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Author: BastaBugie

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La Tv esige un solo atto di coraggio: quello di spegnerla!
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TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6504PERFORMANCE BLASFEMA DI SANREMO 2021Achille Lauro inizia con il sacro cuore di Gesù e le lacrime di sangue stile Madonna di Civitavecchia, poi in coppia con Fiorello con una corona di spine, infine il costato insanguinato (comunicato integrale del vescovo di San Remo)di Andrea ZambranoSi è presentato sul palco dell'Ariston neanche fosse al sambodromo di Rio: piume di struzzo, capelli blu e trucco pesante abbarbicato ad un asta del microfono con due angeli e un Sacro Cuore. Achille Lauro deve aver capito che il genere maudit con punte dissacranti frutta parecchio. L'anno scorso aveva indignato con quelle sue pose da San Francesco e da San Sebastiano, poi le copertine blasfeme come Gesù crocifisso hanno fatto il resto.E il resto è la sua performance da cavaliere dello zodiaco nella canzone Solo noi con la quale ha inaugurato la prima delle sue serate come ospite del Festival. Perché De Marinis, pur non essendo in gara a Sanremo, ce lo sciropperemo tutte le sere con i suoi travestimenti e c'è da scommettere che i riferimenti alla religione, sempre cattolica ovviamente, non mancheranno. Dato che ormai nessuno si indigna neanche più, avrà campo libero di sperimentare.Sò ragazzi, si dirà. La canzone, poi, è il classico tiramento generazionale di noi ggiovani poveretti che siamo soli «senza un'anima, senza umanità, immoralità, bipolarità». [...]Non capiamo proprio cosa ci sia di geniale in questo prodotto commerciale della musica. Canta la disperazione col portafoglio ormai pieno. Comodo. Però funziona, i ragazzi ci cascano perché nelle sue pose androgine da ragazzo problematico ha trovato la sua vena. E poi parla di sessualità indefinite «sessualmente tutto, genericamente niente, peccato e peccatore», tutto troppo politicamente corretto per meritarsi almeno qualche punta di critica.SEMPLICEMENTE BRUTTOLa canzone è orecchiabile, ha un non so che di ingenuo, ma forse è solo monotonia, scritta da chi non ha neanche idea di che cosa sia una melodia, ma già da diverse settimane è in classifica. Lui è urticante alla vista, semplicemente brutto e per poter dare nell'occhio con i suoi travestimenti deve scivolare nel blasfemo (lo ammettiamo: non avremmo scritto questo articolo se si fosse vestito solo di strass e paillettes). [...]Il Sacro Cuore sull'asta del microfono è chiaramente visibile e così anche i due angeli alla sua base e alla sua sommità. Le lacrime di sangue finali poi, beh, con quello non sappiamo se sia più il trash o l'irriverenza. Un fiotto di colorante vermiglio in quantità industriali tali che probabilmente non le ha usate neanche Tarantino nello scontro stradale tra Butch e Marcellus in Pulp Fiction. Ma il rimando alla Madonnina di Civitavecchia è un pugno nello stomaco. Per lo meno per chi ha sentito dalla bocca dei protagonisti quello che è accaduto a Pantano. Non certo per lui, che sembra venuto da Marte, ma è romano de Roma e quindi almeno dovrebbe lasciarsi interrogare un po' di più.Ma ormai si è capito che Achille Lauro è quel personaggio lì. L'anno scorso aveva indignato, quest'anno nemmeno e non sappiamo se per lui sia in fondo un peccato dato che se non fai incazzare qualcuno non sei nessuno. Ormai irridere i simboli della fede non fa neanche più notizia, né uno strepito, né un moto di ribellione, ma di questo non dobbiamo incolpare Lauro, ma guardare in casa nostra, visto che il piano verso l'annacquamento del cristianesimo lo abbiamo inclinato noi, folto e inclito popolo di Dio, rinunciando a chiamare blasfemia ciò che offende prima Dio e poi il suo gregge.STUPIRE E DISSACRAREPerò facile prendersi gioco sempre della Chiesa cattolica, dei suoi simboli, dei suoi misteri. Prova a farlo con l'islamismo che sgozza gole come fossero panetti di burro, Achillino, e magari inginocchiati verso la Mecca mentre lo fai. Vediamo poi se ti passa la voglia di fare il travestito della disperazione giovanile.Oppure prova a prendere di mira le categorie sacralizzate e protette dal politicamente corretto, tra cui ci sono anche quei gay ai quali strizzi l'occhio con pose e riferimenti e magari i migranti, o le donne come categoria sociopolitica del femminismo contemporaneo, o tutti quei simulacri di perbenismo di fronte ai quali bisogna inginocchiarsi. Ecco, prova a stupire e dissacrare, come prometti, e poi vediamo che cosa ne è delle tue comparsate in Riviera.Questo lo sa anche la direzione artistica di Sanremo che non permetterebbe mai che un artista in gara si prenda gioco dei simboli del politcally correct, visto che questo è anche l'anno del buonismo pandemico dove anche le infermiere possono scendere le scale dell'Ariston come reginette del varietà. Però per la fede cattolica la direzione artistica - e la Rai - permettono che si possa derogare a questa regola. Niente si può dissacrare, tranne ciò che è sacro. Quelli, i simboli della fede, come il segno di croce, servono magari come rito scaramantico in favor di telecamera proprio mentre si accendono le luci, vero Amadeus? Però lì le critiche sono piovute dai soliti atei in servizio permanente. Ma di che stupirsi? Fanno il loro mestiere. Almeno loro. Nota di BastaBugie: S.E. Mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia - San Remo, il 7 marzo ha pubblicato nel sito della diocesi un comunicato per criticare la blasfemia del festival di quest'anno.Ecco il testo integrale:A seguito di tante segnalazioni di giusto sdegno e di proteste riguardo alle ricorrenti occasioni di mancanza di rispetto, di derisione e di manifestazioni blasfeme nei confronti della fede cristiana, della Chiesa cattolica e dei credenti, esibite in forme volgari e offensive nel corso della 71° edizione del Festival della Canzone Italiana a Sanremo, sento il dovere di condividere pubblicamente una parola di riprovazione e di dispiacere per quanto accaduto.Il mio intervento, a questo punto doveroso, è per confortare la fede "dei piccoli", per dare voce a tutte le persone credenti e non credenti offese da simili insulsaggini e volgarità, per sostenere il coraggio di chi con dignità non si accoda alla deriva dilagante, per esortare al dovere di giusta riparazione per le offese rivolte a Nostro Signore, alla Beata Vergine Maria e ai santi, ripetutamente perpetrate mediante un servizio pubblico e nel sacro tempo di Quaresima.Un motto originariamente pagano, poi recepito nella tradizione cristiana, ricorda opportunamente che "quos Deus perdere vult, dementat prius" [A quelli che Dio vuole rovinare, prima toglie la ragione, N.d.BB].Quanto al premio "Città di Sanremo", attribuito ad un personaggio, che porta nel nome un duplice prezioso riferimento alla devozione mariana della sua terra d'origine [Fiorello si chiama Rosario Tindaro, il rosario è la preghiera mariana per eccellenza e Tindaro in onore della Madonna del Tindari a Messina, N.d.BB], trovo che non rappresenti gran parte di cittadinanza legata alla fede e dico semplicemente "non in mio nome".DOSSIER SANREMO Titolo originale: Achille Lauro, blasfemia protetta dal politically correctFonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 04-03-2021Pubblicato su BastaBugie n. 707
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6292X FACTOR 2020: SPOPOLA IL CONCORRENTE GENDERQUEER, NE' MASCHIO NE' FEMMINA di Chiara ChiessiOrmai, come dicevamo anche in articoli precedenti, l' "avanguardia" del gender è la fluidità: non si è più né maschi né femmine, ma "qualcosa" che sta in mezzo e che fluttua tra i due diversi sessi. È il caso del nuovo concorrente di X Factor di quest'anno, il giovane 21enne di Livorno, in arte Blue Phelix, ragazzo che si definisce "non binario" e che nei suoi account social rende esplicita questa sua condizione con l'uso dei tre pronomi "He/She/They". In un suo video di presentazione, l'artista dice: "Non ho mai capito perché la gente non apprezzi gli uomini vestiti con una gonna", i vestiti non hanno identità di genere. Sono pezzi di tessuto. Quando io mi metto un vestito mi sento sicuro di me, mi sento libero e bello. Ho iniziato a fare video su TikTok qualche mese fa, faccio vedere che io esisto. Esisto in questo mondo. Magari non sono come la maggior parte delle persone, ma sono qui. Prima di trasferirmi a Londra avevo paura di far vedere chi fossi veramente. A Londra mi sono reso conto di quello che voglio essere e quello che voglio fare, mi ha aiutato ad esprimere quella parte che era stata repressa. Non possiamo essere influenzati dal giudizio esterno, perché che vita fai? Cosa me ne frega? Niente". Uno dei giudici ha così commentato dopo aver ascoltato la canzone del giovane: "Davanti a me vedo una bellissima persona con una bellissima storia da raccontare, e con una battaglia che penso tu abbia già vinto", ha detto Emma Marrone. "Ma credo che tu possa batterti per gli altri, perché in questo Paese c'è bisogno di chi ci metta la faccia". Ovviamente lodi sperticate e battiti di mani alla condizione fuori da ogni logica e buonsenso dell'artista, che non si definisce né maschio né femmina, ma non-binario, ovvero il suo genere sfugge alla binarietà maschile /femminile. Il danno più grave di queste affermazioni pubbliche è che si influenzano tantissimi ragazzi che seguono sui social quest'artista, e che dunque cresceranno con l'idea che ognuno può decidere quello che è a seconda di ciò che si sente. Ormai, come dicevamo anche in articoli precedenti, l' "avanguardia" del gender è la fluidità: non si è più né maschi né femmine, ma "qualcosa" che sta in mezzo e che fluttua tra i due diversi sessi. È il caso del nuovo concorrente di X Factor di quest'anno, il giovane 21enne di Livorno, in arte Blue Phelix, ragazzo che si definisce "non binario" e che nei suoi account social rende esplicita questa sua condizione con l'uso dei tre pronomi "He/She/They". In un suo video di presentazione, l'artista dice: "Non ho mai capito perché la gente non apprezzi gli uomini vestiti con una gonna", i vestiti non hanno identità di genere. Sono pezzi di tessuto. Quando io mi metto un vestito mi sento sicuro di me, mi sento libero e bello. Ho iniziato a fare video su TikTok qualche mese fa, faccio vedere che io esisto. Esisto in questo mondo. Magari non sono come la maggior parte delle persone, ma sono qui. Prima di trasferirmi a Londra avevo paura di far vedere chi fossi veramente. A Londra mi sono reso conto di quello che voglio essere e quello che voglio fare, mi ha aiutato ad esprimere quella parte che era stata repressa. Non possiamo essere influenzati dal giudizio esterno, perché che vita fai? Cosa me ne frega? Niente". Uno dei giudici ha così commentato dopo aver ascoltato la canzone del giovane: "Davanti a me vedo una bellissima persona con una bellissima storia da raccontare, e con una battaglia che penso tu abbia già vinto", ha detto Emma Marrone. "Ma credo che tu possa batterti per gli altri, perché in questo Paese c'è bisogno di chi ci metta la faccia". Ovviamente lodi sperticate e battiti di mani alla condizione fuori da ogni logica e buonsenso dell'artista, che non si definisce né maschio né femmina, ma non-binario, ovvero il suo genere sfugge alla binarietà maschile /femminile. Il danno più grave di queste affermazioni pubbliche è che si influenzano tantissimi ragazzi che seguono sui social quest'artista, e che dunque cresceranno con l'idea che ognuno può decidere quello che è a seconda di ciò che si sente. Nota di BastaBugie: ecco altre notizie sul "gaio" mondo gay... sempre meno gaio.TEORIA GENDER NELL'AGENDA DELLA VON DER LEYENPrimo discorso sullo stato dell'Unione all'Europarlamento della presidente Ursula von der Leyen: «Proporremo di allungare la lista dei crimini di incitamento all'odio, sia che si tratti di matrice razziale, di genere o di orientamento sessuale, l'odio non va tollerato. Essere se stessi non è la vostra ideologia, è la vostra identità e nessuno potrà mai rubarvela».E dopo questo incoraggiamento a varare leggi sulla cosiddetta omofobia ecco un'altra proposta gay friendly: la richiesta del «mutuo riconoscimento dello status familiare perché se si è genitore in un Paese, si è genitore in ogni Paese». Dunque l'omogenitorialità diverrà transfrontaliera.Un'altra prova che le priorità nell'agenda europea sono dettate anche e soprattutto dalla lobby LGBT.(Gender Watch News, 18 settembre 2020)LEZIONI GENDER OBBLIGATORIE IN SCOZIAEntro maggio 2021 in tutte le scuole pubbliche scozzesi diventeranno obbligatorie alcune lezioni LGBT. Si parlerà di terminologia arcobaleno, della "omofobia-bifobia-transfobia", della storia del movimento LGBT e di molto altro.Il progetto a forti tinte ideologiche era già stato approvato nel 2018. Allora il Vicepremier John Swinney aveva dichiarato: «La Scozia è già considerata uno dei paesi più progressisti in Europa per l'uguaglianza LGBT. Sono lieto di annunciare che saremo il primo Paese al mondo ad avere un'istruzione inclusiva LGBT incorporata nel curriculum. Il nostro sistema educativo deve supportare tutti a raggiungere il loro pieno potenziale. Per questo motivo è fondamentale che il curriculum sia tanto vario quanto i giovani che imparano nelle nostre scuole. Le raccomandazioni accettate non solo miglioreranno l'esperienza di apprendimento dei nostri giovani LGBT, ma sosterranno anche tutti gli studenti a celebrare le loro differenze, promuovere la comprensione e incoraggiare l'inclusione».È la prima volta al mondo che un governo impone lezioni gender su tutto il proprio territorio nazionale. Si passa così dal divieto di discriminare all'obbligo di abbracciare l'ideologia gender.(Gender Watch News, 17 settembre 2020)AVVENIRE SBARCA AL GAY PRIDEBisogna essere onesti: date le premesse e il processo avviato negli ultimi anni era solo questione di tempo. Ed ecco che finalmente Avvenire, giornale della Conferenza Episcopale Italiana, sbarca tra gli applausi in una manifestazione del Gay Pride. Succederà domani, 11 settembre, a Padova, "grande chiusura" del Padova Pride Village, definita come la più grande manifestazione gay in Italia: per tutta l'estate «musica, concerti ed eventi culturali all'insegna del divertimento e dell'affermazione dei diritti civili».E domani sera a divertire il pubblico del Village non poteva esserci che lui: Luciano Moia, il giornalista di Avvenire che da anni si batte strenuamente per promuovere la causa gay all'interno della Chiesa. Da parte del Padova Pride è una sorta di dovuto ringraziamento per la sua attività, ed è invitato a parlare dunque di "Chiesa e omosessualità", che è anche il titolo del libro appena pubblicato da Moia; ma è anche il riconoscimento ormai di una amicizia e di una alleanza, visto che fondatore e grande regista del Padova Pride Village, giunto alla XIII edizione è Alessandro Zan, il deputato del PD che ha dato il nome al disegno di legge contro l'omofobia, attualmente in discussione alla Camera, che vorrebbe chiudere la bocca per legge a chiunque non accetti il verbo omosessualista.Zan infatti ha avuto il privilegio di una lunga intervista su Avvenire all'indomani della Nota della presidenza CEI che bocciava proprio il suo ddl. Intervista "in ginocchio", tesa a rassicurare la CEI, ovviamente firmata da Moia. Insomma, uno scambio di cortesie che loro chiamano "dialogo", ma che l'allora cardinale Ratzinger nel lontano 1986, da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, descrisse in un modo ben diverso: «Un numero sempre più vasto di persone, anche all'interno della Chiesa, esercitano una fortissima pressione per portarla ad accettare la condizione omosessuale, come se non fosse disordinata, e a legittimare gli atti omosessuali. Quelli che, all'interno della comunità di fede, spingono in questa direzione, hanno sovente stretti legami con coloro che agiscono al di fuori di essa. Ora questi gruppi esterni sono mossi da una visione opposta alla verità sulla persona umana, che ci è stata pienamente rivelata nel mistero di Cristo» (cfr. Nota sulla cura delle persone omosessuali, no.8).Dato l'evento in questione e il ruolo che gioca Moia all'interno di Avvenire, è chiaro che la sua presenza al Padova Pride Village non può essere a titolo personale, cosa peraltro confermata dal fatto che sul palco tra l'aperitivo e la cena avrà una compagnia pesante. A fargli da spalla è annunciato infatti nientepopodimeno che il rettore del seminario vescovile di Padova, monsignor Giampaolo Dianin, il che ci fa nascere anche qualche domanda sui criteri di ammissione a quel seminario (che per le leggi della Chiesa dovrebbe essere negata a candidati con radicate tendenze omosessuali).Abbiamo dunque presente nella più importante manifestazione italiana dell'orgoglio gay i rappresentanti della Chiesa istituzionale, che ovviamente si batteranno il petto per le ingiuste discriminazioni a cui la Chiesa cattolica ha per tanto tempo costretto le persone omosessuali; ma ora, finalmente, con la Chiesa di Francesco tutto è cambiato e anche l'omosessualità (non solo le persone con ques
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6023LE DONNE VIOLATE DI CUI A SANREMO NON SI PUO' PARLARE di Lorenza FormicolaSuccede che Sanremo finisce e che gli abiti sbrilluccicanti, che devono fare scena e rima con le parole da mettere al posto giusto perché nessuno deve sentirsi offeso, ritornano negli armadi. E succede che la protagonista del monologo che la critica ha giudicato da Oscar, Rula Jebreal, finisce di nuovo in prima pagina. Perché si può diventare l'eroina del giusto, del vero, del bello e del puro, per poi un attimo dopo prendere in giro sull'aspetto fisico il maschio bianco, il presidente Trump. Non le sue idee, non le sue parole, ma la sua esteriorità. La Jebreal con una foto pubblicata su Twitter vorrebbe umiliare il presidente Usa e sbugiardare i capelli incollati alla testa e il colorito sistemato con il trucco. [...]Ma lasciamo perdere chi bullizza l'aspetto fisico di Trump o di chi per esso. E, per una volta, invece di parlare di tutti, e quindi di nessuno, andiamo in fondo alla verità dell'argomento.CHI SA O SI RICORDA DI ROTHERHAM?La cittadina inglese dove per anni almeno 1400 ragazze minorenni sono state aggredite sessualmente, molestate o violentate da gang di maschi islamici.Per sedici anni i fatti sono stati taciuti da istituzioni negligenti e timorose di essere accusate di "razzismo" o "islamofobia". Dagli assistenti sociali alla polizia fino ai giudici nessuno ha voluto sfiorare un argomento che avrebbe voluto dire denunciare il barcone del multiculturalismo. [...]Eppure nessun discorso contro la violenza sulle donne ha mai osato denunciare fatti simili. Che poi non sono accaduti solo a Rotherham, ma anche a Oxford, e poi Bristol, ecc. [...] Sono più di 15 le città di una delle patrie per eccellenza del "multikulti", il Regno Unito, in cui musulmani di origine pakistana e afghana andavano a caccia di bambine bianche."Per gli abusi sessuali si sono serviti di coltelli, mannaie, mazze da baseball, giocattoli sessuali... Gli abusi erano accompagnati da comportamenti umilianti e degradanti - quanta delicatezza e parsimonia di giudizio! ndr - come mordere, graffiare, urinare, picchiare e ustionare le ragazzine. Le violenze sessuali sono state compiute spesso da gruppi di uomini e, a volte, la tortura è andata avanti per giorni e giorni. [...] I luoghi in cui sono state effettuate le violenze spesso erano case private di Oxford. Gli uomini che pagavano per violentare le ragazze non erano sempre di Oxford. Molti venivano, appositamente, anche da Bradford, Leeds, Londra e Slough. Spesso previo appuntamento", si leggerà in un estratto del rapporto della procura inglese alla fine di uno dei tanti processi degli ultimi anni. Tanti altri sono ancora in corso. E chissà perché nessuno ne scrive."Tutte le donne bianche sono buone solo a una cosa. Per gli uomini come me sono da abusare e utilizzare come spazzatura. Nient'altro", è un altro degli imputati, uno della gang islamica, a parlare.Ed è meglio non approfondire i numeri, perché quelli lì sono davvero agghiaccianti.VIOLENTARE LE RAGAZZINE BIANCHE CON LA COMPLICITÀ DELLE AUTORITÀLa stessa Svezia [...] che ancora qualcuno osa portare a modello di integrazione e oasi di pace, come il Regno Unito ha visto perpetrare abusi sessuali di massa da immigrati islamici nell'occasione di due affollatissimi festival musicali nazionali.E sempre a proposito di violenza sulle donne, quanti monologhi sono stati fatti dopo il capodanno di Colonia del 2016? E sulle misure adottate per gli anni successivi? Sarebbe stato bello ascoltare, poi, monologhi sulla solidarietà femminile quando la deputata laburista Sarah Champion è stata costretta alle dimissioni. Perché dopo anni di denunce aveva osato scrivere un editoriale in cui denunciava le bande di pakistani che, a zonzo per il Paese, violentano le ragazzine bianche. Considerazioni troppo disdicevoli per la sinistra inglese. E cosa dire ancora delle oltre mille ragazze cristiane e indù che, ogni anno, vengono rapite, violentate, convertite forzatamente all'islam e costrette a sposare un musulmano molto più grande. Una barbarie che si compie con la complicità delle autorità. Solo qualche giorno fa l'Alta Corte del Sindh ha deciso che il matrimonio di una 14 enne cristiana con un musulmano - malgrado rapimento, violenza e tutto il resto - è da ritenersi valido.Il Pakistan può continuare tranquillamente a perseguitare i cristiani, a favorire il rapimento e lo stupro delle ragazze cristiane, a uccidere chi chiede di non essere discriminato, tanto nessuno farà mai un monologo o una denuncia come si deve da nessun palco con una certa eco. E nessuno racconterà delle torturatrici della polizia religiosa istituita dall'Isis a Raqqa. Dove l'organizzazione terroristica aveva istituito una vera gestapo al femminile.Donne che torturano altre donne e una sola la parola d'ordine: rapire, colpire, torturare e uccidere le infedeli, le donne crociate o semplicemente senza velo. La violenza sulle donne è una cosa seria, ma di quella vera e diffusa nessuno ne parlerà mai, perché troppo brutale per i discorsi che devono piacere a tutti quelli che piacciono. Troppo complessa per l'evanescente ideologia di cui è imbevuta quella approvata dal pensiero unico.Nota di BastaBugie: l'autrice del precedente articolo, Lorenza Formicola, nell'articolo seguente dal titolo "150 enclave islamiche minacciano la Francia" parla di un'indagine condotta dal Ministero dell'Interno certifica che in Francia ci sono ormai 150 zone a predominio islamico dove lo Stato non solo è assente, ma addirittura interdetto. Vere e proprie aree fuori controllo che non riguardano solo le periferie delle grandi città.Ecco l'articolo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 27 gennaio 2020:Interi quartieri francesi e della Ville Lumiére sono ostaggio degli islamici. Lo conferma un documento diffuso dal Ministro dell'Interno transalpino, Cristophe Castaner, ai prefetti. Secondo l'indagine condotta dal DGSI - Direction générale de la sécurité intérieure - sono state individuate ben 150 zone a predominio islamico. Territori più che quartieri in cui lo Stato non solo è assente, ma interdetto. A inizio gennaio, Castaner, aveva già inviato un telegramma ai prefetti chiedendo loro di riunire i GED, vale a dire i gruppi di valutazione dipartimentali, eppure questa volta, sul tavolo dell'ennesimo incontro, ci sono i 150 distretti che l'islam controlla radicalmente. Territori perduti dalla Repubblica.L'attentato alla prefettura di Parigi, per mano di un poliziotto radicalizzato, aveva spinto il governo ad interrogarsi sulla lotta all'islamismo e alla tendenza musulmana al ritirarsi in comunità per analizzare "un nuovo piano d'azione". Niente di fatto, da allora, è stato prodotto dal governo. [...]Adesso, però, emerge quanto analisti, giornalisti e ricercatori, come noi da queste pagine, scrivono da tempo: per la prima volta l'intelligence ammette che l'islam ha istituito ben 150 stati all'interno della Repubblica. Perché questo sono le enclave. Zone abitate da immigrati provenienti, soprattutto, dal Nord Africa e dall'Africa sub-sahariana, molti dei quali anche di terza generazione. Dove la polizia cerca di non entrare, lo stato è assente e l'azienda di trasporti pubblici, la Ratp, ha dovuto assumere dipendenti legati ad ambienti islamici perché il resto si rifiutava di guidare in quelle zone, nel terrore di essere presi a sassate. Zone dove la disoccupazione raggiunge anche il 60% per quanto riguarda quella giovanile. E poi traffico di droga, prostituzione, ricettazione, scontri tra bande.Quando all'indomani dell'attentato al giornale satirico Charlie Hebdo, quelli di Fox News - il canale televisivo americano - sostennero l'esistenza di "no go zones" nel cuore di Parigi, mandarono su tutte le furie i media francesi. Il fatto che nel bel mezzo della romantica Ville Lumiére ci fossero aree ostaggio in cui i non musulmani non sono ben accetti, e dove regna la shari'a, venne considerata una fake news.Il Le Parisien condusse un'inchiesta su una di queste zone, il quartiere di Chapelle-Pajol, zona est di Parigi. Là, come in tutti gli altri territori censiti dall'intelligence, le donne sono continuo bersaglio di molestie e insulti. Odiate per il loro sesso e per i costumi così tremendamente occidentali. In tante si sono trasferite, altre escono solo se accompagnate.Le 150 zone a predominio islamico non contano solo i più noti sobborghi di Parigi, Lione e Marsiglia, ma anche diverse città del dipartimento del Nord sono nel mirino dell'intelligenza interna. [...] Adesso, per la prima volta, si ammette l'esistenza del numero preciso di queste enclave nelle mani degli islamici plasmate a loro immagine.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6013A SANREMO BENIGNI RIDUCE LA BIBBIA A UN MANIFESTO DEL SESSO LIBERO di Miguel CuarteroDopo un ingresso trionfale sul palco dell'Ariston per la settantesima edizione del Festival di Sanremo, Benigni ha spiegato di voler dedicare il suo monologo a un libro della Sacra Scrittura: il Cantico dei Cantici. In quel momento la metà degli spettatori ha iniziato ad annoiarsi per partito preso, il resto del pubblico si è annoiato nei successivi secondi per le banalità e le falsità esposte dal comico toscano.Benigni ha spiegato di aver scelto il Cantico dei Cantici perché non c'è niente di meglio, in un festival della canzone, che parlare della "canzone delle canzoni" (che infatti in inglese si dice Song of the Songs). «Mi sono messo a cercare la canzone più bella che sia mai stata fatta. Alla fine l'ho trovata: è la canzone delle canzoni. È il Cantico dei Cantici che sta nella Bibbia».Fin qui tutto perfetto. Di per sé l'idea di introdurre un libro della Bibbia in uno spettacolo mondano come il Festival di Sanremo può apparire di certo audace, ma Benigni non smentisce le aspettative e riesce, col suo monologo, a trasformare il Cantico dei Cantici (una vera perla letteraria, come lui stesso afferma) in nient'altro che un inno all'amore carnale. Come se il pubblico dell'Ariston avesse bisogno della Bibbia (e di Benigni) per trovare il coraggio di fare sfoggio delle proprie fantasie sessuali.In pochi minuti Benigni riesce con la sua tipica parlata entusiasta ed entusiasmante a ridurre il testo biblico a un manifesto del sesso libero, perché - afferma - l'invito è rivolto «a tutte le coppie che si amano, gli uomini con le donne, le donne con le donne, gli uomini con gli uomini...». Per Benigni, dopo aver ascoltato il Cantico dei Cantici, il pubblico avrebbe dovuto rispondere con una grande orgia sul palco di Sanremo: «Io sarei per metterci qui tutti quanti, e fare l'amore, qui sul palco, anche l'orchestra... sarebbe una serata bellissima». Perché «siamo nati per l'amore e per fare l'amore», e l'amore è un «frammento di infinito», uno strumento per raggiungere l'immortalità.UNA LETTURA PERSONALE E FUORVIANTESecondo il comico, il CdC è entrato per sbaglio nel canone biblico, in un momento di "distrazione" dei teologi (sic!) i quali - sostiene Benigni - «ce lo volevano togliere» per paura del messaggio d'amore che trasmette. Certo, perché dopo tanto sangue e violenza, dopo tante guerre e assassini, l'Antico Testamento trova finalmente l'amore nel Cantico dei Cantici che sarebbe dunque - a dire di Benigni - il libro «più importante della Bibbia». Inoltre potrebbe essere stato scritto da una donna, il che tradirebbe secoli di misoginia espresse dalla cristianità. Per neutralizzare e tenere nascosto il potente messaggio di amore (umano e sessuale) contenuto nel CdC, la Chiesa, imbarazzata, avrebbe inventato le interpretazioni allegoriche, per ingannare i lettori e distoglierli dal significato prettamente sessuale del testo; per questo si è cominciato a dire che il libro parlava simbolicamente «dell'amore tra Dio e la Chiesa». Fin qui Benigni.Una lettura del tutto personale di un testo che - in quanto Parola di Dio, testo sacro per milioni e milioni di persone - avrebbe meritato un minimo di rispetto e di preparazione. Un testo che avrebbe tanto da dire agli uomini e alle donne di oggi, se solo non si lasciassero catechizzare da qualsiasi improvvisato esegeta. È vero che il CdC rivela chiaramente una verità che molti, nella loro ignoranza e malafede, faticano a credere: ossia che Dio benedice l'amore umano, anche quello carnale (leggere la storia biblica di Tobia e Sara). Di conseguenza anche la religione ebraica e il cristianesimo, nonostante le accuse di sessuofobia, hanno da sempre considerato l'amore umano e l'atto sessuale tra l'uomo e la donna come un evento sublime, in cui - nel dono reciproco e totale di sé - gli uomini collaborano all'opera creatrice di Dio. Nessuna strabiliante novità, nessuna nuova scoperta, dunque.NESSUNA ANOMALIAAltro errore di Benigni è quello di considerare il CdC un'anomalia all'interno della Bibbia. In primo luogo sposando il pregiudizio (che giustamente non rende contenti i fratelli ebrei) secondo cui l'Antico Testamento sarebbe un libro horror, pieno di cattiveria, violenza, guerre, infedeltà, assassini, massacri e altre terribili disgrazie. Leggendolo, si scopre invece che si tratta di una storia di salvezza, di alleanza, di amore, di promesse e di fedeltà (in risposta all'infedeltà). Una storia stupenda di cui andare fieri e non un libro da addomesticare con imbarazzo. Il CdC non è dunque un'anomalia. Forse lo è dal punto di vista letterario, [...] ma dal punto di vista dei contenuti si inserisce perfettamente in un contesto, quello biblico, che dà ampio spazio al tema dell'amore, umano e divino. L'amore sponsale come paradigma dell'amore di Dio per il Suo popolo è infatti uno dei filoni che percorre trasversalmente le Scritture, dalla Genesi all'Apocalisse di San Giovanni (e di cui il libro di Osea è un esempio eclatante, mediante un'interpretazione sponsale dell'alleanza).Non un'anomalia, dunque, ma un poema d'amore che canta l'incontro e il legame inscindibile tra Dio e la Sua sposa, Israele, tra Cristo e la Chiesa, tra il Creatore e ogni amina umana. L'amato e l'amata come cantava il mistico Giovanni della Croce. L'interpretazione allegorica non è dunque frutto dell'imbarazzo o del timore di fronte a un messaggio "dirompente", ma nasce con il testo stesso: il CdC è il compimento delle promesse, il vino nuovo annunciato dai profeti, la Gerusalemme Celeste cantata da Tobia, la Terra Promessa vista da Mosè. Ridurre il CdC a un'anomalia, a una (in)felice svista dei teologi, è una deformazione della realtà frutto di una decontestualizzazione del testo e di una lettura superficiale dell'opera.Infine, utilizzare la Bibbia per sventolare la bandiera arcobaleno, beh... questo si poteva di certo evitare, perlomeno per un fatto di rispetto, non tanto verso i fedeli (che non cambieranno idea né scenderanno in piazza per una lezioncina di pochi minuti) quanto verso sé stessi, poiché un altro oratore avrebbe evitato una così spudorata strumentalizzazione a fini politici del testo sacro.Nota di BastaBugie: Tommaso Scandroglio nell'articolo seguente dal titolo "Sanremo, è il festival del cristianesimo calpestato" spiega come mai dopo Roberto Benigni, Achille Lauro e Fiorello al Festival di Sanremo la religione cristiana ne esce svilita, vilipesa e falsificata.Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 8 febbraio 2020:Agatha Christie ebbe a dire una volta: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova». I nostri tre indizi, trovati lungo le serate del Festival di Sanremo, hanno altrettanti nomi: Roberto Benigni, Achille Lauro e Fiorello. I tre indizi provano che... ve lo sveliamo dopo.Iniziamo da Roberto Benigni che ha recitato e prima spiegato il Cantico dei Cantici. [...] Benigni ci spiega che il Cantico ha destato sempre molto imbarazzo in ambito ecclesiale e dunque per occultarne il vero significato lo hanno rivestito di significati simbolici. In realtà è tutto molto più semplice: Dio ha creato l'uomo e la donna attratti naturalmente l'uno verso l'altra. Una realtà, quella della sessualità, dunque buona agli occhi della Chiesa. Non è dello stesso avviso il Roberto nazionale quando dichiara che «l'amore fisico veniva considerato come il più grave dei peccati», precipitando così nei soliti stereotipi anti ecclesiali. L'attrazione tra i due amanti nel Cantico dei cantici assume significati polivalenti: è la celebrazione dell'amore umano, ma anche divino. Se siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio, anche nell'attrazione sessuale si riverbera questa somiglianza. E così illustrare il mutuo desiderio di due giovani serve per spiegare il legame sponsale di Cristo con la Sua Chiesa, l'unità della Santissima Trinità, il desiderio della nostra anima di congiungersi con Dio e molto altro: una cosa non esclude le altre.Inoltre per Benigni un'altra fonte di imbarazzo sta nel fatto che nel Cantico la protagonista è una donna. Il solito cliché della Chiesa misogina, proprio lei che riconosce in una donna - Maria - la più perfetta tra tutte le creature. Ma a monte viene da rispondere al comico toscano: se la Chiesa fosse stata imbarazzata dal Cantico, perché, a suo dire, libro «inaudito, scandaloso», non faceva prima a non inserirlo nella Bibbia? [...]Secondo indizio: la performance di Achille Lauro che canta "Me ne frego", però senza accenti fascisti. Il cantante, dopo qualche battuta musicale e altrettanti inciampi nell'intonazione, si spoglia di una lunga veste damascata e rimane con un costumino paillettato color carne alla baywatch che impietosamente aderisce alle sue non avvenenti grazie. Il rimando implicito è a San Francesco quando si spogliò davanti al padre, rinunciando ad ogni avere.Terzo indizio già da noi analizzato qualche giorno fa (clicca qui): Fiorello vestito da sacerdote che apre il Festival.Come si diceva poc'anzi, i tre indizi fanno una prova: il tema religioso serve per costruire presentazioni, monologhi e performance musicali. In tutti e tre i casi però la religione cristiana ne esce svilita, vilipesa, strumentalizzata, falsificata e derisa, però - si badi bene - senza cattiveria, senza malanimo. Ma per quale motivo così tanto interesse per le tematiche religiose?Proviamo ad azzardare qualche risposta. In primo luogo perché è necessario scandalizzare altrimenti passi inosservato. E quindi o ti spogli o parli male/irridi qualcuno o qualcosa (Achille Lauro ha puntato su entrambi i tavoli da gioco). Se spari contro i cattolici vai sul sicuro dato che questi, nella maggior parte dei casi, ti applaudiranno.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6011STRISCIA LA NOTIZIA E REPUBBLICA ALL'ATTACCO DI DON ARMANDO... MA I PARROCCHIANI LO DIFENDONOI giorni scorsi su alcuni quotidiani nazionali, e stretto giro sul profilo social di una nota "opinionista", sono apparsi stralci di titoli e pagine tratti del bollettino della Parrocchia di Vanzaghello (Mi), il Mantice. Le frasi, estrapolate dal loro contesto, hanno dato vita ad un vero e proprio "linciaggio" social del parroco, don Armando, reo di aver pubblicato concetti "imbarazzanti e inammissibili nel 2020", perché non in linea con alcune tendenze "politically correct".Per chi si fosse preso la briga di leggere fino in fondo gli articoli oggetto di scandalo, questi denunciano il relativismo imperante, contro cui spesso si è scagliato il magistero della Chiesa. Possono non piacere a livello di tono o di contenuto, si può certamente dissentire e dibattere, ognuno liberamente può trarre la propria conclusione; sono articoli già presenti sul web, con una risonanza certo maggiore rispetto al bollettino parrocchiale di paese, ma non ci risulta che siano stati mai contestati in rete.Ci sembrano quindi un pretesto per far diventare caso nazionale un dibattito interno ad un paese di 5.000 anime, con la speranza di far rimuovere il parroco dal suo incarico, come se dalla scelta di pubblicare articoli (oltre ai soliti avvisi e numeri utili) si possa giudicare l'operato di un pastore e lo stato di salute di una comunità.Vorremo quindi provare a dare un minimo di contesto e fare luce sull'uomo e pastore don Armando.Don Armando arrivò a Vanzaghello nel 1993 anni fa come coadiutore, per affiancare l'ormai anziano parroco del paese, di cui prenderà il posto tre anni dopo: finalmente dopo qualche anno si riaprivano i cancelli dell'Oratorio, la domenica quello che ormai era un luogo semi deserto si riempiva di bambini e giovani. Don Armando chiarì sin da subito le sue posizioni e il suo modus operandi: l'oratorio, riprendendo i principi del suo fondatore Don Bosco, è un luogo di formazione, non solo di svago, veniva chiesta quindi un'iscrizione formale e la partecipazione assidua ad un percorso.Un prete duro e distante quindi, si potrebbe pensare: tutt'altro. Chi ha avuto modo di bussare alla sua porta o al suo confessionale si è trovato di fronte un pastore comprensivo, sempre pronto ad ascoltare, a dare conforto sia spirituale che materiale. Un pastore accogliente anche nei confronti di persone immigrate e di altre religioni, che cercavano un confronto e un aiuto vero.Tutto ciò non certo in nome del dilagante e sterile buonismo, ma con grande spessore culturale e con la profonda umanità di un pastore che vede e comprende le povertà della vita quotidiana alla luce della vera pietas cristiana. Come ama dire lui stesso: «Dal pulpito si tuona, dal confessionale si perdona»."Dai loro frutti li riconoscerete". Oggi, a Vanzaghello, ci sono circa 300 ragazzi iscritti all'oratorio domenicale, sono nate numerose associazioni parrocchiali sia di tipo contemplativo che caritativo; più di 300 persone che si turnano nella chiesetta di San Rocco per adorare il Santissimo Sacramento giorno e notte. Nel 2018 è stata riaperta la chiesa di Madonna in Campagna con una corona umana di 1300 persone. Attualmente due ragazzi sono in seminario e uno sta percorrendo il cammino per diventare Frate Domenicano.Oltre alla forte spinta spirituale l'attenzione costante di don Armando verso i ragazzi (non per nulla anche da parroco ha scelto di risiedere in Oratorio) si è manifestata con ampliamenti, manutenzioni, ristrutturazioni, nuovi spazi e nuove attrezzature al passo con i tempi. Tanti giovani, oggi ormai adulti, hanno nel cuore le belle giornate del campeggio estivo, le fatiche delle camminate assieme, le serate davanti ai falò con don Armando che suona la chitarra elettrica (già talmente retrogrado che suona bene la chitarra elettrica!), le tende montate in qualche modo, le messe all'aperto, le gite in piscina, la caccia al tesoro per le vie del paese, il Giubileo del 2000, e un lungo elenco di fotogrammi pieni di gioia.Se avete l'occasione di passare da Vanzaghello, fermatevi nella nostra bella chiesa, guardate come è ben curata, ascoltate il nostro maestoso organo ottocentesco rimesso in funzione dopo anni di inattività, andate a vedere il dipinto della Vergine delle Rocce della scuola di Marco d'Oggiono, la corona della Vergine di Lourdes fatta con gli ori offerti dei fedeli. Potete fermarvi a pregare il Santissimo sempre presente in San Rocco, ammirare la grande Croce Istoriata nel cortile della casa parrocchiale, proseguire nei cortili dell'oratorio per vedere la sala stampa e tante altre opportunità a disposizione dei ragazzi.Tutto questo è segno di un lavoro spirituale e organizzativo costante, di una sintonia tra il pastore e il gregge.Se qualcuno vuole dissentire dalle posizioni di don Armando chieda un confronto, ma la Chiesa di Milano sappia che Vanzaghello è, con tutti i limiti, una piccola oasi felice dal punto di vista della fede cattolica, guidata da un pastore che porta avanti la sua missione... con "qualche" frutto.Con affetto e riconoscenza verso il nostro parroco,Giovani e adulti parrocchiani di VanzaghelloNota di BastaBugie: nel video (durata: 3 minuti) si può vedere il servizio del 23 gennaio 2020 dell'inviata musulmana Rajae Bezzaz per Striscia la notizia con l'attacco a don Armando Bosani, parroco a Sant'Ambrogio di Vanzaghello, diocesi di Milano. L'accusa è quella di razzismo, omofobia, antisemitismo, persino "antigretismo" e qualche altro non meglio specificato psicoreato dell'era moderna.La segnalazione a Mediaset è partita dal Pd di Vanzaghello. Nel video alcuni esponenti del Pd hanno fatto in modo di farsi trovare "casualmente" mentre passava la troupe per le interviste...Per vedere la puntata di Striscia la notizia, clicca nel link qui sotto:https://www.mediasetplay.mediaset.it/video/striscialanotizia/rivista-parrocchiale-poco-pacifica_F309939901105C11
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5969LE ORIGINI ARMENE DEL DUO COMICO LUCA E PAOLO di Nadia PasqualScommetto che conoscete il duo comico Luca e Paolo, ma forse non sapete che Paolo di cognome fa Kessisoglu e ha origini armene. Io lo sapevo dal 2007, quando iniziai a frequentare l'Armenia per lavoro e un giornalista me ne parlò. Tuttavia, fino all'anno scorso tutto quello che sapevo di lui, era quello che riporta Wikipedia alla voce Paolo Kessisoglu. Poi il 12 aprile 2016 finalmente incontrai Paolo al concerto per il centenario del genocidio armeno al Teatro La Fenice a Venezia. Gli chiesi se potevo intervistarlo: ci è voluto un po' di tempo, ma quelle che seguono sono le sue risposte.Raccontaci delle tue origini armene. Da dove proviene la parte armena della tua famiglia e com'è giunta in Italia?Molto in sintesi, le origini arrivano da mio nonno paterno Kaloust (Callisto) che nel '22 scappa da Akhisar con padre, madre, sorella più piccola e nonna per salvarsi dall'esercito ottomano. Si salvano imbarcandosi su una nave italiana che li sbarca in Grecia dove, ironia della sorte, la sorellina muore cadendo dalle scale. Nel gennaio del '23 mio nonno Callisto arriva in Italia a Trieste.Come hai scoperto le tue origini armene?Le mie origini sono state chiare da subito in quanto mio nonno veniva da là, scriveva, parlava in armeno ed era orgoglioso di esserlo.Purtroppo non parlava molto della sua terra, molto pochi i racconti e le esperienze di vita. Mi avrebbe entusiasmato conoscere anche particolari della sua vita d'infanzia oltre che le barbarie dei turchi e quanto incivile fosse il loro odio.Quali sono i tuoi sentimenti riguardo al tuo essere di origini armene e come sono eventualmente cambiati nel tempo?Con il tempo ho preso coscienza di molte cose e, occupandomi di comunicazione (che è parte del mio lavoro), mi sono interessato alle mie origini da un punto di vista più ampio e meno ego-referenziato. Sono entrato in contatto con alcuni armeni attivi e dal pensiero moderno, come l'ex ambasciatore Sargis Ghazarian col quale siamo diventati amici e con il quale ho spesso parlato dell'Armenia e dell'immagine che, a mio avviso, il mondo ha degli armeni. Spesso gli ho confidato che avremmo dovuto fare in modo che ciò cambiasse.In che modo la tua appartenenza armena ha influenzato il tuo modo di essere?Ho compreso con il tempo che il mio essere armeno può e deve essere un viatico per comunicare una nuova immagine di questo popolo affascinante per genialità, brillantezza intellettuale ed estro artistico. Nessuno, o pochi, lo sanno e troppo spesso il popolo armeno viene percepito unicamente come strana gente sofferente. Agli armeni viene solitamente abbinata l'idea della sconfitta, della desolazione legata al genocidio e questo perché in fondo scegliamo arbitrariamente ciò che vogliamo vedere. Se mi è concesso, il sentimento di compassione verso qualcuno o un popolo intero che riteniamo "looser" è più appagante del rispetto per chi si rialza con fierezza.Gli armeni l'hanno fatto ogni giorno da sempre, ma nessuno ha la curiosità di andare oltre la superficialità. [...]Non so a voi, ma a me la storia del nonno paterno di Paolo Kessisoglu, sembra uscita dal romanzo La strada di Smirne di Antonia Arslan. Come la famiglia del nonno di Antonia, anche quella del nonno di Paolo nel 1922 si trova a Smirne, città cosmopolita, dove migliaia di armeni trovano riparo dai massacri e dalle deportazioni iniziate il 24 aprile 1915. Il 13 settembre 1922 le forze ottomane incendiano Smirne: è l'ultimo atto dello sterminio pianificato dai Giovani Turchi per eliminare gli armeni e le altre minoranze cristiane dal territorio dell'Impero Ottomano. Riesce a salvarsi solo chi, come Callisto, il nonno di Paolo, riesce a imbarcarsi su una delle navi straniere ancorate nel porto della città. Anche nel loro caso, il cognome della famiglia viene modificato. Infatti, il cognome armeno Keshishian, durante la fuga viene turchizzato in Keşişoğlu (con l'aggiunta della desinenza patronimica -oğlu) per non attirare l'attenzione.A distanza di oltre un secolo, un'altra storia di quegli armeni che sono riusciti a sfuggire al genocidio e a rifarsi una nuova vita in Italia. Quante storie rimangono ancora da raccontare?
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5958I DUE PAPI, IL FILM NETFLIX CHE DEFORMA BENEDETTO XVI E PAPA FRANCESCO di Marco TosattiPer puro caso - veramente per puro caso - ho visto I due papi, il film uscito di recente su Netflix, e che è pubblicizzato anche da un maxi-cartellone in via della Conciliazione a Roma. Il film tratta del rapporto fra Ratzinger e Bergoglio; da prima dei due conclavi - quello del 2005 e quello del 2013 - fino all'elezione di Bergoglio stesso.Ho trovato che da un punto di vista semplicemente visivo la scelta dell'attore che ha impersonato Bergoglio sia stata felice: fisicamente i due si assomigliano. Non altrettanto felice la scelta di Ratzinger. E per il resto, non andrei a rivederlo, a meno che non mi pagassero profumatamente. E anche in quel caso ci penserei un paio di volte...Per essere sincero, ai limiti della brutalità, mi è sembrato un polpettone mieloso. L'impressione è che siamo davanti a un'opera messa in piedi per fornire una specie di "investitura" di natura provvidenziale a quello che si sta rivelando come uno dei pontificati più divisivi [...] della lunga e travagliata storia della Chiesa.INVENZIONE PURAIl film propone l'idea che esistesse, e forse esista ancora, parecchia amicizia e familiarità fra i due. Ora, questa idea non è fondata su niente di storico o di verificabile. Anzi: sappiamo della delusione di Bergoglio quando Roma e la Congregazione per la Dottrina della Fede gli bocciavano la candidatura del suo teologo favorito, quello del guariscimi con un bacio, Tucho Fernandez, che adesso è vescovo a La Plata, dopo l'ottimo mons. Aguer, mandato ovviamente via non appena ha compiuto 75 anni. Quindi, dove gli autori abbiano preso l'idea che Ratzinger e Bergoglio fossero amici, non è dato di sapere. E probabilmente non è vero.Come suonano false un sacco di altre cose. Vediamo Benedetto che suona il pianoforte per il cardinale Bergoglio, e gli parla dei Beatles, e di Abbey Road. Vediamo i due che vanno a sedersi nella Sistina e Benedetto si fa confessare da Bergoglio. Gli confida che vuole dimettersi. Gli predice che lui, Bergoglio, sarà papa e che la Chiesa ha bisogno che lui la rinnovi. Lo accompagna nel cortile Vaticano dove una berlina attende il cardinale, e di fronte a tutti Bergoglio gli prende le mani e comincia a insegnargli il tango... Vi sembra plausibile, anche nel regno del surreale e della metafora?E poi, profeticamente: è stato usato come sottofondo Bella ciao. In un punto è stata arrangiata come una specie di canto gregoriano. Ma non solo. Benedetto se non ho capito male, parlando del suo rapporto con Cristo, dice a Bergoglio di aver riconosciuto nelle sue parole (di Bergoglio) la voce di Gesù... E va be'...IL VERO PROBLEMAIl problema però, al di là delle qualità estetiche e artistiche dell'opera, risiede nella veridicità dei messaggi che trasmette a un pubblico certamente in gran parte non abbastanza al corrente per esercitare un controllo sulla veridicità dei contenuti. Vi citiamo a mo' di esempio qualche riga di una recensione: "Fernando Meirelles sicuramente ha scelto un cammino semplificato, poco spinoso e critico per raccontare la storia di questo incontro papale, cimentandosi in quella che si può tranquillamente considerare come un'agiografia semplicistica di due Papi che hanno avuto problemi considerevoli con la propria leadership, il primo bramandola fortemente e dovendoci rinunciare, il secondo ottenendola senza averla mai cercata". E qui abbiamo un capovolgimento totale della realtà. Il "primo" sarebbe Ratzinger; e di sicuro se c'è qualcuno che non ha voluto diventare papa (stava organizzando, finalmente, la sua pensione, nel rifugio dei Castelli...) è proprio lui. [...]Ma se il recensore, che non è certamente un esperto di cose vaticane, questo ha percepito, lo stesso accadrà agli ignari spettatori. E una grande menzogna diventerà verità per il volgo.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5870LA SERIE TV ''IL NOME DELLA ROSA'' HA RIPROPOSTO I SOLITI ERRORI SUL MEDIOEVO E LA CHIESA di Rino CammilleriQuando ho visto la prima puntata de Il nome della rosa televisivo nel marzo u.s. ho realizzato che la nuova versione-kolossal (tra l'altro finanziata da RaiCinema, cioè dai contribuenti, tra cui io) era, se possibile, anche peggiore della precedente, il film di Jean-Jacques Annaud, uscito nel 1986 e tratto dal "palinsesto" di Umberto Eco. Il quale aveva preteso questa aggiunta nei titoli per chiarire che il film non poteva rappresentare tutta la complessità del romanzo bestseller omonimo. Ma torniamo alla miniserie: la primissima scena di cui dicevamo è scritta in campo nero con la quale si avverte lo spettatore che nel 1327, anno in cui si svolge la vicenda, l'imperatore Ludovico stava cercando di "separare la politica dalla religione". Di fronte ad un'affermazione del genere è previsto che le simpatie dello spettatore si orientino verso l'imperatore, lodevolmente impegnato a liberarsi da una Chiesa che vorrebbe imporre a lui e ai posteri uno stato teocratico di tipo, per intendersi, jihadista.LA STORIA VERALa storia, vera, dice però il contrario: tutta la lunga Lotta per le investiture, dal secolo XI al Concordato di Worms del 1122, fu combattuta perché era, semmai, l'imperatore a voler sottomettere la Chiesa decidendo lui la nomina dei vescovi. L'imperatore che regnava nel 1327, Ludovico IV il Bavaro, aveva deciso allora di tagliare del tutto il cordone ombelicale con la madre Chiesa. Infatti, volle farsi incoronare non dal pontefice, ma da un laico, quello Sciarra Colonna che aveva preso a schiaffi il papa Bonifacio VIII ad Anagni. Con quel gesto simbolicamente si chiuse il Medioevo cristianissimo. Bonifacio VIII lo comprese benissimo, tant'è che ne morì di crepacuore subito dopo. E la Chiesa, come previsto, finì alla mercé del potere politico: nel 1327 il pontificato, infatti, non stava più a Roma bensì ad Avignone, sequestrato e deportato in Francia dal re Filippo il Bello, il distruttore dei templari. E furono settant'anni di papi e cardinali guarda caso francesi, cui seguì il disastro del Grande Scisma (tre papi, ognuno pretendentesi legittimo). Il potere politico, privo della guida e del freno di un'autorità morale, divenne sempre più assoluto (ab-solutus, cioè svincolato da ogni limite), culminando infine nei totalitarismi del secolo XX. La fiction in tv ci presenta un inquisitore veramente esistito, Bernardo Gui, come la quintessenza del fanatismo più ottuso e ideologico, quasi antesignano delle SS e del Kgb. Ora, poiché nessuno storico si sente più di sostenere una fesseria del genere, ecco che una fiction ricavata da un romanzo ripropone la leggenda nera sull'Inquisizione e i "secoli bui".MEDIOEVO FARO DI CULTURAAl tempo dell'uscita del romanzo medievisti come Franco Cardini e Marco Tangheroni si spesero per ricordare che i monasteri medievali erano fari di cultura, non di ignoranza, e sfamavano i dintorni (è rimasto il detto "cosa passa il convento oggi?"); le biblioteche monastiche non avevano affatto passaggi segreti o libri inaccessibili, al contrario; il divieto di ridere lo ha messo in scena Eco, i monaci (veri) salvarono, copiarono e tramandarono anche opere pagane licenziose come quelle di Ovidio; Bernardo Gui (vero) fu mite inquisitore e fine intellettuale, stimato come il maggior storico del suo tempo; non si potevano accendere roghi su due piedi, la procedura inquisitoriale era lunga, complessa e garantista: gli eretici dolciniani non erano affatto dei Robin Hood, ma per il loro comunismo utopico saccheggiavano e uccidevano. Ancora: il papa Giovanni XXII mai si sognò di abolire i francescani; solo, disputava con gli eretici "fraticelli", francescani di frangia che intendevano instaurare la povertà assoluta; e i termini della questione sfociavano nell'eresia dell'abolizione, di principio, della proprietà privata. Eccetera.ECO E IL BRACCIO DI FERROMa, al di là della esigenze televisive (per esempio la figlia vendicativa di Dolcino non è mai esistita), il problema sta a monte, cioè nel romanzo di Eco (che la fiction tv ha risospinto in classifica). L'autore conosceva bene la storia di quel periodo ed anche il dibattito ecclesiale che lo contraddistinse. Ma scelse appositamente di fare un romanzo "gotico", una specie di Il pozzo e il pendolo di Edgar Allan Poe, farcendolo dei più grezzi luoghi comuni laicisti sui "secoli bui". La famosa "Chiesa povera" reclamata dai "fraticelli" e dai teologi al soldo dell'imperatore era di fatto una Chiesa ricacciata in sacrestia, una Chiesa che non aveva il diritto di giudicare il potere e le leggi che esso emanava. Il papa Giovanni XXII, ripetiamo, non cercò mai di abolire l'ordine francescano, ma solo di impedire che la disputa sulla povertà finisse in questo modo (cosa che poi avvenne con Lutero prima e Robespierre poi). Insomma, è in quell'antico braccio di ferro la radice del mondo moderno, non a caso Eco scelse di ambientarvi la sua opera.ALLE RADICI DEL RELATIVISMOE la rosa? Stat rosa pristina nomine (diceva un altro Guglielmo francescano, Ockam, ammirato dal protagonista del romanzo), nomina nuda tenemus: non abbiamo che nomi nudi, l'essenza della rosa è solo un nome. Ultimamente, la verità non esiste. Ed ecco fondato l'odierno relativismo. "L'unica verità è imparare a liberarci della passione insana per la verità", fa dire l'autore al suo protagonista. Non esiste neanche Dio, perciò. Gott ist ein lautes Nichts, Dio è un grande Nulla: così conclude il romanzo il narrante Adso da Melk, tedesco. Dal relativismo scettico di Ockam discende pure il positivismo giuridico, perché se non esiste la verità non esiste neanche un diritto naturale. Cioè, io non ho diritti per natura, perché esisto e sono persona; ma ho solo quei diritti che l'ordinamento giuridico mi dà. E, come li dà, così può toglierli. La "Chiesa povera", insomma, quella reclamata dai "fraticelli", non è una Chiesa che rinuncia ai suoi beni per darli ai poveri, ma una Chiesa che, di fronte ai poteri mondani, fa una, per così dire, "scelta religiosa", si ritira nel chiuso delle cappelle e dei santuari e lascia allo Stato completa mano libera. Intanto, però, il film-tivù è stato venduto in 130 Paesi, così la "leggenda nera" viene rispalmata su nuove generazioni. Un Medioevo tutto streghe, roghi, passaggi segreti, libri proibiti, frati fanatici e torture efferate. Tanto per ribadire che la realtà attuale è "il migliore dei mondi possibili".
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5690RAFFAELLA CARRA', DAL TUCA TUCA AL GAY PRIDE di Luigi PirasUna vigilia di Natale un Babbo Natale che si aggira per le vie di una città portando in tre case un enorme pacco. Per una coppia di sposi anziani il regalo è una bambina, che si getta sul letto ad abbracciarli, forse la figlia che non hanno mai avuto o la nipote che non vedono mai. Per una ragazza affranta e sola è un gruppo chiassoso di amici. Per un ragazzo altrettanto solo è invece un bel giovane, l'amore perduto o sognato. Sullo sfondo, da uno schermo televisivo spunta il caschetto biondo platino della 75enne Raffaella Carrà, mentre il suo canto accompagna lo scorrere dei quadretti di vita. Si tratta del videoclip della canzone "Chi l'ha detto", che ha fatto da lancio al doppio cd della Carrà "Ogni volta che è Natale", uscito a fine del 2018 e che ripropone una miscela di elementi che ha caratterizzato la carriera della madrina di tutte le soubrette televisive: i buoni sentimenti, l'allegra bonomia da donna della porta accanto - agli inizi ragazza, poi donna matura, oggielegante anziana - e messaggi tossici in dosi omeopatiche.ICONA GAY«Canto il mio Natale per le famiglie omosessuali perché deve essere una cosa normale» si intitolava l'intervista rilasciata dalla Carrà al Corriere della Sera a fine novembre. «Ho cominciato a capire il mondo gay durante la prima Canzonissima», ha raccontato sempre la Carrà, «ricevevo lettere da ragazzi gay che non si sentivano accettati specialmente in famiglia. E mi sono chiesta: possibile che esista questo gap tra genitori e figli? Poi nel mondo dello spettacolo ci sono tante persone omosessuali e così sono diventata icona gay mio malgrado. Da anni mi chiedevano di prendere parte alle sfilate per l'orgoglio gay e così l'anno scorso sono andata a Madrid alla giornata mondiale del gay pride e li ho beccati tutti in una notte». In effetti la Raffaella nazionale, che da anni ormai lontani è stata eletta dal mondo Lgbt nostrano una sua icona, nel giugno del 2017 si è recata presso l'ambasciata italiana della capitale spagnola a ritirare il World Pride Award, che le ha dato lo status simbolico di ambasciatrice Lgbt a livello internazionale. «Quando si parla delle adozioni a coppie gay ma anche etero» ha commentato la Carrà in quell'occasione, «faccio un pensiero: ma io con chi sono cresciuta? Mi rispondo: con due donne, mia madre e mia nonna. Facciamoli uscire i bambini dagli orfanotrofi, non crescono cosi male anche se avranno due padri o due madri. Io le ho avute. Sono venuta male?».DALLA ROMAGNA CON FURORERaffaella Carrà è il nome d'arte di Raffaella Pelloni. Nasce a Bologna il 18 giugno del 1943 da padre romagnolo, gestore di un bar di Bellaria, vicino a Rimini, e da madre di origini siciliane. I due si lasciano poco dopo le nozze: « Mia mamma Angela Iris fu una delle prime a separarsi nel dopoguerra. Non si risposò più. Nonna Andreina era rimasta vedova di un poliziotto di Caltanissetta. Mi vergognavo di non avere una figura maschile. Mio padre è stato un uomo buono e intelligente, ma inaffidabile. Non aveva alcun senso della famiglia». La piccola Raffaella segue avidamente la trasmissione Rai Il Musichiere, attratta dal mondo dello spettacolo, si sposta a Roma e a 17 anni consegue il diploma al Centro sperimentale di cinematografia, studiando anche presso l'Accademia nazionale di danza. Neanche ventenne inizia ad affacciarsi a teatro, in radio, al cinema. Ma il decollo arriva a 26 anni, tra il 1969 e il 1970, con la partecipazione al varietà televisivo Io, Agata e tu, dove la Carrà lancia un nuovo stile di presenza femminile, scattante, briosa e anche qualcosa di più. Il termine soubrette deriva dalla tradizione teatrale francese, per indicare ruoli femminili insieme brillanti, civettuoli e maliziosi. Il che si attaglia al nuovo personaggio che esplode sulla Rai, che segna uno stacco dalla femminilità algida di Mina, quella fanciullesca di Rita Pavone o da quella straniera, quindi vagamente irreale e irraggiungibile, delle gemelle Kessler. Scrive la critica d'arte e musicale Virginia Villo Monteverdi: «Raffaella balla, canta e si muove come una trottola e svela parti del corpo che normalmente in televisione venivano nascoste per pudore. A Canzonissima 70 si presenta con un corpo di ballo sulle note di Ma che musica maestro, e regala molti cambi d'abito estremamente sexy e poco coprenti che mettono in mostra l'ombelico, con scollature vertiginose». Fioccano le polemiche ma anche gli applausi compiaciuti.IL SESSO LIBERO NAZIONALPOPOLARE«Nel 1971, sempre a Canzonissima, la giovane ballerina e cantante si esibisce nel più famoso ballo erotico della televisione italiana: il Tuca Tuca, ballato in coppia con Enzo Paolo Turchi, dove lei indossa un mini abito sexy pieno di lustrini. Un tocca tocca generale con mosse maliziose, frasi piccanti «mi piaci ah ah, mi piaci... Mi piace! E quando mi guardi lo so cosa tu vuoi da me». Un successo inaspettato, che trasforma la canzone in un tormentone febbrile». Questa sensualità paesana e provocatoria, che sa di balera ma anche di pulsioni sessantottine, diventa come un filo rosso. «Il tema principale delle sue canzoni è l'amore libero e spensierato, quello fugace ed estivo della riviera romagnola, quello passionale che deve essere vissuto in modo un po' ingenuo, quello di "a far l'amore comincia tu" o di "come è bello far l'amore da Trieste in giù", senza rimpianti o paure perché se un uomo non va bene "trovi un altro più bello che problemi non ha". Raffaella invita la donna a essere libera di usare il proprio corpo come preferisce, sempre nei limiti della decenza ovviamente, ma emancipa la sessualità femminile rendendola simile a quella maschile, lasciando il tutto avvolto dalla speranza di un amore, breve o duraturo che sia».Ancora, fa notare Villo Monteverdi: «Nella vastissima e poco conosciuta discografia di Raffaella non si possono dimenticare canzoni come Pedro, pezzo che ora spopola nei balli di gruppo ma che in realtà parla di un'avventura sessuale della cantante con un ragazzino minorenne conosciuto a Santa Fe ("Altro che ragazzino, che perbenino, sapeva molte cose più di me, mi ha portato tante volte a veder le stelle, ma non ho visto niente di Santa Fè"); oppure Maracaibo, anch'essa canzone da ballo di gruppo ma che racconta storie di prostituzione e traffico di droga con un vago sapore colombiano da telenovela. Brani come Si ci sto o Troppo ragazzina, canzoni con riferimenti al desiderio sessuale, mostrano sempre una certa disponibilità femminile alle avventure e ai piaceri del sesso, mettendo anche in luce le fantasie romantiche delle ragazze acqua e sapone. O ancora Male e Rumore che indicano anch'essi una presa di coscienza della libertà del corpo femminile dimostrando all'uomo che la donna non è sempre consenziente e può decidere lei quando e come provare piacere, con chi stare o non stare». Insomma la Carrà «è riuscita a trasformare il sesso libero e spensierato in una canzone ballabile, in una sigla orecchiabile, fatta di femminismo luccicante e televisivo a cui si unisce il buon senso popolare».SATANA IN PRIMA SERATAL'approdo al ruolo di ambasciatrice della causa Lgbt sarebbe stato solo l'ultimo passo di un balletto pluridecennale. Ma un balletto di cui la Carrà è stata davvero consapevole protagonista? Difficile dirlo. Come nella commedia francese, dove la soubrette è sì in primo piano, ma spesso giocata dagli eventi, così viene da pensare sia stato anche per la più famosa delle soubrette televisive italiane. Un passaggio chiave della carriera della Carrà e stato certamente la conoscenza di Gianni Boncompagni (1932-2017), autore radiofonico e televisivo, paroliere, pigmalione di lolite e avvenenti attrici, tra i principali iniettori di libertinismo e nonsense nei palinsesti per il grande pubblico. I due si conobbero nel 1969, proprio quando la Carrà fece il grande salto sul piccolo schermo, e rimasero sentimentalmente legati per 11 anni, con un sodalizio artistico che durò molto più a lungo.La canzone Satana, che la Carrà nel 2008 cantò in prima serata sulla Rai, nel corso del fortunato programma Carramba! Che fortuna («Satana, volgarità, Satana, fatalità / Portami all'inferno, Pago per amore, lascio tutto e vengo via con te/ Magica divinità, Brivido di libertà, anima senza pietà, lasciami per carità!») aveva tra i suoi autori l'immancabile Boncompagni.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5658GIORNALI E TELEVISIONI NON INFORMANO, MA FANNO PROPAGANDA di Fabio PiemonteI media informano o fanno propaganda? A questa domanda risponde attraverso un'accurata e acuta analisi della macchina della manipolazione mediatica l'ultimo saggio di Giuliano Guzzo, firma nota ai lettori de Il Timone, dal titolo: Propagande. Segreti e peccati dei mass media (La Vela, pp. 203). "Le notizie non vanno solo apprese. Sarebbe troppo semplice. Vanno anche esaminate"; perché "la verità esiste e, nonostante tutto, resiste. Ma non deve mai essere data per scontata". È questo anelito al vero, a smascherare ogni forma di menzogna spacciata per verità, a muovere l'indagine di Guzzo soprattutto su temi bioetici.Edward Bernays, uno degli spin doctor che compare nel novero dei 100 uomini più influenti del XX secolo secondo la rivista Life, nel suo saggio Propaganda, pubblicato nel 1928, ha riconosciuto esplicitamente che "il vero potere dominante è nelle mani di coloro che regolano i meccanismi nascosti della società, concludendo che noi siamo governati, le nostre menti vengono modellate, i nostri gusti formati, le nostre idee ispirate in gran parte da uomini di cui non abbiamo mai sentito parlare". Non si tratta qui di aderire a teorie complottiste, ma di constatare un dato di fatto.DISINFORMAZIONE ABORTISTAPer esempio, in relazione all'aborto Bernard Nathanson, il noto abortista americano poi divenuto pro-life, ha rilevato proprio l'intenzionalità manipolatoria della campagna mediatica pro-choice: "Cominciammo convincendo i mass media che quella per la liberalizzazione dell'aborto era una battaglia liberale, progressista e intellettualmente raffinata". E così "anche se il numero delle donne morte per le conseguenze di aborto illegali si aggirava su 200-250 l'anno, indicammo ai media che era 10 mila. Questi falsi numeri penetrarono nelle coscienze degli americani, convincendo molti che era necessario eliminare la legge che proibiva l'aborto", ha confessato lo stesso dottore. Anche in Italia si diedero i numeri: 25000 sarebbero state le donne vittima dell'aborto clandestino. Peccato però che tale cifra si sia rivelata addirittura superiore al numero totale delle donne in età feconda decedute nel 1972 che fu pari a 15116. In tempi recenti la copertura mediatica sulle principali emittenti americane della March for Life 2018, nonostante ad essa abbia partecipato anche Donald Trump, è stata di soli 2 minuti e 6 secondi; mentre all'indomani quella femminista ha avuto uno spazio tre volte maggiore, ossia ben 6 minuti e 43 secondi.Relativamente all'eutanasia, la narrazione del 'caso pietoso' è piuttosto strumentale a "un'intenzione non già d'informare le persone, come sarebbe giusto, ma di generare in esse un senso di profonda pietà e indulgenza nei confronti di quanti hanno preferito porre fine alla sofferenza di una persona piuttosto che prolungarne un'esistenza dolorosa". E così la ragione economica viene anteposta alla dignità del paziente.LA VIOLENZA SULLE DONNE E LE FAKE NEWS SULLA CHIESASi procede con lo stesso metodo anche riguardo al tema della violenza sulle donne, sul quale si continua a insistere imputandone la colpa principale alla famiglia 'tradizionale'. Si mistifica in questo modo ancora una volta la realtà, in quanto "la maggior parte delle violenze alle donne non si manifesta all'interno del matrimonio, anzi è vero l'opposto: la condizione coniugale è mediamente una garanzia, rispetto a tutte le altre, per la sicurezza femminile".Di frequente diventa legittimo anche ricorrere a palesi fake news, pur di gettare fango sulla Chiesa. Basti ricordare che "si raccontava che Benedetto XVI se ne andasse in giro con scarpe di Prada, quando esse erano in realtà un prodotto artigianale donato al Santo Padre da un artigiano novarese". Attualmente però pare che la tecnica manipolatoria abbia cambiato il suo registro. "Da qualche tempo - sottolinea infine acutamente Guzzo - si assiste a una sorprendente mutazione genetica che, all'insistenza martellante, preferisce i giochi di parole, alla difesa di un credo la sponsorizzazione di opinioni, alla promozione di ideologie collettive quella di convinzioni individuali, ma non per questo meno ideologiche e meno funzionali a logiche di dominio". Il rimedio resta dunque sempre lo stesso: vigilare e vagliare per rimanere fedeli alla realtà.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5652L'AMORE STRAPPATO: LA FICTION DI CANALE 5 CON SABRINA FERILLI SU FATTI VERI E SCONVOLGENTI di Caterina GiojelliFa freddo, quella mattina del 24 novembre 1995. Angela ricorda i passi che rimbombano mentre Carla la trascina per un braccio davanti ai cappottini appesi fuori dalle porte delle altre classi. «Dov'è la mia mamma?», continua a ripetere la bambina; «smettila, i tuoi genitori sanno tutto», le ripete seccata la donna. Non sa, la piccola Angela, che Carla mente. Perché è un'assistente sociale che all'insaputa dei suoi la sta trascinando fuori dalla scuola di Masate, piccolo centro del Milanese, per scortarla con due carabinieri al centro di affido familiare (Caf) dove resterà per oltre sedici mesi, prima di venire spostata in un centro di affido protetto, e da lì adottata da una nuova famiglia. Non sa Angela, mentre singhiozza, prigioniera sul sedile posteriore di quell'auto nera che da sola basta a farle paura, che dal momento del suo "rapimento" a scuola passeranno oltre undici anni e dovrà soffrire il corso assurdo della giustizia minorile e soprusi di ogni genere prima di poter riabbracciare i suoi genitori e suo fratello Francesco che disperatamente non smetteranno mai di cercarla. Sa solo che manca un mese al compimento dei suoi sette anni ed è certa che i genitori sanno dove si trova: «Loro lo sanno, loro lo sanno, loro lo sanno», ripete silenziosamente.Angela non immagina che nel 2019 la sua terribile storia diventerà una fiction, L'amore strappato, diretta da Simona Izzo e Ricky Tognazzi e interpretata da Sabrina Ferilli ed Enzo Decaro. Una grande fiction, prodotta da Jeki Production, e andata in onda su Canale 5 dal 31 marzo, che si ispira alla vicenda maledettamente vera e raccontata nel 2009 da Angela stessa a Caterina Guarneri e Maurizio Tortorella nel libro Rapita dalla giustizia (Rizzoli), i primi due coraggiosi giornalisti che su Panorama condussero un'insistente battaglia per restituire la bambina alla sua famiglia. Ora i produttori assicurano di aver portato in tv solo «la storia di una donna», «nessun attacco alla magistratura». Ma l'infernale storia di Angela, che qui raccontiamo attingendo a piene mani dalle pagine di Rapita dalla giustizia, non può non ascriversi a una serie di errori giudiziari.IL DISEGNO DI UN FANTASMAIl magistrato cui è affidato il caso è Pietro Forno, inquisitore di pedofili e violentatori. È lui a raccogliere le denunce di Antonella M., la cugina quattordicenne di Angela che dal 1993 inizia ad accusare il fratello di averla violentata. Nonostante due perizie ginecologiche disposte dalla procura di Milano appurino che la ragazza è vergine, le sue accuse sono prese in seria considerazione dagli inquirenti. Davanti alla famiglia, che unita rigetta e contraddice ogni insinuazione, Antonella prima ritratta, poi sostiene che gli abusi siano iniziati anni prima, quindi coinvolge anche suo padre, e parenti, e persone estranee alla famiglia, infine perfino sua madre: tutti secondo il racconto della ragazza - che più volte viene ricoverata in reparti di salute mentale, assume droga, brucia materassi e compie atti di autolesionismo - hanno partecipato a sconvolgenti giochi pedofili. Infine, saputo che lo zio Salvatore non ha preso le sue difese, Antonella accusa anche lui. Al pm Forno dirà che l'uomo ha abusato anche dei suoi due figli: Angela, di sei anni e mezzo, e Francesco, che ne ha quasi dodici. Da qui parte, a cascata, il dramma raccontato nel libro e poi nella fiction. La testimonianza di Antonella, però, è contorta. Più volte afferma di essersi inventata tutto, più volte torna sui suoi passi. Quando il magistrato le chiede di decidersi, la sua risposta è: «Dipende se mi conviene».Per giorni, davanti alla psicologa che il Tribunale dei minori di Milano ha nominato come perito tecnico, Angela disegna bambole, animali e altri oggetti innocenti. «Poi, nell'ultima visita - racconta nel libro - avevo avuto la pessima idea di cambiare soggetto: forse stanca, di certo annoiata per la ripetitività dell'esercizio al quale venivo costretta, sul foglio bianco avevo tracciato una linea oblunga cui avevo dato il nome di "fantasma"». Nel "gioco" seguito con la psicologa a questo fantasma viene dato il nome di "pisello". «Quel segno banale e incerto e quel nome, per me totalmente casuali e di certo non spontanei, sarebbero stati gli errori più grandi della mia vita e l'origine di un doppio dramma, il mio e quello della mia famiglia. Perché alla psicologa il mio spettro stilizzato era parso avesse un significato sessuale, e questo le era bastato per segnalare al Tribunale dei minori una situazione di grave pericolo. I giudici avevano ordinato subito che fossi allontanata da casa».A quel punto, Angela è portata al Caf da cui proviene la psicologa che per il Tribunale dei minori (con evidente conflitto di interessi) ha raccomandato il ricovero della bambina. Quello schizzo diventa la prova centrale della presunta pedofilia di suo padre, che il 26 gennaio 1996 è portato a San Vittore in attesa di processo. La detenzione preventiva, già durissima per un indagato per pedofilia, è resa più insopportabile dal divieto totale di avere colloqui con il figlio Francesco (che, tenendo testa agli inquirenti, in una drammatica udienza negherà con forza di avere mai assistito ad atti anormali del padre sulla sorellina o di averne mai subiti in prima persona), e dall'angoscia di non sapere più nulla di sua figlia: nonostante sua moglie Raffaella non venga mai indagata e continui ad allevare Francesco, Angela non può tornare a casa.SAI PERCHÉ TUA MADRE NON VIENE QUI?Al Caf, dove le finestre sono sempre chiuse e non esistono orologi e calendari, Angela racconta di essere entrata come la più piccola. Ricorda schiaffi sulla nuca, i capelli tagliati perché vezzo inutile. La bimba è disperata ma non assente come altri compagni, che vagano con lo sguardo perso nel vuoto, succhiano le maniglie, restano a letto avvinghiati ai peluche. «Smettila di disegnare bambole, mi fai il tuo letto con il fantasma?», le chiedono continuamente le sue esaminatrici, mentre lei si domanda cosa ha fatto per meritare dai suoi quella punizione terribile. I custodi del Caf e la psicologa del Tribunale riferiscono più volte, a verbale, che Angela di giorno in giorno starebbe confermando gli abusi subiti, ma non esiste nessuna videoregistrazione che possa provarlo. In compenso vengono combinate visite tra Angela e la cugina Antonella: «Mi parlava con insistenza di mio padre. Mi chiedeva se ricordassi le sue visite notturne, quando ancora dormivo in camera mia, e le strane cose che mi faceva mentre ero nel mio lettino». «Secondo te, perché Antonella viene a trovarti e la tua mamma no?», sono invece le domande di Carla. Non sa la bambina dove sono i suoi, perché si trova lì da mesi e mesi, nessuno le dice nulla. Non sa che la sua mamma, che arriverà a incatenarsi alla cancellata del Caf («era lì fuori, a pochi metri. Lo avessi saputo, la mia vita sarebbe cambiata: avrei avuto un motivo in più per lottare, per sperare») e a scrivere al presidente del Tribunale Livia Pomodoro supplicandola di intervenire, sta conducendo una durissima battaglia. Non cederà mai alle pressioni dello psicologo del Tribunale che la invita a confermare le accuse mosse contro il marito per rivedere sua figlia. Ma non smetterà mai di cercarla.SE PARLI TORNI A CASALeggete la storia di Angela, leggete il lavaggio del cervello cui è stata sottoposta una bambina di sette anni dalla psicologa, dalla cugina e dall'assistente sociale per prepararla all'audizione protetta architettata dentro al Caf, alla presenza degli inquirenti nascosti dietro un vetro unidirezionale. Mutismo totale della piccola, finché è Carla a spezzare il gelo: «Se torniamo lì dentro e racconti le cose di cui abbiamo parlato tante volte tu torni a casa». «Nella mia testa di bambina, ovviamente, non riuscivo a comprendere la gravità dei comportamenti che stavo attribuendo a mio padre. Quando, molto tempo dopo, scoprii il vero significato di quello che mi avevano spinto a dire, fu orribile: mi sentii sporca e, per la prima volta, veramente violentata».Salvatore è condannato in primo grado a tredici anni di reclusione per violenze sessuali. Sedici mesi dopo l'ingresso al Caf, Angela è spostata a un centro di affido temporaneo, il Kinderheim di Genova. Strillando come un'indemoniata riconosce lo zio accampato per protestare fuori dal Caf mentre il pullmino si allontana: «Incollata al vetro posteriore, piangendo e gridando, guardai per qualche istante lo zio che, dietro di me, continuava la sua corsa sulla strada. Ma era inutile, si allontanava. (...) Ignoravo che il Tribunale dei minori quel giorno mi stava trasferendo, paradossalmente, proprio per evitare che la protesta di mia madre potesse "turbare la mia serenità"». Al Kinderheim, Angela è sottoposta a vessazioni, dieci, cinquanta, cento flessioni al giorno che diventano duecento dopo che tenta la fuga.«Una sera mi resi conto che della mamma non ricordavo più nemmeno il nome. Fu una scoperta terribile, sconvolgente, che quasi mi tolse il respiro. Rammentavo il colore dei suoi capelli, rossi e ondulati; ma come si chiamava? Nulla: il vuoto. Anche di mio padre avevo scordato il nome. Solo di quello di mio fratello Francesco ero sicura». Il sogno di ricongiungersi ai suoi si spezza orrendamente quando le viene comunicato che andrà a vivere in nuova famiglia («ricordatevelo bene - urlavano alle bambine del Kinderheim quando Angela disegnava mamma, papà e fratello -: Angela non ha una famiglia, così come non ce l'ha nessuna di voi»). Intanto a Masate il padre, decorsi i termini della carcerazione preventiva e in attesa di appello, si danna l'anima, non sapendo dove si trovi la figlia rapita dalla giustizia mille giorni prima.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5649IN RAI È ASSENTE IL RISPETTO PER LA CULTURA CATTOLICA di Ruben RazzanteCom'era prevedibile, è stata strumentalizzata, ma l'uscita del presidente della Rai, Marcello Foa, sulla necessità di assicurare maggiore presenza cattolica sulla tv pubblica va giudicata con rispetto e interesse. È forse il primo presidente della Rai ad aver posto all'attenzione delle istituzioni e dell'opinione pubblica un tema così delicato e sensibile. L'ha fatto nei giorni scorsi a Dogliani dal palco del Festival della Tv e dei nuovi media.Le parole di Foa sembrano cadute nel vuoto. I media le hanno più o meno ignorate e chi le ha riprese lo ha fatto per criticarle aspramente. Ma cosa ha detto di preciso Foa per scatenare le ire di alcuni osservatori e perfino di alcuni ambienti interni? «La voce cattolica ha un livello di rappresentanza che non rispetta l'identità culturale del Paese. Ci sono sensibilità che non hanno abbastanza rappresentanza nel mondo giornalistico Rai. Bisogna che il mondo Rai diventi più pluralista, io auspico più presenza cattolica in Rai».Non si tratta, quindi, di accontentare con il bilancino i cattolici affinché ottengano qualche minuto in più in diretta nei tg o nei talk show. Occorre «uno sforzo di cambiamento culturale», secondo il presidente, che ha aggiunto: «Stupisce che l'Italia, che è un Paese cattolico, abbia un po' perso questa identificazione con la sua storia». La questione, dunque, non è quantitativa, ma di metodo, di approccio, di sensibilità.POLEMICHE INUTILI E STRUMENTALIEppure, per screditare le parole di Foa, i suoi oppositori hanno insinuato il sospetto che lui pensi di certificare la fede cattolica dei giornalisti o di fare un'infornata di giornalisti di provata fede cattolica nella tv pubblica. «Innanzitutto mi domando come il presidente pensi di certificare la fede cattolica di un giornalista», è il commento al cianuro di Vittorio Di Trapani, segretario dell'Usigrai: «Con esami di teologia o di catechismo? Oppure immagina selezioni organizzate all'abbazia di Trisulti con Bannon e il cardinale Burke come presidenti di commissione». La prova del travisamento delle parole di Foa si ha quando Di Trapani invita quest'ultimo a non occuparsi di cose che non gli competono, in quanto «le assunzioni spettano all'amministratore delegato». Come se il presidente della Rai pretendesse di assumere nuovi giornalisti cattolici.Anche Riccardo Laganà, consigliere d'amministrazione eletto dai dipendenti, va giù duro: «Se il presidente si riferiva all'ingresso di nuovi giornalisti di fede cattolica siamo in palese violazione del codice etico, non si possono fare discriminazioni di alcun tipo. Se voleva dire che occorre dare più spazio a un certo tipo di cultura, ricordo che la voce cattolica in Rai è ampiamente coperta da vari programmi a essa dedicati».Probabilmente il membro del cda si riferiva ai programmi della domenica, come la Santa Messa, la trasmissione A sua immagine e l'Angelus con il Papa da piazza San Pietro. Ma il nocciolo della questione non è lì, cioè nella messa in onda di riti religiosi o pratiche di culto, bensì nel radicato pregiudizio anticattolico di molti ideatori e produttori di trasmissioni di intrattenimento, anche di talk show, e di moltissimi direttori di telegiornali e contenitori informativi, che paiono aver operato da tempo una sorta di "conventio ad excludendum" nei confronti del pensiero cattolico, mostrando uno stucchevole ostracismo verso tutto ciò che sia riconducibile ad esso.UN ATTACCO AI VALORI CHE FONDANO LA NOSTRA IDENTITÀ CRISTIANAA questi elementi si è agganciata la reazione di Giampaolo Rossi, consigliere d'amministrazione Rai in quota Fratelli d'Italia, che ha dato ragione a Foa per quanto riguarda la difesa dei valori tradizionali dell'Occidente. «C'è un argomento toccato da Foa che trovo giusto. Oggi assistiamo a un attacco, in Italia e in tutto l'Occidente, ai valori che fondano la nostra identità cristiana, dalla difesa della vita fin dal concepimento alla famiglia naturale, e su questo il servizio pubblico deve tornare a giocare un ruolo decisivo».Sullo sfondo della polemica accesa dalle parole di Foa rimane la concezione stessa di servizio pubblico. Il nuovo contratto di servizio Rai, entrato in vigore l'anno scorso, enfatizza in alcuni punti l'esigenza di affrontare con un respiro più ampio il tema del pluralismo culturale, tanto più nell'era della convergenza multimediale che stiamo vivendo da tempo. Bisogna intendersi, oggi più che mai, su cosa significhi servizio pubblico e su come esso debba declinarsi nel rispetto delle radici storiche, culturali e religiose del nostro Paese. Le parole di Foa, se accuratamente soppesate, potrebbero offrire l'appiglio per un sereno e franco dibattito su un argomento alquanto decisivo per le nuove generazioni e per l'affermazione di un rapporto più costruttivo tra tv e opinione pubblica.
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