DiscoverStoria di un impiegato. Il podcast.La bomba in testa. Storia di un impiegato, il podcast.
La bomba in testa. Storia di un impiegato, il podcast.

La bomba in testa. Storia di un impiegato, il podcast.

Update: 2023-05-02
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I movimenti del Sessantotto sono lo scenario, costituiscono l’antefatto della vicenda del travet: ma mentre tutto questo accadeva, come scorreva la mia vita ed io cosa facevo? sembra chiedersi l’impiegato, narratore e protagonista al contempo; e la risposta è un senso di inutilità, nel figurarsi in preda alla monotonia e alla piattezza di ripetitive mansioni: contare i denti ai francobolli. Il dissidio e i pensieri interiori finiscono così per ancorarsi alla realtà, dalla quale l’impiegato riceve quel nutrimento che va ad alimentare il disagio che lo pervade intimamente, tanto da fargli perdere le sicurezze e la serenità della sua routine quotidiana, derivanti dalla sua raggiunta posizione medio-borghese.




In questo primo momento reale, gli interrogativi si affacciano copiosi, si affastellano nella sua mente, tanto da accrescere il suo intimo conflitto esistenziale. Similmente a quelli di Introduzione, ritornano i tre scoppi e ritorna anche il raffronto io-loro, con una disamina più concreta e disillusa della realtà in cui egli vive. Citando Brecht, “Tutti vedono la violenza del fiume in piena, nessuno vede la violenza degli argini che lo contengono”. Così, per una lenta e inesorabile metamorfosi, l’impiegato comincia a conquistare un altro orizzonte, un altro punto di vista e la prospettiva sulla sua vita routinaria inizia a cambiare.




Aderendo all’ottica antiautoritaria del movimento, con la quale comincia a trovare punti di contatto, prende coscienza dell’immobilismo in cui è piombato, a caro prezzo, in virtù di scelte imposte dalla cultura borghese, dalla politica, dalle caste e dal potere, in generale. È una scena reale, prima che tutto diventi sogno, che immortala una presa di coscienza individuale, laddove il movimento fu un fatto collettivo.




A differenza di quella normalità asfittica, scandita da frasi di circostanza, “… secondo il prontuario delle frasi convenzionali...” e da un buonsenso immotivato, a volte anche cinico, che lo stanno spingendo poco alla volta in una vita da incubo, inizia ad avvertire una vicinanza di vedute con quelle della corrente studentesca: d’altra parte, la differenza d’età non è poi così tanta, “… i suoi trentanni erano pochi più dei loro…”, ed è una delle caratteristiche degli scontri. Il conflitto, infatti, era anche generazionale: al suo interno, nell’eterogeneità di quegli scontri, vi erano anche quelli originati dal divario generazionale e la lotta alla gerontocrazia ne era una sottospecie.




[...]




L’impiegato desidera liberare la fiducia in se stesso e nelle proprie tentazioni, desidera scordarsi la direzione verso casa e quel buonsenso immotivato che la pervade. In proposito, De André dirà: “Qualcuno, mi pare Maiakowsky, ha detto: “Dio ci salvi dal maledetto buonsenso”: se tutti fossero dotati di buonsenso non esisterebbero gli artisti e probabilmente neppure i bambini”. E “L’immaginazione al potere”, infatti, era proprio uno dei tanti slogan del periodo. La fiducia in se stesso e nelle proprie tentazioni comincia a farsi largo portandolo a credere, in questa congerie di pensieri, di poter riuscire nel suo intento con un gesto solitario, individualista. Sulla rivolta romantica e disperata dei movimenti, l’impiegato pensa di poter incardinare anche la sua di rivoluzione, sulla base di una nuova organizzazione, non già collettiva ma personale, individuale. Tra un routinario “adesso è tardi adesso torno a lavoro” e un più rassicurante “ma non importa adesso torno al lavoro” si insinua, si fa strada il desiderio di allontanare gli intrusi dalle sue emozioni. E il sogno e l’utopia, per chi non è più disposto a sopportare sono, nel reale conflitto delle sue riflessioni, solo all’inizio.




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