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Milano Serravalle - In viaggio con la storia
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Milano Serravalle - In viaggio con la storia

Author: Milano Serravalle

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La A7, altrimenti nota come autostrada Milano Serravalle, attraversa un territorio pianeggiante e uniforme. Eppure, dietro ogni stradina alberata di campagna si nasconde una storia sanguinosa e appassionante. Dagli antichi Liguri alle strade di Roma, dal regno dei Longobardi agli splendori rinascimentali della corte dei Visconti. Qui spagnoli, francesi e austriaci hanno combattuto per il dominio sul continente. Viaggiando, potrai ripercorrere in modo innovativo e appassionante eventi, luoghi e personaggi della storia italiana. Autore e voce di Marco Cappelli, podcaster e scrittore di storia.
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30 Episodes
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La via Julia Augusta

La via Julia Augusta

2022-08-3003:10

I Romani si preoccuparono di collegare i porti liguri con l’entroterra padano subito dopo la sottomissione dei Liguri, con la costruzione della via Postumia che collegava Genova con Aquileia. Presto però, iniziarono a costruire dei nuovi itinerari per meglio collegare i loro domini italiani con la Provincia in Gallia, quella che oggi è la Provenza. Innanzitutto, va detto che i Romani non costruirono mai una via lungo l’ardua riviera ligure di Levante: da Pisa in poi, i Romani preferivano o la navigazione di cabotaggio, o l’attraversamento degli appennini al passo della Cisa, verso Piacenza, per poi ridiscendere verso il ponente ligure, più agevole. Dopo la costruzione della Postumia nel 148 a.C., il primo a mettere mano ad un nuovo collegamento tra Tortona e il ponente ligure fu il console Marco Emilio Scauro che – nel 109 a.C. – fece aprire un nuovo percorso che da Tortona puntava verso sudovest, verso la moderna Acqui Terme. Da qui, attraversava la val Bormida per raggiungere il mar ligure all’altezza di Vado Ligure, l’antica Vada, importante città romana. Novant’anni dopo Augusto, dopo aver conquistato le tribù liguri a cavallo del moderno confine tra Italia e Francia, fece costruire un prolungamento di questa strada, che da Tortona in poi venne ribattezzata “Via Julia Augusta”. La via, dopo Vado ligure, seguiva la costa e attraversava Albingaunum (Albenga) e Albintimilium (ovvero Ventimiglia), giungendo fino al fiume Varo, nei pressi di Nizza. A Turbie, nelle colline sopra il principato di Monaco, nel 6 a.C. fu costruito una grande monumento celebrativo in onore di Augusto, il cosiddetto trofeo delle Alpi, che esiste ancora oggi. La via Julia Augusta, in epoche successive, fu progressivamente prolungata fino ad Arles – Arelate per i Romani, il principale porto romano della Gallia mediterranea, crocevia fondamentale perché da qui partiva il percorso fluviale che risaliva il fiume Rodano, verso Lugdunum (l’antica Lione), capitale della Gallia. Per giungere a Lione però, dai tempi di augusto, esisteva anche un tracciato più breve che attraversava le Alpi, la cosiddetta “via delle Gallie”, di cui ho parlato in un altro episodio. Puoi ripercorrere la via Julia Augusta prendendo la strada per Alessandria e poi di qui per Acqui Terme. Giunti sul mare, puoi trovare un bel tratto della via originale nei dintorni di Albenga: Tra Albenga e Alassio il tracciato è infatti chiaramente visibile per diversi km ed è affiancato ad altri resti di epoca romana, come dei monumenti funerari. E’ una passeggiata suggestiva, interessante da un punto di vista archeologico e ambientale, grazie al bel panorama sul mar ligure e sull’isola gallinara.
La via Fulvia

La via Fulvia

2022-08-30--:--

Al tempo dei Romani, Tortona era un vero crocevia di strade, tra la via Postumia (che andava da Genova fino ad Aquileia) e la via Julia Augusta, che da Tortona scendeva verso il Mar Ligure, nei pressi della moderna Vado Ligure, per poi giungere fino in Provenza. Eppure c’era un’altra via che partiva da Tortona, meno conosciuta: la via Fulvia. Si tratta di una via romana che è all’origine di buona parte della trama della popolazione nel Piemonte meridionale. La via Fulvia fu edificata nel 125 a.C. dal console Marco Fulvio Flacco: un uomo politico importante della Roma repubblicana, triumviro per la ridistribuzione delle terre pubbliche, uno degli uomini più potenti della fazione “popolare” dei Gracchi. Flacco fu il primo politico a proporre una legge per concedere la cittadinanza latina a tutti gli abitanti dell’Italia, una proposta rivoluzionaria che porterà - pochi anni dopo - alla sua uccisione per mano della fazione degli ottimati, i senatori romani più reazionari e tradizionalisti . Nel 125-123, Marco Fulvio Flacco fu inviato dal Senato in Gallia, forse proprio perché gli ottimati volevano allontanarlo dal Foro: qui si distinse in una serie di campagne che conquistarono a Roma nuovi territori in Gallia meridionale. A supporto delle sue conquiste, Marco Fulvio Flacco fece costruire una strada per collegare Tortona con i territori d’oltralpe, probabilmente attraverso il valico del Monginevro. Lungo il percorso, nei pressi dell’attraversamento del Tanaro, Marco Fulvio Flacco fondò una città che da lui prese il nome di Forum Fulvii. Oggi questa antica città romana si trova in prossimità di Alessandria, in località Villa del Foro. Da Forum Fulvii, la via Fulvia costeggiava il monferrato per giungere nel borgo ligure di Hasta, quella che un giorno sarà una città romana e poi la moderna Asti. Di qui, la via Fulvia puntava dritto alla capitale dei Taurini, che un giorno sarò Torino, per poi prendere la profonda valle di Susa e giungere a Segusium, la moderna Susa. Da qui, due percorsi antichissimi attraversavano le Alpi, attraverso i passi del Moncenisio e del Monginevro. L’autostrada A21, che incrocia la Milano-Serravalle a Tortona, ricalca grosso modo il percorso dell’antica via Fulvia, almeno nel tratto piemontese. Oggi non resta molto di questa via, ma ad Alessandria ti consiglio di visitare il locale museo civico, recentemente riallestito, che ha molti reperti dell’intera regione: da Forum Fulvii a Tortona e fino a Libarna. Ci sono reperti degli antichi liguri come molti resti delle necropoli romane, ma c’è anche una piccola pinacoteca e cimeli relativi alla battaglia di Marengo!
Serravalle Scrivia

Serravalle Scrivia

2022-08-30--:--

Sei nei pressi di Serravalle Scrivia, il punto di arrivo della Milano-Serravalle. Questo borgo, probabilmente, non esisteva nell’antichità, dipendendo dalla vicina Libarna, la principale città romana della zona. Con la decadenza di Libarna, però, si formarono alcuni nuovi insediamenti collinari, sui quali si insediarono i Longobardi. Questo popolo di origine germanica giunse in Italia nel 568, conquistandone buona parte. L’Impero romano – che noi chiamiamo bizantino – rimase però in controllo della provincia marittima, quella che oggi noi chiamiamo Liguria. A metà del settimo secolo, però, anche la Liguria fu conquistata da Rotari, il sovrano che emanò le prime leggi scritte dei Longobardi. Il territorio di Serravalle fu dunque a lungo di frontiera tra il mondo longobardo e quello bizantino: ne è rimasta forse traccia nella toponomastica. Il colle di Serravalle era infatti chiamato nel medioevo “Mons arimannorum”, oggi “Armanina”, che vuol dire “il monte degli Arimanni”. Gli Arimanni, dall’antico germanico Herr-Mann, vuol dire “uomini liberi”. Nel mondo longobardo, gli Arimanni erano la classe dei piccoli proprietari terrieri tenuti al servizio militare nell’esercito reale. Serravalle Scrivia è nominata per la prima volta in un documento di Carlo Magno, che ne conferma la proprietà al potente monastero di Bobbio. Il territorio circostante cadde però presto nelle mani della potente famiglia degli Obertenghi– di origine longobarda – che fecero carriera come protettori armati del monastero di Bobbio. Nel basso medioevo, il castello di Serravalle fu a lungo conteso tra Tortona e Genova. Rimase però legato a Tortona, entrando poi nell’orbita del ducato di Milano nel XIV secolo. Fu conquistato dai Savoia nel 1738, dopo la guerra di successione austriaca, per poi confluire nel regno d’Italia. Nell'ottobre 1935 venne inaugurata la Camionale Genova-Serravalle, che divenne la via più rapida per collegare la città ligure e il mare con Milano e Torino. L'arteria è oggi la sezione nord-sud del tratto Serravalle-Genova dell'Autostrada A7 ed è spesso ancora chiamata con il suo nome originario di “camionale”. L’autostrada fu raddoppiata, con una nuova e più moderna carreggiata, solo negli anni ’60. Nel 1956 l’ANAS conferì la prima concessione autostradale del dopoguerra per la realizzazione e l’esercizio del tratto autostradale Tortona-Serravalle Scrivia, lungo 19,2 km, inaugurato nel 1958. Negli anni successivi, l’autostrada raggiunge Milano, diventando la nostra Milano-Serravalle.
Il fiume Po

Il fiume Po

2022-08-30--:--

Il Po è il più lungo fiume italiano, con 652 km di percorso. La storia d’Italia è stata segnata da questo fiume, sin dalla preistoria. Intorno alle sue rive, infatti, crebbe la civiltà delle terramare – tra il 1600 e il 1200 a.C. – una delle più antiche della penisola, caratterizzata da villaggi costruiti su palafitte. In epoca etrusca, questi conquistarono buona parte del corso del fiume e vi fondarono alle foci due importanti città: Adria e Spina. Gli antichi greci identificarono questo fiume con il mitico Eridano, ma lo storico greco Polibio ci informa che i locali lo chiamavano già allora Bodencus, in greco Pados, in latino Padus. L’origine del nome Bodencus, da cui deriverebbe il termine Po’ è incerta, ma potrebbe risalire alle antiche popolazioni dei Liguri che vivevano sulle sue sponde. In epoca romana, furono effettuati imponenti lavori idraulici ed un sistema di canali collegò i vari rami del Po con le città di Ravenna, a sud, e di Altino e Aquileia a nord. Il fiume era navigabile allora fino a Torino. Nel VI secolo, il grande Re dei Goti – Teodorico – organizzò un regolare servizio di navigazione tra Pavia e Ravenna, due delle città più importanti dell’Italia tardoantica. In epoca longobarda, il loro principale re – Liutprando – concesse alla città di Comacchio dei privilegi per commerciare sul grande fiume. Venezia riuscì però ad eclissare Comacchio nel IX secolo, affermandosi come la principale potenza commerciale nel mercato reale di Pavia. Durante il basso medioevo, tutti i comuni e le signorie rivierasche erano dotate di una flotta fluviale. Nel ‘400 si combatterono diverse battaglie fluviali. Per esempio, nel 1431 si scontrarono la Repubblica di Venezia e il ducato di Milano. A vincere fu – niente di meno – Milano: i veneziani persero 28 galee e 42 barche da trasporto, oltre a migliaia di uomini. Già nel tardo medioevo, Milano costruì dei collegamenti via canale – i cosiddetti navigli – per permettere la navigazione dal Po, via Pavia e Ticino, fino a Milano. Per tutta l’epoca moderna, il Po rimase un’importante arteria di comunicazione e una barriera fisica. A lungo frontiera interna tra i vari stati dell’Italia preunitaria, il suo corso divenne completamente italiano solo con la III guerra d’indipendenza, nel 1866, quando l’Italia ottenne il Veneto dall’Austria in seguito alla sua sconfitta da parte dell’alleanza italo-prussiana (anche se l’Italia contribuì ben poco alla sconfitta dell’Austria). Nei pressi dell’autostrada Milano-Serravalle, il Po è già magnifico e maestoso: puoi visitare la confluenza tra Po e Ticino, a valle di Pavia, oppure puoi fare una passeggiata nel bosco multifunzionale di Arcadia, che è attrezzato per passeggiate e picnic.
La morte di Boezio

La morte di Boezio

2022-08-30--:--

Pavia, l’antica capitale dell’Italia altomedievale, è anche celebre per essere il luogo dove è morto e riposa una delle ultime luci culturali dell’Italia antica: il filosofo e senatore Boezio. Quello che è poco noto, infatti, è che dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, in realtà le cose in Italia non cambiarono più di tanto: a Ravenna c’era sempre un’amministrazione pubblica, a Roma c’era il Senato, a Pavia si radunava ogni anno l’esercito che proteggeva la penisola. A cambiare era stato solo chi deteneva il potere: tra il 476 e il 493 questi fu Odoacre, ma dopo la sua sconfitta per mano di Teodorico – Re dei Goti – fu quest’ultimo a regnare sull’Italia. Teodorico regnava su concessione dell’unico imperatore romano rimasto, quello orientale, che in quegli anni era il prudente Anastasio. Teodorico inaugurò una politica di condivisione del potere tra i suoi Goti e i romano-italici. Teodorico in occidente e Anastasio in oriente, per decenni, presiedettero ad un periodo di pace e prosperità nel mediterraneo. Eppure c’era un’ombra su tutto questo: la questione della successione a Teodorico, che andava sempre negoziata con l’Impero. Teodorico aveva raggiunto un accordo con l’imperatore romano: a succedergli sarebbe stato suo genero – Teodorico non aveva figli maschi - ma questi morì prima di lui. E’ possibile allora che una fazione del Senato contattò direttamente l’imperatore a Costantinopoli per cercare una soluzione alternativa. Teodorico non apprezzò e aprì indagini contro i cospiratori: Boezio, un importante senatore che ricopriva anche una carica di governo, finì invischiato nella vicenda. Venne arrestato e rinchiuso in una prigione a Pavia. Fu in questa città, e in queste condizioni, che Boezio scrisse il suo capolavoro: le consolazioni della Filosofia. All'inizio dell’opera, Boezio di essere appunto consolato dalla Filosofia, impersonata da una donna bellissima e austera. Guidato dalla sua Maestra, Boezio si interroga sull'esistenza del male e sulla sua natura, sulla fortuna, sulla felicità e sul libero arbitrio. Perché il giusto soffre, si chiede Boezio, mentre il peccatore trionfa? Perché i grandi filosofi del passato come Socrate e Seneca sono stati uccisi, mentre i tiranni paiono prosperare? Boezio arriva alla conclusione che il successo dei malvagi è solo esteriore, mentre interiormente sono consumati dall’infelicità. In questo senso è la stessa malvagità la loro punizione. Boezio sarà messo a morte nel settembre del 524, poco tempo dopo morì anche Teodorico. Puoi visitare la tomba di Boezio: si trova nella chiesa di S.Pietro in ciel d’Oro, dove riposa anche uno dei grandi maestri di Boezio, e di tutta la filosofia e teologia antica: Sant’Agostino di Ippona.
La Superba

La Superba

2022-08-30--:--

Sei nell’Oltregiogo, che vuol dire “al di là del passo”, una storica regione che – oggi in Piemonte – fino all’epoca napoleonica ha fatto parte della Repubblica di Genova, la Superba. Una Repubblica che ebbe ben sette secoli di tumultuosa storia. Genova si costituì come libero comune sul finire dell’XI secolo e partecipò attivamente alla prima crociata. Tra il XII e il XIV secolo la Repubblica divenne una vera potenza mediterranea, espandendosi verso la Corsica, la Sardegna, le isole del mar Egeo e perfino il Mar Nero, dove dominava gran parte della Crimea. Genova eclissò il potere di Pisa nel Tirreno con la battaglia della Meloria, nel 1284, lasciandola con una sola vera rivale sul mare mediterraneo: Venezia. Genova e Venezia combatterono diverse guerre, contendendosi i ricchi mercati del mondo bizantino e arabo. Lo scontro ebbe il suo apice con la cosiddetta guerra di Chioggia, quando Genova andò vicina allo schiacciare l’eterna rivale ma fu infine sconfitta, inaugurando un periodo di lento declino della sua potenza marinara. Nel XV secolo, Genova fu sottomessa ai Visconti e agli Sforza di Milano, per poi essere conquistata dai Francesi durante le guerre d’Italia. Questi furono espulsi dagli spagnoli nel 1528, con il fondamentale contributo dell’ammiraglio genovese Andrea Doria. Il cinquecento fu il secolo in cui si sviluppò la potenza finanziaria di Genova: le banche genovesi divennero le principali finanziatrici del potere asburgico, cosa che portò ricchezza e prosperità alla città ma ne legò i destini alla Spagna. Il declino del potere degli Asburgo, nel Seicento, trascinò con sé anche Genova: le frequenti bancarotte della corona spagnola, in particolare, rovinarono molte delle banche e dei patrimoni cittadini. Il declino continuò per tutto il XVIII secolo: nel 1746 Genova fu brevemente occupata dagli austriaci, nel 1768 fu costretta a cedere alla Francia il suo ultimo grande possedimento oltremare, la Corsica, dove l’anno seguente nacque un certo Napoleone Buonaparte, discendente probabilmente di una famiglia di lontane origini genovesi. E fu proprio lo stesso Napoleone a segnare il destino della Repubblica: nel 1797 bussò alle porte dell’Italia con la sua prima campagna italiana che portò, nel giro di pochi mesi, alla caduta del governo aristocratico genovese e alla costituzione di una repubblica giacobina filofrancese. Pochi anni dopo, Genova fu annessa all’Impero francese. Sconfitto Napoleone, Genova passò al dominio dei Savoia per confluire poi nell’Italia unificata. Se vuoi scoprire i fasti della Genova del cinquecento, quella dei banchieri, ti consiglio una visita a Via Garibaldi e ai suoi imponenti e lussuosi palazzi, per poi gettarti tra i carrugi alla scoperta della Genova medievale, fino al suo antichissimo porto.
Un monaco irlandese

Un monaco irlandese

2022-08-30--:--

Sei in Oltrepò, una regione storica della provincia di Pavia. Un tempo tutto questo territorio, anzi l’intera regione tra il Po' e le montagne della Liguria, era dominato dal più importante monastero dell’Italia del nord: Bobbio. La sua storia è legata a doppio filo ad un’inquieta figura dell’alto medioevo: Colombano. Colombano era un monaco irlandese che lasciò la sua lontana isola intorno all’anno 590, un secolo dopo la caduta dell’Impero romano. Colombano viaggiò attraverso tutta l’Europa, fondando monasteri in quella che oggi è la Francia, la Svizzera e l’Austria ma, sempre perseguitato dai suoi nemici politici, finì per trovare rifugio presso la corte longobarda. A quel tempo regnavano la celebre regina Teodolinda e suo marito Agilulfo: la coppia reale decise di concedere a Colombano un territorio di quattro miglia quadrate per fondare il primo monastero longobardo. Era il 613, ed era nata l’abbazia di Bobbio. L’irrequieto Colombano morì poco dopo, ma lasciò in dote al monastero la sua rigida regola monastica irlandese. Con gli anni, Bobbio divenne indipendente dai locali vescovi e il suo potere economico e politico non fece che crescere, grazia al patrocinio dei sovrani longobardi e poi carolingi. Tra il VII e il X secolo, il territorio del monastero si allargò a dismisura, arrivando a coprire un vastissimo territorio contiguo tra l’Alessandrino, l’oltrepò, l’Emilia e la Liguria ma con possedimenti in tutto il Norditalia. Il monastero controllava l’antica via Postumia tra Genova e Tortona e possedeva i porti liguri di Moneglia e Porto Venere, oltre che una flotta fluviale con la quale commerciava sul Po’ e sul Ticino, fino ai porti dell’Adriatico. A quest’epoca, Bobbio aveva una delle biblioteche più vaste e celebri d’Europa. A partire dall’XI secolo, Il feudo monastico di Bobbio iniziò a decadere con il progressivo declino dell’autorità imperiale, a che a lungo aveva favorito il monastero. Questo a favore dei vicini comuni italiani e dei potenti nobili laici. Se vuoi puoi seguire un percorso probabilmente simile a quello seguito dal monaco irlandese: esci a Voghera e prendi la SS461 che si arrampica nelle colline dell’oltrepo’ pavese, fino ad arrivare alla Val trebbia e a Bobbio: vedrai un borgo meraviglioso, celebre grazie al suo impressionante ponte medievale sul Trebbia – il ponte Gobbo. Qui potrai visitare la chiesa abbaziale, con i suoi mosaici del XII secolo e l’antica tomba del monaco irlandese. Colombano, grazie ai suoi instancabili viaggi, è oggi il protettore dei motociclisti.
L’Oltrepò pavese

L’Oltrepò pavese

2022-08-30--:--

Siamo abituati a pensare alla Lombardia come ad una regione che si estende a nord del fiume Po, eppure un triangolo di Lombardia si incunea tra Piemonte ed Emilia Romagna. Stretto tra la provincia di Piacenza e quella di Alessandria, l’Oltrepò pavese è terra di vini, di antichi borghi e castelli abbarbicati su deliziose colline. Oggi fa parte della provincia di Pavia, ma il centro principale della regione è Voghera. L’Oltrepò deve la sua appartenenza alla Lombardia allo stretto legame con la città di Pavia. Eppure nell’antichità non era questo il caso: Tutta l’area, con la vicina Tortona, faceva parte della nona regione, la Liguria. Qui si combatté la celebre battaglia di Clastidium, che segnò l’ascesa dei Romani in pianura padana. Durante il periodo longobardo, l’intera regione finì sotto l’autorità del monastero di San Colombano a Bobbio. Il monastero, fondato dal monaco irlandese Colombano, fu fortemente voluto e sponsorizzato dai re longobardi, che continuarono ad espanderne il territorio con successive donazioni. In epoca carolingia, le proprietà del monastero di Bobbio divennero un vero e proprio feudo del sacro romano impero. Gli abati erano solitamente di parte ghibellina e pro-imperiale, contro i vicini comuni guelfi. Con l’indebolirsi del potere imperiale, dal X secolo in poi, finì sotto l’autorità della potente famiglia degli Obertenghi. Nel 1164 ci fu la svolta che legò questo territorio ad un destino lombardo: l’Imperatore Federico Barbarossa affidò buona parte dell’Oltrepò al comune di Pavia, che era di parte ghibellina. E sotto Pavia restò fino al 1358, quando questa città fu sottomesso ai signori di Milano, i Visconti. L’Oltrepò rimase legato ai destini del ducato di Milano – conquistato prima dai francesi e poi dagli spagnoli. Ad inizio settecento arrivano gli austriaci, ma nel 1743 – in conseguenza della guerra di successione austriaca, l’Oltrepò fu conquistato dai Savoia, che lo organizzarono in provincia di Voghera. Tornerà all’antica provincia di Pavia solo con l’unificazione d’Italia. Nel 1923, il circondario di Bobbio fu trasferito alla provincia di Piacenza. Nell’Oltrepò ci sono moltissime attrazioni storiche da visitare, oltre ai meravigliosi paesaggi vinicoli. A Casteggio c’è un bel museo archeologico, ma consiglio anche il castello di Zavattarello in Val Tidone, i borghi di Romagnese e Varzi, l’eremo benedettino di Sant’Alberto di Butrio. Ma un giro nella regione non sarebbe completo senza valicarne i confini verso il vicino borgo e abbazia di Bobbio, che tanta parte ebbe nella storia dei territori a cavallo di Liguria, Emilia e Lombardia.
Pavia oggi è un tranquillo capoluogo di provincia lombardo, una città celebre soprattutto per la sua università e le sue tranquille stradine acciottolate percorse dalle biciclette. Eppure, questa città universitaria è stata a lungo una delle più importanti d’Italia. La sua storia è legata a doppio filo al popolo che ha segnato la storia delle penisola, da nord a sud: i longobardi. L’antica Ticinum – il nome romano di Pavia – nasce come emporio di alcune tribù liguri circostanti. Posta vicino ad uno dei più agevoli guadi del Ticino, a poca distanza dal Po, si trattava di un luogo strategico sia per i commerci fluviali che da un punto di vista militare. Eppure l’epoca d’oro di Pavia, a differenza di tante città della penisola, inizia nei secoli terminali dell’Impero d’Occidente: quando diventa imperativo difendere i confini alpini, Pavia si trasforma nella principale base militare dell’esercito romano d’Italia: vi hanno sede fabbriche di armi e ampie caserme. Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, il Re dei Goti – Teodorico – ne fa una delle sue capitali, assieme a Ravenna e Verona, ordinando la costruzione di un grande palazzo, dotato di ampi cortili, terme e perfino di uno zoo. Dopo la conquista di Ravenna da parte dei Bizantini, nel 541, Pavia diviene la capitale dei Goti e sede del regno. Anche dopo la sconfitta dei goti di Totila e Teia, Pavia ha ancora molto prestigio: all’arrivo dei Longobardi – nel 568 – questi la scelgono presto come loro capitale, in modo permanente dal VII secolo in poi. Nel palazzo di Teodorico aveva sede la zecca del regno, l’amministrazione e i tribunali. Annualmente, qui si riuniva un’assemblea dell’esercito e dei notabili. In due secoli, inoltre, i longobardi fondarono in città grandi chiese e monasteri. Il regno dei Longobardi viene conquistato dai Franchi di Carlomagno nel 774, ma questi a lungo governò l’Italia come lo avevano fatto i sovrani longobardi: Pavia restò capitale del regno per tutto il periodo carolingio e poi anche durante il turbolento X secolo, quando l’autorità del regno d’Italia divenne sempre più evanescente. Eppure nel 1024, i pavesi demolirono il palazzo reale, segnando la fine del suo ruolo di capitale dell’Italia del nord. Non molto resta della Pavia longobarda: il palazzo è scomparso e molte chiese sono state rimaneggiate o ricostruite. La cripta della chiesa di S.Eusebio è longobarda, come quella di San Giovanni Domnarum. Ci sono molti reperti longobardi nei musei civici presso l’imponente castello visconteo. Ma l’intera città è deliziosa e vale assolutamente la visita, non te ne pentirai!
Nella periferia sud di Milano, ben al di fuori delle antiche mura della città, c’è il quartiere di Chiesa rossa: oggi è un grande quartiere di case popolari, costruito negli anni ’60 durante il boom economico. Quasi nessuno conosce la ragione del suo nome che fa riferimento ad un antico edifico che sorge nei pressi del naviglio pavese. Eppure la piccola chiesa di Santa Maria alla fonte, detta popolarmente “chiesa rossa” per il colore dei suoi mattoni, è molto più antica del quartiere popolare, è perfino molto più antica del naviglio che la tocca, costruito nel XIV secolo. Quanto antica, si è scoperto solo di recente, grazie agli scavi archeologici dei primi anni duemila. Allora sono state trovate tracce di quella che doveva essere una villa romana, costruita all’inizio del periodo imperiale. La villa fu ricostruita nel II secolo e decorata con dei bei mosaici che sono anche parzialmente visibili dall’interno della chiesa. Tra il quarto e il sesto secolo l'edificio viene allargato con un sacello a croce, preceduto da un nartece: una tipica pianta di una chiesa del tardo impero. Si tratta forse della prima trasformazione della villa in edificio di culto: d’altronde sono i secoli in cui l’Impero romano diviene cristiano. Nei seguenti secoli, l’edificio acquisisce una necropoli e, all’epoca di Carlomagno, viene allargato il nartece che diviene un vero e proprio portico. L’esistenza della chiesa è documentata dal X secolo, mentre all’inizio del XII secolo venne fondato un monastero di monache benedettine. Risale a quest’epoca la riedificazione della chiesa nelle forme attuali, che nel trecento acquisirà dei begli affreschi oggi solo parzialmente visibili. Nel 1365, la costruzione del naviglio pavese taglia a metà il monastero, separandolo dalla chiesa, che viene pesantemente rimodulata e trasformata, danneggiandone le decorazioni interne. Eppure la chiesa rossa rimane in piedi e, nel settecento, viene più volte allagata dalle acque del naviglio e il piano del calpestio è alzato di diversi metri. Con l’arrivo delle truppe rivoluzionarie francesi, nel 1798, il convento viene soppresso e la chiesa entra in uno stato di abbandono, nel quale rimarrà fino al novecento. Si prova più volte a restaurarla, ma solo la campagna di scavi archeologici e di restauro tra il 2000 e il 2003 porta a rendere l’edificio nuovamente visitabile. Oggi la chiesa è affidata ai monaci cappuccini, e può essere facilmente visitata, alla scoperta di questo frammento della storia del contado di Milano che attraversa millenni di storia.
Milano capitale

Milano capitale

2022-08-29--:--

Sei a Milano, una delle più importanti città d’Italia. Eppure, Milano non è mai stata la capitale del nostro paese. Oppure no? Certo, Milano non è mai stata la capitale dello stato italiano – questo onore spetta solo a tre città: Torino, Firenze e Roma - ma Milano, per un secolo e mezzo, è stata la sede più importante dell’Impero romano in Occidente. Torniamo indietro alla metà del III secolo d.C.: sono tempi durissimi per i Romani. Due pandemie hanno falcidiato popolazione ed esercito, l’inflazione senza controllo distrugge l’economia, gli imperatori si alternano con la rapidità dei presidenti del consiglio italiani. I persiani e i Germani premono sulle frontiere, ormai tutt’altro che invalicabili. Per rispondere a questi problemi, l’imperatore Gallieno fa di Milano la sua principale base, per essere più vicino ai confini.. Questa decisione emergenziale viene in sostanza confermata dai suoi successori. A Milano si stabilirà in particolare Massimiano, augusto dell’Occidente e collega di Diocleziano. Massimiano fa costruire un grande palazzo, delle maestose terme, un circo, un mausoleo per la sua famiglia e fa ingrandire e rafforzare le mura della città. Con gli imperatori cristiani, Milano resta il centro nevralgico per il governo dell’Impero, ma la città vede la costruzione delle prime grandi basiliche cristiane: dalle cattedrali a San Lorenzo e Sant’Ambrogio. L’importanza politica diviene anche religiosa: a fine IV secolo, il vescovo Ambrogio diventa un’autorità religiosa che rivaleggia quella del vescovo di Roma. Paradossalmente, sarà un’altra crisi a condannare il ruolo di Milano come capitale imperiale: ad inizio quinto secolo Milano, nonostante le sue possenti mura, si dimostra essere troppo vulnerabile per la declinante potenza dell’Impero. Stilicone fa trasferire la corte nella ben più difendibile Ravenna, circondata da paludi come sarà Venezia e quindi irraggiungibile senza una flotta. Ravenna è la città dove l’Impero romano d’Occidente andrà a morire. Oggi è difficile leggere i resti della possente Milano romana: un primo passo è sicuramente visitare il museo archeologico, al cui interno c’è una delle torri delle antiche mura romane e anche una torre del grande circo imperiale. Nei dintorni di via Brisa, puoi trovare i poveri resti del palazzo imperiale mentre a sud del centro si può vedere ciò che resta dell’anfiteatro, uno dei più grandi del mondo romano. S.Lorenzo è una chiesa costruita ai tempi del vescovo Ambrogio, con la grandeur del tardo impero romano, conserva anche qualche mosaico del tempo e, di fronte, c’è una lunga fila di colonne trasportate lì da qualche edificio imperiale.
La battaglia di Pavia

La battaglia di Pavia

2022-08-29--:--

A pochi km dalla Milano-Serravalle, a nord di Pavia, nel grande parco di Mirabello, si è combattuta una delle più importanti battaglie della storia italiana. Nel quindicesimo secolo, per diversi decenni, l’Italia era stata in pace. Purtroppo nel 1494 il duca di Milano, Ludovico Sforza detto il Moro, invitò i francesi ad invadere l’Italia: in pochi anni, i francesi acquisirono un potere straordinario su tutta la penisola. Le altre potenze europee non potevano rimanere a guardare. Iniziarono allora le guerre d’Italia, un devastante conflitto che durò a più fasi per più di sessant’anni, fino al 1559. Tra il 1494 e il 1521 l’Italia fu spartita tra le grandi potenze: la Spagna conquistò il regno di Napoli, la Francia il ducato di Milano. Nel 1521, però, gli imperiali passarono di nuovo all'attacco, espellendoli da Milano. La reazione francese non si fece attendere. il celebre sovrano rinascimentale di Francia, Francesco I, intervenne personalmente nella penisola. Nel 1524, in una fulminea campagna, il Re riprese Milano. Qui venne a sapere che l’esercito imperiale si era ritirato a Pavia. Decise allora di infliggergli un colpo mortale, assediando la città e costringendoli alla resa. L’assedio si protrasse per diversi mesi, ma nel gennaio del 1525 un esercito di Carlo V - imperatore del Sacro romano impero e Re di Spagna - giunse in Lombardia per affrontare i Francesi. Il campo di battaglia sarebbe stato il grande parco di Mirabello, una riserva di caccia voluta dai Visconti, trasformata in un celebre parco rinascimentale che copriva ben 2200 ettari a nord della città. La battaglia contrappose 26.000 soldati francesi a circa 29.000 imperiali. Fu uno scontro epico, dove ebbero un’importanza fondamentale le armi da fuoco come gli archibugi, che fecero strage della cavalleria pesante francese. I francesi furono pesantemente battuti, lasciando sul campo più di 10.000 uomini e la gran parte del loro stato maggiore. Quel che è peggio, il Re di Francia - Francesco I - fu fatto prigioniero. Il re fu liberato solo dopo il pagamento di un umiliante riscatto e la firma di un punitivo trattato di pace. Carlo V di Asburgo aveva vinto. Oggi puoi ancora visitare il castello di Mirabello – trasformato nei secoli in una cascina – o il bel parco della Vernavola, dove si svolsero la maggior parte dei combattimenti: l’intero parco è visitabile facilmente in bici, forse il mezzo più piacevole per farlo. Nella basilica di San Teodoro, a Pavia, si trova un grande affresco che raffigura la città durante l’assedio del 1522, raffigura Pavia e i suoi dintorni, esattamente come dovevano apparire al momento della battaglia.
La via Postumia

La via Postumia

2022-08-29--:--

La Milano-Serravalle non è ovviamente la prima arteria a percorrere questo territorio: più strade hanno nel tempo collegato Tortona a Genova. L’antesignana di tutte queste strade è stata la via Postumia. La Postumia fu costruita dai Romani nel 148 a.C., dal console romano Postumio Albino. Solo da pochi anni i Romani hanno avuto la meglio sulle tribù liguri, mentre il resto del nord italia è stato conquistato solo pochi decenni prima. La prima via che i Romani aprirono su questo territorio fu la Via Aemilia, che collegava Rimini con Piacenza, sul Po. I Romani però, avevano anche la necessità di poter sbarcare eserciti e merci nei due principali porti del norditalia, ovvero Genova in Liguria e Aquileia nel moderno Friuli, e di qui portarli verso la pianura padana. A tal fine, idearono questa grande via che fu per secoli l’asse portante dell’Italia del nord. La via Postumia aveva origine nel porto di Genova, di qui percorreva la Val Polcevera fino a Pontedecimo (ovvero il ponte al decimo miglio). Saliva poi gli appennini per valicarli nei pressi dell'odierno Passo della Bocchetta. Dopo il passo, la via seguiva percorsi già tracciati dagli antichi liguri, passando per l’antica e perduta città di Libarna, e giungendo alla fortezza di Dertona – l’antica Tortona. Da qui attraversava il moderno Oltrepò pavese fino a Piacenza, dove incontrava la via Aemilia per Rimini. Da Piacenza la via proseguiva verso, Cremona, dove si attraversava il Po in battello. Proseguendo verso est, la Postumia virava verso Verona, dove attraversava sui suoi ponti il fiume Adige. Da Verona, la grande via seguiva un percorso pedemontano veneto, attraverso Vicenza, Oderzo e Iulia Concordia, l'odierna Concordia Sagittaria, per giungere infine ad Aquileia. Nel 13 a.C., il tratto Tortona-Piacenza della via Postumia divenne parte della via Julia Augusta, voluta da Augusto per velocizzare i collegamenti con la Gallia. Questa via aprì un nuovo percorso tra Tortona e Vado Ligure tagliando fuori Genova e Libarna. Il tratto ligure della Postumia perse progressivamente importanza, rimanendo però attivo (con alterna fortuna) fino a tutto il periodo longobardo. Dal VII secolo, la via fu sotto il controllo dei monaci della potente Abbazia di San Colombano di Bobbio. Eppure l’accesso a Genova attraverso il passo della bocchetta rimase importante fino all’Ottocento: per difenderlo, la Repubblica di Genova costruì la grande fortezza di Gavi. Oggi puoi seguire buona parte dell’antico percorso da Novi Ligure fino al passo della Bocchetta, e di qui scendere a Genova come avrebbero fatto gli antichi romani! Questo percorso è oggi una tranquilla via provinciale, perché il grosso del traffico si è spostato verso il vicino passo dei Giovi, attraversato anche dall’Autostrada.
La Fortezza di Gavi

La Fortezza di Gavi

2022-08-29--:--

Per secoli la via Postumia fu la principale via di accesso a Genova provenendo dalla pianura padana, questo fino all’800, quando i Savoia costruirono la strade reale tra Genova e Torino, che segue il percorso della moderna autostrada. A guardia della Postumia, probabilmente sin dall’epoca romana c’era un fortilizio su un’alta collina nei pressi del paese di Gavi, in quello che oggi è il Piemonte meridionale. Nel XII secolo, Il castello fu ceduto ai genovesi dall’imperatore Enrico IV. La Superba aveva tutto l’interesse a difendere gli approcci da nord verso la città e a tal fine fece costruire un grande castello, a forma trapezoidale e con alte mura, adatte alla tecnologia militare dell’epoca. Nel 1625, le forze franco-savoiarde assediarono il castello e lo presero facilmente, perché ormai non più adeguato all’artiglieria seicentesca. Finiti gli scontri, la Repubblica diede mandato ad uno dei più grandi esperti di costruzioni militari del seicento, il Fiorenzuola, di migliorarne le fortificazioni. I lavori durarono 4 anni e trasformarono il castello nella possente fortezza attuale: furono aggiunti sei enormi bastioni e ampliata la possibilità di schierare artiglieria nel forte, che arrivò a poter ospitare una guarnigione forte di mille uomini. La fortezza dimostrò la sua qualità durante le guerre napoleoniche. Nel 1797, la Repubblica oligarchica di Genova cadde sotto i colpi dell’invasione napoleonica. Allora la fortezza fu dotata di una guarnigione francese che fu investita nel 1799 dalle armate austro-russe comandante da Suvorov, come narro nell’episodio della battaglia di Novi Ligure. I francesi tennero saldamente il forte per un anno, fino all’arrivo dei rinforzi di Napoleone, che sconfisse gli austriaci a Marengo, nel 1800. Dopo le guerre napoleoniche, la fortezza di Gavi passò ai Savoia che la disarmarono nel 1854, destinandola a prigione, ruolo che ebbe fino al 1907. Durante le guerre mondiali la fortezza fu utilizzata come campo di prigionia: inizialmente dei soldati austro-ungarici durante la prima guerra mondiale, poi dei soldati alleati durante la seconda. Il Forte di Gavi è aperto al pubblico: sono visitabili i cortili, le torrette di guardia, le celle adibite a prigione, i magazzini che servivano per conservare le provviste, gli ingressi al forte dotati di ponti levatoi difensivi. Visitandolo, magari potrai pensare alla vita dei suoi difensori attraverso mille anni di storia, in quella che fu sempre la fortezza a guardia di Genova.
Gli antichi liguri

Gli antichi liguri

2022-08-29--:--

Sei in Piemonte, certo, eppure un tempo questo territorio faceva parte dell’antica Liguria. Per noi, oggi la Liguria è una stretta fascia costiera, divisa in riviera di ponente e di levante, eppure non è sempre stato così. L’antico popolo pre-romano dei Liguri occupava un’area molto più vasta, tanto vasta che non ne sappiamo esattamente i confini. Non conosciamo neanche l’origine dei Liguri: il loro misterioso alfabeto, sparso in alcune steli in tutto il nordovest italiano, non è mai stato decifrato. I Liguri potrebbero essere gli eredi di un antico popolo pre-indoeuropeo, erede dei primi agricoltori europei, stabilitisi nel continente dal quinto millennio avanti cristo. Altri pensano che siano arrivati con, appunto, gli indoeuropei, un gruppo di popoli dai quali discende la quasi totalità delle moderne lingue europee e che arrivarono in Europa circa quattromila anni fa. Comunque sia, sappiamo che la civiltà ligure fiorì soprattutto dopo il 1200 a.C e fino alla conquista romana. I Liguri dominavano buona parte del nordovest italiano e della Provenza, questo almeno fino all’arrivo dei Celti da nord e degli Etruschi da sud, che restrinsero il loro territorio a grosso modo la moderna Liguria, la zona di Nizza e il Piemonte a sud del fiume Po. Il loro emporio più importante, sin dall’origine della loro civiltà, fu sempre Genova, anche se utilizzavano anche altri porti: sia per commerciare, sia per praticare la pirateria. Le tribù liguri iniziarono a subire la pressione romana già dopo la battaglia di Clastidium, nel 222 a.C., ma l’arrivo di Annibale attraverso le alpi sembrò un’occasione ideale per liberarsi della minaccia romana. Alcune tribù si allearono con Roma, tra le quali la città di Genova, ma la maggior parte seguirono i Cartaginesi e aiutarono Annibale a sconfiggere i Romani nelle battaglie del Ticino e del fiume Trebbia. Sul finire della seconda guerra punica, un fratello di Annibale – Magone Barca – fece base a Savona per interrompere i commerci di Roma nel mar Ligure e riuscì perfino a radere al suolo Genova. Sconfitta Cartagine, Roma iniziò una lunga serie di guerre contro i Liguri, che misero in campo tutti i trucchi della guerriglia asimmetrica per cercare di infliggere al nemico le maggiori perdite possibili. Ci vollero più di cinquant’anni per domare, una ad una, le tribù liguri. Una volta conquistata la regione, i Romani costruirono nel 148 a.C. la grande via Postumia, che collegava Genova a Piacenza. Augusto organizzò l’area nella IX regione, la Liguria, e questo è il nome con cui è conosciuta ancora oggi, anche se i suoi confini si sono ristretti alla terra tra l’Appennino e il mare.
Tortona

Tortona

2022-08-10--:--

Tortona era probabilmente un centro degli antichi liguri ma divenne una colonia romana nel 120 avanti Cristo, con il nome di Dertona. La sua posizione era particolarmente strategica, posta all'incrocio tra la via Postumia (che da Genova andava verso Aquileia), la via Fulvia, che da Tortona portava a Torino, passando per Asti, e la via Aemilia Scauri, che andava verso le moderne Acqui e Vado Ligure, dopo la quale seguiva la costa del ponente ligure fino in Gallia. Questa via, sotto Augusto, prese il nome di Via Julia Augusta. L'altura sulla quale fu costruito il castello era stata già fortificata della popolazione preromana dei liguri ma divenne un castrum romano e poi un castello tardoantico, una delle posizioni strategiche chiave per dominare la pianura Padana occidentale, il moderno Piemonte. Tortona ebbe un ruolo strategico durante le guerre contro i Visigoti, fu poi ulteriormente fortificata da Teoderico, Re d'Italia tra il 493 e il 526. Tortona fu detta da Teoderico "il granaio della Liguria", perché nel castello erano custodite le riserve alimentari della regione in caso di guerra. Era la sede di uno dei più importanti duchi del regno. Passata ai bizantini e poi ai longobardi, Tortona rimase una piazzaforte importante per tutto l'altomedioevo fino al celebre assedio da parte di Barbarossa. Infatti, nel 1155, l'imperatore Federico Barbarossa discese in Italia per riportare sotto il controllo imperiale i riottosi comuni italiani. La città rimase fedele all'alleanza con Milano e si scontrò con i Pavesi, alleati dell'imperatore. In una cruenta battaglia il comune fu sconfitto e posto sotto assedio. Dopo circa due mesi, il 18 aprile, il comune si trovò costretto ad arrendersi e la città fu saccheggiata e distrutta dai pavesi. I tortonesi furono però vendicati: poco tempo dopo, il Barbarossa venne sconfitto a Legnano dalla lega lombarda, l’alleanza delle città di tutto il nord italia. Tortona fu ricostruita velocemente con l'aiuto dei milanesi. Nel 1347 Tortona fu conquistata dai Visconti e unita al ducato di Milano e alla Lombardia fu legata per buona parte dei secoli seguenti, costituendone il principale bastione difensivo a sudovest. Dopo l'estinzione degli Sforza, il ducato di Milano passò agli Spagnoli. All'inizio del XVII secolo la parte alta della città venne convertita dagli spagnoli in una possente fortezza rinascimentale, ampliando il vecchio castello e inglobando tra gli altri edifici anche l'antica cattedrale. Nel 1706 passò agli austriaci in seguito alla guerra di successione spagnola ma alla fine del secolo, dopo la guerra di successione polacca, venne ceduta da questi ai Savoia, ponendo fine al legame secolare della città con Milano e iniziando la sua associazione con il Piemonte. Con le guerre rivoluzionarie francesi, nel 1799 il forte fu posto sotto assedio dagli austriaci, mentre vi erano asserragliate delle truppe francesi. I Francesi si arresero dopo un lungo assedio ma riconquistarono la fortezza nel 1800, dopo la battaglia combattuta nella vicina Marengo. Nel 1801 Napoleone diede ordine di demolire la fortezza, in modo che non tornasse mai più in mano nemica. Nel 1802, Tortona fu annessa all'impero francese ma tornò sabauda nel 1814, con la sconfitta di Napoleone. Da allora la città ha sempre fatto parte del Piemonte e poi dell'Italia unita. Oggi il castello di Tortona e la sua fortezza sono diventati un bel parco, dove è possibile passeggiare dopo una visita al bel centro storico, ricordando magari tutti i sanguinosi eventi legati al dominio su questo strategico colle che domina un incrocio importante di itinerari in nord Italia. Autore e voce di Marco Cappelli, podcaster e scrittore di storia
Il Ticino

Il Ticino

2022-08-10--:--

Siamo vicini ad uno dei fiumi più importanti del Nord Italia: il Ticino, affluente di sinistra del Po, a lungo la frontiera tra il lombardo-veneto austriaco e il regno di Sardegna della dinastia dei Savoia. Eppure il Ticino è celebre anche per una battaglia, la prima delle tre T che generazioni di studenti hanno dovuto imparare a memoria: Ticino, Trebbia e Trasimeno. Annibale è il più celebre dei nemici di Roma: figlio di Amilcare Barca, il principale nemico dei Romani durante la I guerra punica, si dice che giurò con il padre di non aver mai pace prima della sconfitta dei Romani. Nel 219 a.C., con l’assedio della città di Sagunto, iniziò la seconda guerra punica, che fu un po’ la seconda guerra mondiale dell’antichità. Annibale, nel 218, ideò l’audace piano che lo portò in Italia: lasciata l’Iberia, attraversò i Pirenei e il Rodano – combattendo ovunque contro i Galli. Ma la sua sfida maggiore fu quella di attraversare le Alpi: nessun grande esercito organizzato aveva mai tentato di farlo. La traversata fu brutale per i Cartaginesi: migliaia perirono e in più occasioni i Cartaginesi dovettero aprirsi la strada contro nemici in carne ed ossa, ostacoli naturali come una grande frana che aveva bloccato la via. Dopo inenarrabili fatiche, i Cartaginesi giunsero in Italia nell’ottobre del 218. Subito dopo, Annibale sottomise la tribù celtica dei Taurini, che aveva provato a resistergli. La loro capitale – vicino alla moderna Torino – fu distrutta. La maggior parte delle tribù celtiche e liguri dell’Italia settentrionale si unirono allora ai Cartaginesi. Roma fu presa completamente alla sprovvista: si era aspettata una guerra nei dintorni della Sicilia, come durante la I guerra punica, e non un attacco attraverso le Alpi. Il console Publio Cornelio Scipione – non QUEL Scipione, ma il padre – marciò con i suoi uomini alla volta di Piacenza, una colonia romana che era stata fondata proprio quell’anno. Di qui, attraversò il Po e poi il Ticino, con l’obiettivo di trovare l’esercito nemico, Scipione guidò un folto gruppo di cavalieri e fanti in avanscoperta, forte di circa 10 mila uomini. Lo stesso aveva fatto però Annibale, con la differenza che la sua cavalleria – meno numerosa - era decisamente superiore a quella romana. Quando intercettarono i Romani, i Cartaginesi caricarono: Scipione fu ferito e le sue forze, sconfitte, furono costrette a ritirarsi oltre il po’, abbandonando la Gallia transpadana in mano cartaginese. Scipione attese rinforzi da Roma ma, in una rara battaglia invernale, fu pesantemente sconfitto da Annibale nei pressi del fiume Trebbia. Non sappiamo esattamente dove si svolse la battaglia del Ticino, ma il luogo più probabile è proprio dove passa l’autostrada: ovvero la valle del Ticino nei pressi di Pavia. Puoi visitare le belle sponde del fiume, o magari andare verso Pavia e il suo bel ponte sul Ticino che – seppur ricostruito – è vicino al principale passaggio meridionale di questo grande fiume, forse il guado utilizzato da Scipione per passare il fiume alla ricerca di Annibale, e per ritirarsi in tutta fretta dopo la sconfitta. Autore e voce di Marco Cappelli, podcaster e scrittore di storia
Novi Ligure è una città…del Piemonte. Come può essere successo, potresti chiederti? In realtà, prima delle guerre napoleoniche, Novi ligure faceva parte della Repubblica di Genova, assieme al territorio del cosiddetto “oltegiogo”. Questo fino alla Rivoluzione francese. Il mondo immobile degli stati italiani fu scosso nel 1796 dall’arrivo delle truppe rivoluzionarie francesi comandate da Napoleone Bonaparte. Con una campagna fulminea, Napoleone batté gli austriaci e riorganizzò l’Italia in una serie di “Repubbliche sorelle”. La Repubblica oligarchica e reazionaria di Genova fu abolita, al suo posto fu creata una nuova “Repubblica democratica” di ispirazione giacobina, secondo le idee della rivoluzione francese. La guerra contro la “prima coalizione” di stati europei si concluse con il trattato di Campoformio, che tra le altre cose mise fine alla millennaria storia della Repubblica di Venezia. Napoleone però, dopo i suoi grandi successi italiani, si imbarcò per l’oriente e la sua disastrosa campagna egiziana. Quando fu chiaro che la campagna era senza speranze, Napoleone se la diede ignominiosamente a gambe, abbandonando i suoi uomini e tornando a Parigi. In sua assenza, le potenze europee - sostenute finanziariamente dalla Gran Bretagna - si riorganizzarono in una “seconda coalizione”, d’altronde altrimenti oggi la “prima coalizione” non si chiamerebbe così. Questa volta un contributo determinante venne dalla Russia, che inviò in occidente il suo migliore generale, uno dei più grandi del Settecento: Aleksandr Vasil'evič Suvorov. Alla testa di un’armata russo-austriaca, Suvorov attraversò le Alpi, tra lo stupore della maggior parte dei soldati russi, che mai avevano visto grandi montagne come quelle. Il 27 aprile del 1799, Suvorov sconfisse pesantemente i francesi a Cassano d’Adda, riuscendo a conquistare Milano. Il 17 giugno, Suvorov devastò un altro esercito francese sul Trebbia, poco dopo i francesi furono espulsi dalla gran parte del norditalia. Alessandria e Tortona, le grandi fortezze della regione, caddero una dopo l’altra Restava però Genova: il generale Barthélemy Joubert aveva a disposizione ancora una forza consistente, attraversando il passo della Bocchetta, giunsero nella regione dell’oltregiogo, la parte della Repubblica Ligure che si trovava oltre gli appennini. Qui, Joubert prese posizione dentro e nei dintorni di Novi Ligure, poco dopo entrò in contatto con le truppe russo-austriache di Suvorov. All'alba del 15 agosto, la battaglia ebbe inizio. Il generale Joubert fu colpito quasi immediatamente da una palla vagante e ucciso, ma i francesi non si diedero per vinti nonostante la perdita del generale. Verso le otto del mattino Suvorov ordinò al centro di investire Novi, ma l'artiglieria francese, posta sulle alture intorno alla città, riuscì a contenere l'attacco. I Russi furono costretti a ritirarsi. Seguirono ore concitate, con successivi attacchi della coalizione, che non ebbero però successo. La tattica adottata da Suvorov a questo punto fu quella di concentrare l'assalto sull'ala sinistra francese con l'obiettivo di conquistare le colline e aggirare la città di Novi: gli attacchi fallirono ma i francesi cominciarono a risentire dell'eccessivo sforzo difensivo e registrarono i primi cedimenti. Suvorov era una vecchia volpe, e sapeva riconoscere un’opportunità: diede quindi l’ordine di un attacco generale da tutti i lati: erano ormai le cinque del pomeriggio. Il generale Moreau, a capo dei Francesi, vide che i suoi erano stremati, e ordinò la ritirata generale e l'abbandono di Novi. Sotto i colpi di cannone di Suvorov, però, la ritirata si trasformò presto in una rotta. I Francesi furono costretti a ritirarsi fino a Genova, dove furono messi sotto assedio. Lì sarebbero rimasti fino al 1800. Dopo questa serie di disastri militari, il governo del Direttorio - a capo della Repubblica francese - era ormai delegittimato. Napoleone ne approfittò per prendere il potere con un colpo di stato il 18 brumaio di quello stesso 1799. Suvorov tornò in Russia, l’anziano generale morì ad inizio 1800. Dunque quando Napoleone discese in Italia, quello stesso anno, non si ritrovò di fronte la vecchia volpe russa, e a Marengo - come narro nell’episodio dedicato - ottenne una delle sue più importanti, e sofferte vittorie. La campagna di Suvorov del 1799 è l’unica importante campagna militare che vide consistenti truppe russe in azione in Italia. Se visiti Novi Ligure, puoi trovare un bel plastico della battaglia: è di proprietà dell'amministrazione comunale di Novi Ligure un plastico della battaglia che si trova all'interno del Laboratorio Solferino, curato dall'associazione Storica Modellistica novese. Nella Frazione di Sant’Antonio a Basaluzzo c’è anche una stele a ricordo del generale Joubert, che lì perse la vita. Autore e voce di Marco Cappelli, podcaster e scrittore di storia
Motta Visconti

Motta Visconti

2022-08-10--:--

Questa è la storia di un rivoluzionario. A fine ottocento, i rivoluzionari erano i rossi e i neri. I rossi penso tu sappia chi siano - i socialisti - ma quando ho nominato i neri, non credo che tu abbia indovinato. I neri erano gli anarchici. E nel vicino paese di Motta Visconti, è nato uno degli anarchici italiani più celebri: Sante caserio, che finirà ghigliottinato in Francia. L’anarchismo socialista ha radici lontane, ma le sue origini moderne sono nel pensiero del filosofo francese Pierre-Joseph Proudhon, che affermava: “Tutti i partiti senza eccezione, nella misura in cui si propongono la conquista del potere, sono varietà dell'assolutismo» e anche «Il governo sull'uomo da parte dell'uomo è la schiavitù». Se i socialisti volevano conquistare lo stato e renderlo di tutti, gli anarchici volevano abolire lo stato, considerato una struttura centralizzata di oppressione, come d’altronde ogni gerarchia e forma di autorità. Non è questa la sede per valutare (o smontare) questa filosofia politica ed economica, qui basti dire che l’Italia ha una lunga e solida tradizione di rivoluzionari anarchici, come tutti i paesi del sud Europa. Umberto I, il secondo Re d’Italia, fu ucciso da un anarchico. Questo perchè gli anarchici non disdegnavano il terrorismo come mezzo di avanzamento della loro politica: secondo il russo Bakunin, un altro celebre anarchico, lo stato doveva essere distrutto, quindi gli anarchici non si preoccupavano di ucciderne i rappresentanti. Sante Caserio nacque a Motta Visconti l'8 settembre 1873 in una povera famiglia di contadini, dove i bimbi nascevano come conigli. Il padre morì di pellagra, una malattia che oggi sappiamo essere causata dall’alimentazione quasi esclusivamente a base di polenta dei poveri contadini padani. A soli dieci anni, Sante scappò di casa, non volendo pesare sulla madre, e si trasferì a Milano, lavorando come garzone. Diventò anarchico nel 1891, a diciotto anni. Nel 1892 fu costretto a fuggire, prima in Svizzera, ed infine in Francia. Qui fu molto mosso dall’esecuzione da parte del governo di tre importanti anarchici, rei di diversi attentati: Sante disprezzava soprattutto il Presidente della Repubblica, Marie François Sadi Carnot, che si era rifiutato di concedere la grazia al terzetto. E fu così che, il 24 giugno del 1894, mentre il presidente visitava Lione, Sante Caserio riuscì ad avvicinarsi alla vettura presidenziale, saltò sul predellino e colpì il presidente al fegato con un lungo coltello, che aveva nascosto con dei fogli di giornale. Fu catturato, poche settimane dopo fu condannato a morte e ghigliottinato. La sua storia ha ispirato diverse canzoni anarchiche, qui basti citarne il passo di una, la ballata di Sante Caserio, che inneggia alle sue ultima parole prima di morire: E i tuoi vent'anni una feral mattina gettasti al vento dalla ghigliottina e al mondo vil la tua grand'alma pia alto gridando: Viva l'Anarchia Se ti va, fai una deviazione a Motta Visconti, ci sono delle belle spiagge e dei boschi tranquilli lungo il fiume Ticino. Qui potrai riflettere magari sulla povertà, sulle scelte sbagliate e sull’irruenza dei vent’anni. Sante Caserio ha spento un’altra vita, e non era quindi certo un innocente: però magari ti augurerai che abbia trovato infine un pò di pace anche lui. Autore e voce di Marco Cappelli, podcaster e scrittore di storia
Marengo

Marengo

2022-08-10--:--

Marengo: sono sicuro che da qualche parte hai già sentito questo nome. Marengo, un nome indissolubilmente legato alla leggenda di Napoleone. Napoleone aveva un rapporto particolare con l’Italia: ancora agli inizi della sua carriera, nel 1796 la repubblica francese affidò a Napoleone un’armata raccogliticcia con il compito di effettuare un attacco diversivo verso l’Italia, mentre la vera guerra doveva essere combattuta in Belgio. Napoleone, incurante, con una fulminea campagna di guerra tra il 1796 e il 1797, conquistò quasi tutta la penisola, salvo poi sprecare ogni vantaggio ottenuto nella disastrosa campagna d’Egitto, alla fine della quale Napoleone abbandonò i suoi uomini a languire e morire in oriente, per tornarsene codardamente in patria. Eppure la campagna d’Egitto non distrusse il nome di Napoleone, che anzi riuscì ad effettuare un vero e proprio colpo di stato contro il direttorio che governava la Repubblica il celebro colpo di stato del 18 brumaio 1799. Napoleone divenne un dittatore militare e si fece nominare “Primo console” della Repubblica. Napoleone però sapeva di aver bisogno di un successo militare per consolidare il suo potere, anche considerando che una nuova coalizione di stati europei si stava formando per affrontare la Francia. In sua assenza, infatti, l’Italia era stata riconquistata dalle forze Austro-russe del generale Suvorov, nel 1799. Un esercito francese era rimasto assediato a Genova, Napoleone decise di intervenire per salvarlo: con una marcia fulminea, riuscì a passare le Alpi e giungere a Milano il 2 giugno. Gli austriaci, però, andarono radunando il loro grande esercito nei pressi di Alessandria. Gli informatori convinsero Napoleone che gli austriaci erano disperati: il Primo console decise quindi di impedirgli la ritirata, dividendo il suo esercito e mandando diverse divisioni a nord del Po, verso Vercelli, e verso sud, in direzione di Novi Ligure, mentre rimaneva con il grosso dell’esercito nei pressi di Marengo, tra Alessandria e Tortona, in modo da tagliare agli austriaci la via della ritirata verso l’Austria. Napoleone non si aspettava un attacco ma gli Austriaci, il 14 giugno, lanciarono un massicio assalto verso le posizioni francesi. Napoleone all’inizio della battaglia credeva si trattasse di un diversivo, il suo errore gli costò quasi la sconfitta. In inferiorità numerica, a metà giornata i francesi erano già in ritirata, alle tre del pomeriggio erano vicini ad una completa rotta e la battaglia sembrava perduta. Napoleone fu costretto ad usare la sua guardia consolare per proteggere la ritirata. Eppure, stava per essere aiutato dal fato. A sud, il generale Desaix – al comando delle truppe inviate a Novi Ligure – decise di muovere autonomamente in direzione dei colpi di cannone. Alle due del pomeriggio, Desaix arrivò trafelato al quartier generale di Napoleone, annunciando che i suoi 6000 uomini e 9 cannoni erano poco dietro di lui, ed erano pronti ad entrare in battaglia. Napoleone avrebbe chiesto a Desaix “Bene, che ne pensi?”, il maresciallo avrebbe risposto. “Questa battaglia è completamente perduta, ma sono le due del pomeriggio e c'è il tempo per vincerne un'altra”. L’attacco a sorpresa delle truppe di Desaix ebbe l’effetto sperato: gli austriaci andarono nel panico e si ritirarono confusamente verso Alessandria. Poco dopo, firmarono una tregua con la quale concordarono di evacuare tutta l’italia nordoccidentale ad ovest del Ticino. Napoleone aveva non solo vinto una battaglia, ma probabilmente salvato la sua posizione di “Primo console”, che non sarebbe sopravvissuta ad una sconfitta. Eppure Desaix non ricevette l’onore che si era meritato: il suo corpo fu trovato in serata, era morto nel suo vittorioso attacco. Anni dopo, durante la battaglia di Waterloo, si dice che Napoleone più volte abbia imprecato ai suoi sottoposti “oh, se avessi qui il mio generale Desaix…lui si che saprebbe risolvere la situazione!” Napoleone celebrò Desaix costruendogli una tomba sul passo del colle del Gran San Bernardo, al confine tra Italia e Svizzera. Se vuoi saperne di più sui prodromi di questa battaglia, ascolta l’episodio sulla battaglia di Novi Ligure! Se vuoi puoi visitare il bel museo della battaglia di Marengo, che sorge proprio nei pressi dei luoghi dove si svolsero i combattimenti più accaniti. Se cerchi bene, nel territorio di San Giuliano Vecchio, in via Don Nicola Buscaglia, puoi trovare un piccolo memoriale nel luogo dove è morto il valoroso generale Desaix. Autore e voce di Marco Cappelli, podcaster e scrittore di storia
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