DiscoverBASTA BUGIE - Eutanasia
BASTA BUGIE - Eutanasia
Claim Ownership

BASTA BUGIE - Eutanasia

Author: BastaBugie

Subscribed: 4Played: 1
Share

Description

La chiamano "dolce morte", ma in realtà è l'uccisione di innocenti
18 Episodes
Reverse
VIDEO: Crepa (piano piano) - DAT - Eutanasia - Fine vita ➜ https://www.youtube.com/watch?v=U8e_GIoP5kYTESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6594DJ FABO ERA INFLUENZATO DALLA RELIGIOSITA' ORIENTALE... PER QUESTO CHIESE L'EUTANASIA di Corrado GnerreVi ricordate il caso del DJ Fabo? Colui che decise di andare a morire in una clinica svizzera perché rimasto immobilizzato in conseguenza di un incidente stradale. Ebbene, la sua fidanzata, Valeria Imbroglio, comunicò, nei giorni in cui tutt'Italia discuteva sulla scelta del giovane, il suo legame con la religiosità orientale e anche con certe correnti esoteriche. D'altronde i due giovani, prima dell'incidente, avevano per ben cinque anni vissuto in India alla sequela di un santone del posto.Un dato come questo non è affatto irrilevante e vi spieghiamo il perché.Non ci stancheremo mai di dirlo: solo il Cristianesimo offre un'autentica risposta al mistero della sofferenza. Per un motivo molto semplice: perché solo il Cristianesimo annuncia un Dio che ha voluto liberamente soffrire e che con la sofferenza ha "riparato" tutto.Può sembrare una particolarità quasi insignificante, invece ciò è il tutto ed è la risposta per tutto. Sapere che Dio ha salvato soffrendo, vuol dire non solo convincersi che la sofferenza è la strada maestra, ma anche che chi soffre diventa in un certo qual modo un "privilegiato", perché ancor di più può conformarsi a Colui che è l'alfa e l'omega di tutto, Cristo.IL CRISTIANESIMO CAMBIA LA STORIAÈ per questo che quando il Cristianesimo si è introdotto nella Storia, l'ha anche radicalmente cambiata.Basterebbe pensare quale fosse il giudizio sulla sofferenza nel mondo antico. Con il Cristianesimo, invece, si realizza un cambiamento radicale: c'è l'invito ad andare alla "scuola" della sofferenza. I malati, da reietti e da "materiale di scarto", diventano icone di Cristo Crocifisso. Nascono finalmente gli ospedali, laddove il sofferente viene accolto e curato; laddove vien fatto capire che egli è una "grazia", affinché, accogliendolo e curandolo, i sani possano esercitare delle virtù necessarie per la salvezza.Fin quando la Croce non compare nella storia, la sofferenza è qualcosa da allontanare ed esorcizzare.Ma poi la Storia ha deciso nuovamente di rimuovere la Croce. Sono rimasti gli ospedali, sono rimaste le belle parole per i sofferenti, ma la sofferenza è diventata un macigno terrificante, impossibile da portare.E nel caso della cosiddetta "spiritualità orientale" la questione si aggrava, perché non solo questa non ha un'adeguata risposta alla sofferenza, ma, abituata a vedere nel corpo un limite, odia profondamente la sofferenza. Già il corpo sano è qualcosa di cui liberarsi quanto prima (si pensi alla moksha induista), figuriamoci il corpo attanagliato dalla malattia.Non a caso la fidanzata del DJ Fabo spesso parlava di "libertà": Fabio va in Svizzera per "liberarsi". E dopo la morte: Adesso finalmente Fabio è "libero".LA CAPACITÀ DI AMARSIQuando la Croce non c'è, si perde tutto.Si perde anche la capacità di amarsi. Sì, perché accettare la sofferenza sempre e comunque, vuol dire amarsi. Mentre rifiutare il proprio - anche terribile - destino, vuol dire negarsi, distruggersi, perché ormai il proprio pensiero non coincide con il proprio essere e con il proprio luogo.Il luogo... ma cosa c'entra il luogo? C'entra eccome. Il luogo è il riconoscere dove si è. E, perché questo accada, occorre appassionarsi a ciò che sta avvenendo nella propria vita, sempre e comunque... invocando da Dio l'aiuto ad innamorarsi di ciò che si è e dove si è.San Bernardo di Chiaravalle in una sua importante opera, De diligendo Deo, parla di quattro gradi di amore:1) L'amore che l'uomo ha di se stesso2) L'amore a Dio non ancora per Dio stesso, ma per sé3) L'amore a Dio non più per se stessi, e neppure per il prossimo, ma soltanto per Dio4) L'amore dell'uomo a se stesso ma solo per Dio.Interessante. San Bernardo dice che l'ultimo grado di amore contempla ancora l'amore a se stesso, ma sublimato e soprattutto motivato dalla Presenza e dalla Volontà di Dio.Insomma, se Dio ci vuole, anche noi dobbiamo volerci. Se Dio ci ama anche noi dobbiamo amarci.Anche per questo diventa chiave di tutto la Croce.Si dice giustamente: non c'è posto sulla faccia della terra dove l'uomo possa trovare la pace, se non ai piedi di una Croce.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6570 EUTANASIA RECORD IN OLANDA NEL 2020 di Leone GrottNel 2020 sono morte con l'eutanasia in Olanda 6.938 persone, il numero più alto mai raggiunto. Si tratta di un aumento dei casi del 382% rispetto ai 1.815 del 2003 e del 9% rispetto ai 6.361 del 2019. Un decesso su 25 è ormai causato dall'eutanasia nel paese, che rappresenta il 4,12% di tutte le morti. Il dato salirebbe al 4,52% se non si tenesse conto dei 15 mila decessi dovuti al Covid-19. Se si considera inoltre soltanto la fascia di età tra i 60 e gli 80 anni, il dato sale al 6,2%. Come ogni anno, il rapporto annuale pubblicato dal governo olandese è costellato di dati inquietanti.Innanzitutto, come riporta anche Dutch News, quattro persone hanno optato per l'eutanasia dopo essere risultate positive al Covid-19. «Avevano contratto la polmonite e non volevano andare in terapia intensiva», spiega a Trouw il presidente del Comitato di revisione regionale dell'eutanasia, Jeroen Recourt.Dopo la sentenza della Corte Suprema che ha autorizzato la sedazione surrettizia di persone affette da demenza, per evitare la loro opposizione all'iniezione letale scelta in passato con il testamento biologico ma non confermata dalla volontà attuale, due persone sono state uccise così nel 2020.La disperazione continua a essere ritenuta un motivo valido per ottenere la morte. L'anno scorso hanno ricevuto l'eutanasia per motivi legati alla depressione 88 persone, tra cui una affetta da disabilità intellettiva. Allo stesso modo, 235 persone sono state uccise per «accumulo di problemi legati alla vecchiaia». Anche un ragazzo, di età compresa tra i 12 e i 16 anni, è stato ucciso portando così a 16 il totale dei minori che dal 2002 hanno ottenuto l'eutanasia.Se 4.480 persone hanno richiesto l'eutanasia a causa di un cancro, sono 168 gli individui affetti da demenza uccisi, due con demenza in stato avanzato, 88 come detto per problemi psichiatrici, 458 per problemi legati al sistema nervoso. Su 216 casi di suicidio assistito, infine, 17 non sono andati a buon fine, il paziente cioè non è morto, e il medico ha dovuto praticare l'iniezione letale.Secondo Recourt, questi numeri non sono sorprendenti perché «dimostrano come sempre più persone guardino all'eutanasia come a una soluzione normale per porre fine a una situazione di sofferenza insopportabile».Nota di BastaBugie: Benedetta Frigerio nell'articolo seguente dal titolo "Un'inchiesta pone domande sulla morte cerebrale" dimostra come la morte cerebrale venga smentita dai fatti. Non si può definire defunta una persona con il cuore battente, nonostante abbia l'encefalogramma piatto.Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana l'11 aprile 2021:Dopo la morte di Charlie Gard e di Alfie Evans la prassi del sistema sanitario inglese non è più indiscussa come un tempo. A provarlo sono fatti simili ormai discussi dalla stampa e, ora, il Daily Mail che in sua recente un'inchiesta ha scritto: "Durante i casi di spicco dei bambini Charlie Gard e Alfie Evans - i cui genitori, rispettivamente nel 2017 e nel 2018, hanno combattuto senza successo contro i medici per cercare di ottenere delle terapie sperimentali - il dibattito sulle cure di fine vita si è evoluto".L'inchiesta del quotidiano è relativa alla morte cerebrale, un criterio introdotto da un comitato ad Harvard nel 1968 per dichiarare il decesso di una persona a partire dalle funzioni cerebrali e non più dall'arresto cardiaco prolungato. Negli anni, come la Nuova Bussola ha già raccontato, tale parametro è stato messo in discussione sia per l'impossibilità scientifica di affermare con assoluta certezza la fine totale delle funzioni cerebrali sia perché l'unità delle funzioni vitali che rendono una persona ancora tale (omeostasi) non è garantita solo dal funzionamento del cervello e del tronco cerebrale ma anche dal cuore.Si racconta, ad esempio, di Lewis Roberts, 18 anni, che solo qualche giorno fa "è stato "dichiarato morto' dai medici del Royal Stoke Hospital... e la famiglia aveva accettato di donare i suoi organi". Così i medici decisero di privarlo dell'ossigeno che supportava il ragazzo. "Ma proprio in quel momento Lewis ha ripreso a respirare da sé". E' interessante leggere nell'inchiesta che questa vicenda "pone la domanda: per ogni diagnosi nefasta, se c'è vita, non dovrebbe esserci ancora speranza?". E' chiaro che la domanda con l'espressione "se c'è ancora vita" quando una persona è dichiarata morta cerebralmente sottintende il fatto che la vita non è garantita dalle funzioni del cervello, sebbene poi ci si rifugi dietro alla parola "miracolo", usata anche da quei medici atei che, davanti alla diagnosi di morte cerebrale smentita dai fatti, accettano improvvisamente il termine. Nel caso di Roberts hanno infatti parlato non di errore diagnostico ma appunto di miracolo.Certo i miracoli accadono, ma come sottolineato sul Daily Mail da Catherine Robinson, portavoce di Right To Life UK, "le nostre vite hanno sempre un valore intrinseco. Per tutte le famiglie che affrontano la stessa situazione con una persona cara che è in supporto vitale, questi fatti inviano un messaggio molto chiaro: non rinunciare alla speranza". In sintesi, anche se la piena ripresa della persona non avvenisse, la sua vita andrebbe supportata fino a morte naturale. Ma è chiaro che solamente quando il criterio di morte è quello oggettivo, dell'arresto cardiaco prolungato, è possibile uscire dalle zone grige e soggettive introdotte anche dalla diagnosi più scrupolosa di assenza di tutte le funzioni cerebrali. Ed è chiaro che solo così le vicende come quella di Charlie e di Alfie potrebbero essere risolte, perché a questo punto la vita andrebbe sostenuta senza possibilità di eccezioni fino alla morte naturale, decretata appunto dallo stop del battito cardiaco, non permettendo alle opinioni di avere la meglio sui fatti (un cuore battente).Lo stesso Mark Pickering di Care not Killing, un'organizzazione che promuove le cure palliative, afferma: "Il processo decisionale di fine vita è spesso complesso e può essere altamente incerto... può essere una vera sfida determinare se la morte del tronco cerebrale si sia effettivamente verificata". In effetti, continua l'inchiesta, "quando i medici chiesero alla famiglia di Carol (71 anni, ndr) il permesso di rimuovere il supporto vitale... le scansioni suggerivano che fosse cerebralmente morta". I medici "'hanno detto che sarebbe stata la cosa più carina da fare', dice Maxine (la figlia, ndr)", ma "non potevamo sopportare di essere lì mentre spegnevano le macchine". Carol era rimasta "45 minuti senza un battito cardiaco", ma rianimata e ventilata aveva continuato a vivere. Il tronco cerebrale, il cervello e il cervelletto, però, non apparivano più funzionanti, il che è sufficiente per privare la persona dei supporti vitali nonostante il cuore riprenda a battere e la persona riesca a respirare con la ventilazione.Il Daily Mail racconta infine il caso di un bambino, Harrison Ellner, dichiarato cerebralmente morto in seguito ad una meningite. Sua madre Samantha, 27 anni, badante di Rotherham, accettò la rimozione della ventilazione, che però, esattamente come accadde ad Alfie Evans (mai dichiarato cerebralmente morto) continuò a respirare. "I medici hanno detto che poteva continuare a respirare per un minuto, un'ora o un giorno", ma quando il bambino ha proseguito più a lungo il personale sanitario lo ha curato, a differenza di quanto fatto con Alfie che pur ventilato da molti più mesi respirò per quattro giorni da solo senza svezzamento né cure.Dopo cinque giorni Harrison "è stato trasferito di nuovo all'ospedale di Rotherham, dove è rimasto per altri dieci giorni. Quando è stato dimesso, i medici non erano sicuri che il suo cervello avrebbe funzionato abbastanza bene da permettergli di condurre una vita normale". Eppure "ha imparato a sorridere a otto settimane e a camminare da bambino". E "sebbene il danno cerebrale fa si che abbia l'età di apprendimento di un bambino di tre anni più piccolo, Samantha afferma: "Se lo vedessi, non ti accorgeresti di quello che ha passato''". Harrison "oggi è un bambino di otto anni appassionato di musica che conduce una vita molto simile a quella di qualsiasi altro bambino della sua età".Ellie Dunkerton, 22 anni, dopo un emorragia cerebrale fu messa in coma. Si scoprì che aveva una malformazione artero-venosa cerebrale (AVM) e fu trasferita al dipartimento di neurologia del Cardiff e del Vale University Hospital, dove parlarono di morte cerebrale alla madre. La ragazza invece si risvegliò prima della rimozione dei sostegni vitali, a cui la madre si sarebbe comunque opposta: "Mesi dopo, ho visto il suo medico che mi aveva detto di essere sicuro che non avrebbe più camminato o parlato. Invece bisogna continuare a sperare. Non si sa mai". È chiaro che ci possono essere errori diagnostici in questi casi, dove la fine delle funzioni cerebrali non era totale, ma anche qualora questa si verifichi realmente, finché il cuore della persona batte affermare che sia morta va contro l'evidenza dei fatti, aprendo appunto a scenari come questi.La stessa scienza definisce lo stop del cuore e della respirazione come "morte clinica" e "morte reale" (quando insomma si è davanti ad un cadavere) che si differenzia dalla mancanza di segnali della funzione cerebrale, definita appunto morte "legale". Ossia decisa per legge.
VIDEO: Aktion T4, l'eutanasia del regime nazista ➜ https://www.youtube.com/watch?v=J9Nwu1P8vGgTESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6548EUTANASIA: L'OLANDA E' COME LA GERMANIA NAZISTA di Leone GrottiAnche le riviste internazionali di medicina iniziano ad accorgersi che il "piano inclinato" è reale quando si parla di eutanasia. Il 7 dicembre la geriatra Diane Meier ha pubblicato sul prestigioso Jama Internal Medicine un articolo per sottolineare i pericoli dell'eutanasia in Olanda. La docente presso la Icahn School of Medicine di New York ha notato infatti quante persone chiedono e ottengono di morire nella terra dei tulipani solo perché affette da comuni malattie legate all'invecchiamento.Il commento nasce da uno studio pubblicato sulla stessa rivista da un team guidato dalla ricercatrice Vera van de Berg. Dopo un'attenta analisi del rapporto periodico dei comitati di revisione dell'eutanasia olandese, hanno infatti scoperto che sintomi quali perdita parziale dell'udito e della vista, stanchezza cronica e generici dolori, sono sufficienti per ottenere l'eutanasia sotto la dicitura «sofferenza insopportabile». Secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2019 ben 6.361 persone sono morte con l'eutanasia, cioè il 4% di tutti i decessi. Se nel 2002 la legge permetteva di essere uccisi solo in pochi casi, oggi persino chi non è più in grado di intendere e di volere viene soppresso.Alla docente americana, hanno risposto due squadre di medici olandesi, spiegando che anche in casi simili di eutanasia si tratta di «richieste volontarie, ben considerate e che rientrano nei limiti di legge», senza che i pazienti abbiano subito pressioni di tipo «finanziario, sociale o familiare».Queste rassicurazioni, secondo Meier, che ha replicato ai medici olandesi, «sono basate su una generica speranza e non sulla ricerca scientifica. Tutti speriamo siano vere, ma ci sono sempre più prove che dimostrano il contrario». Il primo, insiste, è rappresentato dalle maglie sempre più larghe della legge in Olanda:«Sono stati rimossi requisiti di prognosi, eliminata l'esclusione per i casi psichiatrici, la sofferenza insopportabile definita in modo amplissimo e ridotti i requisiti per compilare i rapporti».L'impressione, continua Meier, è che l'eutanasia sia divenuta un modo «rapido, facile ed economico per trattare i bisogni di una popolazione sempre più vecchia. Un accesso sempre più permissivo all'eutanasia in questo contesto sociale assomiglia molto alla ratifica del pensiero da parte della società, sostenuta dalle leggi, secondo il quale alcune vite non valgono la spesa necessaria a preservarle. Il pensiero implicito è che sia l'individuo sia la società starebbero meglio se il paziente fosse morto».E questo, prosegue la geriatra, «è esattamente il modo di pensare che portò i medici tedeschi ad appoggiare e a partecipare alla campagna di sterilizzazioni eugenetiche nei primi anni Trenta e infine alla campagna di eutanasia per coloro che "non sono degni di vivere" - ovvero bambini con disabilità nel 1939, anziani e adulti con disabilità nel 1940».Quello di cui avrebbero bisogno i pazienti più anziani spaventati dalla solitudine e dalla malattia sono «rapporti umani sinceri e significativi, non 2 grammi di secobarbital», conclude Meier.Nota di BastaBugie: oggi in Olanda (e purtroppo non solo lì) le leggi sull'eutanasia sono peggiori dell'Aktion T4, "nome convenzionale con cui viene designato il Programma nazista di eutanasia che sotto responsabilità medica prevedeva la soppressione di persone affette da malattie genetiche inguaribili e da portatori di handicap mentali, [...] cioè delle cosiddette vite indegne di essere vissute. Si stima che l'attuazione del programma T4 abbia portato all'uccisione di un totale di persone compreso tra le 60.000 e le 100.000. A ogni modo l'uccisione di tali individui proseguì anche oltre la fine ufficiale dell'operazione, portando quindi il totale delle vittime a una cifra che si stima intorno ai 200.000 individui" (fonte: Wikipedia).
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6310LA LUCIDA ANALISI DEL CARDINALE OLANDESE EIJK SU COME L'EUTANASIA HA CORROTTO LA SOCIETA'Negli anni Settanta l'eutanasia cominciò a essere accettabile nella fase terminale, poi anche prima della fase terminale, poi anche nei casi di malattie psichiatriche e demenza, infine per i neonati disabilidi Aldo Maria Valli"Una volta accettato che si può mettere fine a una vita a causa di un certo livello di sofferenza, ci si troverà sempre di fronte alla domanda se non si debba permetterla anche per una sofferenza che è solo un po' inferiore".Queste parole del cardinale Willem Jacobus Eijk, arcivescovo di Utrecht e già presidente della Conferenza episcopale dei Paesi Bassi, fotografano bene la sua preoccupazione verso il diffondersi della mentalità eutanasica, particolarmente radicata in Olanda, dove quest'anno la Corte suprema ha dato il via libera all' all'eutanasia per i pazienti affetti da demenza avanzata, anche nel caso in cui tali persone non siano in grado di reiterare il loro desiderio di porre fine alla propria vita.In un'intervista alla Catholic News Agency il cardinale Eijk, dopo aver sottolineato che nel suo paese a partire dagli anni Settanta i criteri per l'applicazione dell'eutanasia sono diventati "sempre più estesi", non nasconde di temere che il prossimo governo potrà accettare un disegno di legge che permetta il suicidio assistito per tutti coloro che semplicemente, senza dover presentare particolari ragioni, ritengono che sia arrivato il momento di mettere fine alla propria vita.Il cardinale Eijk (che, lo ricordiamo, oltre ad aver conseguito un dottorato in Filosofia è anche laureato in Medicina e Chirurgia ed ha un dottorato di ricerca in Bioetica medica con una dissertazione sull'eutanasia) nel corso dell'intervista cita le previsioni di un esperto olandese secondo il quale i casi di eutanasia raddoppieranno nei prossimi otto anni. "Se la sua previsione si rivelerà corretta - commenta Eijk - entro il 2028 il numero annuale di casi di eutanasia arriverà a ben oltre dodicimila e 500, più dell'8% del numero attuale di tutti i decessi".Un quadro tragico, che ha avuto origine negli anni Settanta del secolo scorso, quando l'eutanasia, afferma il cardinale, incominciò a essere considerata accettabile nella fase terminale di una malattia somatica incurabile. Poi, nel corso degli anni Ottanta, si cominciò a considerarla eticamente accettabile anche prima della fase terminale. In seguito, a metà degli anni Novanta, l'eutanasia incominciò a essere eseguita anche nei casi di malattie psichiatriche e demenza, e dopo il 2000 è stata applicata per i neonati ritenuti gravemente disabili.LA CESSAZIONE DELLA VITA È OGGI AMPIAMENTE ACCETTATARisale al 2016 l'annuncio, da parte del ministro della Salute e del ministro della Giustizia, del proposito di presentare una legge per consentire il suicidio assistito nei casi di persone che pur non soffrendo di alcuna malattia considerano la loro vita "compiuta". Un progetto che è rimasto fermo ma che secondo Eijk potrebbe essere rilanciato dopo le elezioni dell'anno prossimo.Inoltre, un membro del parlamento, appartenente a un partito di sinistra, ha presentato un progetto di legge che permette il suicidio assistito per persone di età superiore ai 75 anni. Il rischio di questa legge è che possa creare l'impressione che il valore della vita diminuisca dopo che le persone hanno raggiunto questa età. In ogni caso, la cessazione della vita è oggi ampiamente accettata.Parlando de ruolo dei sacerdoti nella cura pastorale di coloro che cercano l'eutanasia, Eijk ha fatto eco al nuovo documento vaticano, Samaritanus bonus, affermando che il clero deve evitare ogni gesto che possa indicare approvazione verso l'eutanasia, compreso il rimanere fino al compimento dell'atto. "Una buona cura pastorale per una persona che vuole essere eutanasizzata richiede che il sacerdote, accompagnandola, le dica chiaramente che con l'eutanasia è violato il valore intrinseco della vita umana"."La richiesta di eutanasia - spiega il cardinale - non raramente è un grido di aiuto. Quando viene offerta un'assistenza adeguata, con attenzione alle loro paure e alle loro lotte interiori, le persone che hanno detto di voler essere eutanasizzate spesso non persistono in questa richiesta".Chi volesse conoscere meglio il cardinale Eijk e la difficile realtà della Chiesa cattolica in Olanda può leggere il libro Dio vive in Olanda (Ares, 136 pagine, 13 euro) nel quale il porporato, rispondendo alle sollecitazioni di Andrea Galli, descrive in tutti gli aspetti la situazione ecclesiale nel suo paese. Un cattolicesimo, quello olandese, dalla storia gloriosa fino al Concilio Vaticano II, ma in caduta libera a partire dagli anni Sessanta, tanto che oggi si chiudono due chiese (cattoliche e protestanti) ogni settimana e meno del cinquanta per cento di coloro che ancora si dicono cattolici fa battezzare i propri figli. Una crisi di fede che non ha eguali, ma che già nel 1947 venne individuata molto bene da un piccolo gruppo di fedeli che, riuniti a Utrecht, profetizzarono "la grande apostasia del prossimo futuro", un processo inarrestabile del quale si occupò anche il sacerdote polacco don Karol Wojtyła, il quale durante gli studi per la sua laurea in Filosofia all'Università Cattolica di Lovanio visitò l'Olanda e notò, accanto a una buona organizzazione ecclesiale, una profonda povertà spirituale e l'assenza di una vita di preghiera, dato che tutta l'attenzione era rivolta al fare, all'agire in campo sociale.CONCLUSIONI IMPORTANTISono diverse le lezioni che il cardinale Eijk trae dall'esperienza olandese. Merita di essere citata la sua riflessione circa il fatto che il numero più alto di veri credenti si mantenne, nonostante tutto, in quelle parrocchie in cui, anche durante la tempesta degli anni Sessanta e Settanta, il modo di celebrare la liturgia rimase veramente cattolico.Nel libro, pieno di racconti vividi riguardanti la sua esperienza personale, il cardinale dice a un certo punto: "Io sono diventato sacerdote per celebrare l'Eucaristia. La celebrazione quotidiana della Messa per me è sempre il culmine del giorno".Fra tante notizie tristi in arrivo dall'Olanda, anche un dato che dà speranza: ogni anno circa cinquecento persone si convertono alla Chiesa cattolica. In alcuni casi si tratta di protestanti, ma più spesso sono non battezzati, conquistati dalla bellezza e dalla Verità.Verso la fine del libro, guardando al futuro e in particolare alle divisioni all'interno della Chiesa, il cardinale olandese dice: "Molti parlano del pericolo di uno scisma, ma io penso di no". Eijk ritiene che ci sarà piuttosto un "risanamento silenzioso tramite il ricambio delle generazioni", man mano che se ne andranno "i preti del '68, ordinati in quegli anni di sbandamento, con idee ultraprogressiste". Un processo lento, che riguarderà sia il clero sia i laici, ma che già è visibile. Infatti, "con le nuove generazioni di credenti si può parlare del Paradiso o dell'Inferno senza suscitare scalpore, si può parlare dei veri contenuti della nostra fede senza che la gente protesti o vada via in polemica, come accadeva prima… E mentre questo processo di rinnovamento si realizza bisogna avere coraggio, bisogna essere disposti a soffrire".Nota di BastaBugie: la stragegia della cultura della morte è fatta di piccoli passi ben sapendo che con una piccola crepa, piano piano la diga viene distrutta. Riproponiamo ancora una volta lo stupendo video di 4 minuti "Crepa, piano piano" che spiega come sia possibile arrivare all'eutanasia imposta dallo Stato.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6184ORMAI SI UCCIDE CON L'EUTANASIA ANCHE CHI NON E' D'ACCORDO di Caterina GioielliSi chiama Marinou Arends, è questo il nome della "dottoressa A." o "Catharina A.", pseudonimo usato in questi anni dai giornali per proteggere l'anonimato del medico che nel 2016 diede l'eutanasia a una anziana affetta da demenza senile e contro il suo volere. Assolta dal tribunale dell'Aia lo scorso settembre, decisione confermata ad aprile dalla Corte Suprema olandese a cui il giudice aveva rinviato il caso «nell'interesse della legge», oggi la dottoressa, geriatra in pensione, ha deciso di rivelare la sua identità. E spiegare perché «lo rifarei ancora».L'intervista, la prima rilasciata dal medico a Nieuwsuur, viene registrata montando immagini delle stanze della casa di cura Florence a L'Aia dove l'anziana trascorse le ultime sette settimane di vita, riprese di letti e poltroncine vuote, bozzetti del processo al medico, prime pagine dei giornali e dei dossier sul caso dell'"eutanasia del caffè", "eutanasia a una demente". Tutto vortica intorno al racconto del medico e della sua ferrea volontà, fin dal primo giorno di ricovero, di "aiutare" la povera anziana. La donna ha 74 anni, oltre 50 trascorsi accanto al marito, quando viene portata dai parenti alla Florence; caso vuole ci sia una stanza libera proprio nel reparto della Arends e che la Arends scopra subito che anni prima l'anziana aveva firmato un testamento biologico specificando che avrebbe voluto ricevere l'eutanasia se fosse stata rinchiusa in una casa di riposo. «Il mio primo pensiero è stato "devi fare qualcosa", "devi prendere sul serio una richiesta di eutanasia». Il medico assicura di averlo già fatto con altri pazienti, avere preso in considerazione ogni domanda di morte assistita. Tanto che a quell'anziano affetto da demenza e che nemmeno ci pensava più – «in realtà qui non ho molti problemi, il caffè è buono, mi piace la vista, mi siedo qui con il mio giornale. Voglio vivere ancora per un po'» -, non l'aveva certo somministrata. SI LAMENTAVA SEMPREMa il caso della settantaquattrenne, quello era diverso: «Quando bevevamo il the, si lamentava sempre della sua condizione terribile, del fatto di non poter più fare nulla, e di essere sempre così stanca. Era sempre triste, triste, ribelle, irrequieta». Della sua "infelicità" l'anziana parla con tutti, Arends è sempre più convinta che darle l'eutanasia sia la soluzione migliore per alleviare le sue sofferenza e il marito, che ha una procura per prendere decisioni su sua moglie, è d'accordo. Ma c'è un problema: nel testamento biologico la donna ha specificato che l'eutanasia avrebbe dovuto esserle erogata solo «su mia richiesta, quando riterrò che sia giunto il momento», e quando «sarò nel pieno delle mie facoltà» per richiederla. Per Arends il fatto che la donna soffra ora di demenza avanzata non è un'obiezione, «la legge afferma che come medico puoi e hai perfino il dovere di interpretare un testamento»: secondo il medico quella carta basta, non è stata scritta da un addetto ai lavori ma da una persona capace di sfruttare al meglio le proprie capacità e chiarire i propri desideri. Per tre volte Arends chiede alla donna «che ne pensi se ti aiutassi a morire?» e per tre volte l'anziana risponde sconcertata di no, aggiungendo «penso ci stiamo spingendo troppo lontano, morta, no». Ed è questo, paradossalmente, a rinsaldare la volontà della Arends, «un medico deve prendere in considerazione anche il modo in cui vengono pronunciate le risposte», afferma candidamente, «tutte le volte sembrava titubante». In pratica, siccome quelle risposte non erano coerenti alle volontà scritte anni prima, la donna dimostrava di non essere in sé, per il medico era mentalmente incompetente e «io non potevo abbandonarla», privarla dell'occasione di smettere di soffrire.L'eutanasia viene apparecchiata la mattina del 22 aprile 2016. Sono presenti anche il marito dell'anziana, sua figlia e suo genero. Arends decide di non chiedere alla donna ancora una volta se vuole morire, «domanda qualcosa a una persona incapace e otterrai solo una risposta dettata dall'emozione del momento. Sapevo che le sarebbe preso il panico. Avevo visto che tipo di sofferenza le avevo procurato rivolgendole quelle domande settimane prima. Un sacco di paura, frustrazione, rabbia». Per evitarle tutto questo il medico versa della droga nel caffè dell'anziana, senza spiegarle che di lì a poco sarebbe stata uccisa, «l'ho fatto col permesso del marito e della figlia, entrambi hanno dato pieno consenso». Inoltre «non potevamo pensare che fosse cosciente e capace di dire addio. Non era più in grado di capire che sarebbe morta».L'ANZIANA SI SVEGLIA E INIZIA A DIMENARSIIl medico non si sofferma su cosa è accaduto dopo, quando l'anziana pare ormai addormentata e le viene praticata la prima delle tre iniezioni necessarie per ucciderla. Perché è qui che avviene l'orrore: l'anziana si sveglia, capisce cosa sta succedendo, inizia a dimenarsi cercando di tirarsi indietro. Ma Arends, imperterrita, con l'aiuto della figlia e del marito dell'anziana che la immobilizzano nel letto, porta a termine la procedura. La donna muore in pochi minuti. In seguito ai fatti la Commissione di controllo dell'eutanasia avrebbe «rimproverato» al medico di essersi «spinta troppo in là», drogando la donna di nascosto e non informandola che sarebbe stata uccisa, nonostante le sue volontà non fossero «chiare», avesse «cercato di reagire» e nel suo testamento biologico avesse scritto che voleva decidere «lei» quando morire. Anche per la procura, a cui la Commissione rinvia il caso, il medico «non ha agito con attenzione e ha oltrepassato una linea invalicabile» nonostante la richiesta scritta di eutanasia fosse «poco chiara e contraddittoria». Tuttavia Arends viene prosciolta in ogni sede, «non mi sarei aspettata mai di andare in causa, mai», conclude la dottoressa ricordando l'incubo di finire in cella quando capì che avrebbero potuto accusarla «persino di omicidio», «ero convinta di avere agito con attenzione e nei limiti della legge». La Corte Suprema le dà ragione. E a maggior ragione la dottoressa afferma che «rifarei tutto. Immagino che ci siano medici che lo troverebbero un passo troppo al limite (sono oltre duecento i medici olandesi che hanno espresso orrore per la condotta di Arends). Ma io ho dovuto farlo senza il consenso della paziente. È stato un passo tremendamente difficile. Ma per il meglio».Quella decisione ha sdoganato in Olanda l'eutanasia per chiunque non sia più in grado di esprimere o rinnovare la propria scelta sul fine vita. Dopo la sentenza della Corte Suprema è caduto anche il paravento dell'autodeterminazione e il mito della morte dignitosa: oggi in Olanda si muore drogati, uccisi a forza, mentre i parenti ti immobilizzano al letto e il medico ti pratica tre iniezioni letali con la convinzione di fare il proprio mestiere: "dovevo aiutarla", "non potevo abbandonarla", "lo rifarei".
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5952DEPREDATI CUORE E FEGATO AL BIMBO SCOSSO DALLA MADRE di Alfredo De MatteoLe cronache di questi ultimi giorni dell'anno hanno riportato il caso del bambino di cinque mesi scosso violentemente dalla madre, una donna di 29 anni originaria del vicentino la quale, nel tentativo di calmare il pianto del piccolo, l'avrebbe cullato troppo forte provocandogli gravissimi danni cerebrali e neurologici. In seguito alla chiamata fatta al 118 dalla madre stessa, il bimbo è stato ricoverato all'ospedale di Padova e le sue condizioni sono sembrate subito molto gravi, anche se un'Angio TAC disposta dai medici della terapia intensiva aveva riscontrato la presenza di flusso sanguigno al cervello. Purtuttavia, in tutta fretta è stata chiamata una commissione medica formata da un neurologo, un'anestetista e un medico legale con il compito di valutare la eventuale morte cerebrale del bambino. Le cronache riferiscono che dopo un secondo e approfondito esame della commissione che aveva dichiarato la morte cerebrale del piccolo, sono state staccate le macchine che lo tenevano in vita e cuore e fegato sono stati espiantati.Come di consueto, quando si tratta di morte cerebrale ed espianto di organi le informazioni veicolate dagli organi di informazione risultano poco chiare, frammentate e contraddittorie. Del resto, la morte cerebrale è un'invenzione medico legale che non solo non ha nulla di scientifico ma che contrasta finanche col buon senso, per cui è facile cadere in veri e propri cortocircuiti logici.Ora, gli organi vitali non possono essere prelevati da un cadavere perché altrimenti risulterebbero inservibili. È dunque necessario che la persona a cui devono essere espiantati i preziosi organi sia ancora in vita e gli stessi risultino perfettamente irrorati e ossigenati. Per cui, non corrisponde a verità che al piccolo siano stati tolti i supporti che lo tenevano in vita (ma non era già morto?) e che solo successivamente sia stato sottoposto all'operazione di espianto, ma semmai il contrario: il bambino è stato tenuto in vita fino all'operazione di espianto, dopodiché, giocoforza, è deceduto.C'è da tenere presente che i test atti a stabilire la presunta morte cerebrale sono molto invasivi e comportano la sospensione delle cure. È pertanto probabile che la commissione si trovi ad accertare la presenza dei parametri clinici indicatori della morte cerebrale a causa della natura invasiva della stessa procedura d'accertamento e della sospensione delle cure necessarie a ridurre il danno cerebrale incorso al paziente. In altre parole, è proprio la procedura d'accertamento della morte cerebrale che può causare ulteriori danni neurologici al soggetto, danni che possono anche diventare irreversibili.Eppure, i primi esami effettuati sul bambino indicavano la presenza di attività cerebrale. Dunque, perché tanta fretta nel chiamare la commissione deputata a dichiarare l'eventuale morte cerebrale del bambino? Non sarebbe stato più sensato insistere con le cure adeguate volte a ridurre il danno cerebrale, anziché sospenderle e sottoporre il piccolo a test diagnostici altamente invasivi e peggiorativi della sua condizione clinica?Il contesto attuale riconosce scarso valore alla vita umana, in specie quella più innocente e indifesa, e al contempo tende ad attribuire alle scienze, in particolare a quelle mediche, la capacità di risolvere tutti i problemi dell'uomo. La pratica dei trapianti d'organi vitali si inserisce perfettamente in tale quadro culturale e finisce per togliere valore sia alla vita umana che alla vera scienza.Ora la madre del piccolo di cinque mesi sarà indagata per omicidio colposo anziché per il reato di lesioni gravissime. Ma non è stata certo lei a porre fine alla vita del suo bambino...
TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5943IL SACERDOTE NON DEVE ESSERE PRESENTE DURANTE L'EUTANASIAUn sacerdote deve sempre dire in modo chiaro a chi sceglie eutanasia e suicidio assistito che per la Chiesa cattolica sta commettendo un grave peccato. E per questo motivo non deve essere presente accanto a chi sceglie di suicidarsi quando il suicidio assistito o l'eutanasia vengono compiuti. È quanto dichiarato alla Catholic News Agency dal cardinale Wilhelm Eijk, arcivescovo di Utrecht, che contraddice quando dichiarato a proposito una settimana fa da monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita: «Nessuno va mai abbandonato. Accompagnare e tenere per mano chi muore credo sia un grande compito che ogni credente deve promuovere. Come ogni credente deve promuovere un contrasto alla cultura del suicidio assistito».SUICIDIO ASSISTITO ED EUTANASIA SONO UGUALIPrima di entrare in seminario, il prelato olandese si è laureato in medicina e chirurgia, dedicando la sua dissertazione di dottorato alle leggi sull'eutanasia. L'Olanda è uno dei primi paesi al mondo ad aver legalizzato la "buona morte" e per tutti questi motivi Eijk, di cui Tempi ha parlato diverse volte, rappresenta un voce autorevole in materia.Il cardinale ci tiene innanzitutto a precisare che non esiste alcuna differenza dal punto di vista morale tra suicidio assistito ed eutanasia. Nel primo caso è il paziente che si procura la morte assumendo la medicina letale preparata dal medico, nel secondo è il medico che provoca attivamente la morte con una iniezione letale su richiesta del paziente. «In entrambi i casi», spiega Eijk, «la responsabilità del paziente è grave perché è lui che prende l'iniziativa per porre fine alla propria vita. Allo stesso modo è grave la responsabilità del medico che pone fine alla vita del paziente o coopera a un atto intrinsecamente malvagio».LE TRE RAGIONI PER RIFIUTARE I SACRAMENTISgomberato il campo dell'equivoco di chi vede il suicidio assistito, depenalizzato dalla Corte costituzionale anche in Italia, come una forma meno grave di eutanasia, Eijk afferma che «il sacerdote non deve essere presente quando queste pratiche vengono eseguite. Infatti, la presenza del prete potrebbe dare a intendere che il sacerdote appoggia la decisione del paziente o suggerire che eutanasia e suicidio assistito non sono moralmente illeciti in alcune circostanze».Il cardinale non nega la possibilità di accompagnare spiritualmente il paziente che decide di suicidarsi, ma elenca tre motivi per cui «il sacerdote non può amministrare i sacramenti della confessione e dell'estrema unzione ai pazienti che li richiedono».«Innanzitutto una persona può ricevere i sacramenti solo quando si trova in buona disposizione e questo non è il caso di chi vuole opporsi all'ordine della creazione, violando il valore intrinseco della vita. Il secondo motivo è che una persona che riceve i sacramenti mette la propria vita nelle mani misericordiose di Dio. Ma chi vuole porre fine alla propria vita vuole invece prendere la vita nelle proprie mani. Infine, il sacerdote che amministra i sacramenti o prepara il funerale della persona in queste circostanze si rende responsabile di uno scandalo, dal momento che le sue azioni possono suggerire che il suicidio o l'eutanasia sono permessi in certe circostanze».LA SOLITUDINE È LA VERA MALATTIA DELL'OCCIDENTEQuesto non significa, continua l'arcivescovo di Utrecht, che non sia possibile celebrare il funerale di una persona che ha deciso di farsi uccidere con l'eutanasia, ma il sacerdote deve «giudicare in modo prudente se l'eutanasia o il suicidio assistito siano il frutto della depressione o di malattie psichiatriche. In questi casi la libertà della persona è diminuita e anche il porre fine alla propria vita non può essere considerato un peccato mortale».In ogni caso, spiega il cardinale, la Chiesa cattolica deve «annunciare che Dio ha fatto gli esseri umani a sua immagine nella loro totalità, corpo e anima. Come dice la costituzione pastorale del Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, l'essere umano è una "unità di anima e corpo". Questo significa che il corpo è una dimensione essenziale dell'essere umano ed è parte del valore intrinseco dell'essere umano. Per questo, non è lecito sacrificare la vita umana per porre fine al dolore». Dolore che deve essere alleviato in ogni modo con le cure palliative.Da profondo conoscitore della società olandese, Eijk conclude affermando che per contrastare il trend favorevole all'eutanasia che dilaga in Occidente, la Chiesa «deve agire per alleviare la solitudine. Nella società contemporanea iper-individualista, gli esseri umani sono spesso soli. C'è un'enorme solitudine nelle società occidentali e la Chiesa incita a formare comunità per non lasciare le persone da sole. Una persona che vive in solitudine, infatti, senza l'attenzione e la cura degli altri, è meno capace di sopportare il dolore. La fede vissuta e la spiritualità cristiana insegnano che possiamo essere uniti al Cristo sofferente e portare la croce con lui. Così, non siamo mai soli».
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5922RAGAZZA SANA CHIEDE A 23 ANNI L'EUTANASIA di Chiara ChiessiUna ragazza belga di 23 anni di nome Kelly, ha dichiarato al Daily Mail che vuole porre fine alla sua vita con l'eutanasia, a causa di alcuni problemi mentali da cui è affetta. La ragazza infatti, «ha tentato il suicidio, è stata ricoverata in ospedale, ha sofferto di disturbi alimentari ed ha iniziato a praticare l' autolesionismo».Lei stessa ha affermato: «Era più sopportabile il dolore da autolesionismo che il dolore alla testa. Almeno il dolore da autolesionismo scompare, a differenza del dolore all'interno che è sempre presente».Sempre secondo il Daily Mail: «I pazienti con problemi mentali rappresentano circa il tre per cento delle 17.000 persone uccise da quando la legge è stata modificata in questo paese di 11 milioni di cittadini. Ci sono stati 2.357 decessi l'anno scorso - dieci volte in più rispetto al primo anno in cui l'eutanasia era legale in Belgio...».Kelly apprese che era possibile richiedere l'eutanasia da uno psicologo dell'ospedale dove si trovava in cura. Nonostante i suoi piani già definiti, non ha mai raccontato ai genitori con cui vive, alla sorella gemella o ai fratelli più piccoli, di voler porre fine alla sua vita, fino a quando non ha trovato psichiatri che le hanno confermato che il suo dolore mentale è "insopportabile e incurabile".Quando finalmente lo disse alla sua famiglia, racconta: «Mio padre era molto scioccato, piangeva e l'ho stretto a me. Stavo quasi piangendo anch'io. Era molto commovente ma anche doloroso vederlo così».Come hanno sottolineato molti psichiatri, le condizioni delle persone che soffrono di problemi di salute mentale può migliorare nel tempo con le cure. Offrire la morte come "soluzione" alla sofferenza, non allevia l'angoscia mentale del malato, ma semplicemente pone fine alla sua vita.Non c'è da stupirsi sull'impennata di persone che richiedono la "dolce morte": una volta che un Paese (come il Belgio, in cui per di più non si fa distinzione tra dolore mentale e fisico) accetta l'idea che alcune vite non sono degne di essere vissute, ecco che la morte si manifesta come volontà delle persone più fragili, che soffrono molto e lo Stato preferisce "toglierle di mezzo" piuttosto che curarle.Un caso simile era capitato a Noa Pothoven [leggi: NOA, LA 17ENNE OLANDESE CHE HA CHIESTO E OTTENUTO L'EUTANASIA, http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5689 clicca qui, N.d.BB]. [...]Non a caso, Noa Pothoven aveva denunciato il fatto che nel suo Paese non esistevano cliniche specializzate nel curare disturbi mentali nell'età adolescenziale.A queste povere vittime, la morte dunque appare come unica soluzione.Nota di BastaBugie: Andrea Zambrano nell'articolo seguente dal titolo "Eutanasia, la campagna pro life può proseguire" parla dell'udienza del Gran Giurì dell'Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria chiamato a rispondere sulla liceità morale dei manifesti di Pro Vita & Famiglia.Ecco l'articolo completo pubblicato sul sito del Timone il 5 dicembre 2019:Nel settembre scorso avevano mandato in isteria le anime belle del politicamente corretto. Ma i manifesti di Pro Vita & Famiglia in realtà non violavano nessun codice di regolamentazione pubblicitaria e men che meno, offendevano la morale o il buongusto. Certo, forti erano forti, ma proprio questo era l'intento di Toni Brandi e Jacopo Coghe che avevano concepito la campagna proprio per scuotere le coscienze sul tema eutanasia. «Marta, 24 anni, anoressica, potrà farsi uccidere. E se fosse tua sorella?», «Alessandro, 18 anni, bullizzato. Potrà farsi uccidere». E così via, il tutto accompagnato dall'hastag #noeutanasia per una campagna che invece è stata fin da subito osteggiata.Invece la parola definitiva è arrivata martedì sera al termine dell'udienza del Gran Giurì dell'Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria chiamato a rispondere sulla liceità morale di quei manifesti. Qualche tempo prima era successo che all'IAP erano giunte diverse segnalazioni di protesta che avevano costretto il comitato di controllo ad aprire un fascicolo e poi a trascinare la Onlus romana davanti ai giudici.I quali, martedì hanno sostanzialmente dato il via libera ai manifesti che ora potranno essere affissi in tutt'Italia. Pro Vita & Famiglia canta vittoria: «Ha vinto la verità, i nostri manifesti sono legittimi», ha spiegato Coghe dopo l'udienza che si è svolta a Milano. «Contraria al decoro e al buon senso è la dittatura del politicamente corretto invece e di chi vuole violare il diritto inalienabile alla vita. Ora si sappia che le nostre affissioni di manifesti-denuncia a Roma e Milano e poi in altre città italiane erano regolari, si tratta di una comunicazione onesta, veritiera e corretta caro Cappato e cari radicali e non c'è una "esagerazione della problematica sociale" né si tratta di "richiami choccanti», hanno ribadito.Il giorno dopo al Timone, Coghe non ha nascosto la sua soddisfazione: «I testi che abbiamo mostrato sono testi che ricordano un pericolo reale: quello che potrebbe accadere se il nostro Parlamento legiferasse in materia di eutanasia e suicidio assistito. E' una prospettiva che in altri Paesi, purtroppo, ha già preso forma con l'auto-eliminazione dei depressi, dei fragili, dei deboli dalla società".Non restano che le scuse secondo Coghe, da parte di quei parlamentari e i sindaci dei Comuni «che ci hanno fatto una guerra ideologica impedendoci il diritto di opinione e la libertà di pensiero».C'è poi un dettaglio che rende ancora più dolce la vittoria pro life: «È la terza volta che ci chiamano in causa con l'Istituto di Autodisciplina pubblicitaria - ha proseguito Coghe -. La prima è stata con la campagna di CitizenGo sul Bus della libertà nel quale avevamo dato "scandalo" dicendo che "i bambini sono maschi e le bambine sono femmine". La seconda era una campagna di affissioni contro l'utero in affitto in cui dicevamo che "due uomini non fanno una madre" nella quale raffiguravamo dei bambini sul carrello della spesa. Entrambe le vote ci hanno dato ragione». E con questa fanno tre.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5838EUTANASIA PER TUTTI: LA CORTE COSTITUZIONALE DICE SI ALL'AIUTO AL SUICIDIO di Giuliano GuzzoAdesso che la nostra Corte Costituzionale ha pensato bene di «aprire» al suicidio assistito, ancorché ponendo dei paletti (paziente consapevole, sottoposto a trattamenti salvavita e in presenza di patologie irreversibili che causano sofferenze fisiche e psicologiche), è lecito chiedersi: che cosa accadrà in Italia? Quali saranno le conseguenze del riconoscimento ufficiale della «dolce morte», secondo solo a quello indiretto introdotto con il biotestamento eutanasico già nel 2017? Non c'è modo migliore, per rispondere a questa domanda, che una breve panoramica internazionale sui Paesi che la «dolce morte» l'hanno già introdotta e che son caratterizzati - tutti - da una preoccupante escalation mortifera.OLANDAIniziamo con l'Olanda dove, nel 2018, le morti anticipate sono calate rispetto all'anno precedente del 7%. Fatto positivo, certo, ma da esaminare criticamente con delle considerazioni. La prima concerne il fatto che, se da un lato è vero che nel 2018 le morti indotte (6.126) sono calate di oltre 450 casi rispetto ai 6.585 decessi 2017, dall'altro occorrerà aspettare quanto meno l'anno prossimo prima di trarre qualsivoglia conclusione sul fenomeno. Tanto per cominciare perché un calo, anche se più ridotto, della «dolce morte» nei Paesi Bassi si è già verificato ben due volte - nel 2003 rispetto al 2002 e nel 2006 rispetto al 2015 -, senza che questo, nei fatti, abbia poi impedito un aumento esponenziale della stessa.Va poi sottolineato come i dati parziali dei primi mesi del 2019 pare siano peggiori di quelli dell'anno precedente. In terzo luogo, gli esperti segnalano come ogni anno una percentuale di morti indotte che va dal 20 al 23% sfugga, per molteplici ragioni, alle statistiche ufficiali. Per non parlare inoltre della diversificazione della platea di quanti esercitano il cosiddetto "diritto di morire": lo scorso anno, in Olanda, quasi 70 persone hanno ottenuto l'eutanasia non solo pur non essendo malate terminali, ma anche non soffrendo di alcuna patologia che non fosse relativa a condizioni psichiatriche. Sempre nel 2018, si è confermato il radicamento di un fenomeno nuovo quanto inquietante: quello delle coppie che ottengono l'eutanasia. Insieme. Se ne sono contati ben 9 casi anche se solo di uno di questi si hanno informazioni: quello di una coppia nella quale il marito aveva il cancro all'esofago e la moglie la sclerosi multipla, e in cui entrambi hanno chiesto di morire motivando tale desiderio con il disagio ravvisato dalla «prospettiva di dover essere assistito da estranei e nell'incapacità di vivere in modo indipendente».BELGIOSe l'esperienza olandese in fatto di «dolce morte» è e resta quindi molto negativa, quella del Belgio non è certo migliore. Tanto per cominciare perché i numeri evidenziano come i primi 235 casi di «dolce morte» del 2003 siano lievitati ad oltre 1.000 già nel 2011, in meno di dieci anni, per poi salire fino agli oltre 2350 del 2018. Non solo. Uno studio pubblicato nel marzo 2015 su The New England Journal of Medicine, basato sui dati del 2013, ha messo in evidenza come solo quell'anno più di 1.000 persone siano decedute con procedure di morte assistita mai richieste in precedenza. E non mancano fatti singoli molto inquietanti. Basti pensare a Godelieva De Troyer, uccisa nell'aprile 2012, a 65 anni, dal dottor Wim Distelmans solo perché depressa e senza neppure che i figli della donna ne fossero informati.CANADAD'accordo - si potrebbe obiettare - ma forse sono Olanda e Belgio ad essere stati incapaci, come Paesi, nella gestione sanitaria e culturale della «dolce morte». Un'osservazione a cui si può replicare con un terzo esempio: quello del Canada, da dove poche settimane fa è arrivata la notizia della sconvolgente storia di Sean Tagert, un malato di Sla di 41 anni della British Columbia che ha chiesto e ottenuto la «medically-assisted death», formula con cui il sistema sanitario canadese offre sia l'opzione eutanasica sia il suicidio assistito, non perché piegato sofferenza, ma perché abbandonato dallo Stato in condizioni critiche e perché non riusciva a pagarsi l'assistenza domiciliare di cui aveva bisogno. A proposito di quattrini, «dolce morte» e Canada, uno studio apparso nel 2017 sul Canadian Medical Association Journal ha stimato in 138 milioni di dollari annui il risparmio cui, a regime, potrebbe portare l'eutanasia. Segno che il cosiddetto diritto di morire inizia ad essere apertamente considerato come un modo per far quadrare i conti.Morale della favola, che si guardi all'Olanda, al Belgio o al Canada, la musica non cambia: ovunque si sia introdotta la «dolce morte», si sono nel giro di poco spalancate le porte dell'inferno. Ma che ne sa la Consulta.Nota di BastaBugie: Tommaso Scandroglio nell'articolo seguente dal titolo "La Consulta fa il legislatore: così sarà eutanasia per tutti" spiega come la Corte Costituzionale ha detto sì all'aiuto al suicidio. Apparentemente solo nel rispetto di alcune condizioni (paziente consapevole, sottoposto a trattamenti salvavita e in presenza di patologie irreversibili che causano sofferenze fisiche e psicologiche), ma nella pratica allarga all'infinito il bacino di utenti che da oggi potrebbero chiedere l'eutanasia, soprattutto tra le persone più vulnerabili.Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 26 settembre 2019:La Corte costituzionale ha detto "Sì" all'aiuto al suicidio, ma solo nel rispetto di alcune condizioni. Vediamo quali sono.La non punibilità scatta allorquando la scelta di suicidarsi si è formata liberamente e autonomamente, scelta che è stata presa da soggetto "pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli". Altre caratteristiche personali indispensabili per accedere al suicidio assistito sono le seguenti: il paziente deve essere "tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale". In questa espressione possiamo non solo ricomprendere nutrizione, idratazione e ventilazione assistita, ma qualsiasi terapia salvavita. Dunque il malato oncologico che si sta sottoponendo a cicli di chemioterapia e la cui sopravvivenza, perciò, non dipende da alcun macchinario potrà legittimamente chiedere al medico di aiutarlo a morire. Questa interpretazione, oltre a trovare validità nel tenore letterario delle parole usate dalla Consulta, discende anche logicamente dalla lettura della legge 219/2017, la cosiddetta legge sulle Dat che già aveva aperto ad alcune pratiche eutanasiche. Infatti già con questa normativa i pazienti la cui sopravvivenza dipendeva dalla nutrizione, idratazione e ventilazione assistita potevano chiedere di morire esigendo l'interruzione di tali presidi vitali, previa sedazione. Quindi se l'intervento della Consulta avesse riguardato solo questa categoria di pazienti, tale intervento sarebbe stato pressoché superfluo.Altra condizione che fa sempre riferimento ad una caratteristica personale dell'aspirante suicida: la patologia deve essere irreversibile. Quindi porte aperte a tutti i malati cronici affetti da patologie di per sé letali che richiedono cure continue, vedi i pazienti in dialisi. Dunque - ed è la notizia più saliente - se uniamo le due caratteristiche appena indicate (pazienti sottoposti a trattamenti salvavita e presenza di patologie irreversibili) ecco che il bacino di utenti che potrebbero chiedere l'eutanasia da oggi si allarga a dismisura. Aggiungiamo un nota bene: non serve essere ricoverati in ospedale per chiedere di suicidarsi. L'assistenza medica volta al suicidio potrà e dovrà essere effettuata anche a domicilio o dove più si aggrada.Ulteriore condizione di carattere personale: la patologia deve essere "fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili". Va da sé che questa indicazione fa scadere la pratica dell'aiuto al suicidio nell'arbitrarietà. Infatti il criterio qui indicato è meramente soggettivo ed è privo di riscontri oggettivi. In breve qualsiasi sofferenza sarà legittimante la richiesta di morire. Inoltre anche la sofferenza psicologica è criterio valido per chiedere il suicidio assistito. Ad esempio facciamo il caso di Tizio che ha due bypass al cuore e che, anche per motivi diversi dalla sua cardiopatia, è fortemente depresso tanto da voler morire. Il soggetto, in accordo con quanto indicato dalla Consulta, è tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale (bypass) e lo stato patologico depressivo viene descritto dal medico come irreversibile. Tizio ha quindi tutte le carte in regola per ricorrere al suicidio assistito. Infatti, almeno stando al comunicato stampa rilasciato dalla Corte, la patologia irreversibile che provoca sofferenze insopportabili (depressione) potrebbe non essere quella per cui il paziente è sottoposto a trattamenti salvavita (cardiopatia).Occorre inoltre rispettare non solo condizioni soggettive, cioè legate alle condizioni del paziente, bensì anche condizioni oggettive. In questo caso la Consulta da una parte non innova, ma rimanda semplicemente alla disciplina del consenso informato presente nella legge 219/2017. In particolare il futuro sucida dovrà essere edotto sulle alternative percorribili, dovrà rispettare alcune formalità per esprimere la sua volontà di togliersi la vita e potrà avvalersi di pratiche sedative. Su altro fronte la Consulta aggiunge qualcosa di nuovo al quadro normativo vigente: perché si possa legittimamente ricorrere all'aiuto al suicidio, è necessario che la verifica della presenza di tutte queste condizioni e la verifica che la procedura eutanasica avvenga nel rispetto della legge dovranno essere attuate per il tramite "di una struttura pubblica del SSN, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente". In breve si scaricano su ospedali, medici e comitati etici l'onere di accertare che tutto sia, dal punto di vista legale, ineccepibile.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5790MUORE A 12 ANNI DOPO 3 GIORNI DI AGONIA (MA I GIORNALI HANNO DIMENTICATO DI DIRE CHE...) di Alfredo De Matteo«Sofia muore a 12 anni dopo tre giorni di agonia», titolano le cronache in relazione al tragico incidente occorso ad una ragazza di Parma rimasta intrappolata sul fondo della piscina di uno stabilimento balneare della Versilia, per cause ancora in via di accertamento. Sofia era stata soccorsa, rianimata e portata in gravissime condizioni all'ospedale Opa di Massa dove i medici hanno fatto tutto il possibile per salvarle la vita. In seguito, si è verificato un peggioramento delle condizioni cliniche della paziente per cui l'equipe medica ha deciso di avviare la procedura per la dichiarazione della morte cerebrale, come prescritto dalla legge. Dopodiché Sofia è stata dichiarata cerebralmente morta e i genitori hanno dato l'assenso per l'espianto degli organi ma la procura ha acconsentito solo al prelievo delle cornee (ilmessaggero.it, 17 luglio 2019).IL FAMIGERATO TEST DI APNEAOra, c'è da tenere in considerazione che la procedura di accertamento della morte cerebrale consiste in una serie di prove, tra cui il famigerato test di apnea. Attraverso tale esame si misura la capacità dell'individuo di regolare volontariamente (ossia in maniera automatica) la frequenza respiratoria in un dato momento. Se ad esempio decidiamo di trattenere il respiro (apnea) possiamo imporre la non attivazione del respiro spontaneo per un certo lasso di tempo (variabile per ciascuno di noi). Tuttavia, c'è un limite oltre il quale il nostro organismo impone la respirazione a prescindere dalla nostra volontà, pena la morte per asfissia. Il test di apnea non fa altro che produrre una situazione di accumulo di anidride carbonica nel sangue (con un valore soglia che corrisponde a 60 millimetri di mercurio) per verificare se si attiva spontaneamente un atto respiratorio. Il test prevede la de-connessione del paziente dal respiratore automatico per almeno 5 minuti e deve essere ripetuto per ben tre volte durante il periodo di osservazione; inoltre, il paziente deve essere libero da farmaci in grado di deprimere la funzione ventilatoria, in particolare oppioidi e curari. Inutile sottolineare che il test di apnea presenta diverse criticità per il semplice fatto che il paziente, a cui vengono di fatto sospese le cure, viene sottoposto a procedimenti invasivi che possono portare ad un peggioramento del suo quadro clinico e financo alla sua morte. Non occorre essere degli scienziati o degli esperti in materia per capire che togliere la possibilità di respirare ad un individuo che versa in condizioni critiche, per ben 5 minuti e per tre volte, non sia propriamente un toccasana per la sua salute. Nello specifico, è un po' come se Sofia fosse stata più volte rimmersa nella piscina da dove era stata tirata fuori per verificare le sue capacità respiratorie...DOMANDE SENZA RISPOSTAColpisce inoltre l'aleatorietà dell'intero processo di accertamento della morte, a partire dalla decisione di avviare le procedure.- Perché dopo tre giorni l'equipe medica ha deciso di verificare la morte cerebrale della paziente e non subito oppure dopo una settimana o un mese?- Cosa è cambiato nel frattempo e quali elementi oggettivi hanno indotto i medici a sottoporre la paziente agli invasivi test di accertamento invece di insistere solamente con le cure del caso?- In più, i test predittivi della morte cerebrale sono affidabili al di là di ogni ragionevole dubbio?- La morte cerebrale è vera morte?In realtà, di una cosa sola siamo certi: la sfortunata ragazza non è morta per cause riconducibili direttamente all'incidente occorsole bensì per la sospensione dei sostegni che la tenevano in vita. La legge prevede infatti che una volta accertata la cosiddetta morte cerebrale il paziente venga trattato alla stregua di un cadavere. Nel caso di un accertato donatore egli viene tenuto in vita solamente allo scopo di preservare i suoi organi. Ma almeno il consenso al trapianto è realmente libero ed informato? In altre parole, la cosiddetta donazione degli organi è veramente tale?Ai genitori di Sofia non è stato chiesto il permesso di avviare la procedura di accertamento della morte né sono stati adeguatamente informati circa i rischi che tale procedura comporta. In realtà, per chi si viene a trovare in circostanze simili l'unica scelta possibile è la morte che si vuole riservare al proprio caro: in seguito all'espianto degli organi oppure all'abbandono delle terapie e al distacco dei sostegni vitali.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5689NOA, LA 17ENNE OLANDESE CHE HA CHIESTO E OTTENUTO L'EUTANASIA di Tommaso ScandroglioA volte arriva l'inverno prima che sia sbocciata la primavera. La diciassettenne olandese Noa Pothoven è morta domenica scorsa nel salotto di casa sua, dopo aver deciso di non mangiare e bere più. Noa era gravemente depressa e aveva sofferto di stress post-traumatico e anoressia dal momento che aveva subito violenze sessuali all'età di 11 e 12 anni e poi a 14 anni: si è tolta la vita perché altri, anni prima, le avevano tolto la vita dell'anima. La ragazza non si era più ripresa da quell'indicibile trauma e aveva pubblicato la sua storia nel 2018 nel libro autobiografico "Vincere o imparare".Aveva iniziato una battaglia legale per vedersi riconosciuto il diritto all'eutanasia, dato che in Olanda anche i minori dai 12 anni in su possono essere uccisi. Ma i suoi sforzi erano risultati vani. Ciò detto, per una depressa grave a cui viene rifiutata l'eutanasia legale, c'è una decina di persone nelle stesse condizioni in Olanda che invece riescono a ottenerla. Nel 2017 il 4,4% di tutti i decessi avvenuti nel Paese dei tulipani è da addebitarsi a pratiche eutanasiche.Noa, in un'intervista al quotidiano Ad, aveva dichiarato: «Volevo morire. Non ne potevo più di vivere. Per anni sono passata da un ospedale all'altro a causa di gravi problemi psichici. Depressione, tentativi di suicidio, anoressia, autolesionismo. Trenta ricoveri in centri specializzati dove indossavo solo un abito di una stoffa che non si poteva strappare. Disperata, mi sono rivolta alla Clinica per la fine della vita chiedendo l'eutanasia. Mi hanno risposto di no perché sono troppo giovane: devo superare il trauma a causa di una violenza subita con un completo tragitto di cura, sino a quando il mio cervello sarà completamente sviluppato, non prima dei 21 anni. Sono devastata perché non posso aspettare così a lungo».UN TRISTE ULTIMO POSTUna settimana fa su Instagram il suo ultimo post: "Un triste ultimo post. Ho esitato a lungo, ma ho deciso di pubblicarlo. Il mio piano era pronto da molto tempo quindi non è impulsivo. Vado dritta al punto: entro un massimo di 10 giorni morirò. Dopo anni di battaglie, il combattimento è finito. Ora ho smesso di mangiare e bere e dopo molte discussioni e conversazioni è stato deciso che sarò lasciata andare perché la mia sofferenza è insopportabile. È finita. Non sono stata davvero viva per così tanto tempo, sopravvivo, e nemmeno quello. Respiro ancora, ma non sono più viva. Sono ben curata, ottengo sollievo dal dolore e sono con la mia famiglia tutto il giorno (sono in un letto d'ospedale nel soggiorno). Sto salutando le persone più importanti della mia vita". E infine: "Va tutto bene. Non cercare di convincermi che questo non è buono, questa è la mia decisione ed è definitiva. L'amore è lasciare andare, in questo caso... Amore da Noa".C'è ancora mistero sulle modalità concrete che hanno permesso a Noa di morire. Forse parallelamente al processo di decadimento prodotto dalla mancanza di idratazione e nutrizione, che poi l'ha portata a morire, c'è stata l'assistenza palliativa dei medici, presenti al momento del decesso. Dunque, dal punto di vista morale si tratterebbe di aiuto al suicidio, perché le pratiche palliative sarebbero state prestate proprio per rendere meno doloroso il trapasso e quindi agevolarlo. Il suicidio assistito è una delle molteplici modalità per praticare l'eutanasia.Ma alla fine sono solo tecnicismi. Gli aspetti dolorosamente importanti di questa vicenda sono altri. Primo: al di là di ciò che prescrive la legge olandese, alla ragazza doveva essere impedito di realizzare il proposito suicidario. Vero è che i parenti e i medici hanno tentato di tutto, cercando di persuaderla, ma, dato che la persuasione non aveva funzionato, sarebbe stato giustificato l'intervento coattivo per mantenere in vita la ragazza. Parimenti, ad esempio, si forzano giustamente le ragazze anoressiche a mangiare. Se una persona depressa vuole lanciarsi nel vuoto da un cornicione è lecito e, nella stragrande maggioranza dei casi, doveroso impedire anche con la forza quel gesto insano. Ovviamente questo è valido anche se il tentato suicida non è depresso, perché ogni gesto suicida è irragionevole.I MEDICI L'HANNO "AIUTATA" A MORIRESecondo aspetto da mettere in luce: i medici non solo non sono intervenuti per evitare la morte di Noa, ma addirittura l'hanno agevolata nel suo proposito. Veniamo al terzo aspetto. Nella percezione collettiva ciò che ha impressionato in questa storia sono alcuni fattori tra loro congiunti: i motivi di carattere psicologico e la non presenza di patologie che riguardavano il corpo, la giovane età della ragazza, il fatto che non avesse i requisiti di legge per morire, le cause della sua depressione, cioè le violenze subite.Riguardo al primo aspetto occorre sottolineare che nella stragrande maggioranza dei casi la richiesta di eutanasia è motivata da sofferenze psicologiche e non da dolori fisici. Infatti questi ultimi con le cure palliative e le terapie antalgiche possono essere debellati o comunque resi assai tollerabili, come ha testimoniato la stessa Noa: "Ottengo sollievo dal dolore", ha scritto prima di morire. Dunque, anche il paziente oncologico terminale chiede l'eutanasia perché prostrato psicologicamente dal suo stato e perché non vuole consumarsi la mente nell'attesa dell'ora fatale. Questo vuol dire che, se proviamo sconcerto per le motivazioni che hanno portato Noa a suicidarsi, dovremmo assumere il medesimo atteggiamento anche nei confronti della maggior parte di coloro che vogliono chiudere gli occhi per sempre.In merito all'età, come accennato, anche i minori possono accedere all'eutanasia, occorre però che siano affetti da sofferenze intollerabili, senza prospettive di miglioramento e senza altre soluzioni per eliminare le sofferenze: requisiti, questi ultimi due, forse ritenuti assenti nel caso di Noa. Dai 16 anni in su non serve nemmeno il consenso dei genitori per poter morire. Perciò il turbamento che ha colto molti nel leggere questa notizia, dovrebbe riguardare non solo il caso di Noa, ma anche altri analoghi legittimati dall'ordinamento olandese e la stessa legge sull'eutanasia lì vigente (a margine: anche la nostrana legge 219 permette l'eutanasia dai zero anni in su). In altri termini, perché inorridire per Noa e non per l'anziano, anch'egli depresso perché malato terminale di cancro, che chiede e ottiene l'eutanasia? Non si tratta sempre di voler morire?Questa diversa risposta emotiva delle persone ci fa comprendere che nella testa di molti alberga l'idea che ci sia un'eutanasia cattiva, quella praticata su belle ragazze sane fisiologicamente ma malate nell'anima, e quella buona, quella praticata su macilenti anziani o deformi disabili. Pare che il giudizio morale sia influenzato non poco dal giudizio estetico sulla vita dei richiedenti la "dolce morte".I PALETTI NELLE LEGGI INGIUSTE SARANNO RIMOSSI PRIMA O POIRelativamente alla mancanza dei requisiti, i paletti nelle leggi ingiuste sono fatti per essere divelti. Infatti, perché negare la morte a una ragazza solo perché potrebbe riprendersi? Se il principio cardine è l'autodeterminazione intesa in senso assoluto, laddove la persona abbia deciso di morire nonostante ci sia la possibilità, come per Noa, di vivere un domani migliore, perché non accogliere questa sua decisione? La prospettiva del giudizio morale dovrebbe in realtà essere diversa: poco importa che il caso di Noa presentasse o non presentasse i requisiti per poter morire, ciò che fa problema è consentire l'eutanasia. Accettato questo principio, anche i casi come quelli di Noa prima o poi avranno le carte in regola per accedere all'eutanasia.In merito alle violenze sessuali, c'è da rammentare che gli abusi su minori ed eutanasia sono fratelli della stessa madre: il concetto di libertà intesa in senso assoluto, cioè senza limiti. Come la mia libertà sessuale non deve conoscere limiti, né in merito all'orientamento, né in merito alle pratiche sessuali, né in merito ai soggetti con cui ho una relazione - semaforo verde dunque anche a pedofilia ed efebofilia - così anche la mia libertà su cosa fare della mia vita biologica non deve conoscere ostacoli. Inoltre, abusi su minori ed eutanasia hanno un altro tratto in comune: come l'abuso segna indelebilmente la persona per tutta la vita, ma nonostante questo un percorso di recupero è sempre possibile, così la decisione di Noa di uccidersi, contro la volontà dei genitori, segnerà per sempre le vite di costoro.Chiudiamo indicando il balsamo necessario per i casi analoghi a quello di Noa, chiudiamo con le parole del Papa che così ha commentato questa triste vicenda: "L'eutanasia e il suicidio assistito sono una sconfitta per tutti. La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, ma prendersi cura e amare per ridare la speranza".
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5466LA MORTE CEREBRALE E' UN TRUCCO DELLA CULTURA DELLA MORTE di Alfredo de Matteo Quest'anno ricorrono i cinquant'anni (1968) della prima definizione del criterio di morte cerebrale, ad opera di una commissione medica creata ad hoc dall'università di Harvard per giustificare eticamente i primi trapianti d'organi vitali. Sull'Avvenire del 4 febbraio è uscita un'interessante intervista, a firma di Lucia Bellaspiga, alla ricercatrice del Centro neurolesi di Messina, Silvia Marino.L'occasione è un meeeting internazionale che si è svolto a Milano il 2 febbraio scorso sui disordini della coscienza, organizzato dalla Fondazione Irccs Istituto Neurologico Carlo Besta.La neurologa Marino si occupa da diversi anni di scandagliare i residui più nascosti della coscienza attraverso le tecniche di neuroimaging e di studiare le reazioni del cervello stimolato da suoni, odori ed immagini. Ai pazienti apparentemente privi di contatto con il mondo esterno e immobili da mesi o anni nel loro letto, spiega nell'intervista la ricercatrice, somministriamo stimoli di ogni genere, soprattutto grazie alla fondamentale collaborazione dei familiari. Mentre ciò avviene, attraverso la risonanza magnetica funzionale possiamo vedere se si attivano le aree del cervello del paziente.Abbiamo così studiato 27 persone con diagnosi di minima coscienza e 23 in stato vegetativo, e tra questi ultimi ben 10 sono passati ad uno stato di minima coscienza. Pertanto, ribadisce la neurologa, la parola irreversibile applicata ai disturbi della coscienza, stato vegetativo compreso, non è più utilizzabile.IL 40% DELLE DIAGNOSI DI STATO VEGETATIVO RISULTANO ERRATEDel resto, pochi mesi fa la rivista Current Biology ha reso noto un importante esperimento scientifico condotto dalla neuroscienziata italiana Angela Sirigu, la quale è riuscita a recuperare la coscienza di un paziente in stato vegetativo attraverso una serie protratta nel tempo di elettrostimolazioni del nervo vago. Secondo la comunità scientifica almeno il 40 per cento delle diagnosi di stato vegetativo risultano errate, ma la particolarità del caso del paziente sottoposto all'esperimento della Sirigu riguarda il fatto che la certezza della diagnosi sembrava fuori discussione, dal momento che egli non aveva più alcun contatto con il mondo esterno da 15 anni e la sua condizione sembrava effettivamente irreversibile.Fino agli anni Sessanta la tradizione giuridica e medica occidentale riteneva che l'accertamento della morte dovesse avvenire tramite il riscontro della definitiva cessazione di tutte le funzioni vitali: respirazione, circolazione, attività del sistema nervoso. Appunto cinquant'anni or sono, nel 1968, un comitato istituito dalla Harvard Medical School propose un nuovo criterio di accertamento della morte fondato sulla definitiva cessazione delle sole funzioni cerebrali, il cosiddetto coma irreversibile. Da allora, la morte cerebrale è il criterio che consente di effettuare legalmente la pratica dei trapianti degli organi vitali nella maggior parte degli Stati del mondo.MORTE CEREBRALE INAFFIDABILEOra, se l'ormai raggiunta consapevolezza dell'inaffidabilità del parametro di morte cerebrale o coma irreversibile ci spinge a denunciare la tendenza in atto tesa a ridurre l'uomo ad un semplice agglomerato di organi, senza coscienza né anima, come avviene ad esempio per l'eutanasia, perché essa non ci dovrebbe spingere a denunciare con eguale determinazione la pratica della cosiddetta donazione di organi?Non si fonda anch'essa, a ben vedere, sui medesimi principi che hanno portato all'assassinio per sentenza di Eluana Englaro o di Terry Schiavo e che hanno portato i giudici inglesi a "staccare la spina" al povero Charlie Gard?In effetti, il criterio ultimo sulla base di cui, oggi, si decide la sorte degli esseri umani è meramente utilitaristico e prevede la distinzione del tutto arbitraria tra vite degne e indegne di essere vissute, tra esistenze utili e inutili (a qualcosa o qualcuno). Anche la donazione degli organi non sfugge al medesimo principio filosofico che sottende le altre condotte contro la vita e in più poggia totalmente sul criterio antiscientifico della morte cerebrale. Si potrebbe obiettare che essa permette però di salvare vite umane altrimenti destinate a morte certa. Ma a quale costo? Quante sono le persone a cui sono stati espiantati gli organi che, se lasciate vivere, avrebbero potuto risvegliarsi o migliorare le loro condizioni di vita? E soprattutto, quanti di questi pazienti erano profondamente coscienti ma impossibilitati a comunicare?Tutte domande a cui non è possibile dare una risposta sicura. Quel che è certo è che la battaglia in difesa della vita e contro la cultura della morte non può essere condotta in maniera parziale, ossia condannando talune pratiche e al contempo elogiandone oppure non condannandone altre, che soggiacciono ai medesimi criteri antiumani ed antiscientifici propagandati dalla modernità.Nota di BastaBugie: sulle inquietanti problematiche connesse con il tema della morte cerebrale consigliamo di vedere il video con l'intervento del prof. Roberto de Mattei al congresso internazionale: "I segni della vita. La morte cerebrale è ancora vita?" organizzato a Roma dall'Associazione Famiglia Domani.1° parte dell'intervento del prof. Roberto De Matteihttp://www.youtube.com/watch?v=TAIoI5cen-A2° parte dell'intervento del prof. Roberto De Matteihttp://www.youtube.com/watch?v=2_ZbVnflADEPer approfondire ulteriormente l'argomento ecco tre articoli pubblicati da BastaBugie (clicca su quello che interessa):1) L'INQUIETANTE STORIA DEL CONCETTO DI ''MORTE CEREBRALE''L'encefalogramma piatto non dimostra la morte di un uomodi Roberto De Matteihttp://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8722) L'OSSERVATORE ROMANO ROMPE IL TABÙ SULLA MORTE CEREBRALEI segni della morte. A quarant'anni dal rapporto di Harvarddi Lucetta Scaraffiahttp://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8713) GLI INTERESSI CHE SONO DIETRO LA DEFINIZIONE DI MORTE CEREBRALEIntervista al professor Paul Byrne: morte cerebrale... o eutanasia?di Veronica Rasponihttp://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=1473
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5081LA MORTE CEREBRALE E' UN TRUCCO DELLA CULTURA DELLA MORTE di Alfredo de MatteoQuest'anno ricorrono i cinquant'anni (1968) della prima definizione del criterio di morte cerebrale, ad opera di una commissione medica creata ad hoc dall'università di Harvard per giustificare eticamente i primi trapianti d'organi vitali. Sull'Avvenire del 4 febbraio è uscita un'interessante intervista, a firma di Lucia Bellaspiga, alla ricercatrice del Centro neurolesi di Messina, Silvia Marino.L'occasione è un meeeting internazionale che si è svolto a Milano il 2 febbraio scorso sui disordini della coscienza, organizzato dalla Fondazione Irccs Istituto Neurologico Carlo Besta.La neurologa Marino si occupa da diversi anni di scandagliare i residui più nascosti della coscienza attraverso le tecniche di neuroimaging e di studiare le reazioni del cervello stimolato da suoni, odori ed immagini. Ai pazienti apparentemente privi di contatto con il mondo esterno e immobili da mesi o anni nel loro letto, spiega nell'intervista la ricercatrice, somministriamo stimoli di ogni genere, soprattutto grazie alla fondamentale collaborazione dei familiari. Mentre ciò avviene, attraverso la risonanza magnetica funzionale possiamo vedere se si attivano le aree del cervello del paziente.Abbiamo così studiato 27 persone con diagnosi di minima coscienza e 23 in stato vegetativo, e tra questi ultimi ben 10 sono passati ad uno stato di minima coscienza. Pertanto, ribadisce la neurologa, la parola irreversibile applicata ai disturbi della coscienza, stato vegetativo compreso, non è più utilizzabile.IL 40% DELLE DIAGNOSI DI STATO VEGETATIVO RISULTANO ERRATEDel resto, pochi mesi fa la rivista Current Biology ha reso noto un importante esperimento scientifico condotto dalla neuroscienziata italiana Angela Sirigu, la quale è riuscita a recuperare la coscienza di un paziente in stato vegetativo attraverso una serie protratta nel tempo di elettrostimolazioni del nervo vago. Secondo la comunità scientifica almeno il 40 per cento delle diagnosi di stato vegetativo risultano errate, ma la particolarità del caso del paziente sottoposto all'esperimento della Sirigu riguarda il fatto che la certezza della diagnosi sembrava fuori discussione, dal momento che egli non aveva più alcun contatto con il mondo esterno da 15 anni e la sua condizione sembrava effettivamente irreversibile.Fino agli anni Sessanta la tradizione giuridica e medica occidentale riteneva che l'accertamento della morte dovesse avvenire tramite il riscontro della definitiva cessazione di tutte le funzioni vitali: respirazione, circolazione, attività del sistema nervoso. Appunto cinquant'anni or sono, nel 1968, un comitato istituito dalla Harvard Medical School propose un nuovo criterio di accertamento della morte fondato sulla definitiva cessazione delle sole funzioni cerebrali, il cosiddetto coma irreversibile. Da allora, la morte cerebrale è il criterio che consente di effettuare legalmente la pratica dei trapianti degli organi vitali nella maggior parte degli Stati del mondo.MORTE CEREBRALE INAFFIDABILEOra, se l'ormai raggiunta consapevolezza dell'inaffidabilità del parametro di morte cerebrale o coma irreversibile ci spinge a denunciare la tendenza in atto tesa a ridurre l'uomo ad un semplice agglomerato di organi, senza coscienza né anima, come avviene ad esempio per l'eutanasia, perché essa non ci dovrebbe spingere a denunciare con eguale determinazione la pratica della cosiddetta donazione di organi?Non si fonda anch'essa, a ben vedere, sui medesimi principi che hanno portato all'assassinio per sentenza di Eluana Englaro o di Terry Schiavo e che hanno portato i giudici inglesi a "staccare la spina" al povero Charlie Gard?In effetti, il criterio ultimo sulla base di cui, oggi, si decide la sorte degli esseri umani è meramente utilitaristico e prevede la distinzione del tutto arbitraria tra vite degne e indegne di essere vissute, tra esistenze utili e inutili (a qualcosa o qualcuno). Anche la donazione degli organi non sfugge al medesimo principio filosofico che sottende le altre condotte contro la vita e in più poggia totalmente sul criterio antiscientifico della morte cerebrale. Si potrebbe obiettare che essa permette però di salvare vite umane altrimenti destinate a morte certa. Ma a quale costo? Quante sono le persone a cui sono stati espiantati gli organi che, se lasciate vivere, avrebbero potuto risvegliarsi o migliorare le loro condizioni di vita? E soprattutto, quanti di questi pazienti erano profondamente coscienti ma impossibilitati a comunicare?Tutte domande a cui non è possibile dare una risposta sicura. Quel che è certo è che la battaglia in difesa della vita e contro la cultura della morte non può essere condotta in maniera parziale, ossia condannando talune pratiche e al contempo elogiandone oppure non condannandone altre, che soggiacciono ai medesimi criteri antiumani ed antiscientifici propagandati dalla modernità.
VIDEO: Intervento del prof. Roberto de Mattei al convegno "I segni della vita"- parte 1 ➜ https://www.youtube.com/watch?v=TAIoI5cen-AVIDEO: Intervento del prof. Roberto de Mattei al convegno "I segni della vita"- parte 2 ➜ https://www.youtube.com/watch?v=2_ZbVnflADETESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4057DICHIARATO MORTO, SI STAVA PER ESPIANTARE GLI ORGANI, QUANDO ALL'IMPROVVISO... di Alfredo de MatteoIl concetto di morte cerebrale, lungi dal soddisfare pienamente i criteri di accertamento della morte (storicamente determinata dalla cessazione di tutte le funzioni vitali di un organismo umano), fu elaborato nel 1968 da un comitato dell'Harvard Medical School, appositamente istituito per fornire una legittimazione scientifica e giuridica alla pratica dei trapianti di organi vitali, che notoriamente non può effettuarsi da cadavere. Emergono di tanto in tanto episodi di cronaca che gettano luce sulla totale inaffidabilità del criterio della morte cerebrale, evidenze anche clamorose che però non riescono a dipanare la coltre di menzogne e disinformazione che copre uno dei più grandi inganni dell'epoca moderna.SALVATO IN EXTREMISNegli Stati Uniti, ad esempio il signor George Pickering III era stato dichiarato morto cerebralmente in seguito ad un ictus ed i medici dell'ospedale Tomball Regional Medical Centre di Houston, in Texas, si erano subito attivati per espletare tutte le procedure necessarie per procedere all'espianto di organi, dato che i familiari del paziente avevano prestato il loro consenso alla "donazione" dei tessuti. Tuttavia, un incredibile imprevisto ha fermato la macchina dei trapianti: il padre del malcapitato, avendo notato che tutto si stava muovendo troppo in fretta (cosa che accade assai spesso nel caso dei trapianti), ha impugnato la pistola ed ha minacciato di sparare ai medici che si apprestavano a "staccare la spina" al figlio.In tal modo egli è riuscito a tenere lontani per ben tre ore la polizia ed il personale di servizio, ossia il tempo sufficiente a notare che dietro sollecitazione il figlio riusciva a stringergli la mano. A circa un anno di distanza George Pickering III non solo non è morto ma ha pienamente recuperato la sua salute ed il padre è uscito dal carcere (Il Messaggero.it, 25 dicembre 2015).CASI ISOLATI?Si potrebbe obiettare che tali incresciosi accadimenti rappresentino casi isolati, il frutto di diagnosi sbagliate o affrettate, e che essi non vadano ad inficiare la validità generale del criterio della morte cerebrale. Tuttavia, il fatto che siano casi isolati è una pura congettura, dal momento che spesso tali episodi, che in realtà sembrano verificarsi con una certa regolarità, passano sotto silenzio oppure tendono a venire rubricati, appunto, come semplici errori umani.Per di più, raramente si verificano forme estreme di resistenza come quella messa in atto dal padre del sig. Pickering e che costringono poi a prendere atto dell'invalidità della diagnosi effettuata dall'ospedale. Inoltre, se il criterio di accertamento della morte basato sulla presunta cessazione delle sole funzioni cerebrali è soggetto ad errori, che siano essi accidentali, non voluti o semplicemente dovuti a scarsa professionalità degli operatori, significa che il criterio stesso non è affidabile al 100 per cento; pertanto, nel dubbio, bisognerebbe astenersi dal praticarlo, dal momento che riguarda direttamente la vita e la morte delle persone.Purtroppo, quanti hanno creduto e tuttora credono, acriticamente, al mito della morte cerebrale ed al conseguente mito della donazione di organi vitali come gesto altruistico privo di conseguenze per il donatore?
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=1853SCENARI MACABRI ED INQUIETANTI: UN GRUPPO DI MEDICI BELGI HA STABILITO CHE I PAZIENTI UCCISI CON L'EUTANASIA SONO DONATORI IDEALI DI ORGANI di Alfredo de MatteoLa realtà sta ormai superando la fantasia e gli scenari più macabri ed inquietanti non sono il frutto dell'immaginazione perversa degli ideatori di film horror ma veri accadimenti. Uno studio condotto da un gruppo di medici belgi ha stabilito che i pazienti deceduti per eutanasia sono donatori ideali di organi, soprattutto di polmoni; sulla base di quanto riportato nel rapporto, dati alla mano, tre pazienti su quattro di coloro a cui sono stati trapiantati polmoni provenienti da donatori eutanasizzati hanno avuto un eccellente e rapido decorso post impianto. Tutti i pazienti a cui sono stati prelevati gli organi avevano dato il loro consenso all'eutanasia pur non trovandosi in stato terminale: uno soffriva di un insostenibile disordine mentale, gli altri due di una debilitante malattia benigna.Il giorno stabilito sono stati condotti nella sala adiacente quella dei trapianti ed ivi "terminati" con particolari accorgimenti (è stato somministrato loro un farmaco anticoagulante prima del cocktail mortale di medicinali), dichiarati morti sulla base di criteri stabiliti dalla legge belga, intubati e posizionati sul tavolo operatorio pronti per essere depredati dei preziosi organi.Secondo un rapporto stilato dalla Canadian Medical Association il 20% degli infermieri intervistati ha partecipato ad interventi eutanasici e circa la metà di loro ha ammesso di aver partecipato a tali operazioni senza il consenso esplicito del paziente. Prelevare organi da pazienti non consenzienti è solo questione di tempo, afferma il dottor Saunders, dato che già ora la metà dei casi di eutanasia in Belgio avvengono senza la volontà espressa del malato ("La Bussola Quotidiana", 23 giugno 2011). L'evoluzione del male e l'utilizzo di nuovi strumenti di morte non è casuale ma la logica conseguenza di norme giuridiche e di concezioni filosofiche dell'uomo e del suo essere nel mondo che sono il frutto di una società che nega l'esistenza di un Essere Superiore e, conseguentemente, di uno statuto giuridico (il diritto naturale) che precede la fondazione stessa dello Stato. Di conseguenza, in assenza di un ordine universale riconosciuto, è naturale pensare la vita e legiferare secondo un falso ordine basato sulla sostanziale inutilità dell'esistenza umana, spogliata di qualsiasi prospettiva soprannaturale. Se l'uomo è destinato a scomparire nel nulla da dove è venuto, tutte le carte si giocano nel limitato lasso di tempo della sua esistenza terrena; cosicché, la sofferenza e la malattia invalidante diventano degli insopportabili fardelli che è perfettamente inutile portare avanti, anche perché costituiscono degli ostacoli per chi invece può ancora avere la chance di godersi la vita. La legge del più forte, dunque, diventa il vero e unico criterio di riferimento di una umanità depressa e spiritualmente annichilita.Il business dei trapianti d'organo, ormai acriticamente accettato da tutti come il livello più alto di altruismo e gratuita donazione di sé raggiunto dall'uomo della modernità, si inquadra perfettamente nell'epoca in cui viviamo: la morte di colui che si auto-elimina o viene eliminato acquisisce senso e dignità nel momento in cui è utile a qualcun altro. La mancanza di senso, infatti, colpisce l'uomo in tutte le fasi della sua esistenza, tanto che ancor più terrificante del vivere senza alcuna prospettiva e senza poter lasciare alcuna traccia è il morire. Non sorprende, dunque, la facilità con cui le persone danno il loro assenso a donare gli organi vitali e non sorprende nemmeno che la materia prima dei trapianti provenga in misura sempre maggiore dalle persone eutanasizzate; purtroppo non sorprende neppure il fatto che sempre con maggior frequenza si ricorrerà all'eutanasia senza il consenso del paziente o addirittura contro di esso. La strada del male è un abisso senza fondo.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=871L'OSSERVATORE ROMANO ROMPE IL TABU' SULLA MORTE CEREBRALE di Lucetta ScaraffiaQuarant'anni fa, verso la fine dell'estate del 1968, il cosiddetto rapporto di Harvard cambiava la definizione di morte basandosi non più sull'arresto cardiocircolatorio, ma sull'encefalogramma piatto: da allora l'organo indicatore della morte non è più soltanto il cuore, ma il cervello. Si tratta di un mutamento radicale della concezione di morte - che ha risolto il problema del distacco dalla respirazione artificiale, ma che soprattutto ha reso possibili i trapianti di organo - accettato da quasi tutti i Paesi avanzati (dove è possibile realizzare questi trapianti), con l'eccezione del Giappone.Anche la Chiesa cattolica, consentendo il trapianto degli organi, accetta implicitamente questa definizione di morte, ma con molte riserve: per esempio, nello Stato della Città del Vaticano non è utilizzata la certificazione di morte cerebrale. A ricordare questo fatto è ora il filosofo del diritto Paolo Becchi in un libro ("Morte cerebrale e trapianto di organi", Morcelliana) che - oltre a rifare la storia della definizione e dei dibattiti seguiti negli anni Settanta, tra i quali il più importante è senza dubbio quello di cui fu protagonista Hans Jonas - affronta con chiarezza la situazione attuale, molto più complessa e controversa.Il motivo per cui questa nuova definizione è stata accettata così rapidamente sta nel fatto che essa non è stata letta come un radicale cambiamento del concetto di morte, ma soltanto - scrive Becchi - come «una conseguenza del processo tecnologico che aveva reso disponibili alla medicina più affidabili strumenti per rilevare la perdita delle funzioni cerebrali». La giustificazione scientifica di questa scelta risiede in una peculiare definizione del sistema nervoso, oggi rimessa in discussione da nuove ricerche, che mettono in dubbio proprio il fatto che la morte del cervello provochi la disintegrazione del corpo.Come dimostrò nel 1992 il caso clamoroso di una donna entrata in coma irreversibile e dichiarata cerebralmente morta prima di accorgersi che era incinta; si decise allora di farle continuare la gravidanza, e questa proseguì regolarmente fino a un aborto spontaneo. Questo caso e poi altri analoghi conclusi con la nascita del bambino hanno messo in questione l'idea che in questa condizione si tratti di corpi già morti, cadaveri da cui espiantare organi. Sembra, quindi, avere avuto ragione Jonas quando sospettava che la nuova definizione di morte, più che da un reale avanzamento scientifico, fosse stata motivata dall'interesse, cioè dalla necessità di organi da trapiantare.Naturalmente, in proposito si è aperta nel mondo scientifico una discussione, in parte raccolta nel volume, curato da Roberto de Mattei, "Finis vitae. Is brain death still life?" (Rubbettino), i cui contributi - di neurologi, giuristi e filosofi statunitensi ed europei - sono concordi nel dichiarare che la morte cerebrale non è la morte dell'essere umano. Il rischio di confondere il coma (morte corticale) con la morte cerebrale è sempre possibile. E questa preoccupazione venne espressa al concistoro straordinario del 1991 dal cardinale Ratzinger nella sua relazione sul problema delle minacce alla vita umana: «Più tardi, quelli che la malattia o un incidente faranno cadere in un coma “irreversibile”, saranno spesso messi a morte per rispondere alle domande di trapianti d'organo o serviranno, anch'essi, alla sperimentazione medica (“cadaveri caldi”)».Queste considerazioni aprono ovviamente nuovi problemi per la Chiesa cattolica, la cui accettazione del prelievo degli organi da pazienti cerebralmente morti, nel quadro di una difesa integrale e assoluta della vita umana, si regge soltanto sulla presunta certezza scientifica che essi siano effettivamente cadaveri. Ma la messa in dubbio dei criteri di Harvard apre altri problemi bioetici per i cattolici: l'idea che la persona umana cessi di esistere quando il cervello non funziona più, mentre il suo organismo - grazie alla respirazione artificiale - è mantenuto in vita, comporta una identificazione della persona con le sole attività cerebrali, e questo entra in contraddizione con il concetto di persona secondo la dottrina cattolica, e quindi con le direttive della Chiesa nei confronti dei casi di coma persistente. Come ha fatto notare Peter Singer, che si muove su posizioni opposte a quelle cattoliche: «Se i teologi cattolici possono accettare questa posizione in caso di morte cerebrale, dovrebbero essere in grado di accettarla anche in caso di anencefalie».Facendo il punto sulla questione, Becchi scrive che «l'errore, sempre più evidente, è stato quello di aver voluto risolvere un problema etico-giuridico con una presunta definizione scientifica», mentre il nodo dei trapianti «non si risolve con una definizione medico-scientifica della morte», ma attraverso l'elaborazione di «criteri eticamente e giuridicamente sostenibili e condivisibili». La Pontificia Accademia delle Scienze - che negli anni Ottanta si era espressa a favore del rapporto di Harvard - nel 2005 è tornata sul tema con un convegno su «I segni della morte». Il quarantesimo anniversario della nuova definizione di morte cerebrale sembra quindi riaprire la discussione, sia dal punto di vista scientifico generale, sia in ambito cattolico, al cui interno l'accettazione dei criteri di Harvard viene a costituire un tassello decisivo per molte altre questioni bioetiche oggi sul tappeto, e per il quale al tempo stesso costa rimettere in discussione uno dei pochi punti concordati tra laici e cattolici negli ultimi decenni.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=872L'INQUIETANTE STORIA DEL CONCETTO DI ''MORTE CEREBRALE'' di Roberto de MatteiL'intolleranza mediatica contro l'editoriale di Lucetta Scaraffia, I segni della morte, sull'"Osservatore Romano" del 3 settembre 2008, suggerisce alcune considerazioni sul tema delicato e cruciale della morte cerebrale.Tutti possono consentire sulla definizione, in negativo, della morte come "fine della vita". Ma che cos'è la vita? La biologia attribuisce la qualifica di vivente ad un organismo che ha in sé stesso un principio unitario e integratore che ne coordina le parti e ne dirige l'attività. Gli organismi viventi sono tradizionalmente distinti in vegetali, animali ed umani. La vita della pianta, dell'animale e dell'uomo, pur di natura diversa, presuppone, in ogni caso un sistema integrato animato da un principio attivo e unificatore. La morte dell'individuo vivente, sul piano biologico, è il momento in cui il principio vitale che gli è proprio cessa le sue funzioni. Lasciamo da parte il fatto che, per l'essere umano, questo principio vitale, definito anima, sia di natura spirituale e incorruttibile. Fermiamoci al concetto, unanimamente ammesso, che l'uomo può dirsi clinicamente morto quando il principio che lo vivifica si è spento e l'organismo, privato del suo centro ordinatore, inizia un processo di dissoluzione che porterà alla progressiva decomposizione del corpo.Ebbene, la scienza non ha finora potuto dimostrare che il principio vitale dell'organismo umano risieda in alcun organo del corpo. Il sistema integratore del corpo, considerato come un "tutto", non è infatti localizzabile in un singolo organo, sia pure importante, come il cuore o l'encefalo. Le attività cerebrali e cardiache presuppongono la vita, ma non è propriamente in esse la causa della vita. Non bisogna confondere le attività con il loro principio. La vita è qualcosa di inafferrabile che trascende i singoli organi materiali, dell'essere animato, e che non può essere misurata materialmente, e tanto meno creata: è un mistero della natura, su cui è giusto che la scienza indaghi, ma di cui la scienza non è padrona. Quando la scienza pretende di creare o manipolare la vita, si fa essa stessa filosofia e religione, scivolando nello "scientismo".Il volume Finis Vitae. La morte cerebrale è ancora vita?, pubblicato in coedizione dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e da Rubbettino (Soveria Mannelli 2008), con il contributo di diciotto studiosi internazionali, dimostra questi concetti in quasi cinquecento pagine. Non solo non può essere accettato il criterio neurologico che fa riferimento alla "morte corticale", perché in essa rimane integro parte dell'encefalo e permane attiva la capacità di regolazione centrale delle funzioni omeostatiche e vegetative; non solo non può essere accettato il criterio che fa riferimento alla morte del tronco-encefalo, perché non è dimostrato che le strutture al di sopra del tronco abbiano perso la possibilità di funzionare se stimolate in altro modo; ma neppure può essere accettato il criterio della cosiddetta "morte cerebrale", intesa come cessazione permanente di tutte le funzioni dell'encefalo (cervello, cervelletto e tronco cerebrale) con la conseguenza di uno stato di coma irreversibile. Lo stesso prof. Carlo Alberto De Fanti, il neurologo che vuole staccare la spina a Eluana Englaro, autore di un libro dedicato a questo argomento (Soglie, Bollati Boringhieri, Torino 2007), ha ammesso che la morte cerebrale può essere forse definita un "punto di non ritorno", ma "non coincide con la morte dell'organismo come un tutto (che si verifica solo dopo l'arresto cardiocircolatorio)" ("L'Unità", 3 settembre 2008). E' evidente come il "punto di non ritorno", posto che sia realmente tale, è una situazione di gravissima menomazione, ma non è la morte dell'individuo.L'irreversibilità della perdita delle funzioni cerebrali, accertata dall'"encefalogramma piatto", non dimostra la morte dell'individuo. La perdita totale dell'unitarietà dell'organismo, intesa come la capacità di integrare e coordinare l'insieme delle sue funzioni, non dipende infatti dall'encefalo, e neppure dal cuore. L'accertamento della cessazione del respiro e del battito del cuore non significa che nel cuore o nei polmoni stia la fonte della vita. Se la tradizione giuridica e medica, non solo occidentale, ha da sempre ritenuto che la morte dovesse essere accertata attraverso la cessazione delle attività cardiocircolatorie è perché l'esperienza dimostra che all'arresto di tali attività fa seguito, dopo alcune ore, il rigor mortis e quindi l'inizio della disgregazione del corpo. Ciò non accade in alcun modo dopo la cessazione delle attività cerebrali. Oggi la scienza fa sì che donne con encefalogramma piatto possano portare a termine la gravidanza, mettendo al mondo bambini sani. Un individuo in stato di "coma irreversibile" può essere tenuto in vita, con il supporto di mezzi artificiali; un cadavere non potrà mai essere rianimato, neppure collegandolo a sofisticati apparecchi.Restano da aggiungere alcune considerazioni. Il direttore del Centro Nazionale Trapianti, Alessandro Nanni Costa, ha dichiarato i criteri di Harvard "non sono mai stati messi in discussione dalla comunità scientifica" (" La Repubblica ", 3 settembre 2008). Se anche ciò fosse vero, e non lo è, è facile rispondere che ciò che caratterizza la scienza è proprio la sua capacità di porre sempre in discussione i risultati acquisiti. Qualsiasi epistemologo sa che la finalità della scienza non è produrre certezze, bensì ridurre le incertezze. Altri, come il prof. Francesco D'Agostino, presidente onorario del Comitato Nazionale di Bioetica, sostengono che, sul piano scientifico, la tesi contraria alla morte cerebrale "è ampiamente minoritaria" ("Il Giornale", 3 settembre 2008). Il prof. D'Agostino ha scritto belle pagine in difesa del diritto naturale e non può ignorare che il criterio della maggioranza può avere rilievo sotto l'aspetto politico e sociale, non certo quando si tratta di verità filosofiche o scientifiche. Intervenendo nel dibattito, una studiosa "laica" come Luisella Battaglia osserva che "il valore degli argomenti non si misura dal numero delle persone che vi aderiscono" e "il fatto che i dubbi siano avanzati da frange minoritarie non ha alcuna rilevanza dal punto di vista della validità delle tesi sostenute" ("Il Secolo XIX", 4 settembre 2008). Sul piano morale poi l'esistenza stessa di una possibilità di vita esige l'astensione dall'atto potenzialmente omicida. Se esiste anche solo il dieci per cento che dietro un cespuglio vi sia un uomo, nessuno è autorizzato ad aprire il fuoco. In campo bioetico, il principio in dubio pro vita resta centrale.La verità è che la definizione della morte cerebrale fu proposta dalla Harvard Medical School, nell'estate del 1968, pochi mesi dopo il primo trapianto di cuore di Chris Barnard (dicembre 1967), per giustificare eticamente i trapianti di cuore, che prevedevano che il cuore dell'espiantato battesse ancora, ovvero che, secondo i canoni della medicina tradizionale, egli fosse ancora vivo. L'espianto, in questo caso equivaleva ad un omicidio, sia pure compiuto "a fin di bene". La scienza poneva la morale di fronte a un drammatico quesito: è lecito sopprimere un malato, sia pure condannato a morte, o irreversibilmente leso, per salvare un'altra vita umana, di "qualità" superiore?Di fronte a questo bivio, che avrebbe dovuto imporre un serrato confronto tra opposte teorie morali, l'Università di Harvard si assunse la responsabilità di una "ridefinizione" del concetto di morte che permettesse di aprire la strada ai trapianti, aggirando le secche del dibattito etico. Non c'era bisogno di dichiarare lecita l'uccisione del paziente vivo; era sufficiente dichiararlo clinicamente morto. In seguito al rapporto scientifico di Harvard, la definizione di morte venne cambiata in quasi tutti gli Stati americani e, in seguito, anche nella maggior parte dei Paesi cosiddetti sviluppati (in Italia, la "svolta" fu segnata dalla legge 29 dicembre 1993 n. 578 che all'art. 1 recita: "La morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello").La natura del dibattito non è dunque scientifica, ma etica. Che questa sia la verità lo conferma il senatore del PD Ignazio Marino che in un articolo su "Repubblica" del 3 settembre definisce l'articolo dell'"Osservatore Romano" "un atto irresponsabile che rischia di mettere in pericolo la possibilità di salvare centinaia di migliaia di vite grazie alla donazione degli organi". Queste parole insinuano innanzitutto una menzogna: quella che il rifiuto della morte cerebrale porti alla cessazione di ogni tipo di donazione, laddove il problema etico non riguarda la maggior parte dei trapianti, ma si pone solo per il prelievo di organi vitali che comporti la morte del donatore, come è il caso dell'espianto del cuore. Ciò spiega come Benedetto XVI, che ha sempre nutrito riserve verso il concetto di morte cerebrale, si sia a suo tempo detto favorevole alla donazione di organi. Il vero problema è che il prezzo da pagare per salvare queste vite è quello tragico di sopprimerne altre. Si vuole sostituire il principio utilitaristico secondo cui si può fare il male per ottenere un bene, alla massima occidentale e cristiana secondo cui non è lecito fare il male, neppure per ottenere un bene superiore. Se un tempo i "segni" tradizionali della morte dovevano accertare che una persona viva non fosse considerata morta, oggi il nuovo criterio harvardiano pretende di trattare il vivente come un cadavere per poterlo espiantare. A monte di tutto questo sta quel medesimo disprezzo per la vita umana che dopo avere imposto la legislazione sull'aborto vuole spalancare la strada a quella sull'eutanasia.
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=1473GLI INTERESSI CHE SONO DIETRO LA DEFINIZIONE DI MORTE CEREBRALE di Veronica RasponiPaul Byrne, neonatologo, è professore di Pediatria presso la Facoltà di Medicina dell'Università dell'Ohio (Stati Uniti) e direttore del reparto di Neonatologia e Pediatria al St Charles Mercy Hospital dell'Ohio.Dopo una vita dedicata a fare nascere bambini, a salvare neonati in difficoltà e a combattere contro la piaga dell'aborto, lo abbiamo incontrato a Roma, durante un convegno, nel quale difendeva un altro momento fondamentale della vita umana: la morte. Finis Vitae, il libro che veniva presentato al Consiglio Nazionale delle Ricerche, comprende una serie di saggi sul tema della "morte cerebrale" tra i quali quello del dott. Byrne su: Morte: l'assenza della vita. Gli abbiamo dunque posto alcune domande.Dott. Byrne, sappiamo che lei è qui per presentare l'edizione italiana di un libro sul tema della "morte cerebrale" Ci può anzitutto dare una definizione di "morte cerebrale"?Il termine "morte cerebrale" può voler significare almeno tre cose diverse: 1) potrebbe trattarsi di una vera morte; 2) il paziente potrebbe avere la totalità del cervello, o parte di esso, distrutta; 3) ci potremmo trovare di fronte alla cessazione solo di alcune funzioni del cervello.Se così è, perché oggi quando si parla di "morte cerebrale" si tende a credere che ci si trovi di fronte ad una "vera"morte?La ragione per cui si è sviluppato il concetto di "morte cerebrale", intesa come "vera" morte, è per poter prelevare organi vitali per i trapianti. Prima del 1968 non vi era alcuna possibilità di recuperare organi per i trapianti. Gli unici organi che venivano trapiantati erano i reni. Poi è stato inventato il concetto di "morte cerebrale" con il quale si possono ottenere altri organi vitali come il cuore e il fegato.Il fondamento di questo concetto non era però in accordo con la scienza medica ordinaria che si sviluppa sulle ricerche della scienza di base. Partendo da questi studi, viene svolta con precauzione la ricerca clinica che deve prestare molta attenzione alla protezione dei pazienti ai quali vengono somministrati i nuovi trattamenti in via sperimentale. Ebbene, questo approccio precauzionale non è stato seguito con la "morte cerebrale".Ma come e quando è nato questo concetto?Il concetto di "morte cerebrale" è stato sviluppato nel 1968 da un comitato dell'Università di Harvard il cui rapporto finale è molto chiaro fin dal suo incipit. «La nostra intenzione principale è definire il coma irreversibile come nuovo criterio di morte». Ma nessuno studio scientifico serio aveva dimostrato questo fatto. Era stata solo osservata l'assenza di riflessi di alcune cellule cerebrali su pazienti che erano attaccati a dei ventilatori.I ventilatori venivano dunque staccati per vedere se i pazienti erano in grado di respirare senza. Quando il paziente non riusciva da solo a respirare veniva allora dichiarata la "morte cerebrale" che diventava il segnale per poter procedere all'espianto degli organi. Questo è stato fatto senza aver svolto degli studi di scienza di base e senza pubblicare i risultati delle ricerche effettuate sui primi pazienti.Successivamente, furono stabiliti nel 1971 i "criteri del Minnesota": su nove pazienti sui quali venivano registrate le onde cerebrali, due avevano effettivamente dimostrato attività "biologica". La conclusione dell'esperimento è stata che non era più necessario studiare le onde cerebrali prima di dichiarare la "morte cerebrale" di una persona.Successivi approfondimenti e studi furono fatti su 500 pazienti: 44 di essi non morirono e di quelli che morirono, il 10% non aveva nessun problema con il cervello. Questi risultati vennero pubblicati nel 1977 sul giornale dell'Associazione Medica americana. I ricercatori raccomandarono criteri validi per poter giungere a un esperimento medico più ampio ed approfondito che non venne però mai eseguito. E questo perché, avendo già iniziato il prelevamento di organi, nessuno voleva approfondire una questione che avrebbe potuto bloccare un'attività già in piena espansione.Ma questo non va contro l'etica medica?L'antico giuramento ippocratico esorta il medico: «aiuta, guarisci, non nuocere, non uccidere». L'etica medica impone che la vita venga protetta e preservata dal concepimento fino alla fine naturale.La morte è l'evento che pone fine alla vita, così come la nascita è l'inizio della vita. I sostenitori della "morte cerebrale" considerano la morte come un "processo" che si sviluppa nel tempo. Ma se così fosse, finché siamo nel processo, vi è ancora vita.Ma noi dobbiamo stabilire un momento della morte e così come era evidente nel passato, non lo è più con il nuovo concetto di "morte cerebrale". Non possiamo essere sicuri fisicamente di questa morte perché vi è ancora il cuore che batte, vi è ancora la respirazione, anche se aiutata da un ventilatore, vi sono ancora i movimenti del corpo o qualche forma di azione. Non possiamo dunque definire queste persone "morte".Il medico dovrebbe proteggere la vita e confortare i parenti che a lui si affidano. Non può dichiarare "morto" ciò che morto non è. Non si può contraddire la verità applicata da sempre nel campo medico. Purtroppo però i fautori della "morte cerebrale" non sono interessati a conoscere la verità ma si preoccupano solo di ottenere organi.Siamo dunque all'eutanasia?L'eutanasia è una morte imposta dal dottore, dai parenti o dal paziente stesso. Quando qualcosa è fatta deliberatamente al paziente per provocarne la morte, si può definire eutanasia. Il termine "eutanasia" è un termine che crea confusione perché "eu" viene dal greco e vuoi dire "buono" e "thanatos", di stessa matrice greca, vuoi dire "morte".In realtà, piuttosto che usare il termine di "buona morte", sarebbe più opportuno utilizzare quello di "morte imposta", che, applicata ai non-nati, si chiamerebbe "aborto", applicata ai bambini appena nati sarebbe l'"infanticidio", applicata agli adulti si chiamerebbe "assistenza medica al suicidio". In questo senso la "morte cerebrale" può essere definita come una "morte imposta" per recuperare organi vitali.Lei ha citato l'aborto. In fondo la sua professione è legata all'inizio della vita, non alla fine. Cosa prova ogni volta che fa nascere un bambino?Non si smette mai di essere meravigliati dalla bellezza della vita. Ogni persona è unica e irripetibile e identificabile da molte caratteristiche: dal colore della pelle, degli occhi, dei capelli, e così via. Il DNA identifica geneticamente ognuno di noi fin dal primo momento della concezione e il DNA lo troviamo in tutte le nostre cellule, in tutti i nostri organi.Bisognerebbe portare le persone a capire l'unicità e l'irripetibilità della vita umana, fatta ad immagine e somiglianza di Dio. Con il dono della vita, noi riceviamo anche quello dell'intelligenza e della libertà che di per sé dovrebbe spingerci a cercare il bene e ad evitare il male.Come noi dobbiamo preservare la nostra vita, e siamo portati a farlo naturalmente, così dobbiamo preservare quella delle altre persone, principalmente dei più deboli e indifesi. La vita va dunque protetta fin dal primo istante.Qual è l'impatto sulla società dei movimenti pro-vita americani?A me sembra che i giovani siano molto più attivi e convinti delle persone della mia età. Basti pensare alla March for Life che si svolge a Washington ogni 22 gennaio per protestare contro la legge che legalizzò l'aborto in America: la maggior parte dei partecipanti ha meno di 40 anni.Ma purtroppo vi sono attivisti in tutti e due gli schieramenti. Molti sono coloro che sono contrari all'aborto ma solo in parte, con dei distinguo. Tra queste persone vi sono molti politici che per questo motivo non fanno una vera campagna contro. A me questa sembra una posizione non razionale.I movimenti pro-vita sono comunque molto attivi sia a livello nazionale, come l'American Life League o il Human Life International, che a livello locale. Per esempio nel South Dakota, il governo locale aveva votato in favore della liberalizzazione di qualsiasi tipo di aborto, senza restrizioni. I gruppi pro-vita non si sono dati per vinti e hanno ottenuto di andare al referendum che ha respinto la legge.E in questa attività di sensibilizzazione, quale ruolo svolge il clero cattolico?La posizione ufficiale della Chiesa è contraria all'aborto ma purtroppo solo pochi sacerdoti e vescovi osano parlare chiaramente. Le chiese, negli Stati Uniti, beneficiano di un regime "esentasse", ma questo presuppone che non debbano parlare di questioni politiche. Se lo fanno, vengono "minacciati" di perdere questo status. Questo fa sì che molti hanno paura di parlare ufficialmente, anche se in privato la maggior parte dei vescovi e dei sacerdoti sono assolutamente contrari.
Comments 
Download from Google Play
Download from App Store