeltà dei padroni, la forzata assenza di prole degli eunuchi, il mancato sostegno alla loro riproduzione da parte dei proprietari.LA TRATTA CONTINUA ANCORA OGGI...Da questo sommario quadro emerge che la tratta fu uno degli elementi fondamentali della dinamica espansionistica musulmana, sia politica che economica, dando origine, come ha affermato lo storico Claude Cahen, ad una vera e propria «società di schiavi». Questo sistema schiavile ebbe anche dei risvolti negativi, perché rallentò lo sviluppo tecnico-scientifico e contribuì alla stagnazione sociale dei paesi islamici.Volendo trarre un bilancio numerico, gli esperti hanno valutato che più di 20 milioni di Africani sono stati venduti come schiavi dai musulmani fra il VII e il XX secolo (perlopiù donne e bambini). Ma la tratta continua ancora oggi...Tra le tante sure coraniche sulla schiavitù, particolarmente significativa ci sembra la seguente: «quando incontrerete quelli che non credono, uccideteli fino a che non ne abbiate fatto strage; allora, rafforzate le catene dei rimanenti» (XLVII, 4).
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6134AISHA SILVIA ROMANO E ASIA BIBI: DUE DONNE A CONFRONTO di Lorenza FormicolaEsistono due mondi che non si incontreranno mai, neanche come imputati del tribunale del politicamente corretto perché non si tratta di questi argomenti e resteranno per sempre uno di fronte all'altro alla corte dell'onestà intellettuale. Perché uno di questi mondi si porta tantissimo sui media, l'altro non avrà mai un ruolo da protagonista sul proscenio della cattiva coscienza occidentale.Da una parte di questi due mondi c'è Asia Bibi dall'altra che Aisha Silvia Romano. Quando Asia Bibi viene arrestata è il 19 giugno del 2009; è una giovane donna cristiana madre di cinque figli, che mentre andava a prendere un po' d'acqua con un secchio in un pozzo del suo villaggio le altre donne presenti le dicono che "Haram" vietato all'islam! Non può bere, non può toccare quell'acqua e nasce una discussione e a quel punto le intimano una repentina conversione all'islam, perché Asia è cattolica. Ma Asia si rifiuta, "Credo in Gesù" è la sua prima risposta. Le donne la circondano, esigono un giuramento ad Allah. Allora Asia replica "Gesù Cristo è morto sulla croce per i peccati dell'umanità. Che cosa ha fatto il vostro profeta Maometto per salvare gli uomini?". Una domanda retorica che fai in primis a se stessa "Perché dovrei convertirmi ad Allah?". Ma questa domanda rivolta alle compagne di lavoro costa ad Asia Bibi la condanna a morte. Viene accusata di blasfemia, resta in carcere per 9 anni. Verrà anche la magistratura a trovarla dietro quelle sbarre; le chiederanno ancora di convertirsi all'islam, una scelta che la libera e le salverà la vita le promettono. Ma Asia non crede né cede a quella ipocrita libertà. "Io ho ringraziato di cuore per la proposta ma ho risposto con tutta onestà che preferisco morire da cattolica che uscire dal carcere da musulmana. Sono stata condannata perché cristiana. Credo in Dio e nel Suo grande amore. Sì, mi avete condannata a morte perché amo Dio. Sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui". Sarà questa la risposta della cattolica Asia Bibi a chi le aveva ancora, dietro le sbarre, promesso la salvezza in cambio di un giuramento ad Allah.Passeranno gli anni e con essi le sentenze seguiranno senza sosta. Asia Bibi sarà sottoposta a tutti i gradi di giudizio: nove anni lontana dai figli e dal marito nel braccio della morte pakistana in una lurida cella, mentre per il popolo pakistano, per gran parte della politica e per gli imam di tutto il mondo, ma soprattutto per quelli locali, Asia Bibi deve morire. Già troppa accondiscendenza nelle aule di tribunale: va impiccata! Già troppe sentenze, troppo tempo! Era una decisione per il mondo islamico pakistano, ma anche per quello mondiale, che andava presa subito. Non doveva neanche finire in tribunale. La legge nera sulla blasfemia parla chiaro infatti c'è la pena capitale per chiunque sia reo di bestemmia contro il profeta, il Corano e i suoi contenuti. La bestemmia di Asia Bibi è stata quella di non riconoscere Allah come il suo dio.ASIA BIBI DEVE MORIRE!Le proteste nel paese, ogni anno di più, si moltiplicano e raggiungono anche le piazze animate da imam locali di Francia, Inghilterra, Germania. Ci saranno manifestazioni nel centro delle capitali europee con cartelli che recitano "Asia Bibi deve morire!". L'assoluzione e l'eventuale liberazione dal carcere di Asia vengono definiti come il risultato di un accordo con l'occidente e che sia anatema quest'accordo, dicono i musulmani. Ma quando, ad ottobre del 2018, finalmente viene assolta dalla corte suprema il Pakistan è in fiamme. Il palazzo della Corte Suprema quel giorno ad Islamabad viene circondato da 300 poliziotti; le proteste mettono a ferro e fuoco il paese. La Corte cede alle proteste del partito islamico sunnita e, non solo la giovane donna non viene subito liberata e continuerà a restare in carcere per molti mesi, ma su Asia pende anche il divieto di lasciare il Pakistan. Questo vuol dire una condanna a morte, non più per mano del governo, ma dei cittadini islamici. Questo "accordo", con molte virgolette, mette fine alle sommosse che hanno bloccato le principali città come se il popolo islamico in quel momento con quel divieto di lasciare il Pakistan che pende sulla testa di Asia Bibi trova conforto: in qualche modo la faremo fuori. Eppure il Pakistan continua un pochino a lamentarsi, il mondo islamico continua a lamentarsi in ogni angolo del pianeta. È così che soprattutto nella capitale e nelle principali città pakistane i cristiani sono costretti a restare a casa in quei giorni. Le forze di sicurezza presidiano chiese e altri edifici religiosi. I dimostranti per giorni, prima di quell'accordo, avevano sfilato bruciando fotografie di Asia Bibi. La avevano disegnata con un cappio alla testa e la scritta "Impiccatela".Solo il 29 maggio 2019 la corte suprema del Pakistan respinge sia il ricorso contro l'assoluzione di Asia Bibi che il divieto di lasciare il paese. Grazie anche all'egregio lavoro del suo avvocato e ad alcuni aiuti della comunità internazionale, ma soprattutto accidentale, grazie a un accordo internazionale l'8 maggio del 2019 l'avvocato ottiene di far ricongiungere la giovane donna con la sua famiglia, nel frattempo costretta a vivere nascosta in Canada e oggi Asia è in Canada. Quegli anni di prigionia significano una tensione tale che Asia inizia a soffrire di disturbi cardiaci. Significheranno violenze e sevizie, maltrattamenti e umiliazioni. Racconterà di quando le fu messo un collare al collo talmente stretto da farle mancare il respiro, era attaccato a una lunga catena alle manette della guardia che la tirava, come fosse un cane. Racconterà cosa significa essere donna e cattolica in un paese islamico. E dirà siamo chiamati sciuri, che sta per colui che pulisce i bagni; quando facciamo i documenti identità siamo obbligati a dichiarare la nostra religione. Il nostro passaporto ha un colore particolare, è nero. Prima ancora di aprire sanno che siamo cristiani; il che vuol dire una sola cosa: discriminazione.SILVIA ROMANOMentre Asia vive la sua lunga agonia, in quelli stessi mesi del 2018, una ragazza italiana, partita per l'Africa per fare la cooperante con una ONLUS, viene rapita. Anche se la ricostruzione dei fatti che oggi tutti conosciamo più che di rapimento lascerà intendere che è stata tradita, da chi si trovava con lei nella Onlus in Kenya e quindi venduta ai terroristi islamici e trasportata, portata in Somalia. Dopo circa un anno e mezzo di silenzio di prigionia il governo italiano paga il riscatto ai terroristi islamici di Al-Shabaab. La ragazzina che era partita come Silvia Romano ritorna come Aisha.Aisha in arabo è la madre dei credenti, la più importante delle spose di Maometto. Aveva 6 anni Aisha quando viene perfezionato il contratto di matrimonio con il profeta di Allah che nel frattempo ne aveva 50; è così che Silvia vuole conservare la memoria di una delle spose maomettane e iniziare la sua nuova vita. Lo ha reso noto, l'abbiamo visto tutti, a tutto il mondo appena è atterrata a Ciampino. Ci hanno ripetuto in questi giorni di non poter giudicare la conversione di una giovane donna, che la fede è un fatto personalissimo nel quale nessuno può entrare. È bellissimo, se non fosse che l'Islam non è un fatto puramente personale, non lo è mai. Il velo, la cui invenzione è politica e non vi è traccia nel Corano, è il modo con cui l'Islam ha deciso di coprire le sue donne. È una specie di elmo, simbolo di una guerra culturale che la religione di Maometto combatte contro l'occidente, è simbolo di una separazione. La funzione è quella di protezione dall'esterno e questo significa che ciò che le donne islamiche hanno intorno, a ovest del mondo, in Occidente, la terra che abitano i crociati, i cattolici, i cristiani è un pericolo, qualcosa da cui ci si deve guardare perché impuro come impure sono le parti del corpo femminile (capelli, collo, a volte mani e spalle per gli abiti islamici più rigidi) della donna che dai 9 anni deve iniziare a coprire per non disturbare o distrarre l'uomo che le considera concupiscibili.E allora come si può non giudicare offensivo quel velo o come qualcosa di privato di personale. Silvia avrà sicuramente subito pressioni e violenze anche psicologiche, nonostante ad oggi però non ha fatto che negarle aggiungendo di non essere mai stata carcerata e sempre trattata bene. Probabilmente quel velo, con cui è atterrata in Italia e che non ha voluto togliersi neanche nei giorni successivi e che non è un abito somalo ma solo islamista era una tattica di sopravvivenza. Non lo sappiamo. Quell'abito è quello a cui Asia Bibi non ha voluto cedere e di cui Silvia, Aisha, si è comunque rifiutata di liberarsi una volta riconsegnata alla sua famiglia; anzi ha rivendicato quel velo e quel nome.UNA VACANZA STILE AVVENTURAGiustamente, fa notare però Fausto Biloslavo, tutto ciò lascia immaginare che abbia trascorso più una vacanza stile avventura nel mondo piuttosto che un sequestro a questo punto. Perché per un ospite più che un ostaggio non si paga un consistente riscatto per vederla fuori dall'inferno jihadista somalo e soprattutto ci si chiede se la ragazzina sia disposta a condannare prima o poi il rapitore del gruppo armato islamico Al-Shabaab, quelli che utilizzano la bandiera nera dello Stato islamico anche se sono in gran parte affiliati ad Al Qaida. Giustamente la vaghezza delle deposizioni che Silvia Romano ha fatto agli inquirenti dopo quasi due anni di silenzio lasciano domande irrisolte: perché non fornire tanti dettagli? Per reticenza? Un modo per impedire di arrivare ai sequestratori? Incapacità di intendere e di volere? Ci racconterà la storia o forse no. Per adesso la vicenda della nuova Aisha e della sua conversione ha lasciato un segno che non è scenografico ma talmente reale che passerà ancora molto tempo prima che si smetta di parlarne.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6128LE FRASI CHOC DEGLI ISLAMICI ITALIANI SULLA CONVERSIONE DI SILVIA: ''MA QUALI TERRORISTI? L'HANNO SOLO RIEDUCATA'' di Elena Barlozzari e Alessandra BenignettiCi sono tanti aspetti della storia di Silvia Romano ancora da chiarire, ma uno di quelli che sembra aver suscitato maggior interesse nell'opinione pubblica è il segreto della sua conversione.La scelta di abbracciare la stessa religione dei suoi carcerieri, di quelli che hanno fatto irruzione nella sua vita strappandola alla libertà e agli affetti per 18 mesi, è una cosa che sfugge all'umana comprensione. Non esistono spiegazioni razionali che ci mettano al sicuro da ciò che non riusciamo a decifrare. E così ognuno ricorre alla sua suggestione.Chi prega Allah se ne compiace e lo prende come un segno della sua grandezza. È il caso dei tanti utenti che in queste ore stanno commentando la notizia sui social arabi tirando in ballo la divina provvidenza: "Grazie ad Allah che le ha indicato la retta via dell'Islam". Qualcun altro, come riferisce Askanews, esulta per "l'impresa dei giovani mujaheddin". "Le strade del Signore sono infinite", ci dice un giovane studioso del Corano che incrociamo davanti alla moschea di via della Marranella, nel quartiere romano di Tor Pignattara, dove la concentrazione di musulmani è altissima. Impossibile, secondo il ragazzo, che la sua conversione sia stata forzata. "È stata una sua decisione, nell'Islam la conversione forzata - spiega - non esiste". E poi, aggiunge: "Se fosse stata costretta, perché quando è tornata in Italia non si è tolta il velo?".ALLAH GLI HA TOCCATO IL CUOREÈ la stessa versione che ci dà Omar, un medico libico sulla trentina che frequenta la moschea di via Capua. "La prova è stata il suo rientro in Italia, era velata e sorridente, credo che Allah le abbia toccato il cuore", spiega. "Secondo me - aggiunge - ha trovato qualcosa che forse le mancava". Il giovane non crede alla versione del rapimento né che il governo italiano abbia pagato un riscatto ai terroristi. "Non sono convinto, per ora le informazioni sono poche e non ci sono certezze, per come la vedo io la ragazza non sembrava particolarmente provata". In ogni caso, ci tiene a precisare, "se si fosse trattato davvero di un sequestro è chiaro che lo condannerei". Ma non tutti qui la pensano così.Nella kasbah romana c'è anche chi legittima i jihadisti somali di al Shabaab e si surriscalda quando ci sente chiamarli "terroristi". "Quali terroristi? Quella è gente che prega, i terroristi siete voi che lanciate le bombe sui bambini assieme agli americani", ci risponde piccato un musulmano sulla settantina. "Lei è andata lì per seminare discordia e invece ha ricevuto un'educazione e si è arricchita spiritualmente, adesso è libera e felice", continua. Capito come? Secondo il nostro interlocutore ci sarebbe pure da ringraziarli questi tagliagole per aver "educato" Silvia all'Islam facendola uscire dal "buio". "Non è stata una conversione - insiste - ma un ritorno alle origini, il battesimo e la cresima quelli sì che sono atti terroristici perché tutti noi nasciamo musulmani". Nel momento in cui Silvia ha sposato la fede coranica, ci assicura, "è diventata come una sorella, ed i mujaheddin morirebbero per lei". L'anziano non ha dubbi: "È stata trattata da signora, noi le donne le rispettiamo".QUESTA RAGAZZA HA SENTITO UNA MANCANZA DI SPIRITUALITÀAffermazioni forti da cui Siddique Nure Alam, presidente dell'associazione Dhuumcatu e punto di riferimento della comunità islamica di Tor Pignattara che lo conosce come Batchu, prende le distanze. "La questione della conversione di Silvia è stata esasperata, si sono create delle tifoserie da stadio, io - spiega - sono contento che sia stata liberata, il resto sono affari suoi". "Non credo - aggiunge - che l'abbiano trattata male, sennò non si spiegherebbe il suo atteggiamento disteso". Il fatto che la cooperante si sia uniformata ai costumi religiosi dei suoi carcerieri, per Batchu, potrebbe essere dovuto anche al vuoto di valori della società occidentale. "Secondo me - conclude - questa ragazza ha sentito una mancanza di spiritualità, ci sono tanti cattolici che si definiscono tali ma non praticano, credo che venendo in contatto con una religione più forte abbia finito per esserne ispirata".
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